giovedì, novembre 30, 2006

La solitudine del nuotatore

Arrivi in piscina, scegli la tua corsia, ti tuffi, un brivido di freddo ti attraversa ed inizi a nuotare bracciata dopo bracciata, con un ritmo costante, con una leggerezza che non è tua, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, le cose si stabilizzano, si riducono a due dimensioni, quella delle braccia che cominciano a muoversi in automatico, bracciata, bracciata, bracciata e quella del respiro che richiede aria ma si mette tranquillo perché sa che il suo momento arriverà, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, ecco l'aria che arriva, che riempie il petto, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, avanzi, l'acqua scivola addosso, i rumori attorno a te si confondono in un brusio costante e nello sciabordio tenue delle onde nelle orecchie, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, la meta è lì in fondo, non la vedi, ma sai che arriverà, farai una virata e ce ne sarà un'altra ancora, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, una nuova meta da raggiungere e da doppiare, da aggiungere al numero delle altre, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, ed è a questo punto che la tua mente non deve più pensare al movimento, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, il movimento è dato per acquisito, il tuo corpo oramai sa qual è il prossimo sforzo armonico, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, mentre intorno a te non cè più nessuno la tua mente ora può inseguire i suoi pensieri, nulla che abbia a che vedere con quest'acqua, con questo scivolare, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, la tua mente è libera di suggerirti connessioni logiche metafisiche, di mettere assieme storie, di edificare costruzioni d'aria, sì l'aria, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, è l'aria che ti tiene in vita ed è l'acqua che la vita te la rinnova, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, e sorridi con gli occhi dietro alle tue azzurre lenti convesse, sorridi e il cuore si alleggerisce, bracciata, bracciata, bracciata, respiro, il calore è dentro te ora, lo conservi, lo vivi, lo alimenti dopo ogni bracciata, bracciata, bracciata, respiro finché ecco che il tuo corpo ti avverte, senti i muscoli che fremono, appagati dallo sforzo di fendere quest'acqua, ora la senti la stanchezza e l'indolenzimento di aver pensato troppo e lo sai ora che è il momento di porre fine a questo bracciata, bracciata, bracciata, respiro, di ritornare alla pesantezza del posare il piede in terra, del riconoscerti nuovamente uomo.


mercoledì, novembre 29, 2006

Un piccolo grazie

Dicevo domenica (il post manco ve lo linko che è qui sotto) di Francesco Sullo, di come l'ho conosciuto e del suo disco.
Se volete leggere la storia "dalla sua parte" ecco qui cosa scrive nel suo blog. E vi assicuro - e so di parlare per entrambi - che non si tratta di un semplice scambio di cortesie.


lunedì, novembre 27, 2006

L'highlander brianzolo...

... e il lacchè catanese.

"E' davvero immortale!" dice Scapagnini, il medico curante del nanetto.
E non si sa se faccia più paura questa rivelazione o la pertinace ostinazione con la quale i suoi sudditi si inchinano alla sua maestà in gloria.

