DISCHI in PILLOLE

Qualche volta non occorrono tante parole per descrivere l'emozione che un disco trasmette. I dischi in pillole vogliono essere proprio questo: piccoli appunti per piccole grandi gemme. Unica regola: non superare le 100 parole.

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Art Pepper: Living legend (Contemporary - 1976)

Questo è il disco del ritorno alla vita. Questo è ciò che un artista come Pepper poteva fare dopo aver passato una decina d'anni tra carcere e disintossicazione. Accompagnato dagli ottimi Hampton Hawes, Charlie Haden e Shelly Manne, il saxofonista dà un saggio della sua arte con un'esplorazione scura e pensosa del classico Here's that rainy day e di suoi 5 temi - uno su tutti lo splendido Lost life - dove privilegia la componente emozionale della musica, lasciandosi andare ad improvvisazioni nelle quale poter riversare tutta la sua angoscia, il suo male di vivere, ma anche la gioia e la voglia di bellezza in un percorso doloroso dall'abbandono alla redenzione.


Steve Wonder: Innervisions (Tamla Motown - 1973)

Chi pensa a Steve Wonder solo come all'autore di mielose e banalotte canzoni anni '80, ascolti questo Innervisions e si ricrederà subito. Disco carico di soul-pop a livelli superlativi nel quale la sua indiscutibile buona vena creativa si confronta con il funky morbido di Too high, con la solo apparente leggerezza di Living for the city con la sua denuncia antirazziale, con il blues-funk di Higher ground. Non mancano le melodie romantiche come in All in love is fair o di accattivante fascino come la conclusiva He's misstra know-it-all, cosicché, con i suoi 9 brani di alta classe, Innervisions dopo più di 30 anni rimane godibilissimo e coinvolgente. Praticamente un capolavoro.


Japan: Quiet life (Ariola - 1979)

Può un disco dopo quasi 30 anni essere ancora così vitale da imporsi all'ascolto? La risposta è affermativa se parliamo di questo lavoro dei Japan, ovvero una delle band più innovative della new-wave inglese, che ha saputo fondere e distillare glam-rock, synth-pop, dance, esotismo, con eleganza e convinzione. Brani come Quiet life, Fall in love with me, In vogue, la cover di All tomorrow's parties e la splendida The other side of life pervase dal canto emozionale di Sylvian, dal funk colloso del basso di Karn, dal drumming cupo di Jansen e dalle coltri delle tastiere di Barbieri, restano fissati nella mente a formare una colonna sonora mozzafiato che non lascia scampo. Da avere.


Minox: Downworks (Suite inc. - 2001)

Avevo lasciato i Minox nel 1986 all'uscita dello splendido Lazare - miscela elettro-acustica quantomai convincente - li ritrovo per caso oggi con questo Downworks. La formula del duo toscano Magnani / Monfardini è quasi la medesima: maggior spazio ai synth e alle drum-machine ma bene in evidenza il clarinetto, il pianoforte, il violino (di Blaine Reininger) per produrre un sound in cui convivono perfettamente suoni retrò e sperimentazione, minimalismo e new-wave, il distillarsi delle emozioni e una delicata introspezione. Un disco raffinato e di ampio respiro, tra squarci di elettronica decadente ed intimismo; un cristallo cupo e misterioso promessa di piaceri sconosciuti.


Aaron Neville: Nature boy - the standards album (Verve - 2003)

Prendete una dozzina di grandi "song" (cose tipo Summertime, Cry me a river, Nature boy, In the still of the night o Danny boy per esempio), aggiungete ottimi musicisti come Ron Carter, Rob Mounsey, Grady Tate e Roy Hargrove ed infine fatele cantare ad Aaron Neville... il risultato sarà questo disco splendido e raffinato. La musica scorre leggera come una carezza, le voci strumentali sono ben calibrate e coinvolgenti e lo straordinario falsetto vibrato di Neville incanta per incisività e capacità evocative. Un disco nel quale scivolare lentamente, da ascoltare con lo stomaco lasciando che piano si impossessi di noi stessi con tutta la sua magia. Vero amore a prima vista.