lunedì, ottobre 31, 2005
Monopoli
Certo sono lontani i tempi in cui Google si presentava come un semplice motore di ricerca use-friendly viste quali e quante sono le nuove funzioni e opportunità fornite, tanto che da un bel po' si parla di monopolio. E considerando che Google avrebbe (avrebbe o lo fa già?) potenzialmente la possibilità di monopolizzare l'ambito più importante, cioè quello dell'informazione, non è poi così disdicevole che la potente autorità anti-trust americana cominci a mettere il naso in casa di Sergey Brin e Larry Page, così come ha fatto con Bill Gates.
E detto da uno che usa Blogger come piattaforma per il proprio blog...
venerdì, ottobre 28, 2005
Appello ai blogger
Vendonsi blog
Uh, Bill non gliela fa! (?)
Libera Chiesa in xxxxxxxx Stato (*)
Provvedimento da 300/350 milioni di euro anzi di più, considerato che l'esenzione è stata allargata a tutte le altre confessioni religiose. Concessione giusta nell'ingiustizia, ma che sa proprio di paravento per giustificare il marcio del provvedimento in sé stesso.
Copertura finanziaria? Nessuna, ovviamente. Non c'era prima - cosa che aveva bloccato momentaneamente il provvedimento - non c'è neppure adesso. E in periodi di Finanziaria con la quale i Comuni si vedono già ridotte le entrate, questo provvedimento non può far altro che piacere! Aspettiamoci aumenti dell'ICI e delle altre tasse comunali, noi che le paghiamo.
Bene signori. Ancora convinti che questo paese - e la sua politica in particolare - sia immune da pesanti ingerenze della longa manus della CEI? Ancora convinti che la Chiesa cattolica c'entri qualcosa con il culto e non sia una delle tante lobby di concentrazione di potere e denaro?
(*) sostituite pure le x del titolo con quello che vi pare, basta che non siano parole che richiamano la libertà, perché ce n'è davvero poca...
giovedì, ottobre 27, 2005
Cuochi ambulanti soffriggono musica (*)
In questi giorni, come approfondimento al disco del mese di jazzer, sto leggendo Arvo Pärt allo specchio, conversazioni, saggi e testimonianze a cura di Enzo Restagno. Un buon libro, non c'è dubbio, che consente un ricco approfondimento dell'opera del compositore estone. Una cosa però mi ha colpito, non tanto sull'argomento specifico, ma sulla natura della critica musicale. Scrive Restagno a pagina 83 del suo saggio: "Cercare di capire la musica, per poi eventualmente spiegarla agli altri, è diventato il mio mestiere, ma con il passare degli anni ho sempre più rispetto per la comprensione altrui".
Io non mi sono mai considerato un critico, ma casomai un appassionato, e non voglio con questo entrare nel merito se questo atteggiamento sia giusto o sbagliato, ma semplicemente ritengo - ammesso che io sia in grado di "capire" la musica - di non essere assolutamente in grado di "spiegare" la musica. Inoltre credo che - al di là di una spiegazione puramente tecnica - il termine "spiegare" non sia applicabile alla musica; meglio "interpretare", nel senso che ciascuno dà un significato proprio alla musica e la lega a particolari momenti ed atteggiamenti, così come essa viene percepita dal proprio orecchio, vissuta ed elaborata secondo le proprie sensazioni e confrontata con il proprio bagaglio culturale in modo che ogni brano musicale assume significati diversi - magari contrastanti - da persona a persona.
E' un po' quello che scrive Aaron Copland - frase che ho messo nella homepage del sito - nel suo Come ascoltare la musica: "La musica ha un potere espressivo più o meno grande, ma anche un significato al di là delle note, ed è proprio per questo significato che ci è comunicato o trasmesso quello che essa è. Il problema intero può essere posto con la domanda: 'Si può darle un significato?' Rispondo: 'Sì'. E: 'Si può tradurre in parole il significato?' Rispondo. 'No'. La difficoltà è qui".
Jazzer al massimo può suggerire, tentare di descrivere le proprie emozioni davanti ai suoni cercando di coinvolgere i propri lettori ed invogliarli a condividere le loro sensazioni. Le spiegazioni le lascio agli esperti o a coloro che si credono tali (senza alcun riferimento a Restagno!): io mi limito a solleticare.
