domenica, aprile 30, 2006
La mia Sarajevo (in differita) #4 - conclusioni
25 aprile, ultimo giorno a Sarajevo. In Italia oggi è un giorno di celebrazione della libertà ritrovata; mi chiedo quando potranno fare la stessa cosa i bosniaci, magari senza le inutili e sterili polemiche che accompagnano da noi questa giornata. Bosniaci che - pare incredibile - mantengono acceso in città un braciere che simboleggia l'unità della nazione... quella jugoslava però!
Che il mio viaggio a Sarajevo non fosse propriamente una vacanza credo si sia capito fin dall'inizio; ho cercato di mettere in fila - magari malamente e parzialmente - le mie sensazioni, le testimonianze che ho raccolto, le tante parole spese, così come sono venute alla luce e riportate nel mio taccuino di viaggio. Non pretendo di aver capito in questi pochi giorni una città e un Paese, sarebbe davvero troppo difficile, soprattutto se così complessi come la Bosnia e la sua capitale.
Una cosa è sicura: tante, tantissime cose sono state dette e scritte sulla guerra di Bosnia, molte contrastanti in accusa o in difesa di una fazione rispetto all'altra, ma in un conflitto dove la regola era quella del tutti-contro-tutti si è dimostrato ancora una volta che è facile mascherare una guerra fatta per altri fini come una guerra etnica o religiosa. E uno di questi fini in Bosnia era il controllo economico di un territorio importante non tanto per se stesso, ma per quello che vi si produceva. Se è vero come è vero che la Bosnia per la sua concentrazione di etnie era una sorta di Jugoslavia in miniatura, era facile prevedere che dopo la dissoluzione della federazione gli scontri si sarebbero concentrati proprio in quella regione; si tirarono in ballo gli antichi rancori tra i vari nazionalisti - ad esempio tra i cetnici (serbi) e gli ustascia (croati) - si parlò di un emergente, quanto inesistente, fondamentalismo islamico, tacendo su quello che effettivamente era il motore scatenante della guerra: la grandissima concentrazione delle risorse belliche dell'esercito federale jugoslavo, preda molto ambita da tutti i contendenti. In quest'ottica si spiegano i vari assalti a città come Novi Travnik, dalla quale i croati hanno fatto sfollare gli abitanti a maggioranza musulmana per impossessarsi delle fabbriche del cannone del carroarmato T84, come Zvornik sede di una grossa fabbrica di munizioni, come Bihac, avveniristica base aerea federale che i serbi furono costretti ad abbandonare solo dopo averla autodistrutta con l'esplosivo, come l'assedio serbo alla cittadina musulmana di Gorazde sede di importanti fabbriche di polveri e componenti bellici. O come la stessa Mostar persa tra i monti sassosi dell'Erzeovina: a nessuno importava qualcosa del famoso ponte, l'interesse era per la Soko, fabbrica che produceva - assieme con l'Aerospatiale francese - il sofisticato elicottero d'attacco "Gazelle" e i caccia MG4, tanto che l'esercito croato si era disposto attorno alla città ben prima dell'inizio della guerra, lasciando al suo tragico destino la città croata di Vukovar. E poi c'era da smaltire l'imponente surplus bellico proveniente dalla dissoluzione della Germania dell'Est, fatto entrare in Bosnia magari con la complicità della Germania federale usando anche pericolose connessioni con la mafia ("l'unica multinazionale in grado di portare a termine la triangolazione droga-valuta-armi in modo rapido ed efficiente" la definisce Rumiz) e sotto lo sguardo inane dell'ONU e della comunità internazionale.
Ma ora è necessario lasciar da parte la storia, è il momento di ricostruire una città, una nazione, un popolo. E' necessario dar loro aiuti materiali e morali, cercare di mettere in atto un vero processo di pace e pacificiazione che trascenda quanto deciso - in maniera piuttosto confusa ed interessata - dagli accordi di Dayton. Per farlo basta rivolgersi ad una delle tante organizzazioni che lavoro per questo.
L'Europa ha bisogno dei Balcani e della Bosnia e allora bisogna lavorare anche perché essa entri nella U.E. superando divisioni razziali o religiose, per fare in modo che girare con un fucile a pompa non sia normale come mangiare un gelato, come si può intuire dai cartelli dei divieti all'entrata della moschea.
Sono le 6 e 30 del mattino, prendiamo posto sull'autobus che ci riporta in patria a circa 800 km di distanza da qui. Ultimo passaggio sullo "sniper boulevard" tra le rovine della casa di riposo, quelle dell'Holiday Inn - l'hotel che ospitava i giornalisti durante il conflitto - e quelle di tanti edifici ancora a brandelli e i nuovi edifici di vetro e acciaio della Porsche, dell'azienda elettrica e di tante altre multinazionali. Ultimo sguardo ad una bellissima città che era esempio della convivenza tra i popoli, del saper vivere civile, offesa, umiliata e rovinata in nome di chissà quale ideale spacciato per qualcosa di diverso dalla sete di conquista.
Tante cose rimangono di questi giorni a Sarajevo, parecchie di più di quelle che ho scritto, non ultimo il fatto di aver conosciuto una bella compagnia di miei concittadini: credo e spero siano il seme per qualcosa a venire.
venerdì, aprile 28, 2006
La mia Sarajevo (in differita) #3

24 aprile, mio terzo giorno a Sarajevo dedicato ad incontri e riflessioni per continuare a cercar di capire questa città e il suo strano destino. E' passato molto tempo da quel 28 giugno 1914 quando il nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip uccise l'arciduca Francesco Ferdinando facendo scattare la scintilla che diede origine alla prima guerra mondiale, ma a distanza di quasi ottant'anni la Bosnia - e questa città in particolare - si sono trovati ancora al centro di una guerra sanguinosa di cui è ben difficile districarsi tra le motivazioni, visto e considerato che ognuno dei contendenti ne dà una diversa interpretazione.
