mercoledì, agosto 31, 2005

Blog Day 2005!

BlogDay

Leggo da parecchie parti che oggi è il BlogDay2005, idea lanciata da Nir Ofir, blogger israeliano che ha sfruttato una certa somiglianza tra la data di oggi - 3108 - e la parola BLOG.
Bene. In cosa consistono i festeggiamenti? Praticamente si tratta di segnalare sul proprio blog 5 altri blog, diversi per argomento e punti di vista in modo da far scoprire ai propri lettori nuove persone e nuovi blogger.
Orbene. Considerando che nella colonna qui a destra sono linkati (quasi) tutti i blog che attualmente leggo - e che ovviamente consiglio in toto - non mi resta che pescarne lì alcuni, ma non tutti, per la cinquina. E non se la prendano gli altri. Allora io direi:

Musica: roundaboutmidnight. Perché Quoyle la musica la vive su sè stesso. Quando parla di un disco, di una canzone, di un concerto è come se ci aprisse un po' il suo cuore, ci facesse partecipare alla sua vita.

Idee: Totanus. Perché trovo che esprima delle idee interessanti con le quali spesso mi trovo d'accordo.

Idee: JimMomo. Perché trovo che esprima delle idee interessanti con le quali spesso NON mi trovo d'accordo.

Deliri: Confusion is next. Perché le sue storie iperboliche tra vero e finzione, fanno capire quanto assurda può essere la realtà rispetto alla fantasia.

Cose: Son of a gun. Perché ho scoperto oggi che Piccy ha un blog e non mi aspettavo nulla di diverso da questo.

Ok. Ho dato. Blog non citati: innumerevoli, ma non dimenticati. Happy BlogDay a tutti.


lunedì, agosto 29, 2005

Oggi dal web

Io capisco che siano detenuti che abbiano una pena da scontare, ma cosa mai hanno fatto per doversi sopportate un "concerto" in carcere di Mastella? Da Repubblica

Mr.B. dice che elencherà ciò che il suo governo non ha fatto. Ovvio quel poco che ha fatto dovrebbe cercarlo con il lumicino, e corre il rischio di scoprire solo errori. Da Ansa (grazie Lorenzo)

E questo è il sito per le compere cattoliche: http://www.catholicshopper.com/
Tutto, ma proprio tutto per ricordarvi in ogni momento che lui è lì che ti guarda. Oggetti imperdibili, tra cui questo Gesù che frega tutti i colpi al battitore. Chissà se ci vendono pure le croci gonfiabili di cui dicevo: leggere da portare, facili da usare e facilmente estraibili e posizionabili in caso di foga penitenziale improvvisa.
Quanto passerà che avremo il primo salvato dall'annegamento grazie al pronto uso della croce-salvagente?


domenica, agosto 28, 2005

Anno nuovo, abitudini vecchie (in miniatura)

Bene signori: si ricomincia. Riparte un nuovo anno. Sì perchè io ho avuto sempre l'impressione che in Italia in realtà l'anno inizi in un giorno indefinibile verso la fine di agosto o dell'inizio di settembre, relegando il 1° di gennaio ad una mera occasione per fare un po' di baldoria. Iniziano le scuole, la gente ritorna negli uffici e nelle fabbriche più incazzata di prima, perché sono finite le ferie, perché si torna al solito lavoro, al solito ménage, perché i prezzi aumentano e chissà chi ha deciso che debbano farlo proprio in autunno... e come ogni fine estate, puntuali come ogni anno, arrivano i due eventi che sconvolgeranno la vita degli italiani nelle settimane, mesi, qualche volta addirittura anni a venire: ricomincia il campionato di calcio e ritornano in edicola le "collezioni"!
Trovo che le cose abbiano un legame tra loro, forse meno labile di quanto sembra.
Sorvolo sui problemi della stagione calcistica di quest'anno - diritti televisivi (ne accennavo qui e qui), palinsesti sconvolti, proteste dei tifosi (tifosi?), dei sindaci, delle società, della FIGC e di tutta la sotto-corte di lacchè e ruffiani - perché non me ne importa nulla. Ma importa a quell'entità misteriosa che è l'italiano medio e che per queste cose ne soffre. E corre in massa all'acquisto di decoder e ammennicoli vari. Perché quello che gli mancherà - e quanto gli manca durante l'estate! - è il senso di protezione che deriva dal sentirsi parte di un ambiente, di sapere di avere sempre un argomento sicuro su cui contare e poter dire la propria opinione, che chiunque dimenticherà nel momento stesso in cui viene pronunciata.
Ecco allora che nasce questo senso di protezione, di appartenenza, di voglia di trovare un ordine, di lasciare un segno tangibile, che in concomitanza o in carenza del calcio viene rafforzato o sopperito da qualcos'altro: cosa c'è di meglio delle collezioni! E mai come quest'anno mi pare che le case editrici si stiano scatenando, anche se onestamente mi sfuggono i motivi per cui ci si possa spingere a collezionare: casette in miniatura, navi in miniatura, biciclette in miniatura, moto in miniatura, pitali dei re di Francia in miniatura (ma dipinti a mano eh!), alpini in miniatura, pompieri del mondo in miniatura, calici dei Dogi di Venezia in miniatura (in vetro soffiato, mica cazzi, immaginatevi gli edicolanti!), i pezzi per costruire una vera radio d'epoca, o un robot programmabile con il pc che dice il suo nome, fino ai soldatini - in miniatura - della battaglia di Austerliz (120 uscite settimanali... si parte da un soldato, l'ultima uscita ci scommetto che sarà Napoleone in persona che nel frattempo sarà già bello e morto a Sant'Elena!). Ad agosto dell'anno scorso, ricordo: la riproduzione dei funghi, della roncola valtellinese, dei boccalini da birra - tutto in miniatura, ovvio - ma soprattutto delle statuine del presepe: 80 uscite, quindi il presepe non sarebbe stato pronto per il Natale dell'anno scorso, ma per quello di quest'anno. Mi chiedo: sarà già uscita la pastorella con la brocca dell'acqua? E, soprattutto: chissà se qualcuno le sta ancora raccogliendo? Anche perché i primi numeri, con i pezzi più scarsi, costano 1 euro, ma gli ultimi almeno 20 volte tanto!
In attesa che esca il kit per produrre un piccolo ordigno nucleare - in miniatura - con tanto di micro-carica di plutonio per far saltare il condominio e tutte le collezioni accluse, lancio una proposta agli editori: "costruisci la tua squadra del cuore", in miniatura. 23 uscite settimanali (titolari, riserve, allenatore) di omini con le fattezze dei giocatori, per chiudere finalmente il cerchio e dare agli italiani la loro agognata sicurezza. In miniatura.