(*) da Colleghi trascurati - Paolo Conte
domenica, ottobre 23, 2005
Se non ci si aiuta tra amici...
Un po' per mancanza di tempo un po' perché troppe cose sono state dette, finora mi sono astenuto da commenti ed osservazioni sulle primarie dell'Unione. Non lo faccio neppure ora, ma sull'argomento vorrei raccontarvi una storiella edificante realmente accaduta in un piccolo Comune in Campania (non vi dico il nome e nemmeno la provincia per non mettere nei guai la persona - assolutamente attendibile - che me l'ha raccontata e che di quel Comune fa parte). Ricordate quanto si è lamentato Mastella paventando brogli a suo sfavore? Che poi è arrivato pure terzo, risultato che mi pare più che positivo, dal suo punto di vista.
Il dato di fatto è che le votazioni in quel Comune - e in chissà quanti altri - si sono così svolte:
il seggio era allestito nella sala del consiglio comunale posta esattamente di fonte alla stanza del sindaco; alle 8, ora di apertura dei seggi, il sindaco - dell'UDEUR, ovvio - era alla sua scrivania con alle spalle due noti camorristi locali e con un sacchetto di monete da 1 euro nel cassetto. Contemporaneamente il figlio del sindaco era al telefono a chiamare gli elettori con frasi del tipo (scusate, ma il mio campano non è perfetto): "Cumparì, m'hai da fare un favore 'stamatina: veni 'accà a votare a Mastella... ma prima passa a pigliare l'euro. Se vuoi ti mando a mio cognato co' la machina."
Risultato? Su circa 500 votanti, sono andati 290 voti a Mastella, 103 a Prodi, il resto suddiviso tra gli altri candidati. Considerate le percentuali nazionali, non male, vero? Figuriamoci cosa succede nelle elezioni vere, quando il voto ha ben altro significato. Tutto sommato Mastella non aveva poi torto quando parlava di irregolarità, solo che ha sbagliato il soggetto delle stesse.
sabato, ottobre 22, 2005
Senti che groove... /2
Non c'entra proprio nulla, ma avrei anche una storiella interessante da raccontare... ma lo faccio domani...
venerdì, ottobre 21, 2005
Una buona notizia
si è conclusa la causa intentata da Mr. B. contro il giornalista Marco Travaglio reo di aver detto - nella trasmissione Satyricon di Luttazzi - delle verità scomode sulla "fortuna" imprenditoriale dell'attuale presidente del consiglio. Ovviamente Travaglio è stato assolto e Mr. B. condannato a rifondere le spese processuali quantificate in 100 mila euro (che per lui non saranno nulla, ma che fa tanto piacere che debba cacciare fuori). Grazie a Fiaschi.org che mi ha reso più felice la giornata.
Frico connection / missione compiuta
Interessante la chiacchierata su vari argomenti, ma soprattutto di "robbe" informatiche che ignoro nella quasi totalità, ma che mi par di aver capito siano cose interessanti, anche se - come giustamente ricorda Andrea - la frase clou è stata "va bene i programmatori, ma ci vuole anche la gnocca!" che apre prospettive interessanti su questo mondo di maschilisti.
Come sempre, grazie a tutti per la compagnia, piacevole e arricchente.
giovedì, ottobre 20, 2005
Frico connection

Questo è proprio un periodo di cene: dopo il "messicano" di martedì sera coi colleghi che ha messo a dura prova i nostri apparati digerenti, ora è la volta degli amici blogger dell'UGIdotNET.
La venuta di Lorenzo in terra furlana impone il ritrovo con i piedi sotto la tavola e un bel piatto di frico davanti. Luogo del delitto l'agriturismo Gelindo dei Magredi in quel di Vivaro (PN).
Sempre presenti all'appuntamento - oltre al sottoscritto, s'intende - gli emeriti:
Lorenzo Barbieri - ovvio!
Andrea Boschin
Luca Minudel - che speriamo non porti anche il formichiere :-)
E chiunque altro si voglia aggiungere all'ultimo momento.
E questa volta il gadget l'ho preparato io. Piace?
martedì, ottobre 18, 2005
Ancora sull'8 per mille
Qui una risposta. Da approfondire.
lunedì, ottobre 17, 2005
Senti che groove...
Dave Holland Quintet.