Certo è che dal 1991, anno della disgregazione dell'Jugoslavia e della conseguente dichiarazione di indipendenza dei suoi Stati membri, la Bosnia - che al contrario degli altri era (ed è) lo Stato con la maggior mescolanza etnica - si è trovata, proprio in virtù di questo, al centro della tensione. I serbi-bosniaci, infatti, supportati dalla confinante Serbia, iniziarono la resistenza armata con l'obiettivo di unificarsi con la stessa Serbia. La guerra inizia il 5 aprile 1992 quando un cecchino spara sulla folla durante una manifestazione per la proclamazione dell'indipendenza e uccide una donna - Suada Dilberovic - che non era neppure un'abitante della città; dal maggio seguente con il blocco della città inizia l'assedio, 1300 giorni, il più lungo della storia moderna. Vengono tagliati acqua, gas, luce, rifornimenti di viveri e di medicinali. Dalle colline che racchiudono Sarajevo come in un abbraccio iniziano i bombardamenti dei serbi: l'assedio non è semplicemente una tattica militare, ciò che si vuole fare è distruggere la città, sia fisicamente nei palazzi, ma soprattutto moralmente disgregando la forza che l'aveva tenuta unita, ovvero la pacifica convivenza tra etnie, culture e religioni. Mentre l'occidente "civile" stava a guardare.
Il resto si trova nei libri di storia, sempre ammesso che ci sia stato qualcuno capace di scriverne una sufficientemente equidistante dalle posizioni in gioco; ma ciò che è passato oramai serve solo come monito, quello che bisogna fare è ricostruire per poter riportare la speranza nei giovani, che sono moltissimi, e per convincere chi è profugo nel mondo a ritornare a casa. Questo mi pare sia quello che stanno cercando di fare le varie organizzazioni con le quali abbiamo parlato.
Ieri (il 23) abbiamo incontrato mosignor Sudar, vescovo ausiliario di Sarajevo (dove, ricordo, la chiesa cattolica è assolutamente in minoranza rispetto ai musulmani e agli ortodossi), che ci ha illustrato quello che è il fiore all'occhiello tra i progetti della sua diocesi, ovvero la Scuola Inter-etnica dove convivono e studiano assieme circa 400 allievi di tutte le religioni nella giusta convinzione che educare fin da giovani alla multi-etnicità è un ottimo metodo per imparare poi a viverla.
Oggi poi è stata la volta di altri due incontri: questa mattina un rappresentante di una ONG ci ha illustrato la situazione socio-politica della Bosnia dove il 65% delle persone vogliono andarsene perché non vedono prospettive per il futuro, dove lo stipendio medio è di 260 dollari al mese che bastano appena per mangiare e vestirsi, dove quasi il 50% della popolazione è stato costretto a cambiare non solo casa, ma addirittura zona dopo la guerra, dove - soprattutto nelle zone rurali, ovvero la gran parte del territorio - manca il rispetto dei diritti umani.
Nel pomeriggio abbiamo avuto un incontro con un professore della locale "Facoltà di Scienze Islamiche": niente caffetano, niente lunga barba, niente sguardo solenne come qualcuno si aspettava: ci accoglie, invece, un mite sessantenne, affabile e gentile, con la rara capacità di far intendere il senso delle proprie parole in bosniaco, ancor prima che venissero tradotte dal nostro interprete. Ci ha raccontato come l'Islam debba essere tollerante e di come sia particolare l'essere musulmani in Bosnia, tanto che paesi ben più radicali come l'Arabia Saudita vorrebbero un processo di re-islamizzazione; e non è detto che i soldi che arrivano per la ricostruzione delle moschee non servano proprio a questo, anche perché la conseguenza è che i nuovi Imam provengono da quei paesi. E' bello l'Islam che ci descrive il professore, è bello tanto da assomigliare ad un sogno di tolleranza e d'amore universali, cosa che purtroppo si scontra con la realtà, bello ma altrettanto fragile.
Resta la convinzione che non tutte le guerre di religione siano davvero state fatte solo per essa, e che gli interessi politici ancor più che economici siano il motore malato che le genera.
(continua)
Morti di seconda categoria
Se i componenti di quella che è stata chiamata operazione di "peace-keeping" - anche se effettivamente di operazione di guerra si tratta - sono giustamente definiti "professionisti" (visto e considerato che svolgono un lavoro e sono retribuiti per farlo) le tragiche morti dei nostri tre carabinieri a Nassiriya in definitiva sono da assimilarsi a morti sul lavoro.
Consideriamo poi che in Italia ci sono più di 1000 persone che ogni anno muoiono sul lavoro; se possiamo indicare in circa 200 i giorni lavorativi avremo l'allarmante cifra di 5 decessi al giorno a cui questi 3 si aggiungono, con la sostanziale differenza che dei primi 5 non ne parla e non ne parlerà nessuno, e non avranno nemmeno il solenne commiato delle più alte cariche dello Stato.
Il fotografo di un'era
Apprendo ora che domenica scorsa nella sua casa di New York è morto all'età di 89 anni William Gottlieb, ovvero il fotografo che nella "golden age" del jazz ha ritratto tutti i più importanti muscisti, nessuno escluso. Vero testimone di un'epoca, Gottlieb lascia un archivio di circa 1700 foto che sono state acquisite dalla prestigiosa Biblioteca del Congresso di Washington.
A questo indirizzo è possibile visionarne una buona parte.
Zizou

Di calcio mi interesso poco ma mi dispiace molto sapere che, dalla fine di questa stagione, quest'uomo non ci diletterà più con il suo gioco fatto di fantasia e concretezza.
Zinedine Zidane, che ha dimostrato non solo di essere un gran giocatore ma anche un grande uomo facendo della serietà, dell'umiltà e della costanza le sue qualità migliori, ha annunciato che lascia il calcio giocato e lo ha fatto nel suo stile: "E' da due anni che non sono al meglio. Vorrei restare a Madrid per insegnare calcio ai più piccoli". Grande anche in questo. Mi mancherà.
Sulla Gazzetta una bella intervista.
giovedì, aprile 27, 2006
La mia Sarajevo (in differita) #2
Dopo una notte di riposo, Sarajevo dunque ci aspetta fuori dell'hotel.
E' difficile descrivere una città come questa, concentrato di contraddizioni e di culture, ed è bello prendere gli appunti che diverranno questo post in uno dei luoghi più accoglienti della città, ovvero il cortile della grande moschea, seduto sotto un mandorlo in fiore, tra il lontano brusio del bazar, il tranquillo scorrere dell'acqua della fontana, il profumo del pane, la ritualità degli uomini in preghiera e l'andirivieni delle ragazze musulmane nei loro colorati veli leggeri a coprirne appena i capelli. Sono belle le ragazze di Sarajevo ed è la prima cosa che colpisce: ragazze con gli ombelichi ampiamente al vento, ma anche ragazze con il velo entrambi portati con la tranquillità che si confà ad un comportamento del tutto normale. E nessuno che dica nulla per questo.