domenica, novembre 26, 2006

Francesco Sullo / Cinque canzoni

Qualcuno si chiederà come mai, per una volta, compare sul blog una recensione di un disco, cosa che solitamente è riservata alle pagine del sito. La risposta è semplice: questa non è una recensione di un disco. O almeno non può limitarsi solo a questo.
Per me è qualcosa di più, un incontro, un comune sentire, un'emozione, forse un'amicizia, seppur a distanza. E vale la pena - almeno per me - di raccontarla.
Il tutto nasce il 20 marzo 2005 quando mi arriva una cortese email (no, non ne butto via nemmeno una delle mail interessanti che mi arrivano!) da Francesco Sullo che per una imperscrutabile ragione è passato dal mio sito e per un'altrettanto imperscrutabile ragione mi chiede un parere. Si presenta come cantautore che dalla Calabria si è stabilito a Roma e mi dice di aver inciso dei demo che avrebbe piacere che io ascoltassi. Confesso che all'inizio sono rimasto perplesso - non vi potete immaginare in mezzo alle tante cose buone quali solenni schifezze mi arrivano a volte! - anche se quella vocina che tutti abbiamo dentro mi diceva che il soggetto aveva qualcosa in più.
Dopo qualche giorno mi arriva un CD con 7 canzoni: una folgorazione! Al primo ascolto. Sette brani per sola chitarra acustica e voce di una freschezza e una compiutezza tali da sembrare brani finiti pur nel loro essere acerbi. Brani che sanno dare emozioni vere, che si offrono all'ascolto nella loro nuda essenza, che sanno parlare al cuore con i loro testi profondi, con le loro storie semplici cariche di speranza e malinconie. Il passo di trasformare quelle canzoni in mp3 per portarle sempre con me nel mio lettore è stato breve, brevissimo.
Poi ad agosto Francesco mi manda un nuovo demo - Il lampo nel temporale - sempre con chitarra e voce: ora le canzoni sono 11, alle sette che già conoscevo - comunque tutte in una nuova esecuzione - se ne aggiungono altre quattro; la fascinazione si ripete, le canzoni che già conoscevo ritornano come vecchie amiche che ora si presentano con una veste nuova, ancora più bella. Si sente che Francesco c'ha lavorato sopra, ha levigato le asperità, le ha rese ancora più delle miniature compiute: cantautorato colto, temi profondi affrontati con una benefica leggerezza, suoni che escono dalla chitarra acustica mischiando jazz, delicati ritmi di bossa, intricate trame di arpeggi. Il lampo nel temporale, Nuvola, Prendi tutto, Piccolo amore perduto, Via dei visai, la nuova e bellissima Tempo, sono brani che è difficile dimenticare, difficile che non lascino una traccia indelebile. E, credetemi, non esagero.
Ci siamo poi incontrati con Francesco in maniera un po' avventurosa, ed è stato un incontro che ha confermato molte cose.
Ora, finalmente, esce un nuovo demo, ufficiale questa volta! Si intitola Cinque canzoni (anche se di fatto con la "bonus-track" ce ne sono sei!) e presenta la bella novità che le canzoni sono suonate non solo da Francesco, ma da un vero e proprio gruppo: oltre alla sua chitarra troviamo infatti Giuliano Valori al pianoforte, Gianpaolo Casella alla tromba e flicorno, Paolo Grillo al contrabbasso e Giulio Caneponi alle percussioni, più l'armonica di Fabio Mantegna in La cantina. Così quelle canzoni che già prima mi parevano compiute nella loro semplicità, ora hanno assunto una veste nuova, quella degli schizzi che diventano splendidi disegni.
Il disco si apre con La cantina, brano ancora inedito, sia perché mai pubblicato prima, sia per l'atmosfera davvero particolare: il sound è decisamente quello di certo swing strascicato anni '50 che però si trasforma in uno scoppiettante ritmo nel ritornello, producendo un'alternanza lento/veloce, pieno/vuoto davvero accattivante. E la cantina non è altro che la memoria dove lo stesso cantautore decide di metter via alcune cose (il peso live delle menzogne / la curva piena delle tue orme / il lato acuto della casa) o di buttarle via (butterò via / tutto ciò che afferro e faccio mio). Belli gli interventi dell'armonica di Mantegna.
Si prosegue con Lettera da qui, dolorosa lettera di un militare da uno qualunque dei tanti fronti di guerra che insozzano il nostro mondo. Rispetto alla versione che conoscevo, Francesco ne ha abbondantemente rimaneggiato il testo rendendolo meno esplicito, molto più evocativo che descrittivo, ma lasciando intatto il ritornello senza speranza (credimi non posso più tornare / troppe cose sono andate e non tornano più / credimi non posso più tornare / troppe cose sono andate non ci sono più); dal punto di vista musicale è molto appropriato al testo il lavoro ai timpani di Caneponi che crea un tappeto sonoro per la chitarra acustica e la voce.
Il lampo nel temporale è una vecchia conoscenza, come le prossime due canzoni: racconta dell'incontro con un barbone, dei suoi sogni, delle sue passioni e lo fa senza retorica (siamo la guerra in fondo ad ogni pace / siamo le scorie della storia, l'anima rapace) con disincanto e con un viva energia. Buono il feeling della band, il suono pieno del contrabbasso, gli incisi della tromba, sicura e convicente la voce di Francesco. La successiva Prendi tutto è la canzone che più delle altre si è arricchita musicalmente in questa nuova versione: ottimo il pianoforte, altrettanto bella la tromba che si intrecciano in un ritmo piacevolmente movimentato ed insolito per raccontare - con un testo particolarmente poetico - di una storia d'amore finita, di speranze infrante. Anna mia chiude la parte "ufficiale" del disco con una delicata atmosfera jazzy con tanto di spazzole, una ballad persa nei ricordi di un vecchio che guarda la gente passare davanti alla sua finestra (tocco con gli occhi la ricchezza / che ognuna ignora e butta via / vedo la luce della bellezza / che lascia il passo alla malinconia). C'è ancora tempo per Un balordo, stupendo e sofferto brano per sola chitarra e voce in cui l'interpretazione di Francesco si fa parecchio toccante raccontando la storia di uno dei tanti barboni delle nostre città. E commuove la voce e la sofferenza con la quale il testo viene a galla (Anche la merda nei campi ha ricordi e / ricordi io ne ho / Anche la merda ha dei sogni, io credo, ma / sogni non ne ho) lasciando l'ascoltatore con il desiderio che questa musica, questo disco non debbano finire.
Per una volta fidatevi di me: questo disco, queste cinque, anzi sei canzoni dovete proprio ascoltarle, per la poesia intensa che esprimono, per l'originalità e soprattutto per la loro bellezza. E siccome Francesco (lui, non io) è un generoso non occorre neppure ordinare il disco - anche se, ne sono certo, la cosa gli farebbe molto piacere! - ma le potete ascoltare direttamente in stream da questa pagina del suo sito da dove è possibile anche leggere i testi e scaricare gli mp3; i venticinque minuti che vi serviranno per l'ascolto vi ripagheranno senza alcun dubbio. Garantito.


giovedì, novembre 23, 2006

Nausea elettorale

Quando si rimesta nel torbido qualcosa viene sempre a galla. Peggio: quel "qualcosa" è solitamente la feccia. E lo sappiamo, a nessuno la feccia piace mandarla giù tranquillamente. A cosa mi riferisco? Ma sì, l'avete capito anche voi: domani esce con Diario di Enrico Deaglio il DVD con il film Uccidete la democrazia di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio con la regia di Ruben H. Oliva che racconta i misteri della notte elettorale del 10 aprile 2006 quando l'andamento "strano" dei voti ha indotto molti a pensare che fossero successe cose non proprio chiare. Diciamo pure dei brogli.
Se sono vere le cose asserite nel film e se è vero quello che si dice in giro cioè che la Presidenza del Consiglio aveva pronto un decreto per far sospendere il conteggio dei voti, ci troviamo di fronte ad un tentativo di golpe bello e buono. Ovviamente a destra si smentisce e a sinistra si tace. Significativo, però, che la Magistratura abbia aperto un'indagine, che - ne sono sufficientemente certo - non porterà assolutamente a nulla.
Tutto tace nella democrazia più privata e remunerativa del mondo, quella che a sette mesi dalle elezioni deve ancora dare il conteggio ufficiale dei voti, quella in cui non si lesinano le carriolate di sabbia a coprire i quintali di merda che altrimenti fuoriuscirebbero a spazzare via un'intera classe politica. La democrazia dove è tragicamente vero che "non importa chi vota, ma chi conta i voti". Prepariamoci un catino... mi sa che ne avremo bisogno.


martedì, novembre 21, 2006

Polpi, anzi piovre...