venerdì, agosto 26, 2005

Il Sudoku e il Sole24ore

A proposito di Sole24ore: sfogliandolo ho visto che hanno lanciato un concorso a premi (lettori MP3, fotocamere digitali, palmari) per chi risolve i Sudoku proposti e manda loro le soluzioni.

Ma lo sanno quelli del "Sole" che esistono siti internet (non ultimo questo) che consentono, dopo aver inserito i numeri proposti, di avere la soluzione immediata?


ICI d'agosto, io non ti conosco

Mentre Juxtaposition dei Radian si spande vigoroso nell'ufficio deserto, oggi ho deciso di cominciare a dare un'occhiata ai vari giornali che in questi giorni di ferie si sono accumulati in ufficio, che mantenersi aggiornati in materia fiscale/previdenziale dovrebbe essere tra i miei compiti.
Ho passato la mia oretta tra Soli24ore, Italieoggi e Gazzette Ufficiali - praticamente la solita fuffa - quando spunta la notizia che ti fa rizzare le orecchie: novità sull'ICI. Novità sull'ICI?? Che novità ci possono essere sull'ICI ad agosto? Quando tutti sono in ferie e dell'ICI... Appena due righe - tra l'altro di un articolo che parla di altre cose - a pagina 21 del Sole24ore di venerdì 19/8 mi avvertono che nella Gazzetta Ufficiale n.191 del giorno prima è stato pubblicato il Decreto Legge n.163 del 17/08/05 contenente "Disposizioni urgenti in materia di infrastrutture". Cosa ci sarà di così sconvolgente da rendere necessario un Decreto Legge? Vabbè, vediamoci questa Gazzetta.
Il Decreto di cui sopra all'art.6 recita:

"L'esenzione prevista dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni,
si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all'articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto".

Ancora un'altra ricerchina per i particolari e arrivo al dunque: ciò in pratica vuol dire che tutti gli immobili, di qualunque tipo e in qualunque luogo essi siano, di proprietà della Chiesa e compagnia cantante, sono ESENTI dall'ICI! Az' mica male! Da notare che si prevedono le attività di assistenza, beneficenza, educazione, cultura, ma anche le attività commerciali. Mica male davvero. Ora capisco il Decreto Legge, la sua approvazione e pubblicazione ad agosto e il suo passare pressochè inosservato.
Credo che non serva aggiungere altro se non che Ruini segna un altro bel punto sul suo personale cartellino (cit.).


...

Ecco un blog da vedere.

Peccato per quei link che mi paiono di troppo.

 

(Grazie ad un inconsapevole Gigiriva)


mercoledì, agosto 24, 2005

Cattiveria della sera

Non si dovrebbe ma... vabbè dai, lo dico: Maria Grazia Cucinotta dice che, dopo Il postino non l'hanno fatta lavorare perché [testuale] "sono terrona, tettona e non so recitare" Beh? Non so se i motivi sono quelli, ma mi pare che quanto detto rispecchi perfettamente la realtà! E li ringrazi pure: non hanno detto che c'aveva due baffoni che neanche il kaiser...

... ogni tanto un po' di leggerezza ci vuole. Dopo aver tanto parlato di Pera, meglio parlare di pere... va bene, d'accordo, la smetto :-)


martedì, agosto 23, 2005

Ancora su Marcellino

Su Marcellino "Dixan*" Pera, così l'ottimo Gian Antonio Stella sul Corriere.




*© Jazzer. Pera: più bianco del bianco, più cattolico dei cattolici, più integralista degli integralisti... fate voi.

Wasting time

Ma c'è davvero qualcuno che spreca il suo tempo inventandosi queste cose?

http://www.trafficlightwars.co.uk/


(grazie Sandro)


Attenzione: blog relativista



Anche questo, come radicalmente, è un blog relativista.

