giovedì, settembre 28, 2006
Della dolce morte...
L'eutanasia è un tema delicato che periodicamente ritorna alla visibilità presso l'opinione pubblica (ammesso che ne esista ancora una); era successo l'anno scorso con il caso - completamente diverso - di Terri Schiavo, succede ora con Piergiorgio Welby, co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni. La vicenda è nota, Welby scrive al Presidente Napolitano una lettera (leggetela, ne vale la pena) lucida, tragica, appassionata e disperante ma non disperata, mettendo in evidenza - in brutale evidenza - come la sua attuale condizione totalmente in mano alle macchine non abbia neppure lontanamente la parvenza di vita.
Quello che solitamente mi dà fastidio in questi casi sono i dibattiti circa i provvedimenti, le leggi da adottare. Primo perché non portano mai a nulla, considerando che ognuno se ne va con la stessa identica posizione con cui è venuto, secondo perché solitamente sono fatti - appositamente? - da coloro i quali non hanno alcun potere decisionale. E mi sono particolarmente odiosi i dibattiti a cui prendono parte esponenti della Chiesa cattolica. Perché odiosi? Perché da qualsiasi parte si rigiri la questione "loro", i preti di ogni ordine e grado, hanno in mano la "Verità" e voi capite che di fronte a questo - e soprattutto al fatto che ad andare contro la "Verità" si rischia di perdere preziosissimi voti cattolici - o ci si crede, o si fa buon viso a cattivo gioco. La vita è un dono di Dio, ti dicono, e l'uomo non può disporne e se si soffre pazienza, il dolore va offerto a Cristo per ricordare i suoi dolori in croce. Spalancati gli occhi su questa "Verità" non resta che rassegnarsi e rispondere "mo me lo segno!" come disse un famoso comico davanti a Savonarola.
Ma si sa, il relativismo è pericoloso e di fronte alla "Verità" che impone le sue regole, che cosa ha da opporre se non il suo "povero" diritto liberale alla auto-determinazione? E pretendere che la Chiesa e il suo braccio armato CEI restino fuori dalle cose della politica oramai non è più pensabile visto che vi si trova bene "come un pisello nel suo bacello" per dirla, ancora, come una famosa coppia di comici.
Ma la politica, anzi la "Politica" quella vera, non può fare questo, non può semplicemente "mettersela via" così facilmente, non può operare per conto della Chiesa come se fosse il suo braccio operativo.
Tra liberalismo e obbedienza clericale c'è una cosa che - evidentemente - è difficile da capire: un cattolico può rispettare le leggi di uno Stato laico, ma non è possibile per un laico rispettare le leggi imposte da un'autorità religiosa, fossero pure fatte passare per leggi dello Stato. E' assolutamente necessario, quindi, che il legislatore quando si trova a scrivere una legge non ceda alla tentazione di voler portare avanti tramite essa dei valori, delle istanze morali perché - consciamente o meno - finirà sempre e comunque per sostenere una delle due parti; e siccome in questo caso ci troviamo di fronte ad una questione che coinvolge profondamente noi tutti, nella nostra libertà di voler vivere e morire con rispetto e dignità, la legge dovrà essere calibrata in modo da fornire una risposta per noi tutti, indipendentemente dal nostro credo religioso, dalle nostre convinzioni morali, dal nostro livello culturale ed intellettuale. Dovrà aver riguardo e dare pari dignità alla coscienza e alla capacità di auto-determinazione di ciascuno di noi, offrendo molteplici soluzioni costruite su un principio di condivisibile ragionevolezza, senza negarle a priori in base a immutabili leggi. Lo so: utopia.
Quanto a Welby, che vuole morire e il perché l'ha spiegato con estrema lucidità, visto che dall'attuale Parlamento - e neppure dai prossimi, ci scommetto - non arriverà alcun tipo di cambiamento, non resta che sperare in un blackout elettrico che faccia cessare di funzionare le macchine. Con tutto il rispetto possibile per la sua intelligenza e coscienza che paiono essere le uniche cose che gli sono rimaste.
martedì, settembre 26, 2006
Oggi svacco...
Polonia, 1944.
Le SS piombano in piazza e organizzano una retata.
Un giovane prete riesce a fuggire, prontamente inseguito da un
altrettanto giovane nazista.
A un certo punto il fuggitivo si trova davanti un muro, è spacciato,
il soldato tedesco prende la mira e sta per fare fuoco... ma
all'improvviso, dal cielo plumbeo, il Padreterno in persona interviene
con voce tonante:
"FERMO! NON OSARE SPARARE!
QUESTO GIOVANE POLACCO... UN GIORNO... SARA' PAPA!"
Perplesso, il tedesco risponde:
"Ah, boh... va bene, Signore... ma io?"
"TU... DOPO!"
Segnalazione
lunedì, settembre 25, 2006
Jazzer Blog Awards 2006
Ai vincitori verrà recapitato un premio speciale, ovvero un favoloso MP3 con una performance di Jazzer che canta "Singin' in the rain" sotto la doccia.
E non si sentano tristi gli esclusi: come dicono tutti è solo un gioco... ma si percepiscono certe incazzature!