Neanche il tempo di aprire uno spumantino, e il nano ha ritrattato tutto. "Me ne vado" - ha detto - "l'Italia non mi merita" sembrava voler dire. Ora invece ritratta tutto (anche se Libero smentisce la smentita) e anzi si lancia nel solito delirio di onnipotenza. Ma come? Non lo sanno quelli di Libero che coloro che hanno assaggiato il potere non lo mollano certo così facilmente? Non lo sanno che si comportano come le piovre che, da simpatici animaletti quali sono, quando hanno la preda tra i propri tentacoli la tengono ben stretta fino a soffocarla? Tutti, indistintamente.


domenica, novembre 19, 2006

John Coltrane for dummies

"Non so esattamente ciò che sto cercando, qualcosa che non è stato ancora suonato. [...] So che lo sentirò nel momento in cui me ne impossesserò, ma anche allora continuerò a cercare ", questa frase di Coltrane, riportata in uno dei suoi dischi, credo possa riassumere perfettamente quella che è stato il suo approccio alla materia musicale. Infatti, più di Davis, di Parker, di Braxton, di Mingus, Coltrane rappresenta il musicista in costante, meticolosa, spasmodica ricerca, e non una ricerca che coinvolge solo la questione stilistica, ma un cammino spirituale per fare con la musica e della musica uno strumento di conoscenza e di arricchimento interiore. Ecco perché è difficile parlare di Coltrane e perché ho impiegato parecchio prima di farlo, soprattutto nell'ottica "dummies "; difficile fermarsi solo al fattore musicale, ancora più difficile scindere la sua musica dalla sua vita.
John William Coltrane nasce il 23 settembre 1926 ad Hamlet nella Carolina del Nord, vicino alla cittadina di High Point dove il futuro "Trane" (come verrà in seguito soprannominato) trascorre un'infanzia tranquilla con i genitori e "cousin" Mary che ricorda John come un bambino introverso e riflessivo, elementi caratteriali che rimarranno in seguito immutati. L'interesse per la musica arriva fin in giovane età influenzato dal padre musicista dilettante e dal fatto che la madre cantava nel coro metodista della chiesa del nonno; John, che è stonato, prova dapprima il flicorno, poi il clarinetto, infine si avvicina al sax contralto in seguito all'ascolto di Johnny Hodges.
Dopo il diploma si trasferisce a Philadelphia per cercare un lavoro e per perfezionarsi nello strumento e sarà sempre in quella città che - svolto il servizio militare alle Hawaii nella banda della Marina - nel 1945 inizierà a suonare nei club accettando qualsiasi ingaggio gli venisse proposto. Profondamente influenzato da Charlie Parker, ma anche dal rhythm and blues John decide di passare al sax tenore - più adatto al genere - anche se gli ingaggi, forse proprio a causa del suo carattere chiuso, sono sempre saltuari e frammentati: lo troviamo con Joe Webb, con Eddie Vinson, con i fratelli Heath, con Howard McGee, con Dizzy Gillespie con il sestetto del quale nel 1951 entra per la prima volta in sala d'incisione. La situazione resta precaria almeno fino al 1955 quando Coltrane incontra un musicista tra i più lontani da lui a livello caratteriale e musicale, ovvero Miles Davis con il cui quintetto e sestetto - pur non dimostrando ancora a pieno le sue capacità di improvvisatore - ha inciso pagine memorabili nella storia del jazz e della musica facendo sfoggio di una qualità tecnica impressionante, dischi dei quali è doveroso almeno citare i titoli: per la Prestige la "serie" Workin', Steamin', Cookin' e Relaxin' e per la Columbia 'Round about midnight, Milestones, fino al fondamentale Kind of blue.
Se il 1955 rappresenta una data importante per un incontro, il 1957 è altrettanto importante per un abbandono: Coltrane decide di disintossicarsi dall'eroina della quale qualche anno prima era divenuto dipendente e che gli causava sempre più problemi nel lavoro: ci riesce - come Davis - grazie al metodo "cold turkey" e alla ricerca spirituale che l'aveva portato ad avvicinarsi all'Islam non senza l'aiuto della prima moglie Naima. Nel frattempo, la notorietà acquisita con Davis ha dato i suoi frutti che si concretizzano proprio nel 1957 con una prima registrazione a proprio nome (Dakar) che sarà l'inizio di una lunga serie di dischi nei quali è possibile seguire un percorso di quella ricerca caratterizzante di cui dicevo in precedenza. Oltre al sodalizio con Davis, bisogna senz'altro accennare alle collaborazioni con altri grandi del jazz come Mal Waldron, Kenny Burrell, Red Garland e soprattutto con Thelonious Monk, collaborazione importantissima per il suo sviluppo musicale, della quale - purtroppo - restano un pugno di registrazioni, non ultima la recente scoperta At Carnegie Hall.
In questa nota voglio circoscrivere la mia analisi ai dischi usciti a nome del saxofonista e, pur essendoci davvero tanti suoi dischi importanti e degni di menzione, voglio limitarmi - come sempre ho fatto con le altre schede "for dummies" - ad elencare solo quelli che reputo indispensabili per capire il musicista e per testimoniare la sua evoluzione musicale, lasciando l'approfondimento a chi ne avesse intenzione.

