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The gentle side of John Zorn

John Zorn: Filmworks XXIV – The Nobel Prizewinner (Tzadik – 2010)

In questo 24° capitolo dei sui “filmworks” John Zorn mette da parte il suo sax e le derive free-jazz e hardcore per sfornare una serie di composizioni di limpida matrice hard-bop / post-bop. Ispirato dall’atmosfera noir di questo film olandese, Zorn lascia a due collaboratori di lunga data – il bassista Trevor Dunn e il percussionista Kenny Wollesen – il compito di accompagnare l’eccellente pianista Rob Burger in una serie di brani di delicata ed evocativa intimità che spaziano dall’impressionismo di Debussy ai blues trattenuti di Jarrett. Il trio è prettamente acustico, con rari e misuratissimi inserti di elettronica e – se ancora ce n’era bisogno – mette in evidenza le ottime doti compositive del musicista newyorkese.


Regenorchester XII: collisione di menti

Regenorchester XII: dal vivo 11/12/2006, teatro Fondamenta Nuove, Venezia



Quello che si è presentato ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia per la rassegna Risonanze 2006/2007 è da considerarsi un vero e proprio supergruppo della scena d’avanguardia, sia per le grandi esperienze maturate dai suoi componenti, sia per la provenienza degli stessi. La Regenorchester è un progetto in evoluzione costante che si è formato a Londra nel 1995 e che attualmente vede militare nelle sue file cinque tra i più importanti sperimentatori di oggi: guida la formazione il compositore austriaco Franz Hautzinger che esplora con febbrile mobilità le possibilità espressive della tromba a quarti di tono, usandola nel modo meno convenzionale per ricavarne suoni inusuali, ma senza rinunciare a momenti di spiccato lirismo.
Tra i cinque, il nome forse più noto al grande pubblico è quello di Christian Fennesz, musicista viennese di spiccata intelligenza, che nasce chitarrista ma che ha evoluto il suo mondo musicale con l’utilizzo dei laptop, riuscendo con essi a creare melodie, increspature e scenari sonori di grande pathos utilizzando gli scarti e gli errori digitali – glitch, fruscii, disturbi di frequenza – in un intreccio tra analogico e digitale di rara bellezza e partecipazione emotiva (basti come esempio lo splendido Venice, presentato proprio in questo teatro nel 2004). Altro acuto sperimentatore è il chitarrista giapponese Otomo Yoshihide, in bilico tra jazz e punk ed attivissimo nella scena d’avanguardia del suo paese, che con la sua chitarra e i giradischi si rivela un manipolatore attento e particolarmente efficace, soprattutto nella costante operazione di perturbazione dei suoni. Completa la formazione una sezione ritmica al cardiopalma composta dal belga Luc Ex, già collaboratore di jazzisti free quali Han Bennink o di noise-band come i Sonic Youth e dal formidabile batterista australiano Tony Buck, membro di uno dei più interessanti e creativi trii jazz in circolazione ovvero i Necks, e collaboratore di tantissimi musicisti della scena avant-jazz quali John Zorn, Peter Brotzmann e Wayne Horowitz.

I cinque della Regenorchester hanno offerto, in questa ultima data del loro mini-tour europeo, un concerto denso e partecipato, sia per l’alta qualità della musica suonata, sia per l’intenso coinvolgimento emotivo espresso da loro stessi e dal pubblico che ha seguito le evoluzioni sonore con viva attenzione. E’ difficile descrivere la musica prodotta dalla formazione, tanto essa è mutevole e carica delle più diverse ispirazioni e derivazioni: improvvisazione di stampo jazz, sperimentazione, elettronica, rock vengono intrecciati assieme in modo così indissolubile da assumere una compattezza straordinaria e, soprattutto, raggiungendo un’originalità davvero notevole. Sicuramente il loro approccio compositivo ed improvvisativo procede per strati: da una parte la percussione modulare reiterata di Buck – cosa non nuova per lui visto il suo lavoro con i Necks – dall’altra le lame sonore della chitarra di Yoshihide e le cortine di suoni del laptop di Fennesz. Su tutto la pulsazione irregolare del basso di Ex e i grappoli lucenti di note e i riff saettanti della tromba di Hautzinger.
La musica appare come un continuo evolversi, quasi un partire da una materia primordiale che viene via via modellata fino a raggiungere un parossismo controllato che pare sempre sull’orlo di scivolare nel caos puro. Momenti di gran foga, quindi, ma anche tranquilli non-luoghi di quiete, quasi di trance, guidati da Fennesz o da Yoshihide che martirizza in ogni modo i suoi vinili, come nell’ultimo brano in programma dove da una cellula sonora piuttosto ambient si arriva ad atmosfere progressive decisamente energiche, in stile King Crimson degli ultimi anni.