- miglior blog: Un mondo di disegni, i disegni di un mondo. Su, su, poche discussioni! ;-)
- blogger dell'anno: Matteo Bordone e il suo Freddy Nietzsche. Adoro il suo dISPENSER su RadioDue la sera e saperlo anche blogger mi ha piacevolmente incuriosito. E i contenuti restano interessanti.
- blog rivelazione: Jazztrain l'ho scoperto quest'anno ed è già diventato un piacevole amico con il quale discutere di jazz e farsi affascinare dagli scacchi... che magari un giorno riprenderò in mano
- miglior community: ma sì, alla fine Daveblog mi pare il meno peggio
- miglior blog collettivo: va bene, ci sono in parte coinvolto, ma Disegnare con la luce - fotoblog collettivo - si sta rivelando una bella avventura.
- miglior fonte di spunti: qui c'è un pari-merito: Suzukimaruti e Totanus. Giocatevelo tra voi l'MP3!
- miglior blog di opinione: tra i molti che frequento Brodo Primordiale è quello che continua a piacermi di più.
- miglior network italiano: decisamente Il Cannocchiale. Ho trovato dei gran bei blog da queste parti.
- miglior blog giornalistico: La torre di Babele credo che sia ancora superiore a tutti. Soprattutto perché Scaccia in quei posti c'è stato.
- miglior blog umoristico: non c'è niente da ridere qui! Vabbè dai, Uccidi un grissino, salverai un tonno non mi pare niente male!
- miglior blog tecnico/divulgativo: Paolo Attivissimo, anche se non sono poi tanto d'accordo con lui su alcune cosette
- miglior blog televisivo: Teledicoio sopra tutti. Lo pensavo accondiscendente, invece mi sbagliavo. E per questo mi piace. Però, poveracci, costretti a vedere la TV per raccontarcela...
- miglior vip blog: vip, vip... non mi piacciono i vip, sanno di stantio. Preferisco i procioni, i topizozi, i fiaschi... gente più vera, gente che si sbatte come e quanto te.
- miglior blog personale: l'ho detto più volte Round about midnight ha un modo di vivere la musica, legarla alla propria vita e raccontarle davvero unica. Peccato - e lo apprendo stasera - che abbia deciso di rendere il blog privato. Vabbè, mi ha gentilmente invitato, ma sono sicuro che non sarà la stessa cosa.
- miglior blog buongustaio: capite anche voi in che guaio mi sono cacciato, vero? Quindi l'unica risposta possibile è Di tv e tv! Ma và?! :-)
- miglior blog cinematografico: l'unico che frequentavo era Zitti al cinema, ma ha chiuso...
- miglior blog erotico: non mi piacciono. Sono pieni di acide zitelle e di uomini che si fingono acide zitelle... l'unico che guardo ogni tanto perché almeno mi fa ridere è Arsenio, ma mi ha stufato anche lui
- miglior blog musicale: anche qui la sfida è dura... facciamo così: prendo il blog che mi ha convinto ad acquistare il maggior numero di dischi e - cosa fondamentale - dischi che mi sono piaciuti (e qualcuno parecchio assai). Quindi: Burning bright è quel nome.
- miglior blog letterario: Cioran. Andate e capirete.
- miglior fotoblog: sì, stavo per scrivere "Astigmatic", ma non voglio essere auto-referenziale. Allora il mio voto va a Giulio e al suo Miele, perché le sue foto mi piacciono molto e soprattutto perché ha dimostrato dei progressi davvero notevoli pur partendo da zero (e so di non offenderlo se lo dico).
- miglior blog andato a puttane: Blogdiscount. Mi mancano davvero quei tre...
giovedì, settembre 21, 2006
Da Totanus un'incontrovertibile verità
Tu già lo sai che l’immigrato senegalese che ti ha fatto il trasloco stamattina, sudando come un animale, e che ora consideri un potenziale pericoloso terrorista islamico (se solo ne avesse la possibilità ti farebbe saltare il culo con un petardo, lo sai), tra trent’anni sarà l’orgoglioso papà di un giovane, rispettabile e stimato medico italiano del tuo paesello (e a te non te ne fregherà più se è islamico o copto o protestante, basta che suo figlio ti curi bene)?
Moltiplica per centomila, per un milione.
Capiterà… E’ già capitato con i terroni, ricordi?
Ah, ti ricordi. Anche tu sei terrone.
Capito.
Allora perchè fai tante storie?
Vespa, ovvero "son finite le chiappe da leccare"
Vi prego, si, fatelo, fatelo davvero!
Vediamo ora chi ce l'ha più duro: la RAI che trasforma l'ipotesi in un fatto concreto o l'imbonitore mediatico che, a fatto compiuto, trasforma la minaccia in una realtà.