Blue train

Blue train (Blue Note - 1957)
con: Lee Morgan (tr), Curtis Fuller (tmb), Kenny Drew (p), Paul Chambers (c), Philly Joe Jones (b)

L'esplorazione del mondo musicale di Coltrane non può che partire da questo disco che - seppur presentando qualche piccola imperfezione - si distingue particolarmente tra la sua produzione del periodo. Il saxofonista sta suonando e riscuotendo finalmente consensi con il gruppo di Davis, ma sta anche iniziando a sperimentare una strada personale che ben presto lo porterà a risultati davvero lontanissimi per concezione armonica e tematica. Qui l'impianto è sostanzialmente hard-bop, a partire proprio dalla formazione comprendente tre fiati e dai cinque brani - tutti scritti dal leader eccetto uno - fortemente permeati dal blues. Il disco si apre in modo perentorio e spettacolare con la title-track nella quale il tema è esposto all'unisono da sax e tromba ai quali si aggiunge il trombone nella seconda strofa per aumentarne l'intensità sonora e timbrica, ad esso segue un assolo di Coltrane di una fluidità strepitosa e lo squillante blues di Morgan. Da ricordare anche l'assolo di Kenny Drew particolarmente ispirato. Moment's notice e Locomotion sono ancora due blues presi ad un tempo velocissimo - soprattutto il secondo - dove il leader può espandere le sue idee innovative e dove i compagni non sfigurano, sia per gli interventi individuali sia per la notevole coesione di gruppo. I'm old fashioned è una vecchia ballad di Kern e Mercer: il ritmo rallenta e Trane può sfoggiare tutta la liricità del suo tenore in un assolo toccante seguito da quello di Fuller e dall'ottimo Drew. Lazy bird , brano dalla scintillante dinamica, chiude più che degnamente un disco che rappresenta un punto di riferimento non solo per il suo autore, ma per un certo modo di concepire e suonare il jazz.

Giant steps

Giant steps (Atlantic - 1959)
con: Tommy Flanagan (p), Cedar Walton (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b) Lex Humphries (b), Art Taylor (b)

Coltrane ora fa decisamente sul serio! Qui non si indugia più, i "passi da gigante" sono arrivati e si sentono in tutta la loro novità e prorompente energia. Trane dopo una piccola pausa è nuovamente con il gruppo di Davis ed è proprio con lui che mette a punto una delle rivoluzioni copernicane del jazz, ovvero l'improvvisazione modale che avrà il suo primo fulgido esempio in Kind of blue. Ma - come si diceva - il saxofonista è sempre in perenne, spasmodica ricerca della sua cifra espressiva che a questo punto del suo cammino si concretizza con quelle che il critico Ira Gitler ha chiamato "sheets of sounds" ("cortine di suoni"), ovvero delle lunghe note legate ottenute usando armonici e poli-toni particolari che emergono dal flusso dell'improvvisazione modale solitamente costruita su trame piuttosto intricate. Trane riesce quindi ad ottenere una pressochè assoluta libertà armonica utilizzando un impianto formale del tutto svincolato da accordi, riuscendo ad imporre salti di ottave prima impensabili, così che i "passi da gigante" non sono solo quelli da lui fatti nell'evoluzione stilistica, ma anche quelli di tonalità che riesce ad ottenere. All'epoca Coltane non ha ancora un gruppo fisso e per le registrazioni di questo disco - effettuate in quartetto nelle quattro sessioni del 26 marzo, 4/5 maggio e 2 dicembre 1959 - si avvale di una serie di ottimi collaboratori che si alternano lungo le sette tracce (quasi tutte con le relative "alternate track" nell'edizione in CD) caratterizzate da una spiccata dinamica. I brani, tutti scritti dal leader, sono tempi veloci: Giant steps (che ha generato non pochi problemi agli accompagnatori, in primis a Flanagan che non è certo l'ultimo arrivato!), il blues Cousin Mary, Countdown, Mr P.C. (dedicata a Paul Chambers) sono davvero presi ad un ritmo indiavolato che non impedisce a Trane di sfoggiare un controllo dello strumento ed una foga mai sentiti prima. Assolutamente da citare la splendida Naima , unica ballad del disco risolta con una purezza melodica commovente, che completa un disco capolavoro che rappresenta una sorta di cardine tra il bop e le forme più libere.

My favorite things

My favorite things (Atlantic - 1960)
con: McCoy Tyner (p), Steve Davis (c), Elvin Jones (b)

