domenica, aprile 29, 2007
Google mi spia...
... e spia tutti quelli che hanno gmail. Questo è poco ma sicuro.
Tutto regolare eh, però 'sta cosa mi fa pensare. Chiunque usa gmail sa che a fianco del messaggio compaiono una serie di link che dovrebbero essere attinenti ad esso: così mi arriva una mail dove si nomina l'Enasarco ed ecco che a destra ecco i link sugli agenti di commercio, mi arriva il preventivo per la batteria nuova del portatile e puntuali compaiono i link con la marca del portatile e con offerte di batterie. E così ogni volta. Ho fatto delle prove spedendomi cose attinenti ai materassi, alle chitarre elettriche, all'olio di oliva... basta aprire la mail et voilà ecco il relativo link.
Certo è un processo automatico che va a sfrucugliare tra i termini contenuti nelle mail, ma qualcuno mi vuole dire perché spesso mi trovo il link "stop alla sfiga"!!! Che google sappia qualcosa che io non so??!!
sabato, aprile 28, 2007
Non aprite quella poSta!
Giuro, non lo farò più, gliel'ho detto pure a loro. A chi, dite voi? Alle Poste! Perchè davvero non è possibile... apro un conto BancoPostaImpresaOnLine per un'associazione di cui sono il tesoriere; la cosa avviene ad ottobre dell'anno scorso. Dopo un mese e mezzo - nel frattempo (1° contrattempo) ho dovuto rifare una buona parte della documentazione perché al collega X non andava bene quello che ha fatto il collega Y - mi arrivano una serie di bustine con la tessera postamat, il codice segreto e i codici di accesso al sito web. Bene, mi dico, è fatta! Manco per sogno: guardo bene i dati e mi accorgo che hanno scritto male il mio nome... vado in ufficio postale e il collega X mi dice che se vado a fare le operazioni in conto in quell'ufficio mi conoscono e accettano il nome sbagliato, dalle altre parti no. Ovviamente chiedo di sistemare... e passa un altro mese (siamo arrivati alla fine di gennaio intanto). Solite bustine, solito viaggio in Posta per far attivare il tutto e via.
Torno fiero al mio pc, inserisco "codice azienda", "codice utente", "password" e magicamente... mi si dice password errata! Altre prove di rito trascrivendo la password con l'attenzione di un amanuense, ma non c'è nulla da fare se non chiamare il numero verde dove mi dicono "lei ha cambiato la password d'accesso". Faccio notare, che non sono MAI riuscito ad accedere, figuramoci ad arrivare a cambiare la password. Resta da fare un'unica cosa: richiedere un nuovo utente! La follia...
Arriva febbraio e arriva una nuova bustina... questa volta riesco ad entrare nell'area riservata del sito web (e già questa è una conquista!), ma mi accorgo subito che qualcosa non funziona: dopo rapida verifica constato che il sito delle Poste non è compatibile con Firefox!!! Incredibile, alcune funzioni - quelle più importanti - non si riescono ad attivare, così da bravo "Firefox-addicted" mi tocca usare Explorer... vabbé, basta che funzioni.
Invece no... non si vede nulla. Altra chiamata al numero verde (sono gentili a quel numero, anche se ti trattano come un handicappato, forse sono abituati ai casini fatti dai loro colleghi del commerciale) e altra sorpresa: "ma lei ha attivato il nome cliente?" Porczozz, se non c'è scritto da nessuna parte??!! Seguo come un cane bastonato le istruzioni della tipa e riesco, finalmente, a creare 'sto benedetto utente... ma solo in visualizzazione conto, perché per per compiere le operazioni ho bisogno del "codice firmatario" (un altro codice????!!!!) che devo richiedere ad un "commerciale" in quando, evidentemente, si sono dimenticati di mandarmelo.
Morale? E' la fine di aprile e sono ancora in attesa di avere lo stramaledetto codice... dico: io spero che mi siano capitate una serie di sfighe altrimenti davvero è meglio che le Poste rivedano la loro procedura di apertura conto che - e mi lascio andare ad uno sfrenato eufemismo - mi pare un po' macchinosa!
Io comunque ho già dato... spero non ci siano sorprese alle prime operazioni, nella speranza di riuscirne a fare almeno una. No, giusto per la soddisfazione...
Voi nel frattempo... andateci piano con i Conti Impresa alle Poste: si sa quando si comincia, non si sa quando si finisce!
venerdì, aprile 27, 2007
USB flash drives
Io mi chiedo... ma come si faceva prima quando non c'erano?
sabato, aprile 21, 2007
Quant'è bello essere business-class...
Mentre Beppe Grillo si scatena all'assemblea degli azionisti Telecom urtando i massimi sistemi, gli utenti si arrabattano come possono. Mica solo i semplici utenti "normali", anche quelli "business" (da leggere proprio così: B-U-S-I-N-E-S-S)... che poi non si capisce bene cosa voglia dire. Sì perché anche i business-class della Telecom piangono: succede, infatti, che in ufficio da me non siano state pagate le bollette Telecom. No, piano, mica perché non si voleva pagarle, semplicemente perché il mese scorso non sono mai arrivate! Che fa allora la Telecom con i suoi amati clienti business? Senza nessun sollecito, senza nessuna indicazione stacca le linee! (che per un ufficio che si occupa anche di fiscale, il periodo non è proprio il massimo!). Morale? 10 numeri di telefono e 3 linee ADSL disattivati. Non male vero?