Io, però, una mezza idea ce l'ho... e scommetto ce l'avete anche voi!
fonte: Il Corriere
martedì, settembre 19, 2006
Ratzy e la crociata del terzo millennio (post lungo e noioso)
Scandalo! Il papa ha offeso l'Islam, ma così tanto che si è dovuto scusare e in tempi un po' più celeri di quanto è successo con Galileo Galilei. Anche se non ho letto molto, un po' per mancanza di tempo un po' per evitare di prendere una posizione che sia di altri, ho notato che statisticamente le critiche alle parole del papa sono maggiori degli apprezzamenti e certo la difesa nei suoi confronti da parte di Calderoli e di Ahmadinejad non giocano a suo favore!
Dopo la sparata sul silenzio di Dio, cosa avrà detto 'sta volta il crucco? L'unica soluzione è leggere il discorso completo di Regensburg (bella l'idea di scriverlo su quello stramaledettissimo fondo ocra!).
L'intervento verte su "fede, ragione e università" e si configura come una dotta dissertazione sul fatto se l'agire secondo la ragione sia o meno in contaddizione con la natura di Dio; roba forte, quindi, ma ancora nulla che possa far incacchiare il mondo islamico che, ne sono certo, si fa venire il sangue agli occhi quando - imprudentemente - Ratzyboy tira in ballo il Corano. Di striscio, però. Egli cita un dialogo di Manuele II Paleologo - imperatore bizantino di fine XIV secolo, che ritornerà dimenticato dalla storia e dagli uomini appena 'sto cancan sarà finito - il quale parlando con un dotto persiano dice letteralmente: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".
Apriti cielo! Ecco il problema: "nun ce toccate er profeta!" (per dirla alla Fiaschi) Poco importa che l'imperatore continui citando proprio una sura del Corano, quella che dice, parlando della jihad, "nessuna costrizione nelle cose di fede". Il danno è fatto, il profeta e la sua barba sono stati oltraggiati; peccato che qui qualcuno - e qualcuno ben interessato a farlo, non occorre dire chi - confonda il pensiero di Manuel con quello di Joseph e peccato che poi il dialogo prosegua con queste condivisibilissime parole spiegando le ragioni del perché la diffusione della fede mediante la violenza è irragionevole. "Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte..." Lungi da me addentrarmi in considerazioni teologiche, ma tutto questo mi pare ragionevole, o no? Evidentemente no, visto la sollevazione dei grandi capi dell'islamismo che invece vedono nella jihad uno strumento di conversione. E il passo dalla jihad ad Al Qaeda è proprio piccolo.
C'è una cosa che mi colpisce nel discorso di Regensburg, ovvero il passo citato dall'editore moderno dell'opera di Manuele dove si dice che il fatto che "non agire secondo la ragione è contrario alla natura di Dio" è vero per l'imperatore, ovvero un cristiano, ma che non lo è altrettanto per il suo interlocutore, persiano, per il quale "Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza" e che "Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità"; da ciò deduco che il mussulmano agisce per se stesso e non per il volere di Allah che effettivamente non conosce a pieno o che non potrebbe rappresentare la verità. Interessante.
Qual è stato, a mio parere, l'errore di Ratzyboy? Citare - proprio ora, in questi tempi - 'sto impunito di Manuele che sarà stato pure nominato santo, ma che viene ricordato come tagliatore di nasi, orecchie e altri ammennicoli ai nemici ottomani e per aver scritto 'sto "Dialogo contro i maomettanesimo", cosa che - me lo concederete - non è il massimo per farsi ben comprendere dall'Islam di oggi. Il resto mi pare condivisibile e non è certo un problema del cristianesimo (che c'ha pure lui le sue magagne!) se qualcuno vede nella guerra santa un mezzo per imporre la propria fede e stile di vita. Viene perfino il sospetto che Ratzyboy, che tutto è fuorché uno stupido, abbia fatto appositamente questa citazione per far uscire allo scoperto quelli che sono i più fanatici tra i mussulmani.
Ma io non credo neppure che il problema stia qui. Non per difendere Ratzyboy (che non ne ha bisogno, e che non è certo mio compito e volere), ma qui non siamo di fronte ad una guerra di religione e nemmeno di cultura; l'ho scritto altre volte, il problema è "meramente" (e le virgolette sono ad hoc) politico. Stiamo assistendo ad un'operazione di riassentamento dell'ordine mondiale, un tentativo da parte dei paesi che oggi effettivamente rappresentano delle potenze economiche, di emergere e sovrastare chi finora ha comandato, anche su di loro. Non si può negarlo: gli ultimi secoli - diciamo dal 1600 in poi - sono stati dominati dall'imperialismo occidentale che ha fatto - e molto spesso continua a fare - i suoi porci comodi, sfruttando risorse e trattando come bestie i cosiddetti paesi sottosviluppati, appositamente tenuti tali. Ammettere che il nostro benessere deriva da tutto questo fa decisamente paura, perché bisogna ripensare alla nostra figura di privilegiati.
Le potenze economiche che oggi vogliono emergere, sgomitando tra loro e pretendendo un posto tra le potenze "storiche", lo devono fare con uno dei pochi mezzi a loro disposizione - per ignoranza, calcolo o incapacità, questo è tutto da dimostrare - ovvero il terrorismo, sfruttando - sempre per ignoranza, calcolo ecc... - le credenze religiose, giustificando le efferatezze come il male necessario. Come abbiamo fatto per secoli noi occidentali civilizzati.