Astenersi non interessati e perditempo.

lunedì, agosto 22, 2005

Eccone uno più integralista degli integralisti

C'è crisi nell'Occidente. Mica quella economica, no quella è un'altra storia. Qui ci troviamo di fronte ad una crisi ben più importante: quella morale. Ma per fortuna noi abbiamo la sentinella, il baluardo che si erge saldo e pugnace di fronte alla barbarie: Marcello Pera. Perché lui - l'irrefrenabile talebano laico, ma così laico, ma così laico che non può che riconoscersi più cattolico dei cattolici - ieri al Meeting di CL ha rivelato la sua verità divina. Ecco alcune perle dogmatiche (che potrete leggere per intero in questo articolo del Corriere):

"In Europa si diffonde l'idea relativistica che tutte le culture hanno la stessa dignità etica; si pratica il multiculturalismo come diritto di tutte le comunità, e non importa se genera apartheid, risentimenti e terroristi di seconda generazione"

Già, affermiamolo una volta per tutte che la cultura cattolica è superiore e mettiamo una pietra sopra tutto il resto. Diciamolo definitivamente: "o con noi, o contro di noi!" Il multiculturalismo, il dialogo tra culture, il diritto a vedere riconosciuta la propria diversità dall'omologazione, è tutta roba da cancellare perché genera (lei!) discriminazioni. Mi chiedo cosa voglia Marcellino... "Got mit Uns" mi pare fosse inciso nelle fibbie delle SS.
Poi ci ha pensato Pera che mentre lui stava decretando la fine del dialogo tra culture e religioni, il Papa - con il quale sappiamo essere in comunione di spirito ed intenti - stava in quel di Colonia avviando, o meglio continuando, un dialogo con i principali esponenti delle altre grandi religioni: protestanti, ebrei e mussulmani?

Sogno un mondo cross-free

"In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata e si diventa 'meticci'".
[E' necessaria un'allenza tra laici e credenti] "per riaffermare e salvare la nostra identità occidentale, democratica e liberale perché contro di noi è stata dichiarata 'una guerra santa'".

L'avevo già scritto e non lo ripeto: questa è una guerra economica non di religione.
E, a questo punto, meglio morire meticci - che poi tanto tragico non è - piuttosto che dover sopportare, in virtù di una fantomatica identità occidentale, una civiltà in agonia come la nostra. E poi, onestamente, davvero c'è qualcosa da condividere con questi della foto (da
Repubblica ) che alla GMG girano con queste ignobili croci di gomma gonfiabili? E con la manona fuchsia "yo yo Ratzi boy"!




Aggiornamento 23/08: annche CL prende le distanze da Pera... ma anche no (sul
Corriere)


sabato, agosto 20, 2005

Alcuni link per oggi

Dal Corriere: Il suicidio dei Tuareg decimati dalla carestia
Da Beppe Grillo: Le porcate delle banche
Da Pandemia: Il prezzo della benzina nel mondo
Da NightPassage: Scoperto l'ingrediente segreto della Coca Cola 


martedì, agosto 16, 2005

Frère Roger

Frère Roger

Per tutti era semplicemente frère Roger, fratello Roger, niente di più.
Eppure quest'uomo mite e schivo nel 1940 - da protestante - fondò in Francia la comunità ecumenica internazionale di Taizé che oggi conta circa un centinaio di confratelli, cattolici e protestanti, da più di 25 nazioni; confratelli che si impegnano per una vita di condivisione materiale e spirituale, vivendo in povertà solo del proprio lavoro. Fin dagli anni '50 migliaia di persone - sooprattutto di giovani - si sono recate nel piccolo paesino della Borgogna per condividerne per alcuni periodi la vita di comunità, tra incontri di riflessione e di preghiera.

Perché ne parlo? Perché una mezz'ora fa ho appreso una notizia che davvero mi rende molto triste: frère Roger, durante la preghiera della sera in comunità, è stato aggredito e ucciso da uno squilibrato. Non ho davvero parole per descrivere le mie sensazioni, se non quella di una profonda mestizia. Chi avrebbe mai potuto solo immaginare una tale fine per quest'uomo? Un uomo che ancora a novant'anni rappresenta un punto di riferimento lucido e forte per tante persone.

E ne parlo io, che sarò pure ateo e anticlericale, ma che non sono in questo così supinamente e stupidamente integralista; ne parlo perché a Taizé ci sono stato - credo fosse il 1986, pur ammettendo che le mie motivazioni non erano proprio "canoniche" - e in quell'occasione, e poi anche in un'altra, ho avuto modo di incontrarlo, frère Roger. E mai nella mia vita mi sono sentito così vicino alla Santità come allora. Santità data dalle azioni, dall'esempio, dalla assoluta serenità del porsi e dell'ascoltare. Dalla forte dolcezza della voce e dello sguardo. Santità luminosa, viva, non quella di altari polverosi e di miracoli buoni per essere ricordati nelle giaculatorie.
E deve essere chiaro ed inconfutabile: la sua morte, così assurda, così dolorosa, priva il mondo di una fonte benefica alla quale attingere.