Quattro brani, quattro standard per un disco storico, sorta di compendio di improvvisazione inciso con 3/4 di quello che sarà il suo quartetto storico; l'anima fortemente ritmica e percussiva che gli è propria prende le mosse dal drumming potente ed innovativo di Elvin Jones che è di continuo stimolo per il saxofonista, e si completa nel pianismo del giovanissimo McCoy Tyner - fino a quel momento non particolarmente conosciuto - che ha un approccio allo strumento molto dinamico e percussivo, con la ripetizione di voicing e di rapide cascate di note. Ulteriore novità è la riscoperta e l'utilizzo da parte di Trane del sax soprano che all'epoca era di fatto uno strumento caduto un po' in disuso. Si parte dal pezzo forte, ovvero My favorite things , valzer di Rodgers e Hammerstein che Coltrane al sax soprano letteralmente scompone e ricompone a piacere, utilizzandone il tema dalla fragranza orientale come una sorta di mantra ripetuto con ipnotica ossessione, mentre Tyner sostiene il leader con blocchi granitici di accordi e l'improvvisazione si fa sempre più complicata ed avvolgente. Questo brano resterà una specie di marchio di fabbrica del saxofonista tanto che continuerà a riproporlo nei sui concerti, fino a trasfigurarlo e renderlo irriconoscibile come si può ascoltare nell'ultima performance di The Olatunji concert. In Everytime we say goodbye è lo spiccato senso melodico che emerge: Coltrane - sempre al soprano - e ancor più Tyner danno una magistrale prova di lirismo e anche Jones raffedda la sua batteria con un gioco di spazzole. Completano l'album due brani di Gershwin,Summertime che assume una vena decisamente drammatica nel tenore del leader e nel lavoro di Tyner e una solida versione di But not for me. Dalle stesse sedute di registrazione sono stati tratti altri due dischi importanti che vale la pena di ricordare: Coltrane plays the blues e soprattutto Coltrane's sound con una dolcissima Central Park West e una versione di Body and soul da brividi, grazie soprattutto ad uno splendido Tyner.

Africa/Brass sessions

The complete Africa/Brass sessions (Impulse! - 1961)
con McCoy Tyner (p), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b)

Dopo un tour in Scandinavia effettuato nel marzo 1960, Coltrane lascia definitivamente il quintetto di Davis e decide di dedicarsi esclusivamente ai propri progetti, chiudendo di fatto le collaborazioni esterne ad essi (fanno eccezione il disco con Duke Ellington e quello con Johnny Hartman). Nucleo fondamentale tra tutti questi è il "classic quartet" che avrà sistemazione definitiva solo nel 1962 quando a Tyner e Jones si unirà Jimmy Garrison che prenderà il posto che prima è stato di Art Davis e Reggie Workman. Spesso al quartetto si aggiungono altri musicisti come capita in questo Africa/Brass - in origine due LP separati, ma che nella riedizione sono stati uniti in un doppio CD - nella quale è presente un'intera sezione orchestrale d'ottoni (con musicisti del calibro di Booker Little, Freddie Hubbard, Julius Watkins, Pat Patrick) diretta da Eric Dolphy, che rappresenta un caso unico nella produzione di Trane. Oltre a questo, Africa/Brass va ricordato sia perché è il primo disco nel quale si concretizza la collaborazione di Coltrane con Dolphy, geniale alto-saxofonista e basso-clarinettista che si è occupato degli arrangiamenti, e sia perché è il primo disco per la Impulse!, etichetta particolarmente attiva nel free-jazz e nell'avanguardia che il saxofonista non lascerà più. Il punto di forza del disco - registrato in due sessioni - sta proprio nella dimensione orchestrale che dona una tonalità quasi epica al sax del leader che è l'unico fiato che prende gli assoli; i brani più rappresentativi sono senza dubbio il tradizionale Greensleeves (presente in due versioni) dove il soprano è libero di giocare con la melodia conferendole particolare drammaticità, Song of the underground railroad con una complessa orchestrazione, un'imperioso assolo del tenore e un convincente Tyner. Africa (3 versioni dal diverso timbro orchestrale) è una lunga suite carica di intensità e magia con l'orchestra splendidamente diretta da Dolphy che avvolge e sostiene un sax quantomai sciamanicamente evocatore.

Olé Coltrane

Olé Coltrane (Atlantic - 1962)
con: Eric Dolphy (fl, sa), Freddie Hubbard (tr), McCoy Tyner (p), Art Davis (c), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b)

Prima di incidere in esclusiva per la Impulse!, Coltrane doveva adempiere ad un ultimo impegno contrattuale per l'Atlantic, così in una sessione - della quale non fu mai soddisfatto - registrò questo ultimo disco per la vecchia etichetta che rappresenta una sorta di immersione in quella che è la musica spagnola e un viaggio alle origini africane proprie e della propria musica. Un'esplorazione che lo porterà a mettere in relazione le costruzioni modali delle canzoni iberiche con la musica tradizionale africana, ottenendone una sorta di sintesi creativa. La formazione di base è ancora il quartetto - con Coltrane alternativamente al soprano e al tenore - al quale si aggiungono Eric Dolphy, particolarmente incisivo al flauto, e il trombettista Freddie Hubbard. I brani sono quattro, piuttosto lunghi ed articolati: Olé deriva da un canto della rivoluzione spagnola (Venga Vallejo) e con esso Trane compie un'operazione simile a quella fatta con Greensleeves e My favorite things, ovvero una scomposizione della melodia in nuclei tematici da sviluppare e reiterare a piacere in una lunga improvvisazione ipnotica. Da segnalare l'ottima interazione dei due contrabbassi. La matrice africana è maggiormente presente in Dahomey dance, nella quale spicca la complessa improvvisazione del contralto di Dolphy in risposta ad un'altrettanto granitica digressione del leader. Completano il disco Aisha (la moglie di Tyner), dolcissimo tema scritto da Tyner quasi a citare la Naima coltraniana, e la bonus-track (presente nel CD e non nell'LP originale) To her ladyship, una lirica ballad nella quale si possono ascoltare i pregevoli assoli dei vari componenti della band.