Città di contrasti, dicevo, sia sul piano architettonico, ma soprattutto in quello sociale e l'evidenza che subito balza agli occhi è la prima. La città è formata da una sorta di cerchi concentrici a partire dai palazzi delle zone più periferiche, costruiti in epoca comunista tutti anonimamente uguali a loro stessi (l'originalità, l'abbellimento sono cose da borghesi), ancora in parte ridotti a scheletri e comunque tutti sbrecciati e sforacchiati dai proiettili, tra i quali spuntano quelli nuovissimi di rappresentanza di famose multinazionali. La seconda cerchia più interna è quella delle costruzioni austro-ungariche ottocentesche, testimoni - pur con la loro stanca aria decadente - di splendori d'altri secoli, fino al cuore della città, la Bascarsija, ovvero l'antico quartiere di evidente impostazione musulmana (musulmana, non araba!) formato da antiche case e piccole costruzioni di legno scuro, pullulante di negozietti come il più classico dei bazar. E tutto attorno alla città, come a racchiuderla in un abbraccio, le colline coperte di casette che pare di essere in Cadore se non fosse che tra esse spuntano i minareti e i bianchissimi cimiteri islamici; colline che saranno proprio uno degli strumenti del suo martirio.
Sul piano sociale le differenze sono grandissime: le maggior parte delle persone che si incrociano per la strada sono tutte sotto i 30 anni, pochi gli anziani - e quasi tutti male in arnese - praticamente assente la generazione dei 40/50enni falcidiata dalla guerra. E in un paese che ha il 40% di disoccupazione e che non ha grandi speranze di migliorare questo dato, cosa possono fare i giovani se non vestirsi alla moda e passare il loro tempo al bar? Con che soldi, direte voi. Praticamente con quanto gli arriva dai parenti all'estero o dai sussidi governativi. I ricchi - che hanno fatto i soldi con la guerra - sono pochi e sempre più ricchi, il ceto medio è pressoché assente, i poveri (di cui quasi il 20% vive con meno di 2 dollari al giorno) sono una gran fetta della popolazione.
Ma ciò che impressiona maggiormente è la multi-culturalità, che invece che costituire la ricchezza della città e del Paese ha contribuito alla sua disgregazione: nel raggio di 500 metri l'una dall'altra possiamo trovare la grande moschea, la cattedrale cattolica, quella ortodossa e la sinagoga. Capite che questo ha del miracoloso in un paese come la Bosnia nel quale la religione è legata a filo doppio con l'appartenenza etnica. Mi ha colpito la ieratica spiritualità della moschea con il suo ambiente spoglio ed efficace a rendere la presenza del sacro (non fosse per quel latente puzzo di piedi!) al confronto della chiesa ortodossa in cui si celebrava la Pasqua, tra un'ossessiva sovrabbondanza di orpelli, di ori, di immagini di santi e il furioso andirivieni di fedeli tra baci ad icone, a guance, a mani di prelati e tripli segni di croce.
Sarajevo è una città che ti riempie di sensazioni, di stimoli ai quali è difficile sfuggire e che ti fanno pensare a quanto è facile cercare e perseguire la convivenza tra popoli e a quanto poco basti perché essa si infranga.
(continua)
mercoledì, aprile 26, 2006
La mia Sarajevo (in differita) #1
Dove io abbia passato questi ultimi quattro giorni lo sapete dal mio post del 21 aprile. Avrei voluto aggiornarvi sul mio viaggio giorno per giorno, ma il tempo libero a disposizione era davvero poco e i mezzi informatici bosniaci non erano proprio facilmente disponibili. Tenterò allora di mettere il fila le numerose idee e sensazioni in quattro post, uno per giorno. Non solo "roba" seria, ma se vi annoio passate oltre.
E' il 22 aprile, le 6 del mattino e si parte alla volta della nostra metà che dista 13 ore di pullman, che non sono poche, ma che sembra disti migliaia di chilometri se pensiamo a quanto lontana sia la Bosnia nella nostra mente e nella nostra concezione dell'Europa, tanto che mi chiedo quanti italiani sappiano oggi che cos'è la Bosnia o dove essa sia esattamente situata. "Bosnia", nome mitico che evoca storie tragiche e disperate, racconti di morte e di speranza.
E' con questi pensieri in mente che... mi addormento, giusto per svegliarmi verso le 8 alla frontiera con la Slovenia quando ad accoglierci - in realtà a guardarci i documenti - è una bionda e fiera bellezza locale (fascino della divisa!). Della Slovenia, passata via in scioltezza sono da ricordare il muffin ai frutti di bosco dell'autogrill, la bellezza dei boschi, le verdissime coltivazioni e la terra quasi nera, l'ordine pacifico delle case e delle fattorie - meno "brutale" di quello che si vede in Austria - e lo scintillare delle auto locali tirate a lucido in modo maniacale.
Ore 11,15 passiamo la frontiera con la Croazia e il panorama cambia drasticamente: le colline boscose lasciano il posto ad una pianura disordinata, per larghissimi tratti brulla ed incolta e lungo l'autostrada ci accompagnano dei gard-rail così bassi che non tratterrebbero neanche una bicicletta. Sicuramente non l'hanno fatto con le due macchine cappottate che vediamo passando.
Sono le 14,30 quando arriviamo a Bosanski Brod, la nostra via d'entrata in Bosnia. Siamo in attesa sul ponte sulla Sava, lo stesso ponte che 14 anni fa è stato l'unica via di fuga per i profughi bosniaci - musulmani e cristiani/croati - costretti dai serbi a sfollare dalle proprie case. Bisogna fare una lunga fila per entrare: nel cielo nuvole nere di pioggia, sui marciapiedi un andirivieni di persone cariche di borse di plastica con gli acquisti fatti al mercato dall'altra parte del confine dove le cose costano meno, e di là del ponte si vedono i primi segni della guerra.