Jazzer, obviously, ci sarà e, con calma, ve ne darà conto nel sito.
venerdì, ottobre 14, 2005
Iniziazione
Novità assoluta della giornata nel caricatore in macchina ci saranno i tre CD del Don Giovanni di Mozart nella versione integrale diretta da Carlo Maria Giulini. Chi mi conosce bene musicalmente sa quanto questa sia una novità strabiliante, qualcosa come lo fu la rivoluzione copernicana. Non so quali prospettive la cosa potrà aprire (o chiudere per sempre)... non so neppure se troverò il coraggio di schiacciare quel bottone "play" sull'autoradio. Chi vivrà, vedrà.
Il baratro è là, ci buttiamo?
Scusate l'incazzatura /2
E questa sera Tvemonti a "Porta a Porta" è riuscito a dire che il governo berlusconi è stato il più duraturo della Repubblica e che per dare maggiore stabilità al governo si è pensato di adottare il vecchio sistema, tornando cioè a quello - tanto criticato - che ha costretto per cinquant'anni l'Italia ad avere un cambiamento di governo all'anno. Non credo abbia capito cosa stesse dicendo, ma non l'ha capito neppure Rutelli che lo guardava beota e nemmeno Vespa... o forse sì, visto che ha cambiato subito argomento?
giovedì, ottobre 13, 2005
Scusate l'incazzatura
Come era logico aspettarsi la Camera approva la nuova legge elettorale. Il nano portatore sano di democrazia (cit.) poco fa ciarlava giulivo al TG3 che è stata approvata "una legge finalmente democratica". Abbia la compiacenza, allora, il cavaliere di dire anche che se ne fotte allegramente di tutti quegli italiani - pure io c'ero - che al referendum, anzi al plebiscito, del 1993 decisero la fine del proporzionale. E persegua con la logica dicendo inoltre che i suoi cinque anni di governo sono frutto di un golpe anti-democratico da lui perpetrato sfruttando una legge, appunto, non democratica.
Come era logico aspettarsi l'Impregilo (se avrò tempo avrei voglia di parlare anche di essa) vince l'appalto per il ponte sullo Stretto, ovvero la più inutile opera pubblica che l'Italia ricordi, buona per restituire il favore alla mafia per il suo ruolo determinante nelle vittorie siciliane del Polo. Opera che sotto la sua evidente simbologia fallica serve a Mr. B. per compensare il suo complesso di inferiorità latente e la sua invidia del pene.
Per fortuna questa legislazione sta tirando gli ultimi spasimi di vita e spero vivamente che a maggio venga sepolta dallo sdegno degli italiani; è vero che mancano una manciata di mesi, ma io mi chiedo ancora - dopo 5 anni di governo e dopo un'infinità di leggi a loro esclusivo beneficio - quando finalmente questi indegni governanti che ci ritroviamo finiranno di prendere in esame la loro pancia, i loro conti correnti, la loro fedina penale - sostanzialmente di farsi i cazzi loro - e finalmente prenderanno in esame almeno uno dei problemi del Paese e magari, ma mi rendo conto essere un compito per loro impossibile, tentare di risolverlo.
Contrordine!
Lo so, Ruini non sarà contento! Ma le sue speranze non sono del tutto sfumate: l'operazione - robetta da 300/350 milioni di euro - potrebbe essere riproposta in Finanziaria o in un maxi-emendamento. Magari uno di quelli approvati dopo una seduta notturna conclusa all'alba allo stremo delle forze. Stia tranquillo il cardinale: non tutto è perduto.
mercoledì, ottobre 12, 2005
A sproposito, sempre...
lunedì, ottobre 10, 2005
Unità di misura
12/06/1967 30/06/1967 18
01/07/1967 31/12/1967 184
01/01/1968 31/12/1970 1096
01/01/1971 31/12/1980 3653
01/01/1981 31/12/1990 3652
01/01/1991 31/12/2000 3653
01/01/2001 31/12/2004 1461
01/01/2005 10/10/2005 283
che praticamente fanno 14.000 giorni, oppure 336.000 ore, 20.160.000 minuti... che tutti 'sti numeri mi abbiano dato alla testa? Auguri?
Tale nonno, tale nipote
Comunque un consiglio a Lapo, la massima latina riportata in fondo all'homepage del mio blog: "Nisi casto, tantum cauto".