Impressions

Impressions (Impulse! - 1963)
con: Eric Dolphy (clb), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b), Roy Haynes (b)

A questo punto della storia discografica di Coltrane molto probabilmente un critico "serio" indicherebbe il Live at the Village Vanguard - nella sua versione base o in quella allargata "The master takes" - o, addirittura, il cofanetto The complete 1961 Village Vanguard recordings , tutti dischi bellissimi e contenenti materiale importante. Io, anche in un'ottica "dummies", mi permetto invece di segnalare questo disco che rappresenta una sorta di anomalia visto che contiene sia materiale dal vivo (proprio da quelle registrazioni nel famoso club newyorkese), sia materiale in studio reperibile in altri dischi. Gli anni che vanno dal 1961 al 1963, infatti, sono per Trane un periodo molto frenetico di registrazioni in studio e di tournée: tra queste, le già citate 5 serate al Vanguard e quelle del Live at Birdland, la presenza al festival jazz di Newport nel 1963, i concerti in Europa ben documentati da un confanetto della Pablo (Live Trane: the European tours) o dall'ottimo Afro Blue impressions (sempre Pablo). Impressions, quindi, può servire per offrire un piccolo spaccato dell'arte di Coltrane di quel periodo. Si parte con India, brano dilatato di evidente ispirazione orientale costruito praticamente su un unico pedale, dove il leader impressiona per un torrenziale assolo ipnotico al soprano (attenzione ai sovracuti!) che si intereccia con il lugubre clarinetto basso di Dolphy. Seguono Up 'gainst the wall, un breve blues - suonato praticamente senza il pianoforte - nel quale Trane dà una dimostrazione di sintesi straordinaria e Impressions, un altro lungo pezzo dal vivo dal tempo velocissimo nel quale, anche qui, Tyner esce di scena durante il tellurico assolo del leader che è supportato solo da una ritmica incalzante. Chiude il disco una delle più belle ballad a firma di Trane - After the rain - gemma impressionistica di rara bellezza e purezza, quasi sospesa nel tempo.

A love supreme

A love supreme (Impulse! - 1964)
con: McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un ringraziamento verso il Creatore che con il suo "amore supremo" l'ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. "The universe has many wonders. God is all." recita uno dei versi della poesia scritta da Coltrane e riportata nella copertina, e questo abbandono in Dio si percepisce perfettamente nel completo abbandono del saxofonista - e del quartetto intero - alla musica, alla sua forza rigeneratrice, alla sua capacità rinvigorente. Dio è in tutto, anche nel susseguirsi delle note dall'intensissima tensione trascendentale. Inutile descrivere nei minimi particolari quella che prima di essere un'opera musicale è un'esperienza mistica, A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall'invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento che eleva a livelli eterei senza tempo fino a sfociare in quel mantra ripetuto "a love supreme, a love supreme, a love supreme" che fa capire senza alcun dubbio che Coltrane in quel momento sta pregando. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza - Resolution, appunto - con l'energia espressa dal sax e dall'intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti. A love supreme rappresenta di fatto un punto d'arrivo e uno di partenza: arrivo perché mai più la spiritualità di Coltrane raggiungerà su disco questo altissimo livello, di partenza perché chiude una pagina importante del cammino artistico ed espressivo del saxofonista.
Una nota tecnica: nel 2002 la Impulse! ha dato alle stampe una riedizione del disco dal buon valore documentale, comprendente la suite originale, la stessa integralmente suonata dal vivo a Juan-les-Pins il 26/07/65 e una versione alternativa in studio che in Acknowledgement vede suonare anche Archie Shepp e Art Davis.

The major works of John Coltrane

The major works of John Coltrane (Impulse! - 1965)
con: McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b) Archie Shepp (st, perc), Pharoah Sanders (st, perc), John Tchicai (sa), Marion Brown (sa), Freddie Hubbard (t), Dewey Johnson (t), Art Davis (c), Donald Garrett (clb, c, perc), Joe Brazil (fl, perc), Frank Butler (b, perc), Juno Lewis (perc, voc)

La "cosa nuova" del jazz era sbocciata già alcuni anni prima con le esperienze di Cecil Taylor e di Ornette Coleman che con i suoi primi dischi - soprattutto The shape of jazz to come e la seduta fiume di Free  jazz - e la loro musica intensa e difficile avevano aperto nuove prospettive per la musica afro-americana, non senza incontrare la violenta opposizione della critica. Vale la pena di ricordare che la libertà del free-jazz non risiede nella totale improvvisazione - visto che anch'esso segue le proprie regole - ma in una sostanziale autonomia nei passaggi tonali ed armonici e in una ricerca ossessiva delle dissonanze. E poi il free-jazz non è solo un movimento musicale, ma un più ampio fenomeno sociale e politico teso al riconoscimento della cultura nera. Coltrane vi aderì solo in un secondo momento e lo fece proprio con il primo monumentale lavoro presente in questo disco: il 28 giugno '65 raccoglie attorno al suo abituale quartetto alcuni dei musicisti più "arrabbiati" del momento (Shepp, Sanders, Tchicai, Brown, Hubbard, Johnson e Art Davis) ed incide le due versioni di Ascension. Si tratta di un brano di circa 40 minuti, una magma ribollente e febbrile che aggredisce l'ascoltatore con tutta la potenza sonora ed espressiva che possono dare 11 musicisti in un'improvvisazione collettiva, sviluppata da un'unica linea melodica in un costante crescendo dal quale emergono a turno le voci individuali. Un ascolto che lascia senza fiato, un grido che non è più di una preghiera, ma un desiderio profondo di affermazione della propria libertà, un'esperienza che toccherà profondamente Coltrane, tanto da cambiarne per sempre la musica. Sullo stesso stile gli altri brani: Om, registrato alcuni mesi più tardi, è sviluppato sullo stesso tenore di Ascension, ma qui - come suggerisce il titolo - ritorna la spiritualità di Coltrane ben evidente dall'invocazione iniziale, Kulu se mama, è un brano dalle forti componenti africane dove un gruppo particolarmente ricco di percussioni si raccoglie attorno allo sciamano Juno Lewis in una sorta di rito ancestrale. Chiude il doppio CD Selflessness, ottimo duetto tra i due tenori del leader e di Sanders e la sezione ritmica allargata.