Ma io lo so, un po' perché l'ho visto, un po' perché voglio sperarlo, che i mussulmani non ragionano tutti così; è infatti interessante vedere come le reazioni isteriche alle parole del papa non si hanno tutte subito, ma anzi montano pian piano, si richiamano l'una con l'altra e crescono col passare del tempo quasi vi fosse sotto una regia, neppure tanto occulta, che vuole fare della difesa dei principi islamici un'arma che, con il pretesto dell'intolleranza, sia in grando di scandinare la coesione e le certezze del tollerante e debosciato Occidente.
Resta il problema "libertà" che già si era posto con la famosa storia delle vignette anti-Islam danesi: quella volta avevo criticato la loro pubblicazione ritenendola pura voglia di provocare, questa volta, invece, mi pare evidente che l'intento di Beppino era completamente diverso. Perché davvero mi si deve dire DOVE l'Islam è stato offeso. Per caso da una citazione di un testo scritto 6 secoli fa? Dal fatto che si è detto, anzi l'ha detto il papa mica uno qualsiasi, che Dio è amore e preferisce non si ammazzi il prossimo nel suo nome? No, perché anche questa è una storia un po' vecchiotta! Credo che il papa sia libero di dirle queste cose senza paura di essere minacciato di morte solo perché dei fanatici vogliono godersi il loro bagno di sangue in nome di un Dio perlomeno bizzarro. Cioè, anche i cristiani l'hanno finalmente capito che uccidere per conto di colui in cui si crede è perlomeno deleterio, sarebbe ora che 'sta cosa si capisse anche da qualche altra parte.
lunedì, settembre 18, 2006
Distrofia muscolare
venerdì, settembre 15, 2006
O.F. - rip
Ne sono certo, come spesso accade ci si sta già organizzando per mettere in piedi il processo di beatificazione. Lontano dal pensarla immacolata paladina del libero pensiero, a me la Fallaci stava sulle palle da viva e credo continuerà a farlo pure da morta grazie a quanto se ne parlerà. Non sono mai stato d'accordo con quanto da lei scritto ultimamente, non ho mai potuto sopportare quella sua spocchiosa aurea di superiorità del tipo "sono la migliore, quindi ciò che dico io è figo e tutto il resto è cacca". Non sono neppure d'accordo sul fatto che i sui scritti fossero da seguire perché coraggiosi e scomodi (come se tutte le prese di posizione estremistiche non lo fossero!); li trovo semplicemente farneticanti e odiosi. Forse ciò era dovuto alla malattia, ma forse era proprio così, acida e basta.
Non ne sentirò la mancanza.
giovedì, settembre 14, 2006
Dischi in pillole
lunedì, settembre 11, 2006
Thelonious Monk for dummies
Monk nacque a Rocky Mount (North Carolina) il 10 ottobre del 1917 in una famiglia modesta nella quale la musica era presente grazie alla madre cantante di gospel e spiritual nella chiesa locale; trasferitosi ben presto a New York, Monk iniziò fin da adolescente una vita "on the road" passata a suonare nei locali di stride-piano - i cui echi non lasceranno mai il suo pianismo - dove arricchisce il suo bagaglio musicale. Ciò diverrà fondamentale per la formazione della nuova "cosa" nascente in ambito jazzistico, ovvero il be-bop, che con Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Charlie Christian e Kenny Clarke egli contribuì a far nascere.
Ma Monk non era un bopper, o almeno non era "solo" quello; l'adesione al famoso modo di dire dei bopper "io suono la mia musica e non mi interessa se ti piace o no " non era per Monk un atteggiarsi, ma qualcosa di naturale, semplicemente un modo per essere se stesso. E la sua storia musicale orgogliosamente autarchica lo dimostra apertamente.
Giorgio Gaslini sottotitola un bel libretto sul pianista uscito per Stampa Alternativa "La logica del genio, la solitudine dell'eroe", perché questo in effetti è stato Monk: un genio solitario, psichicamente disturbato sì, ma i cui patimenti interiori non gli hanno mai impedito di essere lucido e logico, perennemente chiuso nella sua ricerca dalla quale una fanciullesca innocenza di fondo l'ha portato ad escludere l'evoluzione verso una maturità "pesante e retorica" (come la definisce Gaslini).
Ed è proprio questa una delle cifre stilistiche del pianista del North Carolina: la sostanziale, cosciente e programmata mancanza di progressione musicale che viene sostituita dall'esplorazione orizzontale di un pugno di brani, un lavoro costante e caparbio di cesello a cercare nuove combinazioni, a centellinare note e a dilatare pause e silenzi in un modo del tutto personale ed imprevedibile, considerando l'errore come un mezzo per intraprendere nuove strade (sarà lui a dire al termine di un'improvvisazione "I made the wrong mistakes", ovvero "ho fatto gli errori sbagliati"). La musica di Monk, infatti, non è lineare, procede a strappi, obliqua, carica di accordi aspri e di pause riflessive inaspettate; il fraseggio è frastagliato e - grazie anche al suo modo di suonare a dita piatte - privilegia l'approccio percussivo e la ricerca armonica piuttosto che quella tematica.