Fonte: Il Corriere
domenica, ottobre 09, 2005
Chet Baker for dummies
Dopo aver parlato di Miles Davis voglio focalizzare la mia attenzione su di un altro trombettista che amo molto, ovvero Chet Baker. Troppo spesso egli viene, se non ignorato, almeno isolato in una sorta di limbo, soprattutto quando si tende a parlare più delle sua travagliata vicenda umana, del suo girovagare senza meta e della sua triste fine, piuttosto che dei suoi meriti artistici, catalogandolo frettolosamente come un "bello e maledetto". Certo, il disordine che ha regnato nella sua vita ha sicuramente influenzato il piano professionale ed è inscindibile da esso, ma ricordare solo questo - come ultimamente ha fatto James Gavin nel suo discutibile libro - non solo è riduttivo, ma neppure rende giustizia ad un musicista di tale importanza.
Nato a Yale (Oklahoma) nel 1929, Chesney Henry Baker, dopo la gavetta nei gruppi locali, balzò alla ribalta nella primavera del 1952 suonando, seppur brevemente, con Charlie Parker che dopo un'audizione l'aveva scelto per una sua tournee in California. Ben presto però, ispirandosi al suono ottenuto da Miles Davis nel suo Birth of the cool, sviluppò uno suo stile personale che - e questa è l'unica critica che gli si può rivolgere - ha mantenuto immutato, rinunciando, o non cercando neppure, un'evoluzione musicale. Cosa che comunque non gli ha impedito di dare ottime prove della sua arte fino agli ultimi giorni della sua vita.
Baker come Davis prediligeva il registro medio dello strumento e temi dal tempo medio-lento ed era capace - anche più di Davis - di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d'inquietudine, la stessa inquietudine provata sulla sua pelle e trasportata nella tromba e nel suo modo di cantare con voce sottile, quasi sussurrando. Mise ulteriormente a punto il suo modo di suonare nel quartetto pianoless di Gerry Mulligan che, se pure non durò nemmeno lo spazio di un anno tra il 1952 e il 1953 e di una reunion nel 1957, con quel breve sodalizio pose le basi per la corrente jazzistica che prenderà il nome di West Coast. Negli anni '50 e primi anni '60 Baker - grazie anche alla vincita di parecchi premi prestigiosi - è uno dei jazzisti più valutati, poi il lento declino, sia fisico ma soprattutto nell'apprezzamento di certo pubblico e critica, anche se ha continuato a fornire performance degne della sua fama. Ma la vita di Chet è troppo complessa per essere - modestamente - narrata qui.
Quanto alla sua discografia, la sua dipendenza dalle droghe e la voglia di provare tutte le esperienze l'ha condotto in una vita disorganizzata e sempre in movimento, cosa che l'ha costretto ad accettare, spesso incautamente, qualsiasi offerta discografica gli venisse proposta tanto che sono innumerevoli i musicisti, le band e le etichette con le quali ha inciso o suonato dal vivo alternando - purtroppo - ottime performance a prove più dozzinali; ne consegue che la discografia di Baker è una delle più complesse e discontinue del jazz, così l'ascoltatore deve effettuare le giuste scelte per non avere una visione distorta dell'opera del trombettista (nel sito ufficiale, piuttosto bruttarello e mal organizzato - scelta delibertata? - è possibile trovare tutta la discografia). Io, come al solito, ho limitato il più possibile la mia scelta cercando di indicare i dischi, ovviamente tra quelli che conosco, per me più significativi nei vari anni in modo da avere del musicista un ritratto più completo possibile. E, come al solito, ben vengano commenti e critiche.
gli anni '50: l'ascesa

The best of the Gerry Mulligan quartet with Chet Baker (Pacific jazz - 1991)
con Gerry Mulligan, Bobby Whitlock, Carson Smith, Henry Grimes, Chico Hamilton, Larry Bunker, Dave Bailey
Solitamente i "best of..." non mi piacciono, ma in questo caso bisogna fare di necessità virtù, considerando la breve durata del quartetto e che il materiale registrato è spesso di difficile reperibilità; certo, la scelta migliore sarebbe il cofanetto da 4 CD The complete Pacific jazz studio recordings ma vista la sua rarità e il prezzo proibitivo basterà questa raccolta a restituirci tutta la freschezza e la dinamicità di questo splendido quartetto.