Non vi dico il lavoraccio e i litri di bile che ha dovuto spendere la mia collega per recuperare gli importi da pagare addentrandosi in improbabili call-center, help-desk, client-support, customer-care (mai nessuno che li chiami "uffici informazioni"!) ed inviando fax a destra e a manca... speriamo che per lunedì le cose tornino a posto. Bravi, se questo è il prezzo che si paga per essere "business" a questo punto è meglio tornare semplici polli.
In Cojaniz we trust!
Ho davvero poco tempo per scrivere una recensione del concerto di ieri sera del duo Claudio Cojaniz / Marc Abrams, ma vale sicuramente la pena di accennarne. Nel bel auditorium del centro "Candiani" di Mestre, infatti, abbiamo potuto assistire ad un concerto appassionato e divertente di un duo sostanzialmente inedito, ma che ha saputo comunque stabilire un buon livello di interplay nonostante i due provengano da esperienze diverse: più legato ad ambiti neo-boppistici l'americano - oramai veneto d'adozione - più vicino alla scena free il friulano con il suo pianismo umorale.
Il repertorio era basato su composizioni originali dove era il blues a scorrere davvero copioso, blues al quale il pianismo di Cojaniz bene si adatta con il suo approccio viscerale, a tratti davvero tellurico; ma è un blues particolare quello del friulano perché incentrato soprattutto sulla giocosità, sulla voglia di coinvongere il pubblico piuttosto che sull'introspezione. Abrams, con il suo suono scorrevole e puntuale, spesso si estranea completamente dalla funzione di sostegno ritmico - che peraltro è ben supportata dalla mano sinistra di Cojaniz - per giocare con il contrappunto, e con interessanti divagazioni melodiche. Oltre agli originali sono sempre presenti brani del "solito" amato Thelonious Monk affrontato con quello spirito fanciullesco che bene si adatta alla sua musica. In finale di concerto sorprende - sia per scelta, sia per la stupenda esecuzione - l'inserimento di un brano di Lou Reed dall'atmosfera particolarmente rarefatta grazie anche all'archetto di Abrams. Il bis invece è affidato ad un brano di "musica classica" - come la definisce Cojaniz - ovvero Caravan di Duke Ellington resa in modo particolarmente vivace.
Si esce dall'auditorium con l'impressione di aver assistito ad una buona esibizione di un duo capace di un dialogo serrato, stimolante sia per il pubblico, che ha dimostrato ampiamente di aver gradito, sia per i musicisti stessi. Duo che va senz'altro seguito, sia nelle loro performance dal vivo, sia nelle incisioni discografiche che speriamo arriveranno.
(per avere qualche spunto in più su Cojaniz avevo scritto qui di un suo disco e qui di un suo concerto).
mercoledì, aprile 18, 2007
Lei non sa chi sono io!
Sì l'ho fatto. Non avrei mai pensato di farlo, ma l'ho fatto.
Capita che venerdì ho acquistato due biglietti per un concerto, anzi pensavo di averlo fatto, perché in realtà quando sono tornato a casa ho visto che mi avevano venuto i biglietti per un altro concerto. Così oggi vado in teatro a cambiarli, espongo il problema e... "non possiamo assolutamente cambiare i biglietti" questa è stata la prima categorica risposta. Faccio notare che io avevo chiesto i biglietti per il concerto X e mi sono stati dati quelli per il concerto Y e che probabilmente ci siamo capiti male al momento dell'acquisto. "Non è possibile" - mi è stato risposto in modo piuttosto scortese - "è lei che ha sbagliato!" Mi stava per uscire un mavaff... ma mi è uscita una cosa tipo "credo di essere abbastanza sano di mente per sapere a che concerto voglio andare e sufficientemente lucido per chiederlo". La tipa mi ha guardato strano ma è rimasta sulla sua posizione. Allora è uscita la fatidica frase, una specie di "lei non sa chi sono io", ovvero "avrò modo e tempo di fare le mie rimostranze all'organizzatore dei concerti con cui siamo molto amici" (che è anche vero, ma che poco può fare in questi casi!) In un attimo mi sono stati ritirati i biglietti - sì quelli che non si potevano assolutamente cambiare - e consegnati quelli esatti.
Ma dico: se me li puoi cambiare 'sti accidenti di biglietti perché devi fare tutta 'sta sceneggiata? Sarà mica che anche essere dietro ad un bancone con una tastiera sotto le dita dà un inebriante senso del potere? E che bisogna sempre e comunque citare una fantomatica autorità superiore? Per due biglietti di teatro... mah....
Comunque alla fine anche la morale: "sul biglietto c'è scritto di controllare al momento dell'acquisto"... sì, dovevo controllare io, ma chi l'ha emesso no?
martedì, aprile 17, 2007
20 dischi jazz
Questa è una lista strabica. E mi è costata un'enorme fatica.
Dunque, il "gioco" - involontariamente iniziato da Shakib con un post sul suo bel blog Stelle Cadenti - era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch'io avrei fatto la mia.
Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l'includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che - piacendomi in modo particolare - hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi "top" che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina... e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del "gioco" vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po' ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di "roba" buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)...