Notizia e foto ANSA

17/08 Aggiornamento: Repubblica



Et voilà: astigmatic.it

Se qualcuno dei miei sparuti lettori avesse pensato che stavo un po' trascurando il blog, beh aveva ragione.
A parte l'aria di vacanza che dirada la voglia di scrivere cose che abbiano un senso compiuto, ero alle prese con il mio nuovo giocattolino: il foto-blog, o photoblog che dir si voglia.
L'idea mi frullava in testa da un po' ed ora ho finalmente avuto il tempo di metterla in pratica: così oggi è ufficialmente nato www.astigmatic.it, photoblog nuovo di zecca dove troverete il meglio del peggio di ciò che è uscito ed uscirà dalla mia macchina fotografica.
Inutile dire che mi farà molto piacere se passerete - e magari ripasserete, e ripasserete (ad libitum) - da quelle parti per dargli un'occhiata.
Vi aspetto.
Grazie a tutti.


mercoledì, agosto 10, 2005

Intermezzo stupidino

Oggi al parco sento una mamma che a voce spiegata chiama la sua figliola:
"Naik, Naik!"
Eh no, accidenti, questa mania di dare nomi stranieri ai figli. Se un giorno mi nasce la femmina le darò un nome italiano, come Superga, ad esempio... o Diadora...


Incontri

Se su questo blog si deve parlare anche di me, beh oggi è il momento per farlo. E lo faccio soprattutto per me per esorcizzare un fantasma che mi porto dentro, quindi gente "tutta roba personale" se volete, passate ad altro. Anche perché il cabernet è stato aperto e non so dove andrò a parare.
Oggi è stato giorno di incontri. Incontri di persone con cui da tempo, anni, una quindicina forse, non ci vedevamo. Prima un amico poi lei, il mio amore di gioventù. No, non ho paura ad usare questa parola perché tale era, con la logica dell'adolescenza con il sentimento dei vent'anni. E se con il mio amico la conversazione si è protratta fitta per un paio d'ore, lei non ho avuto neppure il coraggio di avvicinarla, di incrociarne lo sguardo. Eppure era lì, da sola senza nulla di importante da fare.
Non fraintendetemi: all'epoca tra noi non ci fu nemmeno un bacio, ma una forte intesa - che so non essere solo da parte mia - fatta di chiacchierate fino a tarda notte seduti sulle scale di casa sua, di parole dette, di emozioni condivise, di passioni letterarie suggerite. Ed io troppo timido anche solo per confessarle ciò che provavo e lei che forse aspettava o che forse non era interessata. Non lo so, non l'ho mai capito ed è proprio questo che mi rode: perché bastava una parola e non l'ho detta, con la paura che quella parola avrebbe potuto irrimediabilmente rovinare tutto. Poi le nostre strade si sono divise e ci siamo persi di vista. E all'epoca c'era solo il telefono. E io al telefono divento come Marcel Marceau: muto. Ora penso a come poteva essere, a come sarebbe finita, cosa sarei adesso se quell'abbraccio si fosse sciolto, se quel cercare fosse arrivato ad una concretezza. E così questa sera ne ho evitato lo sguardo per non riaprire una ferita che certo non è ancora aperta e sanguinante, ma che lascia un amaro senso di incompletezza. E soprattutto per non dover partire con le solite cose "cosa fai? sei sposato? hai bambini? dove sei finito?" e non poter invece dire la verità, che la sola sua vista mi risveglia sentimenti sopiti ma non cancellati.
Lo so: "chi è stato è stato e chi è stato non è", non si può tornare indietro e neppure ci tornerei indietro, ma non posso inscatolare il mio cuore né metterlo a tacere.
Va bene, il bicchiere è vuoto e il resto dei miei pensieri lo tengo per me: spero solo che mia moglie non legga questo post, perché forse non capirebbe. Ma se lo leggerà fino a qui verrà a sapere che quei sentimenti sopiti e rianimati torneranno nel loro letargo, mentre ciò che provo per lei è ben vivo. E a me basta.


lunedì, agosto 08, 2005

Miles Davis for dummies

Difficilmente è possibile trovare un musicista che, come Miles Davis, ha attraversato la storia della musica con così grande autorevolezza da indirizzarne spesso le tendenze, tanto che il rischio - che sta nella ripetizione, non nella poca veridicità - parlarndo dei suoi dischi è dire "nessuno prima aveva suonato così". Amo molto Davis ma mi è difficile parlarne, vuoi perché la sua importanza è davvero notevole, vuoi perché la quantità di dischi che ci ha lasciato è a dir poco poderosa per qualità e quantità, vuoi perché fin troppo è stato scritto su di lui.
Miles Davis vanta una discografia che, considerando le raccolte e i cofanetti, non mi stupisco arrivi ai 200 titoli; sono molti i dischi considerati "fondamentali" sia tra quelli ufficiali che tra i bootleg. Il mio intento è molto semplice: così come ho fatto con Keith Jarrett non ho alcuna intenzione di addentrarmi in una critica articolata ed approfondita, ma più umilmente fornire uno spunto di partenza per conoscere un tale musicista e magari confrontarmi con chi lo conosce già. Quelli che mi sono imposto di indicare, quindi, non sono i dischi in assoluto più belli di Davis (anche se inevitabilmente molti lo sono), bensì un numero molto limitato - una dozzina appena - che possa temporalmente coprire il più possibile ogni fase della sua carriera, in modo che siano sufficienti almeno per capire a grandi linee il percorso di questo grandissimo musicista, ben sapendo di non aver citato dischi bellissimi ed altrettanto importanti. Lascio al mio lettore "dummy" il piacere della loro scoperta.