E proprio l'armonia fatta di accordi che paiono stridere tra loro tanto da farla sembrare "sbagliata" e lo sviluppo ritmico asimmetrico fatto di ritardi e di accenti spostati saranno due elementi che in futuro influenzeranno moltissimi jazzisti - lui che non ha mai avuto allievi e che era piuttosto disinteressato a quello che gli girava attorno - e allo stesso tempo li metteranno in difficoltà, come è successo a Miles Davis che - nell'unica sessione registrata assieme - pretese che Monk non suonasse sotto il proprio assolo per non rischiare di esserne confuso.
Da punto di vista numerico Monk lascia 72 composizioni - da Well, you needen't del 1947 a Blue sphere del 1971 - tra cui capolavori assoluti come 'Round midnight (un'icona del jazz!), Pannonica, Blue Monk, Straight no chaser, Epistrophy, In walked Bud, Ruby my dear, Rhythm-a-ning, la già citata Well, you needn't che sono tuttora campo di lavoro per i jazzisti di tutto il mondo. Diverso il discorso sui dischi: Monk era musicista da "brani" più che da "dischi" tanto che - forse con un'unica eccezione - è difficile trovare un suo "disco di riferimento" come succede per molti altri artisti; lascia, infatti, un buon (e disordinato, soprattutto per i primi anni) numero di dischi tra i quali, come al solito, mi auto-impongo di sceglierne 5 che mi paiono più significativi per capire il personaggio.
Thelonious Monk morì a Weehawken nel New Jersey il 17/02/1982, dopo dieci anni che non usciva di casa, in compagnia dell'amatissima Nellie - al suo fianco per tutta la vita - e dei suoi fantasmi, paure ed ossessioni che quella vita l'hanno resa un inferno. Mi piace concludere questa breve presentazione con una frase di Arrigo Polillo nel suo fondamentale libro "Jazz": Qualcuno ha detto che, negli anni in cui nessuno sembrava interessarsi a lui, Monk era fermo in attesa che il futuro lo raggiungesse, facendo capire così la musica sua. Dopo, si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Se volevano: a lui non importava più che tanto. Chissà se quel futuro ora è arrivato.
Genius of modern music - vol.1 (Blue Note - 1989)Questo disco raccoglie una serie di 78 giri usciti nel 1948, ovvero parte delle sessioni di Monk effettuate l'anno prima per la Blue Note (le altre si possono trovare nel volume 2). In questa riedizione del 1989 sono 21 i brani in programma - con alcuni "alternate take" - provenienti da tre sessioni: il 15/10/47 in quintetto con Idrees Sulieman, Danny Quebec West, Gene Ramey e Art Blakey, il 24/10/1947 in trio con i soli Ramey e Blakey e il 21/11/47 ancora in quintetto con George Taitt, Sahib Shihab, Bob Paige e ancora Art Blakey. Fin dai primi ascolti è facile percepire il be-bop di cui il disco è ovviamente intriso, ma anche l'approccio assolutamente personale di Monk nei riguardi del suo strumento. E' soprattutto nei brani che portano la sua firma - in modo particolare Thelonious, Off Minor e Monk's mood - che ciò emerge in modo più evidente, tanto che i compagni di incisione sembrano del tutto spiazzati in alcuni passaggi. Molto belle le versioni di 'Round midnight con il morbido sax di Shihab e l'ottimo assolo del pianista e dello standard April in Paris che viene scomposto da Monk in nuclei tematici e ritmici a dir poco originali. Disco fondamentale per capire la scena jazz alla nascita del bop, è altrettanto indispensabile per conoscere le basi di partenza del pianista.
Brilliant corners (Riverside - 1956)con Ernie Henry, Sonny rollins, Oscar Pettiford, Max Roach (Clark Terry e Paul Chambers in Bemsha swing )
Questo disco, il terzo inciso da Monk per la Riverside (il cui produttore, Orrin Keepnews, saprà finalmente valorizzare il pianista), è quasi unanimamente cosiderato come il suo capolavoro e sicuramente quello che l'ha rivelato al mondo, fino ad allora piuttosto freddo nei suoi confronti. Inciso in tre sessioni di registrazione, Brilliant corners è un disco che ad un primo ascolto appare lineare, ma che invece nasconde una tensione di fondo davvero notevole, tanto che in alcuni passaggi - soprattutto del robusto Rollins e dell'esordiente Henry - sembra anticipare alcuni elementi che verranno fatti propri dal free-jazz negli anni successivi. Il disco si apre con la title-track che per la sua difficoltà creò in fase di registrazione molti problemi ai musicisti - soprattutto a Henry e Pettiford - tanto che il risultato ora su disco è un "collage" di pezzi tratti dalle migliori 24 "take" registrate. Il tema - introdotto all'unisono dai fiati - è acerbo, pieno di asimmetrie, di dissonanze e di cambi di velocità, ma bene si adatta all'improvvisazione (da sentire quella quasi "imbarazzata" di Henry). Seguono Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are dal tema contagiosissimo con un bell'assolo di Monk, Pannonica - dedicato alla baronessa Nica de Koenigswarter, famosa protettrice dei jazzisti newyorkesi - brano nel quale Monk utilizza assieme al pianoforte (a tratti in simultanea) una celesta* che conferisce alla melodia un andamento dolce e sognante in contrasto con le frequenti dissonanze. Chiudono il disco I surrender dear, unico brano non scritto da Monk che il pianista esegue da solo con commovente poesia e Bemsha swing nella quale manca l'alto-saxofonista Ernie Henry ma sono presenti il trombettista Clark Terry e Paul Chambers che sostituisce al contrabbasso Pettiford a causa di contrasti avvenuti con il leader nella sessione precedente. Bemsha swing è una sorta di "falso" swing vecchia maniera la cui progressione ritmica è sottolineata dal lavoro ai timpani di Max Roach e la cui "facilità" si perde man mano che i musicisti procedono con i loro assoli.