Questo disco raccoglie cinque registrazioni di Mulligan e Baker del 1952 (con Whitlock e Hamilton) - tra cui il classico Freeway, uno dei pochi brani scritti da Baker - e nove brani del 1953 (con Smith e Bunker), tra cui gli altrettanto classici My old flame, Love me or leave me, Jeru e quella My funny Valentine che accompagnerà Baker per tutta la vita. Chiude il disco Festive minor (con Grimes e Bailey) proveniente dalla reunion del 1957, che dimostra quanto i due fiati fossero ancora in empatia tra di loro. E proprio questa è stata la caratteristica che ha fatto di questo un gran quartetto: la mancanza del pianoforte costringeva i due ottoni ad occuparsi - a turno o all'unisono - anche della parte melodica che risulta enfatizzata in modo particolare, pur rimanendo libera l'opportunità di lavorare sui propri assoli. Ciò che maggiormente si percepisce è la pulizia dell'esposizione, degli intrecci tra i musicisti, un suono nuovo e stimolante di sicura presa sul pubblico, ovvero quell'eleganza di fondo che ha reso celebre il quartetto e ne ha decretato fama e fortuna. Tutte qualità che si possono apprezzare, cosa non usuale, anche a più di 50 anni di distanza.

My old flame (Chet Baker quartet live - volume 3) (Pacific jazz - 2001)
con Russ Freeman, Carson Smith, Bob Neel
Sciolto il quartetto con Mulligan che l'aveva fatto conoscere al mondo, per Baker non fu difficile mettere insieme il proprio quartetto con Russ Freeman - ottimo pianista che meriterebbe di essere rivalutato - con il bassista Carson Smith (anch'egli un ex del combo con Mulligan) e il batterista Bob Neel. Il gruppo ebbe vita travagliata - c'era da chiederselo? - dal 1953 al 1956, ma ciò non gli ha impedito di registrare del buon materiale, soprattutto dal vivo. Questo My old flame è il terzo volume (gli altri, buoni anch'essi, sono This time the dream's on me e Out of nowhere) recentemente ripubblicato dalla Pacific jazz con materiale già edito dalla stessa etichetta e dalla Mosaic. Si tratta di una registrazione del 10/08/1954 al Tiffany Club di Los Angeles che trova il quartetto - e soprattutto Baker - in ottima forma. Si parte con una veloce boppistica My little suede shoes di Charlie Parker, per continuare con un classico del quartetto di Mulligan, ovvero una Line for lyons particolarmente lenta; seguono brani originali e standard tra cui spiccano la sognante The wind - ottimo brano a firma di Freeman - di cui Baker è particolarmente impegnato a rendere il lirismo, la veloce A dandy line ed Everything happens to me, altro brano a cui Baker rimarrà legato. Questo terzo volume, come gli altri due del resto, ci restituisce un buon quartetto, affiatato e in ricerca di un sound che riesca a ben coniugare la matrice boppistica del quartetto con il nascente cool. Altro disco interessante per ascoltare assieme Baker e Freeman, questa volta in studio e degnamente accompagnati da Leroy Vinnegar e Shelly Manne, è Quartet: Russ Freeman and Chet Baker - sorta di reunion tra i due, pubblicato sempre dalla Pacific jazz - in cui troviamo Baker alle prese con le interessanti composizioni del pianista.

Chet (Riverside / OJC - 1959)
con Pepper Adams, Herbie Mann, Kenny Burrell, Bill Evans, Paul Chambers, Connie Kay, Philly Joe Jones
La copertina di questo disco - conosciuto anche come The lyrical trumpet of Chet Baker - è rivelatrice di alcune cose: il volto di Baker non è solo e semplicemente quello di un trentenne. Le sue rughe rivelano l'inquietudine di una vita già in difficoltà e lo sguardo è carico di quella malinconia che sarà sua compagna per lungo tempo. Tutto questo si trasmette alla musica che mai come ora diventa intimista, vibrante e drammatica, basti ascoltare l'introduttiva Alone together. Baker lascia definitivamente gli stilemi del be-bop per maturare il suo stile personale, certo avvicinabile al cool, fatto di amore per la melodia, di intensità emotiva e profondo senso della poesia, stile che ne contraddistinguerà l'esperienza musicale dei giorni a venire. Chet è anche uno degli ultimi dischi incisi da Baker negli States prima di lasciarli - per i consueti problemi - e sbarcare in Europa dove ebbe modo di suonare ed incidere con moltissimi musicisti, stabilendosi prevalentemente in Francia ed in Italia dove incontrò la futura moglie - la modella inglese Carol Jackson - si fece qualche mese di carcere e partecipò al film Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci. Tornando al disco, è frutto di due sessioni di registrazione (30/12/58 e 19/01/59) nelle quali Baker e gli eccellenti musicisti che l'accompagnano suonano ad altissimo livello; esso raccoglie una decina di standard tra i quali spiccano la pura emozione della già citata Alone together con i pregevoli interventi del sax baritono di Adams, la fluidità di It never entered my mind, la lunga linea melodica di If you could see me now, lo swing appena accennato di Time on my hands, fino alla conclusiva Early morning mood, uno dei rari esempi in cui Baker si cimenta anche come compositore.