Gli esordi

Birth of the cool

Birth of the cool (Capitol 1950)

Già col primo disco ufficiale a proprio nome, Davis incide una pietra miliare della sua carriera e di tutto il jazz a venire. Si tratta della raccolta di tre sedute di registrazione del 21/01/49, 22/04/49 e 09/03/50 effettuate con un nonetto - formazione a metà strada dal classico combo jazz e la big-band - tra le cui fila militano, tra gli altri, J.J. Johnson, Gerry Mulligan, John Lewis, Lee Konitz e Max Roach.
Anche solo leggendo il nome degli arrangiatori (Gil Evans, Gerry Mulligan, John Lewis) e sapendo quali saranno gli sviluppi successivi della loro musica, si può capire qual è l'importanza di questo disco. La sua grossa novità è un nuovo modo di intendere il jazz: il be-bop, suonato da Davis come sideman di Parker e Gillespie, qui perde parte della sua esplosività ma mantiene la sua particolare elasticità che si stempera in arrangiamenti sofisticati ed eleganti. Sono la rilassatezza dello stile e la scorrevolezza dei temi le chiavi di lettura del disco, il cui titolo non è, ovviamente, casuale: da questo album, infatti, si usa far risalire la nascita del cool-jazz che imperverserà soprattutto nella west-coast.

Bagsgroove

Bags groove (Prestige 1954)
con Sonny Rollins, Milt Jackson, Thelonious Monk, Horace Silver, Percy Heat, Kenny Clarke

Nei primi anni '50 Davis incide una serie di dischi con diverse formazioni; tra tutti questo Bags groove mi pare si meriti una menzione speciale soprattutto per la particolarmente efficace compenetrazione tra gli stili - hard-bop e cool - e la forte propensione dei musicisti verso assoli molto personali. Cinque i brani: interessante la title-track (presente in due take) per il tentativo, non riuscito e forse non possibile, di conciliare due visioni opposte del fare jazz, ovvero quella del leader e quella di Thelonious Monk il cui assolo è memorabile tanto quanto quello brillante di Milt Jackson ("Bags" appunto). Una collaborazione quella tra Davis e Monk destinata a non ripetersi. Tre i brani originali scritti da Rollins: Airegin dal sapore latino; Oleo - che diverrà un suo cavallo di battaglia - dove per una delle prime volte compare uno dei marchi distintivi di Davis, ovvero la sordina Harmon modificata con cui egli saprà trovare un suono personale, tagliente e caldo allo stesso tempo; Doxy trasudante blues grazie al pianismo di Horace Silver. Chiudono il disco due versioni della gerswhiniana But not for me trattata con rispetto ed irresistibile swing.

Il primo quintetto

Workin' with Miles Davis Quintet

Workin' with Miles Davis quintet (Prestige 1956)
con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones

Nel 1955 Davis mette insieme quello che sarà il suo primo fenomenale quintetto che, pur destinato ad una vita abbastanza breve, scriverà delle pagine splendide nella storia del jazz e sarà il trampolino di lancio di un genio assoluto qual era John Coltrane. La scelta su quale disco rappresenti al meglio il quintetto non è facile vista la altissima qualità delle registrazioni; le mie preferenze vanno a questo Workin' che come i gemelli (peraltro altrettanto ottimi) Steamin', Relaxin' e Cookin' proviene da due session-fiume del 11/05/56 e del 26/10/56 con i brani registrati tutti alla prima take.
Brani salienti del disco sono in apertura una liricissima versione di It never entered in my mind con un dialogo serrato tra il pianoforte di Garland e la tromba con sordina di Davis dove il pathos è quasi tangibile, Ahmad's blues - scritta da Ahmad Jamal che Davis ha più volte indicato come il miglior pianista di sempre - suonata in maniera eccelsa dalla sola sezione ritmica, Trane's blues blues assolutamente trasversale e Half Nelson un classico del bop scritto da Davis probabilmente riferendosi a Parker.

Miles Davis e Gil Evans

Miles Ahead

Miles ahead (Columbia 1957)

La collaborazione tra Miles Davis e Gil Evans, come abbiamo visto, non è cosa nuova. Questo felice connubio riprende proprio con questo disco e proseguirà fino al 1962 con altri quattro lavori (Porgy and Bess, Sketches of Spain, At Carnegie hall e Quiet nights) gettando di fatto le basi della cosiddetta "thirdstream", ovvero quella corrente che si proponeva di creare una sintesi tra la scrittura musicale colta europea e l'improvvisazione tipica del jazz.
In questo disco - a mio parere il migliore dei cinque - Davis suona esclusivamente il flicorno e, come si trattasse di una sorta di concerto, è l'unico solista di una band di 19 elementi; i suoi assoli sono, se possibile, ancora più misurati e levigati e mirano ad un lirismo ricercato ma non di maniera, mentre il suono del suo flicorno non si discosta molto dalla tromba, solo ne smussa un po' gli angoli più vivi. L'orchestrazione si contraddistingue soprattutto per il costante gioco timbrico tra acuti e bassi che enfatizzano lo swing e per la precisa resa dei particolari. I brani più interessanti sono il movimentato Springville, New rhumba (altro riferimento a Jamal), The maids of Cadiz e Blues for Pablo - sorta di prodromi all'"innamoramento" spagnolo di Sketches of Spain - e la title-track che è la riproposizione della Milestone incisa con Parker nel 1947 per la Savoy.