Disco indispensabile per capire Monk e il suo particolare concetto del lavoro d'insieme.
Misterioso (Riverside - 1958)con Johnny Griffin, Ahmed Abdul Malik e Roy Haynes
Come spesso accade con incisioni che hanno oramai quasi mezzo secolo, ci sono diversi dischi a nome di Monk che portano questo titolo: alcuni sono raccolte, altri sono registrazioni dal vivo (come il "Misterioso" della Jazz Original / Columbia che raccoglie una bella serie di performance tra il 1963 e 1965). Anche questo disco della Riverside è la testimonianza di un concerto che fu tenuto da Monk e dal suo quartetto al Five Spot Cafè di New York il 7 e 9 agosto 1958.
Dopo Brilliant corners Monk ha finalmente conosciuto il successo, può cominciare a pubblicare un numero maggiore di dischi e sempre più ampio è il numero dei musicisti che lo avvicina. Monk ha sempre avuto un rapporto particolare con i saxofonisti (oltre che con i batteristi) considerando il loro strumento come un arricchimento indispensabile per la propria musica ed in effetti ne avrà sempre uno al suo fianco e sempre di alto livello: prima Coleman Hawkins, poi Sonny Rollins, poi - seppure per poco - John Coltrane, infine Johnny Griffin, scelta che - dopo questi tre giganti del sax - potrebbe apparire di secondo piano. Invece il suono asciutto di Griffin, vecchio amico di Monk, è proprio quello che ci vuole per la sua musica: sorta di via di mezzo tra Rollins e Coltrane, Griffin prende il lirismo e il suono ruvido dal primo e la foga espressiva dal secondo. Così Misterioso (come il disco "gemello" Thelonious in action) è caratterizzato da questo suono e dallo swing propulsivo di Griffin che troviamo soprattutto in brani come In walked Bud, Blues five spot o nel blues sui generis di Misterioso. Monk come al solito si diverte a creare e distruggere le sue strutture ritmiche e melodiche, mentre Malik e Haynes svolgono al meglio il loro lavoro di accompagnatori, riuscendo a venir fuori dai trabocchetti tesi dalla musica del leader. Oltre ai 5 brani scritti da Monk nel CD è presente un brano non suo, ovvero Just a gigolo la cui esplorazione - solitaria - è divenuta una sorta di leit-motiv nelle performance del pianista e, nella riedizione in CD, due bonus-track preziosissime, ovvero i classici 'Round midnight e Evidence.
Alone in San Francisco (Riverside - 1959)Per un pianista con un approccio così personale allo strumento e alla composizione è quasi d'obbligo confrontarsi con il piano-solo; per Monk la cosa non è stata così frequente visto che in trent'anni di carriera ('41-'71) è avvenuto solo quattro volte: nel 1954 con Piano solo (Vogue) che raccoglie un concerto parigino, nel 1957 con Thelonious himself (Riverside) e nel 1971 con l'estemporanea registrazione di The London collection (Black Lion). La quarta, quella che mi pare più importante, è questo Alone in San Francisco. Monk è davanti al suo pianoforte nella solitudine di una grande sala dall'acustica calda e ricca di armonici in una sorta di sospensione dal tempo e dallo spazio; la sua musica pare vivere di vita propria assomigliando ad una scultura che si staglia nel silenzio e nell'immobilità. I brani sono una decina e vengono resi da Monk con una essenzialità - non povertà! - che va diretta al cuore stesso della musica, della melodia, della singola nota. Lo sappiamo: Monk non eccelle nella tecnica, quella che si vorrebbe accademica, ma ogni sua nota ha un significato, ogni suo passaggio è perfetto per l'economia del brano, ogni sua scelta è precisa e fondamentale, come quella di non effettuare alcun assolo in Everything happens to me, ma di ripeterne praticamente tre volte il tema "semplicemente" variandone la struttura melodica. Splendidi anche il classico Blue Monk, scarnificato fin nella profonda innervatura blues, Ruby my dear con suo swing trattenuto, la freeform di Round lights e la struttura quasi matematica di Pannonica, i finti tentennamenti di Bluehawk, fino alla poetica ripresa del classico anni '20 There's danger in your eyes, Cherie mai più registrato. Un disco non facile, come non è facile la musica di Monk, ma davvero fondamentale nella sua discografia.