gli anni '60: l'irrequietezza

On a misty night (the prestige sessions) (Prestige - 1997)
con George Coleman, Kirk Lightsey, Herman Wright, Roy Brooks
Costretto a tornare negli States da un mandato di estradizione tedesco, nel 1964 Baker si stabilisce a Los Angeles, ma vuoi per i consueti problemi, vuoi a causa della sua lunga assenza, vuoi perché il rock - a seguito della british invasion - la fa da padrone e al jazz rimangono solo le briciole, la sua stella è appannata. Per poter lavorare non gli resta che affidarsi a dei manager il cui unico scopo era spremerlo per farne più soldi possibile facendolo suonare nei contesti più disparati; ciò nonostante, Baker riesce ad incidere anche dei dischi interessanti. A seguito di tre giorni di sessioni (23, 24 e 25 agosto 1965) nei quali suona il flicorno, egli fornisce alla Prestige 32 brani che l'etichetta, sfruttando il parallelismo con la quasi omonima serie davisiana, raccoglierà in cinque dischi dai titoli: Smokin', Groovin', Comin' on, Cool burnin' e Boppin' (with the Chet Baker quintet). Tanto per complicare le cose, la Prestige nel 1997 decide di ripubblicare questi dischi riunendoli in tre CD dai titoli: Lonely star, Starway to the stars e questo On a misty night (nel 2002 li ripubblicherà nuovamente con i titoli originali!). Queste registrazioni trovano un Baker in gran forma: lasciata da parte il lato più intimista del suo sound, egli si lascia andare allo swing, spinge maggiormente sul ritmo e suona con un insospettabile calore e fuoco, mettendo a tacere chi lo voleva musicista sdolcinato. Si alternano brani molto ritmici come Cut plug e Boudoir nei quali il flicorno di Baker bene si combina con il sax muscoloso di Coleman, liriche ballate come Sleeping Susan o la melanconica Lament for the living, pezzi boppeggianti, come Go-go con tanto di sferragliare di piatti, o carichi di genuino swing come la title-track. Ottimo Baker, robusti gli interventi di Coleman e molto apprezzabili quelli di Lightsey in un disco molto godibile che ci presenta un aspetto nuovo della musica di Baker. Poi le cose subiscono un brusco cambiamento.
Gli anni '70: l'oblio
The touch of your lips (SteepleChase - 1979)
con Doug Raney, Niels-Henning Ørsted Pedersen
Nel 1968 Baker subisce un'aggressione: in un tentativo di rapina dei malviventi lo picchiano e gli rompono i denti, trauma gravissimo per un trombettista. Disperato si dà all'accattonaggio ma grazie all'aiuto di Dizzy Gillespie, che lo convince a ripredenere lo strumento e gli trova un contratto, re-impara a suonare con una nuova impostazione. Gli inizi sono difficili ma, soprattutto verso la fine degli anni '70, lo stile migliora e gli consente di tornare a suonare ad un buon livello. Nel frattempo, nel 1975 si trasferisce nuovamente in Europa dove si sente più apprezzato, iniziando un andirivieni con gli States in cerca di contratti, quasi a non voler tagliare i legami con la madrepatria.