Il sestetto e il jazz modale

Kind of blue

Kind of blue (Columbia 1959)
con John Coltrane, Julian "Cannonball" Adderley, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb

Che dire di un disco sul quale è già stato detto tutto? Il disco di jazz più venduto al mondo, sul quale sono stati scritti libri, che è stato sviscerato fino nelle sue più profonde pieghe? Basti dire che è considerato uno dei precursori - se non "il" precursore - del jazz a venire, di quell'approccio modale ricercato da Davis e sviluppato con la costante collaborazione del pianista Bill Evans. Ma non è solo per questo che Kind of blue deve essere ricordato: fondamentale è anche l'intesa perfetta tra i musicisti, la loro intensità espressiva e l'equilibrio tra le parti improvvisare e quelle scritte, in realtà davvero poche e, ovviamente, basate più su scale che su note. Cinque i brani - So what, Freddie freeloader (l'unico in cui Wynton Kelly prende il posto di Evans al piano), Blue in green, All blues e Flamenco sketches - cinque le meraviglie senza tempo nelle quali Davis e i suoi compagni distillano e centellinano tutta la loro arte.

Il secondo quintetto

Miles smiles

Miles smiles (Columbia 1966)
con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams

Nel 1960 Coltrane lasciò il sestetto, cosa che ha condizionato Davis ben pù di quello che lui voleva far apparire. Che la lacuna fosse difficile da colmare lo prova l'avvicendarsi dei saxofonisti - Sonny Stitt, Hank Mobley, George Coleman, Sam Rivers. Così piano piano tutto il fantastico gruppo di Kind of blue si andò dissolvendo ma Davis, con la consueta capacità di scegliere i musicisti giusti, mise assieme uno dei più interessanti gruppi apparsi sulla scena jazz: il "secondo" quintetto che assumerà la sua forma definitiva nel 1964 quando George Coleman verrà sostituito definitivamente da Wayne Shorter che darà un gran contributo anche come compositore. Tra la decina di dischi all'attivo - alcuni con varie aggiunte di musicisti - non potendo consigliare ad un "dummy" il magnifico cofanetto da 8 CD The complete live at the Plugged Nickel (la "stele di Rosetta del jazz moderno" l'ha definito qualcuno) - opto per questo Miles smiles in cui si possono già ascoltare in fieri i cambiamenti epocali che Davis darà alla sua musica. Musica che richiede attenzione, che non prende mai il sentiero più facile, che diventa più nervosa, scattante, ma che non rinuncia al lirismo - vero marchio di fabbrica di Davis - pur se trasportato ad un livello più astratto.

La "svolta" elettrica (e psichedelica)

In a silent way

In a silent way (Columbia 1969)
con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, Dave Holland, Tony Williams

Questo è il disco della svolta, dopo il quale la musica di Davis non sarà più uguale a prima.
Due lunghi brani (anzi quattro accoppiati Shhh/Peaceful e In a silent way/It's about that time) dall'andamento lento e meditativo per lasciare che le idee fluiscano libere da condizionamenti, senza coordinate pre-fissate in un gioco di incastri in parte ottenuto in fase di montaggio, cosa per l'epoca perlomeno originale.
Davis comincia a recepire altre influenze, James Brown, il batterista Buddy Miles, il rock/soul/funky di Sly and the Family Stone e soprattutto Jimi Hendrix con il quale si parlò di un progetto comune. Tutto questo si riflette - seppur non ancora così fortemente come nel disco successivo - in In a silent way dove non c'è una vera e propria melodia ma una lunga serie di assoli che si stendono sul suono liquido e diafano ottenuto dal piano elettrico (ce ne sono ben tre all'opera) e bene si combinano con le insistite pulsioni ritmiche scandite da Holland e Williams e con il suono sciamanico della tromba di Davis. Completano la magia di un disco il cui ascolto lascia senza fiato il soprano di Shorter e la chitarra di McLaughlin che, arrivato solo da pochi giorni dall'Inghilterra, nessuno sapeva cosa avrebbe suonato.