E' pesante ora l'atmosfera, in pullman poca voglia di scherzare. Passiamo e ci immergiamo in un paesaggio tragico. Case semi-distrutte e crivellate dai colpi, campagne abbandonate, piccoli e rari campi coltivati strappati alle zone minate i cui cartelli rossi col teschio campeggiano ancora qua e là. Nessun paese, solo case isolate e abbandonate e qualche piccola stentata fattoria. Si percepisce un vivo senso di disperazione, quella cupa che non ammette speranze. E' la Repubblica Srpska, una delle due entità politiche in cui lo scellerato trattato di Dayton ha suddiviso la Bosnia e Erzegovina, uno dei paesi con la più complicata democrazia al mondo: tre entie - quella croata/cristiana, quella serba/ortodossa e quella bosniaca/musulmana - eleggono tre presidenti della repubblica e tre presidenti del consiglio dei ministri che si turnano ogni otto mesi e che decidono assieme i membri del consiglio stesso. Ci sono poi i due presidenti delle due entità - Repubblica Srpska e federazione di Bosnia ed Erzegovina - ma chi ha veramente il potere in mano è l'alto rappresentante della Comunità Internazionale (oggi un tedesco)... praticamente un delirio...
Comunque noi procediamo tra queste macerie di case tra le quali si incontrano le numerosissime nuove moschee luccicanti ricostruite con i soldi dell'Arabia Saudita e dell'Iran, un'enorme acciaieria mezza arrugginita a Zenica e quintali di sacchetti di plastica a brandelli che pendono dai rami degli alberi lungo il fiume Bosna che costeggia la strada.
Alle 18 e 30 siamo alla periferia nord/ovest di Sarajevo: il primo impatto con la città è con i cartelloni della pubblicità di Benetton e con una miriade di negozi di cinesi, ma presto ci accoglie il famigerato "sniper boulevard", ovvero il lunghissimo "viale dei cecchini" che taglia la città in due, teatro durante la guerra del tiro a segno perpetrato non solo dai militari serbi, ma anche dai "civili" occidentali che venivano - pagando - a Sarajevo per esercitare la mira usando i civili come bersagli. Palazzoni distrutti e nuovissimi edifici di vetro e acciaio: uno dei tanti contrasti di questa città.
Ora è tempo di sistemarsi in albergo. Domani ci saranno la città e i nostri impegni.
(continua)
venerdì, aprile 21, 2006
A mercoledì!
Comunque sia, credo che avrò da raccontare (e da fotografare per il mio fotoblog) parecchie cose; se trovo un internet point lo faccio in diretta, altrimenti al mio ritorno.
See you soon, folks!
Qualcuno l'ha fatta fuori dal pitale
Come notavo nel post precedente si susseguono le dichiarazioni fantasiose. Oggi tocca a quel bel personaggino che è Sandro Bondi che in un'intervista a "Famiglia Cristiana" tutto da solo riesce a dire questo: "si potrebbe studiare un accordo istituzionale più alto assegnando la guida del governo a Prodi, mentre Berlusconi salirebbe al Quirinale, o viceversa" Come viceversa? Viceversa cosa? Si rende conto Giumbolo che ci sono state delle votazioni e che svariati milioni di italiani hanno detto la loro? No, perché altrimenti lo dicano che pensano di poter fare quel cacchio che gli pare così almeno ci si regola...fonte: Il Corriere
giovedì, aprile 20, 2006
Pericolose cariatidi
Keith Jarrett a Venezia /2
Quanto ai prezzi è bene far notare che Jarrett chiede sempre la stessa cifra, sia che suoni alla Royal Albert Hall di Londra, al Metropolitan di New York, o al Superteatro di Pratola Peligna; dipende quindi dall'organizzazione o dal luogo in cui si tiene lo spettacolo definire i prezzi. Se - mi dicono - Jarrett chiede qualcosa come 80.000 dollari per un concerto (d'accordo non sono pochi) mi chiedo come mai i prezzi sono così diversi tra le varie date, e - soprattutto - perché in Italia ci siano i prezzi più alti.
Comunque sia, la Fenice durante la stagione "normale" viaggia su cifre che vanno dai 180 euro in platea e nei palchi più belli, ai 135/110 dei palchi più tristanzuoli, fino ai 50 euro del loggione. Ci sono anche i posti sfigati: 25 euro per quelli "a scarsa visibilità" e 20 euro "di solo ascolto"... praticamente in calle!
Vedremo.
mercoledì, aprile 19, 2006
Politica sportiva
martedì, aprile 18, 2006
Jazzer's news /8
The Roswell accidenti!
Erano circa le 10 di sera del 2 luglio 1947 a South Penn Street, Roswell (New Mexico) quando Dan Wilmot e la moglie che se ne stavano nel portico di casa a sorseggiare limonata, videro sfrecciare nel cielo un grosso oggetto volante proveniente da sud-est; l'oggetto era luminoso e aveva la forma di "due piatti rovesciati posti l'uno contro l'altro" e si dirigeva verso la città di Corona.
Il 7 luglio Lydia Sleppy della K.O.A.T. stazione radio di Albuquerque (New Mexico), ricevette una telefonata da un suo amico di Roswell - John McBoyle - il quale la informava che qualche giorno prima nel campo di un allevatore si era schiantato un UFO, che i suoi resti erano stati trascinati al riparo in un capannone per il bestiame e che la zona era stata interamente isolata. E soprattutto che vicino ai resti dell'UFO sarebbero stati trovati degli esseri alieni.
L'8 luglio il Roswell daily record dava conto del ritrovamento di un "disco volante" nel ranch di Mac Brazel a Corona, a circa 120 km da Roswell; giunti sul posto lo sceriffo e un "uomo in borghese" - probabilmente un militare - constatarono che i resti del presunto UFO erano circa tre chili di rottami formati da assicelle, pezzi di gomma, una sorta di carta stagnola robusta il tutto tenuto assieme da nastro adesivo con stampati dei fiori. I rottami vennero riconosciuti come i resti di un pallone metereologico.