Tra i dischi incisi nel decennio spiccano senza dubbio il buon Live at Nick's (Criss Cross) e questo ottimo The touch of your lips con un trio formato, oltre che dalla sua tromba, dalla chitarra di Raney e dal contrabbasso di Pedersen, strumentista eccellente e forse il jazzista danese più famoso all'estero. L'atmosfera appare molto intima e rilassata; il programma prevede sei famosi standard che i tre affrontano puntando sul lirismo e sul raffinato interplay che privilegia soprattutto la melodia. Tutti i brani meritano di essere citati a partire dal malinconico I waited for you che apre il disco fino all'appena accennato ritmo di bossa del conclusivo Star eyes ; sicuramente da incorniciare l'ottima versione della gershwiniana But not for me con i bei assoli di Raney e di Baker che ne canta anche il testo, così come Autumn in New York con un Baker superlativo e un ottimo assolo di Pedersen. Completano questo disco la ritmata Blue room e la delicata The touch of your lips in cui, ancora, Baker canta, anzi sussurra, caricando ancor più il brano di malinconia. Disco che, a mio parere, è uno degli apici della carriera del trombettista.
Gli anni '80: la rinascita

Chet Baker in Tokyo (2 CD Evidence - 1987)
con Harold Danko, Hein Van Der Geyn, John Engels
Se il precedente è uno degli apici dell'arte di Baker, questo Chet Baker in Tokyo per me ne è la vetta assoluta, il disco nel quale egli ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dove ha spremuto tutta la sua tecnica - pur non fenomenale - per dare con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Un disco che nella dispersiva selva di registrazioni live, spesso disordinate e approssimative, si distingue come una fulgida gemma. Questo disco ha qualcosa di magico, a prescindere dai generi, dagli stili, dagli strumenti.
Registrato dal vivo a Tokyo il 14 giugno 1987 contiene 11 brani, tutti suonati a livello superlativo sia da Baker che dai suoi eccellenti accompagnatori, e colpisce soprattutto la varietà delle proposte: si va dall'hard-bop di For minors only - che impressiona per la precisa esecuzione, considerato che Baker certo non brillava nei tempi veloci - fino alla tormentata Almost blue di Elvis Costello in cui Baker canta tutta la sua pena. Ci sono poi due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I'm a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato. Un disco che sa dare emozioni, vere e persistenti. Se pensate che io stia esagerando vuol dire che non l'avete ascoltato. Fatelo, ne vale assolutamente la pena e converrete con me che è uno dei più bei dischi che il jazz abbia prodotto.

Little girl blue (Philology - 1988)
con Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra
Riacquistato il feeling con lo strumento e, forse, imparato a convivere con il disordine della sua vita, Baker produce alla fine della sua carriera, tragicamente interrotta con quella - ancora inspiegata - caduta da una finestra di un hotel ad Amsterdam, una serie di dischi davvero importanti che esemplificano pienamente ciò che il trombettista rappresenta per la storia del jazz e della musica. Tra questi c'è Little girl blue che è di fatto l'ultima registrazione in studio di Baker. E' significativo anche che essa sia stata fatta con musicisti italiani - ovvero lo "Space jazz trio" di Enrico Pieranunzi - e in Italia (a Recanati l'1 e 2 marzo 1988), paese a cui Baker è legato da un rapporto di reciproca stima e amore. Nei sette brani contenuti nel disco il quartetto privilegia soprattutto la fluidità dell'esposizione in quelli che, con l'eccezione di House of Jade di Shorter e Old devil moon sono dei tempi medio-lenti. Il dialogo tra tromba e pianoforte è davvero interessante grazie anche all'amore per la melodia che contraddistingue Baker e Pieranunzi; Pietropaoli con l'incessante pulsare del suo contrabbasso rappresenta il costante punto di riferimento ritmico su cui si appoggia il delicato drumming di Sferra che sfrutta soprattutto piatti e spazzole. Ottima l'apertura con I thought about you che contiene pregevoli passaggi di Baker, lo swing di Come rain come shine, la scintillante Old devil moon e la malinconica title-track di cui Baker canta il testo.

The last great concert vol. 1 e 2 (2 CD Enja - 1988)
con la Big Band (18 elementi) e l'orchestra sinfonica (43 elementi) della radio di Hannover (NDR)
Reperibile anche in due volumi separati - My favourite songs e Straight from the heart - questo ultimo concerto di Baker è uno dei suoi progetti più ambiziosi nonché l'ultima occasione per sentire la sua musica spiccare il volo, prima che essa venisse stroncata da un altro drammatico volo due settimane dopo questa registrazione del 28 aprile 1988.