Buona prova quella della Regenorchester nella quale si percepisce lo sforzo di andare verso una ricerca che superi il manierismo e la freddezza che spesso l’accompagna, ma anzi proponendo soluzioni interessanti e coinvolgenti senza per questo rinunciare ad una coerenza programmatica.

Franz Hautzinger: tromba a quarti di tono
Cristian Fennesz: laptop, chitarra elettrica
Otomo Yoshihide: chitarra elettrica, giradischi
Luc Ex: basso elettrico
Tony Buck: batteria, percussioni



Derek Bailey (1930 – 2005)

Il giorno di Natale si è spento a Barcellona Londra Derek Bailey. Nato nel 1930 a Sheffield in Gran Bretagna, è divenuto fin dalla fine degli anni ’60 uno degli improvvisatori più radicali della scena jazz, o forse non solo di essa visto che lo swing e il senso del blues in lui sono pressoché assenti.
Infatti il fare musica di Bailey, privo com’è di caratteristiche facilmente identificabili, è di difficile collocazione e di altrettanto difficile ascolto dato che si muove in un ambito atonale privo di precise melodie e ritmi, privilegiando la costante ed ossessiva ricerca timbrica ottenuta con i mezzi e le tecniche più svariati, dalle distorsioni più stridenti ottenute con la chitarra elettrica alla cupa dolcezza dell’acustica.

Qualcuno ha paragonato la sua chitarra al “prepared piano” di John Cage: creazione di “suoni” più che di “musica” e particolare sfruttamento della componente percussiva dei rispettivi strumenti.
Le collaborazioni di Bailey sono moltissime e molto diversificate: nel jazz d’avanguardia sono Tony Oxley, Evan Parker, Kenny Wheeler, Dave Holland, John Zorn, Antony Braxton, Han Bennink e Steve Lacy i musicisti più frequentati, ma vanno indicate anche collaborazioni in ambiti jazz più “tradizionale” come quella con Pat Metheny o incursioni nel pop meno commerciale, non ultima quella nel 2003 con David Sylvian nel suo Blemish.

Bailey lascia una discografia imponente, composta da una serie impressionante di dischi tra i quali è difficile muoversi. Per chi volesse avvicinarsi alla sua musica credo potrebbe partire da qualcuno dei suoi dischi per la Tzadik come Ballads o Pieces for guitar o l’ottimo Mirakle, dai due, peraltro piuttosto ostici, Solo guitar per la Incus (il volume 1 è del 1971 il volume 2 del 1992) o da Duo + trio improvisation (1992 DIW) soprattutto per il duo con il trombettista giapponese Toshinori Kondo. Il tutto, comunque, da prendere a piccole dosi.


La potenza espressiva della tradizione

John Zorn / Masada Chamber Ensembles: Bar kokhba (Tzadik – 1996)

Simone Bar Kokhba era un ribelle ebreo, per alcuni il Messia, che guidò una rivolta contro Roma nel 132 d.c. John Zorn – che qui dirige un ensemble fatto da 11 straordinari musicisti – ne richiama la figura quasi a sottolineare la propria rivoluzione che in questo caso è limitare nel modo più assoluto la propria tipica frenesia e concentrarsi maggiormente sullo sviluppo melodico. In Bar Kokhba non c’è traccia dello spirito iconoclasta del musicista newyorkese, ma anzi i tempi sono dilatati in brani meditativi e danzanti che fondono sapientemente la tradizione ebraica con l’avanguardia, in un doppio disco di affascinante bellezza e potente capacità evocativa. Un capolavoro.


Il jazz magmatico e propulsivo di Berne

Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear – 2003)

Tim Berne assieme a John Zorn ha rappresentato nella seconda metà degli anni ’80 la punta avanzata della scena dell’avanguardia jazz di New York, anche se le affinità con Zorn sono davvero esigue: entrambi suonano lo stesso strumento – il sax contralto – , entrambi hanno un approccio alla materia musicale estremamente personale e meticoloso ed infine entrambi fin da subito hanno guidato progetti e gruppi a proprio nome. Al contrario dell’onnivoro Zorn e pur traendo come lui ispirazione da diversi contesti, Berne si avvicina in modo più metodico alla scrittura musicale e le sue composizioni – forse non avendo la complessità che si trova nelle pagine del saxofonista newyorkese – si basano in genere su giri più o meno semplici di accordi che vengono variati continuamente e liberamente, dando origine a sempre nuove suggestioni e tensioni ed infondendo ai brani un loro particolare fascino che risulta essere proprio il loro valore aggiunto.