Così inizia la storia di uno dei più controversi casi ufologici mondiali, storia che si sarebbe anche chiusa qui se nel 1980 due ufologi americani, Stanton Friedman e William Moore (che mi guarderò bene dal definire "scienziati") non avessero scritto un libro sull'argomento "The Roswell Incident" dove si ipotizza che il materiale trovato nel ranch di Brazel era solo un pezzo del disco volante e che la parte più consistente era precipitato a 200 km a ovest di Roswell dove erano stati recuperati anche i cadaveri di due alieni, ovvero l'equipaggio del disco. Serve a poco che nel 1994, a seguito di un'interrogazione parlamentare, l'Aeronautica Militare statunitense chiarì che quella precipitata era una sonda del progretto Mogul, ovvero un progetto top-secret dell'esercito
E gli alieni? Non se ne seppe più nulla fino al 1995, quando il produttore londinese Ray Santilli dichiarò di aver acquistato delle bobine di film da un ex-cineoperatore militare, Jack Barnett, che aveva filmato nel 1947 l'autopsia ad una delle presunte creature; tralascio le varie interpretazioni e studi sul filmato e sulla creatura che vi si vede (basta cercare con google "autopsia roswell" per trovare tutte le informazioni del caso), ma segnalo che il filmato - acquistato per cifre astronomiche - è stato trasmesso dalle TV mondiali tra cui la RAI che vi ha dedicato tre puntate speciali di "Misteri, speciale UFO" condotte da Lorenza Foschini il 16/17/18 ottobre 1995.
Ora a distanza di circa 10 anni da quelle trasmissioni finalmente, come riporta il servizio anti-bufale dell'ottimo Paolo Attivissimo, si ha la conferma di quello che a molti era parso ovvio fino dall'inizio: non c'è nessun alieno e il filmato è una bufala colossale, ovvero è stato creato ad arte da John Humphreys, noto realizzatore di effetti speciali per le serie TV di fantascienza. Humphreys ha dichiarato al Sunday Times di domenica scorsa che il filmato non fu realizzato a Roswell nel 1947, ma in un appartamento di Camden (Londra) proprio nel 1995 da lui e da Ray Santilli e che il "cadavere" non è altro che una sagoma di lattice imbottita di interiora e parti anatomiche di animali vari.
Problema risolto, allora? Certo che no, perché lo stesso Santilli ha dichiarato che il filmato è sì un falso ma fatto per ri-creare quello della vera autopsia danneggiato per essere stato esposto all'aria dopo 48 anni.
Il fatto che questa storia sia uscita un'altra volta è la cosa più semplice da spiegare: proprio in questi giorni è uscito il film "Alien autopsy" basato su questa storia.
Tutta questa vicenda comprova - se ancora ce n'era bisogno - il fatto che c'è ben poco di credibile attorno agli UFO e soprattutto agli ufologi e che anche qui sono soprattutto la voglia di notorietà o di fare un po' di soldi a farla da padrona.
Su Google video è possibile vedere 20 minuti scarsi del filmato incriminato.
giovedì, aprile 13, 2006
Come una sentenza
"quando piccoli uomini proiettano grandi ombre vuol dire che si è al tramonto"
Grazie a Diario notturno
Keith torna a Venezia!
Non ho parole, non ho parole, non ho parole... anzi ce l'ho: CI DEVO ESSERE!
(poi vedremo i prezzi!)
Fonte: www.keithjarrett.it
Etimologia spiccia
brò|glio
s.m.
1 CO imbroglio, intrigo condotto con la corruzione, per ottenere una carica o per alterare il risultato di una votazione: b. elettorale
Perché un conto è un leggittimo controllo dei voti (peraltro fatto da quei pazzi dei giudici d'appello!), un conto è parlare appunto di "brogli": se qualcuno ha dei sospetti o delle certezze che qualcosa non sia stato fatto secondo la legge, si rivolga alla magistratura. In caso contrario perlomeno usi i termini lessicali corretti.
mercoledì, aprile 12, 2006
Ipotizzando...
Musica da "camera"
martedì, aprile 11, 2006
Jazzer's news /7
E' la follia
Così si è pronunciato il ministro dell'Interno Pisanu, cioè colui che ha in mano tutta la macchina organizzativa delle elezioni e che ha il compito di controllare il regolare svolgimento del voto. E' il momento per l'Unione di tirare fuori i cosiddetti e pretendere di essere presente con i propri rappresentanti in ogni corte d'appello che - se non vado errato - è la sede istituzionale dove si controllano i voti contestati. Anche perché qui si parla di pochi voti, pochissimi, che potrebbero fare la differenza, anche se - va ricordato - dovesse uscire che si è vinto anche solo con un voto di scarto sarebbe sempre e comunque una vittoria legittima e democraticamente valida.
Esilarante poi un dimesso Mr. B. che in conferenza stampa elude la prima domanda a lui rivolta, ovvero cosa ne pensa di questa nuova legge elettorale da lui stesso tanto voluta!
Una vittoria di Pirro /2
Ma mi chiedo: come sarebbero stati valutati questi risultati se non ci fossero stati quei nefandi exit-poll? Vi immaginate che differenza sarebbe stata partire con l'Unione in ritardo e che pian piano recupera voti sulla Casa dell'Illiberalità, fino al sorpasso finale? Si sarebbero evitate - soprattutto da parte dei politici - una serie di scemenze.
Ora (anche se la CdL vuole il ri-conteggio delle schede... ma come, non si fidano nemmeno dei loro uomini?) il centro-sinistra ha vinto, almeno nei numeri, ma davvero andrà poco lontano con la sua vittoria. Dovrà rassegnarsi ad andare in minoranza ad ogni piccolo accenno di raffreddore anche di pochissimi senatori, oppure dovrà scendere a compromessi ed accettare - come da certificata tradizione italica - i transfughi dell'altra coalizione. Vedremo chi sarà il primo a saltare la barricata (e non escludo che possa avvenire il salto in direzione contraria!). Sarà difficile tener duro per 5 anni.
E, contrariamente a quanto mi sono augurato nel post numero 1 alla prossima tornata elettorale ci ritroveremo ancora le stesse facce - quelle di Rutelli, Prodi e Fassino - perché "squadra che vince (?!) non si cambia!"
E ora basta, parliamo di cose serie... andiamo a scrivere di musica.
Ritardi
Feltri, l'illuminato!

Una vittoria di Pirro
Tutti gli occhi ora sono puntati sui senatori a vita e sul voto degli italiani all'estero come fossero la panacea da tutti i mali.