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve - 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)
Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto "Pres", ovvero "President") aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio "muscolare", il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can't give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell'ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside - 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)
Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l'aveva confinato, senza - comunque - mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco "difficile" ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l'asimmetria dei temi, per l'esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d'insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic - 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)
Un altro personaggio isolato, un altro genio... sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il "bastardo" (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento - o meglio - li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l'hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell'improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d'insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve - 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)
Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l'Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba - dolce e autorevole allo stesso tempo - si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c'è lo swing, l'amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l'emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che - pur prendendosi importanti momenti solistici - quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l'isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Miles Davis: Kind of blue (Columbia - 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian "Cannonball" Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)
Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l'intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l'importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l'ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l'amore che ho per la sua musica.

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic - 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)
Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell'evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso - come vorrebbe qualcuno - che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le "forme del jazz futuro".
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside - 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)
Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 - così come l'altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l'ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d'auto. L'interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all'inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note - 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)
Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico - supportato in questo dall'innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l'equilibrio di fondo.

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note - 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)
Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz - intelligente e per nulla banale - divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l'attenzione dell'ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all'epoca e - purtroppo per Morgan - divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz "disimpegnato", quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra - vol.2 (Esp disk - 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)
Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando - di fatto - una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth - suonata da un'orchestra quasi in trance - è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un'altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l'astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo - musicale o meno - sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L'approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

John Coltrane: A love supreme (Impulse! - 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)
Senza mezzi termini - perché proprio non ce ne possono essere - questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un'esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo "amore supremo" l'ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall'invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza - Resolution, appunto - con l'energia espressa dal sax e dall'intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l'ascoltai mi misi a piangere travolto dall'intensità emotiva espressa.

Keith Jarrett: Belonging (ECM - 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)
Prima uscita del cosiddetto "quartetto europeo" di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo - algido e siderale - dei sax di Jan Garbarek che, assieme all'accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un'evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata 'Long as you know you're living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM - 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)
Primo disco inciso per l'ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del "quartetto europeo" di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani - tutti di sua composizione - spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l'emozione profonda in ogni brano.