Live at the It club - complete (Columbia - 1964)con Charlie Rouse, Larry Gales e Ben Riley
Nel 1961 scade il contratto con la Riverside e, visto che nel frattempo Monk era diventato una buona fonte di guadagno, sono diverse le etichette che se lo contendono. Alla fine la spunterà la Columbia, ovvero quella che oggi definiremmo una "major", che garantisce a Monk una maggiore disposizione di mezzi, di tempo e studi dove poter registrare, di musicisti con i quali collaborare. A discapito di queste nuove potenzialità, però, la musica di Monk subisce una involuzione, soprattutto dal punto di vista espressivo: le migliori tecnologie messe in campo dalla Columbia hanno sì il potere di migliorare la qualità tecnica dei dischi, ma hanno anche il difetto di levigare troppo gli spigoli vivi della musica del pianista del Nord Carolina. Per la Columbia Monk produce buoni dischi, alcuni ottimi (Criss cross, Monk's dream), ma pare che la sua musica sia coperta da una sorta di patina che ne opacizza gli "angoli brillanti". Allora per farsi un'idea anche di quest'ultimo periodo della vita artistica di Monk è più indicato un disco dal vivo come questo: registrato in quartetto in due serate del 1964 all'It club di Los Angeles era uscito in due LP separati nel 1982 e nell'attuale forma di doppio CD nel 1998 arrivando a comprendere 19 brani tra i più famosi della produzione del pianista.
Per completare il discorso sui saxofonisti fatto in precedenza, ora al fianco di Monk troviamo Charlie Rouse che collaborò con lui per 12 anni dal 1958 (subito dopo Griffin) fino alla fine. Rouse non era certo tra gli strumentisti più osannati ma si rivelerà perfetto per la musica di Monk, vivendovi quasi in simbiosi: era solido, tenace, non un fiume in piena come i suoi predecessori, ma preciso, attento, rilassato tra i trabocchetti tesi. In Live at the It club si sente che Monk sta cambiando, che la malattia sta prendendo sempre più piede nella sua mente: la lucidità c'è sempre, il livello è sempre superlativo ma subentra una sorta di pigrizia, di torpore che lo spinge ad improvvisazioni sempre più scarne ed essenziali, lasciando molto più spazio alla sezione ritmica che si produce in una serie di pregevoli assoli. La cosa stupefacente è che la sua musica non ne risente, è sempre lì presente, quasi vivesse di una vita propria. Sarà il suo contatto con il mondo fino a quell'ultima esibizione solitaria a Londra nel 1971. E poi il silenzio. Il suo, non quello delle meraviglie che ha creato.
* La celesta è uno strumento a percussione, derivato dallo xilofono, di aspetto simile ad un piccolo pianoforte verticale, nel quale il suono è ottenuto da martelletti che, comandati da una tastiera e da una pedaliera, colpiscono delle lamelle metalliche tenute in sospensione. Costruita e brevettata nel 1886 da Auguste Mustel apparve per la prima volta nel balletto Lo schiaccianoci di Tchaikovsky.
sabato, settembre 09, 2006
Giù le mani dai neutrini!
Ma a cosa serve tutta 'sta roba? Semplicemente (!) serve a capire se i neutrini hanno o no una massa, cosa che non è chiara dato che non è stata ancora dimostrata. Praticamente dal CERN verranno spediti solo neutrini di tipo "mu", se al Gran Sasso ne arriveranno di altro tipo vuol dire che i neutrini sono in grado di oscillare e una particella che oscilla - per la meccanica quantistica - significa che possiede una massa, seppur infinitesimale. Dimostrare la massa dei neutrini, che sono delle particelle diffusissime nell'universo, è molto importante per la fisica: aggiungere la loro massa alla massa complessiva dell'universo finora calcolata potrebbe voler dire aggiungere una forza gravitazionale tale che la sua attrazione riesca ad invertire l'espansione dell'universo. Dal big-bang al big-crunch, quindi, un'immane implosione che porrà fine all'universo alla quale potrebbe seguire un'altra esplosione in un continuo (in miliardi di anni!) processo di invecchiamento e rinnovamento.
Affascinante che una particella così piccola possa essere responsabile di eventi così immensi!
Quindi se lunedì vi trovate sulla traiettoria tra Ginevra e Gran Sasso e vedete passare i neutrini lasciate stare, non toccate che non è roba vostra! :-)
venerdì, settembre 08, 2006
Delinquenze
Air-fresh politik
giovedì, settembre 07, 2006
Dischi in pillole
mercoledì, settembre 06, 2006
SIAE: eroi d'Italia 2006
Praticamente succede che a Martina Franca siano ospitati dalle famiglie locali 14 bambini (dai 7 ai 12 anni) di Chernobyl che sono venuti a passare un periodo di vacanza. Domenica 27 agosto era il giorno della partenza e i bambini per salutare le famiglie pugliesi hanno improvvisato un piccolo spettacolo durante il quale hanno cantato alcune canzoni, tra cui una canzone popolare bielorussa. Non l'avessero mai fatto! Mentre si stavano esibendo si è materializzato il tale Francesco Disanto, integerrimo funzionario SIAE locale, che ai sensi della legge 633 del 1941 (!) rileva una violazione dei diritti d'autore del compositore bielorusso della canzone e infligge ai bambini una multa di 205 euro con la motivazione che, praticamente, i bambini non avevano chiesto preventivamente l'autorizzazione ad esibirsi in "pubblico" a tale autore.