Mi permetto di tediarvi con alcune riflessioni:
1) Innanzitutto la legge elettorale, legge che perfino uno che l'ha votata - per quanto microcefalo egli possa essere - ha definito "una porcata". Perché era lampante che questa legge l'ha voluta Mr. B. che sapeva bene di non avere i numeri per vincere con il maggioritario e quindi ha voluto la "caciara". Siamo quindi di fronte ad un uomo che per il proprio interesse personale ha deliberatamente e scentificamente sacrificato la governabilità del paese, per di più contro il volere degli italiani stessi che non un referedum - dall'esito plebiscitario - avevano chiesto esattamente il contrario. Che ne dica uno dei leader più squallidi del centro-destra, ovvero l'inqualificabile Gianfranco Rotondi della DC, che ieri in TV cianciava che "agli italiani piace questo voto dove si votano i partiti e non le persone", indegno ricordo della più indegna partitocrazia.
2) Il voto degli italiani all'estero. Pur con il massimo rispetto per i nostri connazionali all'estero - tra i quali ho anche diversi amici - mi chiedo come sia possibile che i voti di persone che sono anni che non mettono il piede in Italia o che non l'hanno mai messo, che non pagano qui le tasse, che non partecipano alla vita sociale di questo paese, possano contribuire alla più alta espressione democratica, ovvero il voto. E addirittura rivestire un ruolo determinante, comunque vadano i risultati. Mi chiedo: agli italiani che da trent'anni stanno a Brooklyn o in Argentina o a Sydney, cosa interessa che legge fiscale vige in Italia, quale è il mercato del lavoro, com'è la sanità o la scuola? Perchè un conto è il sentimento patrio che sicuramente essi hanno nel cuore, un conto è scontrarsi con questa patria ogni volta che si va a fare la spesa o un prelievo del sangue.
Ma certo anche questa era una legge fatta ad hoc...
3) "Il paese è spaccato a metà", questo titolano quasi tutti i giornali. E hanno ragione. E' il berlusconismo imperante di questi anni - che tutto pare fuorché finire - che ha ridotto il paese a pezzi con la sua becera e disgustosa logica da stadio. E la cosa grave è che anche molti esponenti del centro-sinistra sono caduti nella trappola e hanno cercato di contrastare Mr. B. con le sue armi non tenendo conto che il suo potere mediatico è ben superiore al loro.
4) Cinque anni di opposizione incentrata solo sulla figura di Mr. B., un programma piuttosto nebuloso e logorroico arrivato troppo tardi, una campagna elettorale fallimentare, un pasticcio di coalizione che è tutto e il contrario di tutto devono far fare ai dirigenti - e non solo a loro - del centro-sinistra una forte autocritica che porti, anche traumaticamente, alla rimozione di tanti dirigenti. Mi chiedo come sia stato possibile che di fronte ad una vittoria quasi certa si sia arrivati ad una situazione come questa, sprecando in pochi mesi un vantaggio accumulato in anni. Perfettamente inutile cianciare che si è - quasi - perso perché l'italiano si è fatto abbindolare dalle false promesse, dalla TV, perché è ignorante ecc... Qui si è - quasi - perso perché nessuno a sinistra si è effettivamente impegnato per vincerle queste elezioni e vincerle bene, in sicurezza, con un progetto politico concreto e autorevole.
5) L'Italia è un paese vecchio, composto da persone anziane che votano politici anziani (ricordo che Berlusconi ha quasi 70 anni, Prodi poco meno, mentre i tanto osannati Zapatero e Merkel ne hanno rispettivamente 46 e 51!) che restano al loro posto anche se perdono, in una classe politica incapace di rinnovarsi e destinata al declino. Il rischio, anzi la prospettiva quasi certa, è che accomuneranno al loro declino anche il declino del paese.
Mi ero illuso che nel Paese fosse sorta una voglia di cambiamento. Ma che cambiamento ci può essere con una classe politica così arroccata sulle proprie posizioni e un elettorato così timoroso? Io credevo, e non credo di essere l'unico, che gli italiani fossero stufi di questo governo e in massa volessero cambiarlo: evidentemente non è così, prevale da ambo le parti la logica egoistica di curare il proprio giardinetto.
6) Cosa fare ora, in questa situazione disastrosa, tenendo conto anche che il mese prossimo si dovrà procedere con l'elezione del nuovo Capo dello Stato?
A mio giudizio la situazione richiede una soluzione drastica: per prima cosa decretare una proroga al mandato di Ciampi perché con questo parlamento sarà ben difficile trovare un accordo sul suo successore. In secondo luogo affidare il governo ad un tecnico (Monti?) che sia sopra le parti e traghetti l'Italia verso nuove elezioni a settembre/ottobre. in terzo luogo la sparizione degli attuali leader delle due coalizioni: vedrei bene per il prossimo duello elettorale lo scontro Veltroni/Fini o Veltroni/Casini... ma forse qui sto facendo della fanta-politica...
Una cosa è certa: come al solito tutti gioiscono perché dicono di aver vinto, senza rendersi conto che hanno perso. Tutti.
lunedì, aprile 10, 2006
Vincerò! Vincerò? (cantare su nota melodia)
Per quanto mi riguarda aspetterò la fine degli scrutini per farmi un'idea.
sabato, aprile 08, 2006
Notte prima degli esami

Comunque sia domani si vota ed io, ancora una volta, sono costretto a votare turandomi il naso visto che nessuno dei partiti che si presentano mi ha convinto del tutto. Ovviamente il mio voto andrà al centro-sinistra e in particolare alla Rosa nel Pugno alla Camera e a Rifondazione Comunista al Senato.
"Sei matto? - dirà qualcuno - i due partiti che stanno agli opposti dello schieramento!" Sì, io non credo ai partiti-contenitore, sono per le scelte radicali e, pur non essendo d'accordo con tutte le proposte dei due partiti, sono convinto che
- da persone intelligenti quali sono i loro leader - sapranno trovare la giusta strada per darmi l'Italia che voglio.Bene. Inizio fin da ora a trattenere il respiro. Ci si sente lunedì. Ah, non fate i c. domani... anzi fatelo!
Vi lascio con una vignetta di Altan del 2001, ma mi pare ancora valida.

venerdì, aprile 07, 2006
Japanese contraption
Solo i giapponesi potevano arrivare a tanto.
(Poi se qualcuno mi spiegherà cosa significa ittakonasuichin vince un premio!)
giovedì, aprile 06, 2006
Spigolature
La modifica degli scaglioni IRPEF con conseguente innalzamento di certe aliquote, che nei redditi ordinari è compensata dalle deduzioni dall'imponibile fiscale, non ha alcuna compensazione nei redditi a tassazione separata - tra gli altri il TFR - in quanto in essi tali deduzioni non operano. Ovviamente, trattandosi di un'elevazione del primo scaglione d'imposta, cioè il più basso l'effetto più vistoso si è avuto sui TFR - e di conseguenza sui redditi - più bassi.