Meditations

Meditations (Impulse! - 1966)
con Pharoah Sanders (st, perc), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b), Rashied Ali (b)

Dopo l'esperienza di Ascension la musica di Coltrane non è più la stessa: l'aver abbracciato il free , ennesimo passo avanti nel suo percorso esplorativo, gli ha fatto piovere contro molte critiche, ma personalmente gli ha aperto delle dimensioni inesplorate che comportano spesso un alto contenuto d'inquietudine, come è facile riscontrare tra le ultime opere del saxofonista di Hamlet tra le quali Meditations occupa un posto particolarmente significativo. Coltrane con il quartetto aveva inciso la suite Meditations nel settembre 1965 ma non ne era rimasto soddisfatto, così ritorna in studio un paio di mesi dopo e la reincide aggiungendo il sax tenore di Pharoah Sanders e la seconda batteria di Rashied Ali, presenze che comportano un notevole ispessimento delle trame sonore. La partenza è subito deflagrante: The Father and the Son and the Holy Ghost è un muro sonoro invalicabile con le due batterie che forniscono un tappeto percussivo su cui i due saxofoni lanciano grida paurose; non ci sono punti di riferimento, tutto è al centro e allo stesso tempo alla periferia, tutto si interseca in un'orgia di suoni che stordisce. Ci vuole Compassion, con la sua melodia più aperta, per pacificare un po' gli animi: da incorniciare l'assolo di Tyner che - finalmente - emerge nell'ammasso sonoro. Love si apre con un meditativo assolo di Garrison ma si percepisce il fremere dei colleghi che aspettano di scatenarsi nuovamente; Consequences è ancora parossisimo sonoro nel quale le dissonanze prodotte dai sax sono particolarmente accese e sarà Tyner a raffreddare gli animi con il finale Serenity in un procedere per contrasti particolarmente pungente.

Expressions

Expression (Impulse! - 1967)
con Pharoah Sanders (ottavino, tamburino), Alice Coltrane (p), Jimmy Garrison (c), Rashied Ali (b)

Dal 1966 l'attività concertistica e in studio di Coltrane si è molto affievolita: Trane sta male e, secondo le testimonianze, parla sempre più spesso della propria morte come prossima. Inoltre la sua diffidenza verso i medici e - forse - la sua adesione alle filosofie orientali lo portano ad accettare la fine incombente con un senso di rassegnazione verso il destino. Questa nuova sensibilità si ripercuote anche sulla sua musica che - anche in virtù del continuo processo di evoluzione che non si è mai sopito - assume un altro aspetto: senza rinnegarne la matrice free, Coltrane conduce il suo sax verso una dimensione ancora ignota dove abbandona gran parte della sua esuberanza selvaggia per tornare a concentrarsi sull'intensità speculativa. Un buon esempio di tutto questo lo si può trovare in questo Expression - ultima registrazione in studio del saxofonista - nel quale è particolarmente evidente questo processo di ripensamento. Il famoso "classic quartet" è oramai un ricordo: resta il contrabbasso di Jimmy Garrison, Tyner se n'è andato e il suo posto l'ha preso la moglie di Coltrane, Alice, mentre dietro la batteria che fu di Jones siede Rashied Ali; altra figura sempre presente accanto all'ultimo Trane è Pharoah Sanders che qui possiamo ascoltare in un solo brano e all'ottavino. Expression inizia con uno dei brani più emozionanti di sempre scaturiti dal tenore di Coltrane: la dolente melodia di Ogunde dura solo 3 minuti e mezzo ma è intensissimo il pathos che riesce ad esprimere, grazie anche all'ottimo accompagnamento della sezione ritmica. Il brano successivo - To be - ha un andamento meditativo e grazie al flauto del leader e l'ottavino di Sanders conduce in una dimensione atemporale. Offering presenta nuovamente una delle improvvisazioni-fiume di Coltrane dalla tensione quasi palpabile, mentre la conclusiva Expression è più liricamente serena ma si percepisce la fatica di trattenere la tensione che si libera nel secondo assolo del leader. Molto bello l'assolo di Alice che dimostra di aver mandato a memoria la lezione di Tyner. Chiude il disco la bonus-track Number one, praticamente un lungo assolo in progressione del leader.
Coltrane morirà a 41 anni per un cancro al fegato il 17 luglio 1967, poco dopo aver concluso queste registrazioni; lascia - oltre ad una discografia di altissimo livello, dimostrazione di 10 anni di lavoro intensissimo e febbrile - un vuoto incolmabile nella storia del jazz e la viva curiosità di sapere dove sarebbe potuto arrivare con la sua ricerca. John Coltrane vive ora nei suoi dischi e nello stuolo di saxofonisti che continuano a trarre ispirazione dal suo lavoro.


sabato, novembre 18, 2006

Come fare la cacca in un bagno pubblico e sopravvivere per poterlo raccontare

... argomento troppo trash? No dai, che è capitato a tutti. Grazie a Haldir ho trovato questo esilarante post di LifeHacks relativo allo scottante argomento del titolo.
Cos'è Lifehacks? Semplicemente un sito che offre piccole soluzioni pratiche per i piccoli (e grandi) problemi quotidiani per diminuire lo stress... niente male. Fateci un giro che merita.

giovedì, novembre 16, 2006

Dischi in pillole

Su Jazzer due nuovi dischi in pillole: Voice in the night del quartetto di Charles Lloyd e 9505, ottima raccolta dei Tiromancino.