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM - 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)
L'AEoC è una delle formazioni più importanti - e longeve - della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester "doctor" Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell'improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest'ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell'ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master (dedicata a Miles Davis) sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del "secondo quintetto" di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell'AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence - 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)
Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell'arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d'inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l'hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I'm a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records - 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin "Smitty" Smith (b)
Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d'eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes - 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)
Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era "the sound", omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e "proteggere" l'amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall'altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all'amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Brad Mehldau: Songs - the art of the trio, vol.3 (Warner Bros - 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)
Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l'esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau - all'epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà - ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire - For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia - dall'altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche... semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l'avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus - 1998)
Michel Petrucciani (p)
Quello che quest'uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell'incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l'intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti - Looking up, "guardando verso l'alto" che detto da lui assume un significato del tutto particolare - per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch - 1999)
Fred Hersch (p)
Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un'altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l'atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E' successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente "lasciato andare" (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all'esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell'armonia che spiana i contrasti.

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM - 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)
La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d'oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato - e ci è riuscito - con questo suo quintetto dall'impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d'avanguardia.
Per me: questo disco relativamente "giovane" rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all'orizzonte.
Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo... se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del "gioco"...
sabato, aprile 14, 2007
Mai più senza!

Lo voglio, lo voglio, lo voglio!!!
Grazie a Shakib per la segnalazione
(Non pensate che sia sparito... sto lavorando (il lavoro quello vero!) e sto preparando un po' di post lunghi e noiosi!)
domenica, aprile 08, 2007
Windows Live Writer update
Magari giungo tardi - anzi è proprio così! - ma volevo segnalare un aggiornamento del tool di Microsoft per bloggare off-line, Windows Live Writer.
Questa nuova versione è indispensabile per poter continuare a bloggare usando la nuova versione di Blogger. Il download lo trovare qui.
lunedì, aprile 02, 2007
Dico che mi arrendo!
Va bene, mi arrendo! Alzo le mani, faccio sventolare la mia bandiera bianca, ficco la testa sotto la sabbia e lasciando esposta un'altra parte del corpo accetto la resa incondizionata e senza onore. E ho paura che come me lo dovranno fare anche i politici italiani. Sull'argomento DiCo hanno vinto loro, non c'è più storia, non c'è più dialogo. Nulla, tutto è stato raso al suolo in nome della parola di santamadrechiesa, con buona pace del libero pensiero, del libero arbitrio, del relativismo (diocenescampieliberi!). Perché non è poi tanto grave che mons. Bagnasco - successore dell'ineffabile Ruini alla guida della CEI - sia riuscito a paragonare i DiCo alla pedofilia e all'incesto, visto che pare sia stato frainteso (almeno così dice la rettifica e almeno così si spera), certo puzza di proibizione la sua "nota" riservata ai politici cattolici.
La "nota" della CEI, infatti, vincola esplicitamente i politici cattolici all'obbligo di conformarsi alle indicazioni di santamadrechiesa escludendo che sui DiCo si possa usare il principio della libertà di coscienza. Trovo che chiedere a chi è stato eletto dal popolo di agire secondo un principio al di fuori di quelli per i quali i nostri parlamentari sono stati eletti - ovvero quelli della Costituzione, "italiana" a scanso di equivoci - sia aberrante nonché lesivo non solo della dignità dei singoli parlamentari, ma delle Istituzioni stesse. Qui non si vuole impedire alla CEI di esprimere la propria opinione, qui si vuole impedire che questa opinione diventi vincolante all'interno delle libere istituzioni statali, segnando di fatto una gravissima ingerenza vaticana nella politica di uno Stato sovrano.
Una cosa che molti non hanno capito - prime fra tutti proprio le gerarchie - è che lo Stato non deve essere "etico": lo Stato deve garantire i principi di equità sociale per i suoi cittadini, mettere a loro disposizione mezzi e strumenti per promuoverne le potenzialità e punirne i reati, ma senza dare e pretendere alcun giudizio morale.
Perché allora hanno vinto? Perché finché non si capirà questo, finché anche i politici cattolici non si renderanno conto che è alle leggi dello Stato e alla loro libera coscienza che devono sottostare, non sarà possibile uscire da questa impasse che paralizza le istituzioni. Perché poi, alla fine, sappiamo che sono gli elettori - con i loro voti - il problema...
domenica, aprile 01, 2007
Disco del mese
Non è un pesce d'aprile! Per una volta puntuale, ecco il disco per il mese di aprile: Uno di Zeno Gabaglio, ovvero come addentrarsi - pericolosamente - nella mente e nel suono di violoncello ed elettronica. Qui su jazzer