Chi ve lo spiega molto meglio di quello che potrei fare io, è questo articolo (con allegata tabella) di quei sinistrorsi debosciati del Sole 24ore.
Ecco, non avranno messo le mani in tasca perché le tasche sono vuote, visto che le mani le hanno messe ben prima!
mercoledì, aprile 05, 2006
Comunicazione di servizio
Quando si ripara? E chennesò io (per quello neache loro): Intanto si torna al modem a 56K.
Tre perché per un blog
questo mezzo
Jazzer è nato - come sito - nel 2001 da una mia voglia di mettermi a pastrocchiare con l'HTML, ma soprattutto con l'intento di aggregare, magari anche solo nel modo effimero del web, persone che condividono la stessa passione. La cosa funzionava - e funziona ancora - piuttosto bene, ma volevo una forma di interazione ancora più immediata e "democratica". Nel luglio 2004 ho deciso allora di aprire un blog: il primo indirizzo era onanclub.blogspot.com (e questa cosa la sanno in pochi) che non esiste più, poi ho pensato che era più bello integrare il blog con il sito perché, tutto sommato, sempre di me si tratta. I contatti sono subito saliti e se ora ho quasi 160 mila visite (di cui sono orgoglioso ma che non sono il mio primo scopo) lo devo molto all'approccio più diretto dei visitatori verso un blog che ad un sito.
Continuo e continuerò a tenere separate le due cose: sul sito si parla di musica in modo forse più "tradizionale" e barboso" nel blog tutto il resto.
questo argomento
Effettivamente un argomento il blog non ce l'ha: "di attualità, di politica, di me e un po' anche di musica..." come dice il sottotitolo, vuol dire tutto e niente. Mi piace scrivere quello che ho in mente, a seconda dei momenti, personali e non, e degli umori, senza farmi troppe preoccupazioni e cercando di non scrivere troppe cazzate e di usare un italiano decente. Poi magari non ci riesco... ma almeno ci ho provato. Sperando di non essere troppo banale.
questo nome
Come dicevo nel mio manifesto cercavo un nome breve, una parola che funzionasse bene come dominio web e che richiamasse alla mente le sonorità della musica che amo maggiormente. "Jazzer" era perfetta. Significa "jazzista" in inglese (anche se è poco usata) e - ho scoperto poi - anche in tedesco, ma mi piace soprattutto perché evoca più che descrivere. E poi è bello scritto nei biglietti da visita! :-)
Mi permetto di passare il testimone a tre blogger - che credo di poter dire amici - di cui sono curioso di sapere i tre perché. Non me ne vogliano, anzi lo so che non lo faranno perché questi sono davvero tre modi per raccontare di sè. Eccoli: ruckert/burning bright il procione gobbo e topozozo.
:-)

Un altro bannerino
martedì, aprile 04, 2006
Coglioni d'Italia unitevi!

Sei un coglione!
link: virgilio
Edit: scusate se vi ho offeso, ma devo rettificare. Le parole del nano pelato sono state esattamente: "ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare facendo il proprio disinteresse". Non corriamo il rischio di far dire a Mr. B. cose che non ha detto: per una volta tanto non si riferiva agli elettori di centro-sinistra ma ai suoi!
Facciamo due conti... in euro, please
Ciao.
Hai ricevuto il libro di Silvio?
E' scritto che nel 2006 il reddito medio degli Italiani è pari a 27.119 dollari, mentre nel 2001 era di 24.670 dollari. Facendo due conti, perciò, risulta che il reddito medio degli Italiani è cresciuto di circa 2.500 (2.449) dollari.
Mi sono chiesto: ma perché mi danno le cifre in dollari? Io già ho difficoltà a capire le cifre in Euro, figuriamoci con la moneta di uno stato estero… E come me, anche moltissime famiglie, massaie e pensionati che hanno ricevuto il libro!
Comunque, per capire meglio queste cifre, mi sono fatto un po’ di conti; sono andato sul sito internet www.uic.it, che è il sito dell’Ufficio Italiano dei Cambi, per tradurre le cifre in euro.
Dunque, il 22 maggio 2001 (il giorno dopo le ultime elezioni politiche), per fare un dollaro ci voleva 1,15 €, quindi 24.670 dollari (reddito 2001) moltiplicato per 1,15 fa: 28.370,5 €.
Poi, il 31 marzo 2006, per fare un dollaro bastavano solo 83 centesimi di euro, quindi 27.119 dollari (reddito 2006), moltiplicato per 0,83 fa: 22.508,77 €.
In altre parole, mi si spacciano le cifre in dollari per farmi credere che il reddito medio sia aumentato, mentre, invece, di fatto è diminuito di 5.861,73 €.
Interessante vero? Ci crediamo ancora alle cifre del contabile pelato?
lunedì, aprile 03, 2006
Storiaccia
Un altro lutto nel mondo del jazz
L'ho saputo solo ora che un altro grande jazzista ci ha lasciato: il 31 marzo scorso, infatti, è defunto a 74 Jackie McLean.Ottimo alto-saxofonista fa parte di quella generazione di bopper che ha tratto da Charlie Parker la principale ispirazione, pur avendo lui stesso sviluppato un suono molto personale, tanto che i suoi dischi sono abbastanza facilmente identificabili.
Dopo aver debuttato nel 1951 con Miles Davis ha sempre lavorato con ottimi strumentisti come Charles Mingus e Art Blakey; negli anni '60 ha inciso una serie di dischi per la storica Blue Note che oltre a rappresentare ottimamente il jazz di quegli anni ha in qualche modo identificato il suono caratteristico dell'etichetta. Da non perdere capolavori come New and old gospel, Action, Destination out o Jackie's bag.
Praticamente assente dalle scene durante gli anni '70 è tornato con la passione e foga che lo contraddistingueva; buono di questo periodo Dynasty uscito per la Triloka.
Peccato, se n'è andato un altro maestro.
Il duello. Un argomento tabù.
Una cosa, però, spero che il tappetto non tiri fuori ancora 'sta storia della tassa di successione perché davvero sull'argomento se ne sono dette troppe, e troppo sbagliate.