Una canzone per oggi

... e pure in italiano...

Tiromancino: Per me è importante

Le incomprensioni sono così strane
sarebbe meglio evitarle sempre
per non rischiare di aver ragione
ché la ragione non sempre serve.
Domani invece devo ripartire
mi aspetta un altro viaggio,
e sembrerà come senza fine
ma guarderò il paesaggio...

Sono lontano e mi torni in mente
t’immagino parlare con la gente...

Il mio pensiero vola verso te
per raggiungere le immagini
scolpite ormai nella coscienza
come indelebili emozioni
che non posso più scordare
e il pensiero andrà a cercare
tutte le volte che ti sentirò distante
tutte le volte che ti vorrei parlare
per dirti ancora
che sei solo tu la cosa
che per me è importante...

Mi piace raccontarti sempre
quello che mi succede,
le mie parole diventano nelle tue mani
forme nuove colorate,
note profonde mai ascoltate
di una musica sempre più dolce
o il suono di una sirena
perduta e lontana.

Mi sembrerà di viaggiare io e te
con la stessa valigia in due
dividendo tutto sempre.
Normalmente....


mercoledì, novembre 15, 2006

Il treno degli sfaceli

Le ferrovie sono sull'orlo del fallimento.
Da un'analisi di bilancio risulta che ci sono perdite pari a 1022 milioni di euro nei primi 6 mesi del 2006, cioè qualcosa come 5,5 milioni di euro al giorno. Non male no?
Da molte parti ci si scandalizza per la liquidazione milionaria (in euro) ricevuta da Elio Catania. Ma cosa volete che siano 7 milioni di euro (sì, questa è la cifra intascata): appena un giorno di deficit! Eh, ci vuole ben altro. Del resto il buon Catania, da ex-manager IBM, cosa volete che facesse in questi due anni di lavoro? Cosa volete che ci capisca di treni? Intanto è riuscito ad imparare come si chiude la porta della latr... scusate, della ritirata di un Eurostar. Mica roba da poco.
Ah, voi dite che i suoi 14 miliardi di vecchie lirette per due anni scarsi di "lavoro" se li è guadagnati tutti... come? Ah ecco, il suo lavoro era portare Trenitalia allo sfacelo. OK, allora è tutto chiaro.
Tanto poi interviene lo Stato... come dite? Sì, noi. Certo è chi se no!

martedì, novembre 14, 2006

Come gli zombie

... questi ritorneranno pure dopo morti!

Leggete qui cosa scrive Sebastiano Messina su Repubblica (e prendo l'articolo dal mio amico Lupo):



sabato, novembre 11, 2006

Disco del mese

Con un ritardo consistente dovuto ad impegni lavorativi pubblico solo ora il disco del mese: Sol29 dei Nosound. Qui, su Jazzer.
Italiani. Vi sorprenderanno!

Contro lo sfratto di Hybrida

A Tarcento (Udine) c'è un Centro Culturale di arti e comunicazioni contemporanee che rischia di chiudere per colpa di beghe politiche. Nel centro opera l'associazione Hybrida che organizza mostre, concerti, workshop, eventi teatrali in una realtà molto particolare come quella del Friuli e sarebbe davvero un peccato che dovesse chiudere perché a qualcuno la cultura dà fastidio.
Aiutiamo Hybrida a non chiudere, magari con un gesto semplice semplice come quello di firmare una petizione on-line. Lo so, forse queste sono iniziative che non portano a nulla, ma io sono contento di essere tra gli attuali oltre 500 firmatari. Sta a voi far sì che questo numero aumenti.
Cliccate qui per capire la situazione e qui per firmare la petizione.

venerdì, novembre 10, 2006

Le invasioni barbariche

"Ho sempre vissuto sopra i duemila metri. Ci sono meno imbecilli sopra i duemila metri che al livello del mare."

Mauro Corona, rispondendo a Daria Bignardi che gli chiedeva quale isola preferiva.

domenica, novembre 05, 2006

Io? Non pago di leggere!

Raccolgo dal mio amico Qwezxc (sì, un nome più normale ce l'ha!) l'invito ad aderire alla campagna "Non pago di leggere" contro la normativa europea che obbliga le biblioteche italiane a far pagare il prestito dei libri che, sacrosantamente (si può dire "sacrosantamente"?), finora era gratis.
Quella che dovrebbe apparire come una tutela del diritto d'autore, di fatto è una sorta di "tassa sulla cultura" che io - e non solo io per fortuna - trovo iniqua e discriminante.
In questo post di Qwezxc trovate tutto spiegato al meglio e seguendo questo link potete aderire anche voi alla campagna.


sabato, novembre 04, 2006

Piano-solo DOC

Intensa attività concertistica in questi tempi... qui su Jazzer un resconto del concerto solitario di Brad Mehldau di giovedì scorso a Treviso.

mercoledì, novembre 01, 2006

Kenny Barron live

Su Jazzer un resconto con un po' di foto del concerto del concerto del trio di Kenny Barron di lunedì sera al Panic di Marostica.


E domani sera mi "tocca" il piano-solo di Brad Mehldau!!!
Periodaccio questo eh? :-)

------------------------------
- Nisi casto tantum cauto -