Bravo signor Desanto! Complimenti per aver colto in flagranza di reato una così pericolosa associazione a delinquere! Complimenti per aver fermato un comportamento così pernicioso che avrebbe potuto generare grossi problemi diplomatici tra le due nazioni! Pugno di ferro ci vuole ed era ora, signor Desanto, che la sua inflessibile mano calasse a punire questo ennesimo scempio di cultura!
Siccome in questo caso ad aver cortocircuitato culo e cervello è un singolo personaggio e - voglio sperare - non tutta la SIAE, mi auguro che vi sia in qualche alto ufficio un qualsiasi dirigente preposto a verificare l'operato di così solerti funzionari come Desanto, che riesca a capire l'assurdità di quanto fatto dal proprio sottoposto e non solo annulli la sanzione da lui comminata, ma voglia, prendendolo a calci nel suo organo pensante - il culo, dicevamo - invitarlo ad andare a lavorare. In modo serio questa volta. Chissà mai che qualcuno riesca a capire la differenza tra la legittimità (e l'idiozia) a dare una multa come questa e il buon senso - o il buon gusto - a non darla. Che poi mi chiedo: quanti di quei 205 euro andranno veramente all'autore bielorusso i cui diritti sono stati così brutalmente violati?
Attenti voi che canticchiate per strada magari con nelle orecchie le cuffie dei vostri Ipod, attenti voi fischiettatori di po-po-po-po italici... dietro l'angolo ci sarà sempre un novello Nembokid che lotterà per ristabilire la legge e l'ordine.
Fonte: L'Espresso
martedì, settembre 05, 2006
No comment
(ah... visto che lo spamming sembra cessato, i commenti sono di nuovo liberi)
lunedì, settembre 04, 2006
E' morto Steve Irwin
Chi è, vi direte voi? Steve è (o meglio era) australiano ed era conosciuto come "Crocodile hunter", ovvero "cacciatore di coccodrilli"; era famoso per i documentari televisivi dove andava alla ricerca di animali pericolosi come serpenti, ragni, coccodrilli da mostrare al pubblico. Animali con i quali instaurava un rapporto quasi giocoso, ma sempre con il dovuto rispetto.Durante un'immersione nella barriera corallina australiana è stato punto dalla pinna caudale di una razza tropicale, velenosa ma non mortale se non colpisce una parte vitale. Questa volta non gli è andata bene: Steve colpito in pieno petto è morto per arresto cardiaco.
Mi dispiace molto apprendere questa notizia perché Steve mi era molto simpatico, come era simpatico a mio figlio che non si perdeva una puntata dei suoi filmati. Grande Steve, mi mancherà. Peccato davvero.
fonte e foto: Il corriere
domenica, settembre 03, 2006
Disco del mese
sabato, settembre 02, 2006
Broccoli, l'erudito
Broccoli, torna a scavare va', che è meglio!
venerdì, settembre 01, 2006
Piove! Tranquillo sono i marziani...
Scettici? Pure io, ma questa volta il beneficio del dubbio glielo concedo, visto che chi asserisce tutto questo sono ricercatori di alcune prestigiose università.
"Vi sono più cose in cielo e in terra di quante ne contempli la tua filosofia" diceva Amleto al suo amico Orazio e ancora una volta il nostro pianeta (o qualcun altro) ce lo conferma.
Spero si sapranno gli ulteriori sviluppi di questa vicenda.
Schiavismo: Italia anno 2006
Assolutamente da leggere per intero, perché qui davvero c'è da vergognarsi di essere italiani, altro che le cazzate sparate da qualche politico.
Bach e bidoni


Solitamente sono piuttosto attratto dai vari musicisti che si esibiscono nelle strade e piazze delle nostre città; mi fermo spesso ad ascoltarli anche perché capita davvero di sentire dei buoni musicisti, magari in curiosi ensemble. Ieri in un giretto per Venezia ho avuto modo di incontrare questo ragazzo della foto che con due lamine metalliche opportunamente sagomate e con delle bacchette riusciva a suonare la 3a suite orchestrale di Bach (quella con la famosa "Aria"). Davvero fenomenale per la qualità del suono - corposo anche senza amplificazione - per la capacità di riprodurre perfettamente le note, per la grande bravura come musicista e, non ultimo, per l'ingegnosità nella costruzione dello strumento. Bravo, davvero bravo.
Niente a che vedere con i "falsi indiani d'America" che dimorano davanti alla Stazione FS: sono più prosaici peruviani che, visto che la musica andina non "tira" più come una volta, si travestono da pellirossa e si producono in quantomai improbabili musiche delle tribù nord-Americane. Una pena. Che però pare attirare molta gente.