Bitches brew

Bitches brew (Columbia 1969)
con Wayne Shorter, Benny Maupin, Joe Zawinul, Chick Corea, Larry Young, John McLaughlin, Harvey Brooks, Dave Holland, Lenny White, Jack DeJohnette, Don Alias, Jim Riley

Con questo disco doppio la trasformazione del "nuovo" Miles Davis è completata: la sua musica non è più jazz - o meglio non solo quello - ma neppure puramente rock o funk, unendo tutto questo e fagocitando pulsioni dell'Africa tribale, dei suoni metropolitani, della musica colta del '900. Il suono assume così un aspetto scuro, ribollente, magmatico, con una particolare esplorazione dei registri grave - grazie al clarinetto basso di Maupin - e di quello acuto ad appannaggio del leader. I brani non hanno più una loro struttura stabilita, non esistono temi definiti ma cellule ritmiche e melodiche, riff e pedali; non esistono i singoli assoli piuttosto una sorta di improvvisazione collettiva in un flusso di coscienza dell'intera band, libera di spaziare tra le influenze senza alcun tipo di particolare limite, meno di tutti quello della dilatazione temporale. In questo senso la musica di Bitches brew, che è riduttivo chiamare jazz-rock e che sfugge comunque da qualsiasi tipo di classificazione, anche quella di free-jazz, si può definire "psichedelica" in quanto l'empatia tra i musicisti supera la singola percezione di ciascuno di loro e, agendo anche per contrasti - chiaro/scuro, pieno/vuoto - o per assonanze, riesce a mettere a nudo l'interiorità superando non solo il jazz ma l'essenza della musica stessa.

L'era del "freepop"(*)

On the corner

On the corner (Columbia 1972)

Dopo Bitches brew molte cose cambiarono: la musica rock era sempre più popolare mentre i locali jazz si svuotavano e non solo per questo, Davis, che nel frattempo aveva adottato un look da rockstar, aveva contrattato con la Columbia il suo passaggio al catalogo rock e si esibiva in locali solitamente riservati a tale genere.
On the corner, che nasce in questo particolare periodo felice in quanto ad energia fisica e creatività, resta uno dei dischi più controversi - fino quasi al rifiuto della critica - del trombettista. Ciò che egli si era proposto era coinvolgere il giovane pubblico nero che cercava l'emancipazione dal ghetto; per fare questo dà un'ulteriore sterzata alla sua musica rendendola ancor più funky (James Brown e Sly and the Family Stone dicevamo) insistendo sul ritmo e, rinunciando alla struttura quasi essenziale nei dischi precedenti, caricandola di note senza, peraltro, pervenire ad una definizione melodica o armonica, ma limitandosi a cucire degli improvvisi vamp su un tappeto ritmico ottenuto dalla linea del basso. Riascoltando il disco oggi è facilmente intuibile lo "scandalo" suscitato all'epoca, ma è altrettanto evidente quanti musicisti attuali si siano, nel bene o nel male, ispirati ad esso.

Il ritorno

Star people

Star people (Columbia 1983)
con Bill Evans, John Scofield, Mike Stern, Marcus Miller, Tom Barney, Al Foster, Mino Cinelu

Nella seconda metà degli anni '70 Davis - per i suoi numerosi problemi di salute e, forse, per un calo di ispirazione - si ritira dalle scene. Ritornerà nel 1980 con un disco, The man with the horn, decisamente debole e sfilacciato ma nel quale incontra già quello che sarà il principale collaboratore nell'ultimo periodo di carriera, ovvero il bassista (elettrico) e poli-strumentista Marcus Miller.
Il sound è ulteriormente cambiato: Davis rinuncia a gran parte delle sue matrici nere - il richiamo all'Africa e alle sue tradizioni che in qualche modo erano presenti nella sua musica - e opta per un groove decisamente più bianco che oramai strizza vistosamente l'occhio al rock e al pop, anche se si sviluppa su una matrice blues. Star people è, infatti, un omaggio sui generis al blues, dominato dalle sfuriate della chitarra di Stern che viene in qualche modo contrastato da quella più bluesy di Scofield, ma con la tromba di Davis - praticamente sempre con sordina - in buona evidenza tanto da far pensare di poter ritornare quella dei vecchi tempi. Piccoli gioielli del disco sono la title-track dall'andamento di blues lento, Come get it e It gets better solidamente in mano a Miller.

Gli ultimi lavori

Aura

Aura (Columbia 1985)

Questo disco, registrato nel 1985 ma pubblicato solo 4 anni dopo, rappresenta un caso particolare nella discografia di Davis. Nel 1984 Davis riceve in Danimarca un prestigioso premio alla carriera; per l'occasione il trombettista danese Palle Mikkelborg scrive una suite in nove parti - intitolate come i sette colori dell'iride (o dell'Aura, appunto) più White ed Electric red - da registrare con una big band composta da musicisti danesi con ospiti John McLaughlin alla chitarra, Vince Wilburn (nipote di Davis) alla batteria elettronica e, ovviamente, Davis alla tromba.
Nella sua autobiografia il trombettista ha avuto delle parole d'elogio per il lavoro di Mikkelborg che si presenta come un buon distillato di suoni acustici ed elettrici che si adagiano in atmosfere a tratti tirate a tratti dall'ampio respiro corale e che non escludono elementi di sperimentazione. Le varie parti della suite sono ciascuna particolarmente caratterizzate passando dall'impressionistica White, alla cantabile Yellow, alle poliritmie di Orange, ai moti circolari di Red, all'eterea Green, allo swing sui generis di Blue, alla marziale Electric red, al free di Indigo, fino al blues finale di Violet . Davis suona in modo autorevole ed ispirato, sia con la sua "famosa" sordina che a campana aperta, dando ancora un saggio di quanto poteva ancora essere intensa e affascinante la sua arte.