L'apporto strumentale è quantomai vario: vi sono brani per piccolo gruppo, per big band e per l'intera orchestra; in tutti è presente la tromba di un Baker in particolare stato di grazia, capace di una precisione, una liricità e un coinvolgimento degni dei tempi migliori. Il programma è sostanzialmente fatto di standard come Summertime, Django, In your own sweet way, Tenderly, There's a small hotel, e non possono mancare la splendida I fall in love too easily - che con la voce e lo strumento di Baker diventa pura poesia - un omaggio a Davis con All blues e Sippin' at bells, uno a Monk con Well you needn't e la logica, immancabile My funny Valentine in ben due versioni. Il sostegno dell'orchestra sinfonica che bene dialoga con il solista, conferma come Baker sia uno dei pochi jazzisti capaci di rimanere credibili anche in questa situazione, quando molti suoi colleghi tendono a lasciare da parte l'improvvisazione; le parti per piccola formazione - ad esempio In your own sweet way per quintetto o l'ultimo bis con My funny Valentine in trio - danno ancora una volta l'idea di come fosse magnetica e squisitamente melodica la sua tromba. C'è poco da aggiungere nel descrivere un disco come questo se non che ci troviamo di fronte ad una lucida testimonianza di una carriera di un grande jazzista concentrata in un'ora e mezza di musica irripetibile.
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P.S. Non so se Giorgio (tu sai chi) leggi blog e sito come una volta. Nel caso tu lo faccia, sappi che questo post l'ho scritto, con quella foto di Chet sulla scrivania, pensando a te (tu sai perché) che magari non sei per nulla d'accordo con le mie scelte... ma tant'è...
giovedì, ottobre 06, 2005
Don Camillo non paga l'ICI...
Ne avevo già parlato ad agosto, ma ora che il Senato ha approvato il provvedimento (bloccato proprio in commissione bilancio del Senato per mancanza di copertura finanziaria) ci ritorno sopra. Perché ancora una volta assistiamo inermi all'operazione di questo governo che regala un pezzo dello Stato alla Chiesa. Di cosa si tratta? Praticamente la Chiesa Cattolica - e solo quella, mica le altre confessioni religiose - sarà esentata dal pagare l'ICI, che ricordo essere "imposta comunale sugli immobili". Questa non è una novità perché da sempre (ovvero dal 1993) la Chiesa non ha mai pagato nulla per luoghi di culto e relative pertinenze (oratori, asili, sale giochi, conventi, ecc...) ma la cosa grave è che ora non pagherà nulla nemmeno le attività di tipo commerciale come scuole private, ospedali, ostelli, case per vacanze, alberghi e ristoranti di proprietà dei vari enti cattolici. Immobili per i quali la Chiesa ha già il suo bel guadagno proveniente dai soldini sonanti pagati dai frequentatori. Questa ennesima concessione clientelare - anzi, chiamiamola con il suo nome: "pizzo elettorale" - secondo l'ANCI costerà alle tasche dei Comuni, già messe a dura prova dall'ultima finanziaria, qualcosa come 300 milioni di euro, somma - ovviamente senza alcuna compertura prevista - che i Comuni dovranno pur tirare fuori da qualche parte, tipo diminuire i servizi, le iniziative culturali o magari aumentare l'ICI di quei cittadini che invece lo pagano.
Ma attenzione alla ciliegina sulla torta! La normativa ha carattere interpretativo, tanto da coinvolgere la rilettura della legge stessa che ha istituito l'ICI. Ciò potrebbe dare origine ad un contenzioso enorme se, come immagino, la CEI ricorrerà in giudizio per chiedere il rimborso delle somme "ingiustamente" versate dal 1993 ad oggi.
Credo non sia necessario aggiungere alcun commento se non che, ancora una volta, stiamo assistendo ad un uso privatistico dello Stato di una maggioranza bollita che non si rende conto di non rappresentare più il Paese o, cosa ancora più tragica, pensa ancora che il Paese si rispecchi in lei.
(quanto al vergognoso rinvio del decreto sul TFR e previdenza complementare - questa sì materia che coinvolge noi tutti - nel quale il governo si è fatto prendere al laccio da assicurazioni e banche, ne parlerò più avanti)
mercoledì, ottobre 05, 2005
Licenziamento per giusta causa?
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Papa Razingeeeeeeeeeerrrrrr!