Considerato che compilo successioni dal 1996 e considerato che la media è di circa 110/120 successioni fatte per anno, credo - con un migliaio di successioni all'attivo - di avere una buona casistica sotto mano per dire che tutto il dibattito sulla tassa di successione è una bufala. Non volendo scrivere un trattato tributario sintetizzo per punti:
1) la tassa di successione la pagavano - almeno dal 1990 - solo coloro che ereditavano immobili del valore (ai fini successori NON commerciale!) superiore ai 250 milioni di lire. Mr. B. si è "dimenticato" di dire che TUTTI pagano comunque altre due imposte (ipotecaria e catastale) sempre in base al valore - quale esso sia - e si è altrettanto "dimenticato" di dire che dette imposte non sono MAI state abolite.
2) la tassa di successione la pagavano in pochi. Molto pochi, anche prima che venisse riformata con l'art.69 della legge 342/00 (governo D'Alema) che aveva alzato il limite di esenzione da 250 milioni a 350 e a 1 miliardo se tra gli eredi c'è un minore o un portatore di handicap.
Secondo la mia esperienza su un migliaio di successioni fatte solo cinque hanno pagato la tassa di successione e queste cinque erano tutte relative a patrimoni che definire "importanti" è riduttivo.
3) altra riforma della legge 342/00, questa sì molto importante perché coinvolge la stragrande maggioranza dei casi, è aver previsto l'abbassamento delle imposte che pagano tutti (ipotecaria e catastale) se in successione c'è la casa d'abitazione attuale o potenziale di uno degli eredi. Così non si paga più in percentuale rispetto al valore - quale esso sia - ma solo il minimale attualmente pari a 168 euro per ciascuna imposta.
4) Mr. B. si anche dimenticato di dire che dal 2002 sono stati introdotti sulle successioni i tributi speciali che saranno pure a discrezione delle singole agenzie delle entrate, ma che di fatto prima non erano applicare sulle successioni.
A questo punto sarebbe bello che quando si parla di tassa di successione lo si facesse con cognizione di causa e non per "sentito dire" visto che sarà pure argomento di propaganda elettorale, ma soprattutto si parla di soldi, i nostri. E' chiedere troppo sentire in TV il parere di un esperto, uno di quelli che ci lavora, piuttosto che di inutili parolai?
Stamattina regalo!
Che capita? Semplicemente che le amate Ferrovie dello Stato per scusarsi con i pendolari veneti dei continui ritardi applica - a chi aveva un abbonamento valido di marzo - una riduzione sul prezzo dell'abbonamento, praticamente da 21,70 a 4,30 euro, mica bazzecole!
Ironia della sorte proprio nel mese di marzo non ci sono stati grandi ritardi come nei mesi scorsi, ma in compenso oggi mezz'ora di ritardo. Evvai!
sabato, aprile 01, 2006
Jazzer's news /6
E questa sera ci sarà l'Esbjorn Svensson Trio, sempre dalle mie parti. Uffa... comincia ad essere un lavoro! :-)
Pesce d'aprile... no polemica!
Raramente mi piace entrare in polemica, soprattutto se si tratta di cose effimere e auto-referenziali come le polemiche tra blogger, però questa volta - vuoi perché ci sono coinvolti alcuni food-blogger amici, vuoi perché particolarmente antipatica - due paroline le voglio lasciare.
Che capita? Semplicemente che un sedicente "giornalista professionista" che risponde al nome di Paolo Marchi con tanto di pezzo di carta appeso alla parete del suo studiolo, nella sua brava newsletter (sponsorizzata da Grana Padano, BMW e San Pellegrino... mica noccioline) comunica che si vuole lanciare nel mondo dei blog. "Poco male" - direte voi - "molto male" dico io, se entrarvi significa sputtanare coloro che un blog già ce l'hanno e lo seguono con passione e secondo le proprie capacità. Già perché mica tutti possono essere dei geni come il signor Marchi, la cui discesa in campo come un novello deus-ex-machina aprirà finalmente gli occhi e il palato a tutta questa proliferazione di "shampiste" e "dilettanti della tastiera" da lui denigrate.
Sì perché se prima l'illuminato professionista snobbava i blog diffidando del mezzo, oggi che ha deciso "Lui" di usarlo allora il blog stesso assume tutta un'altra dignità.
Manco mi ci metto a difendere i soggetti ai cui sono destinati gli strali del novello Petronius arbiter che 1) lo sanno fare bene da soli e molti l'hanno già fatto (qui qui qui e in molti commenti) 2) non si capisce chi siano, visto che mr. perfettini spara nel mucchio (certo fa le sue eccezioni che, ne sono certo basterebbe frequentare quei blog e leggere i loro commenti in giro, gli avranno fatto qualche bello shampoo in pubblico o privato); quello che il signor Marchi non ha capito è un'altra cosa, cioè che il web è - per fortuna - uno spazio aperto, libero e assolutamente democratico, nel quale la gente si incontra, si scambia pareri e notizie con le capacità e le potenzialità di ciascuno; il fatto che uno abbia la patente di "professionista" dietro la quale mascherare la propria mediocrità non lo autorizza a sentirsi superiore e soprattutto a pensare e credere che le cose che scrive siano automaticamente bollate dall'aurea dell'autorevolezza. Potrei fare molti esempi di ciò sia nell'ambito food-blogger che frequento di straforo, o in quello a me più congeniale della critica musicale, ma non ho voglia di tirar dentro altri nomi.
Perché qui nessuno - probabilmente al contrario del signor Marchi - vuole essere Ruth Reichl o Veronelli da lui citati e neppure gli importa quanti lettori abbia Gianni Mura, qui, molto più semplicemente e genuinamente, ci sono persone che vogliono comunicare la propria passione, dare consigli spesso molto utili e ben apprezzati senza tante patine di autorevolezza. Ma si sa, rode ai giornalisti che qualcuno possa scrivere meglio di loro per stile e contenuti, gli rode di aver perso il monopolio dell'informazione, gli rode che gli abbiano/abbiamo invaso un campo nel quale si consideravano la fortunata elite. E, soprattutto, gli rode che li critichino e che magari abbiano più lettori di loro!
E poi Google indicizza oggi più di 5 miliardi e mezzo di siti web: spazio perché il signor Marchi si accomodi su quelli di suo gradimento ce n'è...