Tutu

Tutu (Warner Bros 1986)

Introdotto dalla splendida foto di copertina e forse ascrivibile più a Marcus Miller - che ha scritto quasi tutti i temi e vi ha suonato basso elettrico, synth, sax soprano, clarinetto basso, chitarra e drum machine - Tutu è senza dubbio il canto del cigno del trombettista. Dedicato all'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace nel 1984 per la sua lotta contro l'apartheid, il disco si presenta come una serie di brani - forse non memorabili ma decisamente accattivanti - nei quali, grazie soprattutto all'elettronica, vengono fusi assieme elementi melodie orecchiabili, beat metropolitani, orchestrazioni ottenute con i synth, rapidi vamp ipnotici. Il tutto è tenuto assieme dal pulsare del basso elettrico di Miller e dal suono evocativo, quasi un lamento, della tromba con sordina di Davis; certo il risultato è poco spontaneo, ma Davis è davvero in buona forma e riesce ancora ad incantare soprattutto in brani come Tomaas, Portia, Full Nelson (Mandela) e la title-track. Disco che mantiene un alto livello e che, pur non essendo l'ultimo in assoluto, chiude la carriera di un musicista che non si è mai guardato indietro, che ha voluto sempre ferocemente trovare nuove strade e che non è sceso a patti con nessuno, per affermare sempre e comunque la sua autonomia e il suo lucido pensiero; considerando anche che non vi è un "giusto o sbagliato" in questo, credo che gli si debba tributare - se non la massima stima - almeno il massimo rispetto.


NB: la descrizione dei dischi è fatta sull'edizione originale, senza tener conto di bonus track aggiunte nelle ristampe in CD.

(*) definizione di Luca Cerchiari: Miles Davis - dal bepop al jazz-rock (1945-1991) - Mondadori


domenica, agosto 07, 2005

Ibrahim Ferrer

Ieri sera un altro degli splendidi musicisti che a Cuba hanno animato il Buena Vista Social Club ci ha lasciato. Questa volta è toccato ad Ibrahim Ferrer, voce appassionata e commovente del gruppo. E' sicuramente nell'ordine delle cose, vista la non proprio verde età, ma dispiace questa perdita così come quella dei suoi compagni - Francisco "Compay Segundo" Repilado e Rubén Gonzalez - e dispiace ancora di più di non averli conosciuti prima, di averne scoperto il magico mondo musicale solo in tarda età. Per questo dobbiamo ringraziare Wim Wenders e Ry Cooder che ce li hanno fatti conoscere tramite un film ed un disco bellissimi.

Voglio ricordare Ibrahim Ferrer con una canzone - Silencio - che mi dà una particolare emozione, un bolero intenso e commovente, come intense e commoventi sono le interpretazioni di Ibrahim e di Omara Portuondo. Lo potete ascoltare nel disco Ibrahim Ferrer oppure nel film di Wenders. Vi assicuro che sarà ben difficile dimenticarsene. Di seguito vi allego il testo.

Ibrahim Ferrer & Omara Portuondo
Ibrahim Ferrer e Omara Portuondo (foto di Donata Wenders)

Silencio
di Rafael Hernandez

Duermen en mi jardin
las blancas azucenas, los nardos y las rosas.
Mi alma muy triste y pesarosa
a las flores quiere ocultar su amargo dolor.

Yo no quiero que las flores sepan
los tormentos que me da la vida.
Si supieran lo que estoy sufriendo
por mis penas llorarian tambien.

Silencio, que estan durmiendo
los nardos y las azucenas.
No quiero que sepan mis penas
porque si me ven llorando
moriran.

---------------- perdonate: la traduzione è mia -------------------

Silenzio

Dormono nel mio giardino
i gigli bianchi, la lavanda e le rose.
La mia anima molto triste e cupa
vuole nascondere ai fiori il suo amaro dolore.

Non voglio che i fiori sappiano
i tormenti che mi infligge la vita.
Se essi sapessero quello che sto soffrendo
piangerebbero anch'essi per le mie pene.

Silenzio, che stanno dormendo
la lavanda e i gigli
Non voglio che essi sappiano della mia pena
perché se mi vedono piangere
moriranno.

RIP


martedì, agosto 02, 2005

Young and foolish (*)

Oggi grandi novità in casa Jazzer! Un cambiamento epocale, quello che con un balzo ti fa superare l'infanzia e ti fa assumere una nuova consapevolezza di cosa vuol dire essere bambini: abbiamo tolto le rotelle dalla bicicletta del piccolo.
Il bello è che - come è sempre successo - ha deciso lui tutto d'un tratto: "papà toglimi le ruotine che voglio provare senza!"
Quindi: chiave inglese (io), scarpe da corsa (sempre io), caschetto in testa (lui) e cipiglio fiero (sempre lui) abbiamo affrontato la sfida che, conoscendo il mio pollo, non pensavo davvero sarebbe finita come è finita: nessuna caduta, bambino contento e davvero sicuro anche nei piccoli tratti percorsi in piena solitudine. Non credevo ai miei occhi; mi sa che - per la preoccupazione di mamma - non passeranno molti giorni che diventerà autonomo, e allora saranno ginocchia sbucciate e gomiti sanguinanti... vabbè ci siamo passati tutti e siamo sopravissuti.

 

(*) Hague / Horwitt


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- Nisi casto tantum cauto -