DISCHI in PILLOLE

Qualche volta non occorrono tante parole per descrivere l'emozione che un disco trasmette. I dischi in pillole vogliono essere proprio questo: piccoli appunti per piccole grandi gemme. Unica regola: non superare le 100 parole.

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Chucho Valdés: Live at the Village vanguard (Blue Note - 2000)

Jesus Valdés Rodriguez, in arte Chucho, non è certo pianista che passi inosservato. Con cuore e tecnica prodigiosa, lui il pianoforte lo vive e lo fa vivere in ogni sfumatura; quasi lo aggredisce coi suoi ritmi cubani percussivi, ma sa essere gentile nelle ballad quali My funny Valentine. Qui Valdés si presenta in quartetto con contrabbasso e due percussionisti dando un saggio eccellente della sua arte a 360 gradi che riesce a fondere bene assieme Cuba e jazz. Da gustare Son XXI in cui si materializza il refrain di Summertime, l'evocativo omaggio To Bud Powell e Como traigo la yuca, impreziosita dalla tecnica sopraffina, in un disco divertentissimo e carico di suggestioni.


Arild Andersen: Hyperborean (ECM - 1997)

Non è un segreto che Arild Andersen sia uno dei migliori contrabbassisti e compositori norvegesi, come sono ben note le sue collaborazioni nei vari ambiti del jazz, dal free al jazz-rock, passando per una spiccata propensione alle ambientazioni rarefatte. Tutto questo è possibile scoprirlo in questo Hyperborean, ciclo di brani ispirati da un'antica leggenda greca. Qui troviamo il suono raffinato e personale del suo strumento, il prezioso lavoro percussivo di Paolo Vinaccia, i sax Garbarek-style di Brunborg e Hofseth e l'apporto del Cikada String quartet che danno una connotazione molto "nordica" a questo disco, sospeso tra cielo e terra, tra sacro e profano.


Blaine L. Reininger: Live in Brussels bis (LTM - 2004)

Registrato nel 1986 con una band di 4 elementi, pubblicato nello stesso anno e solo recentemente ristampato in CD, questo live è un ottimo documento che cattura l'energia e il pathos che Reininger sa mettere in ogni sua esibizione e un'eccellente occasione per riascoltare alcune delle sue canzoni più belle, sia del periodo Tuxedomoon, sia della sua carriera solistica. Quindi largo alla cavalcata violinistica di Volo vivace, al pop trasversale di What use?, ma altrettanto da godere le classiche Night air, Broken fingers, Ash & bone e la tormentata Uptown. Voce e stile sono quelli inossidabili di sempre, la magia pure. Sarà nostalgia... sarà fascinazione...


Electric Masada: 50th Birthday Celebration - vol.4 (Tzadik - 2004)

50 anni. 50 dischi, uno per serata e ognuno con diversa formazione. In questo vol.4 Zorn il bulimico, il pretenzioso, lo schizofrenico, ci lascia uno dei suoi lavori più affascinanti. Sette tracce, tutte improntate alla ritmica esasperata (vi bastano Baron, Wollesen e Baptista?!), dove vengono frullati jazz elettrico, prog, sonorità da telefilm anni '70, fino all'hard-rock (sentite cosa combina Marc Ribot in Idalah-abal!). Strepitoso Ribot, fondamentali Dunn e Saft, eccezionale Ikue Mori al laptop, impressionante Zorn per irruenza e lirismo, devastante la sezione ritmica che rende impossibile tenere fermo il piede. Un disco granitico, storico, assolutamente da avere.


Pan-american: Quiet city (Kranky - 2004)

Ipnotico. Impenetrabile. Un brivido di freddo glaciale che vi avvolgerà. Queste sono le sensazioni che si provano all'ascolto di questo disco, nuova produzione di Mark Nelson. Un disco dove tra effetti noise e low-fi, ritmi lentissimi, ripetizioni ossessive, echi acustici - di chitarra, tromba, armonica - ed elettronica massiccia ma non invasiva, quello che si ottiene non sono dei suoni, ma "il suono", un unico, pervasivo, avvolgente, gelidissimo suono che riempie gli spazi, li arreda, ne dà una connotazione precisa. Un suono che costruisce lo spazio vuoto tra le cose, lo definisce come un'entità a sé stante. Un disco nel quale perdersi, dove il suono del silenzio è tangibile.