DISCHI in PILLOLE

Qualche volta non occorrono tante parole per descrivere l'emozione che un disco trasmette. I dischi in pillole vogliono essere proprio questo: piccoli appunti per piccole grandi gemme. Unica regola: non superare le 100 parole.

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Charlie Haden - Paul Motian - Geri Allen: Etudes (Soul Note - 1988)

Questo è un disco che affascina, che costringe all'attenzione. Due veterani del jazz mondiale, quali Haden e Motian, si incontrano con una trentenne di buone speranze - peraltro ampiamente confermate - e lo fanno ad un livello paritario. La Allen suona con rara sensibilità melodica e con notevole varietà dinamica ed inventiva, ben supportata dal basso corposo di Haden e da un "leggero" Motian. Eccellente la scelta dei brani tra cui si distinguono: uno strepitoso Lonely woman, un cantabile Sandino, Fiasco carico di swing e di aperture free e Blues in motion per il piglio percussivo, che fanno di questo un ottimo album per un trio ad altissimo livello di concentrazione ed interplay.


John Zorn / Masada Chamber Ensembles: Bar kokhba (Tzadik - 1996)

Simone Bar Kokhba era un ribelle ebreo, per alcuni il Messia, che guidò una rivolta contro Roma nel 132 d.c. John Zorn - che qui dirige un ensemble fatto da 11 straordinari musicisti - ne richiama la figura quasi a sottolineare la propria rivoluzione che in questo caso è limitare nel modo più assoluto la propria tipica frenesia e concentrarsi maggiormente sullo sviluppo melodico. In Bar Kokhba non c'è traccia dello spirito iconoclasta del musicista newyorkese, ma anzi i tempi sono dilatati in brani meditativi e danzanti che fondono sapientemente la tradizione ebraica con l'avanguardia, in un doppio disco di affascinante bellezza e potente capacità evocativa. Un capolavoro.


Kora Jazz Trio (Mélodie - 2003)

succede quando tre virtuosi africani, assistiti dalla bravura e dalla fortuna, formano un trio di impronta jazz. Abdoulaye Diabaté (piano), Djeli Moussa Diawara (kora) e Moussa Cissoko (percussioni) sono questo trio atipico nel quale riescono a far coabitare diverse istanze: l'ovvia propensione alla tradizione africana grazie alla suono liquido della kora, al canto di Diawara e all'accentuazione percussiva, ma anche un gusto per l'improvvisazione - divertente la resa di Now is the time di Charlie Parker, unico brano non originale - fino ad accostare inaspettati ritmi caraibici. Il risultato è un disco molto fresco, godibilissimo e decisamente fuori dagli schemi.


João Gilberto: In Tokyo (Universal - 2004)

Un concerto di João Gilberto è una specie di rito, un evento da ascoltare con concentrazione, in silenzio e in solitudine. Così infatti si presenta il maestro indiscusso della bossa nova, elegantissimo, da solo con la sua chitarra acustica e i suoi settantacinque anni passati a dispensare magia. E quasi ipnotizza la sua voce leggera mentre inanella i classici della musica brasiliana, limandoli in continuazione per trovarne la forma perfetta, l'assoluta purezza, per metterne a nudo l'essenza. Così nelle sue mani e nella sua voce brani come Corcovado, Wave, Isto aquì o que è?, Meditação, Bolinha de papel diventano emozione pura, struggente bellezza, sussurro vitale.


Luisa Longo: Hear me (Caligola records - 2004)

E' brava Luisa Longo. E' brava soprattutto perché la sua bravura non la sfoggia come spesso fanno altre sue colleghe. Lei la bravura la usa per incantare con la sua voce improntata ad un sereno intimismo, mai indulgente, perfettamente sostenuta dagli ottimi Marc Abrams al contrabbasso e Paolo Birro al piano. Grazie anche all'assenza della batteria l'atmosfera del disco è quella di una soffusa nostalgia, tra pregevoli brani originali - fra tutti l'introduttivo Il sogno di Rosa - e standard tra cui spiccano un divertente Whisper not e un delizioso O grande amor di Jobim. La Longo e il suo trio così dimostrano quanta poesia si possa fare semplicemente sottovoce.