Berne, nato nel 1954 a Syracuse (NY) è arrivato al jazz e al sax in modo abbastanza fortuito e relativamente tardi all’età di 19 anni, ma dimostra subito la sua attitudine soprattutto a seguito del lavoro con il suo maestro Julius Hemphill con il quale ha instaurato un sodalizio che si interrompe solo con la morte di quest’ultimo nel 1995. Nel 1979 fonda la propria etichetta discografica (la Empire, ora non più esistente) e pubblica per essa il suo primo disco; da allora, quasi sempre affidandosi a proprie composizioni originali, non si contano le collaborazioni e i progetti con i più diversi organici e musicisti. “Sciencefriction” è appunto uno degli ultimi nati tra i progetti musicali di Berne e questo disco ne è la seconda prova discografica.

Quello che colpisce subito di The sublime and. è la lunghezza dei pezzi: due CD e solo 6 brani! Tre di essi durano circa 20 minuti, Mrs. Subliminal / Clownfinger addirittura mezz’ora, segno evidente che la musica di Berne, soprattutto nella dimensione live è assolutamente libera da qualsiasi vincolo di sorta. All’ascolto è chiaro che questa dilatazione non è per nulla una questione di prolissità, ma una necessità espressiva per lasciare libero sfogo all’energia vitale del quartetto: non c’è spazio per la rilassatezza, per il soffermarsi a riflettere, anzi in alcuni momenti è proprio la frenesia ed il nervosismo che guidano i quattro musicisti che riescono a seguire il proprio particolare percorso sonoro e creativo in piena libertà, in quanto le composizioni fuori da ogni schema di Berne consentono, anzi pretendono tali divagazioni. Così i brani suonati dal vivo si trasformano, si sfilacciano e sfuggono dalla geometria delle registrazioni in studio, sono un costante divenire nel quale si scontrano i vari strumenti nella reciproca ricerca dell’assolo in un continuo aumentare e diminuire della tensione, sia a livello ritmico che armonico.
I quattro componenti del gruppo, pur senza mai arrivare alla forma del solista con accompagnamento, si muovono ognuno per proprio conto su quattro piani ben distinti che riescono però a far compenetrare in un modello espressivo e creativo comune; Taborn, Ducret e Rainey hanno ben chiaro in mente cosa vogliono ottenere e pare quasi di vedere il leader che li guarda sornione mentre trasformano le sue composizioni in un magma ribollente in continuo divenire. Rainey fornisce un supporto ritmico più orientato su scansioni rock piuttosto che propriamente jazz, prediligendo una progressione per forme circolari, il piano elettrico di Taborn – spesso in distorsione – ricorda certo progressive e, quando non è impegnato in vigorosi tour-de-force come in Jalapeño diplomacy / Traction, contribuisce con la liquidità del suo suono ad addolcire in qualche modo l’atmosfera resa incandescente dalla nervosa chitarra di Ducret che usa soprattutto le note gravi: da non perdere il suo frenetico assolo in Shell game in cui, con una potenza devastante, mischia con disinvoltura rock e free-jazz ricordando da vicino un altro iconoclasta dello strumento come Fred Frith. Sopra tutti, a dirigere e controllare il quartetto, c’è il sax di Berne con il suo peculiare suono, incisivo fino ad essere a tratti fin troppo doloroso, astratto ma anche fisicamente concreto, minimale ma virtualmente libero come nel contrappunto dissonante con la chitarra di Van Gundy’s retreat. A punteggiare la compattezza di questo disco troviamo alcuni spazi di quiete ottenuti soprattutto dall’elettronica come la breve Smallfry e l’evocativa Struckon u dal finale mozzafiato, che chiude in modo mirabile una performance con la quale l’ascoltatore non si stancherebbe di dissetarsi.

Disco 1

1. Van Gundy’s retreat
2. The shell game
3. Mrs. Subliminal/Clownfinger

Disco 2

1. Smallfry
2. Jalapeño diplomacy/Traction
3. Stuckon u (for Sarah)

Tim Berne: sax contralto
Marc Ducret: chitarra elettrica
Craig Taborn: piano elettrico, laptop, organo virtuale
Tom Rainey: batteria



La musica-centrifuga del quartetto Masada

Masada: First live 1993 (Tzadik – 2002)

John Zorn è un nome a cui è bene avvicinarsi con prudenza e con una buona dose di apertura mentale, in quanto la sua musica non è certo semplice e di immediata comprensione; inoltre il saxofonista è impegnato in una serie di progetti e collaborazioni così vasta e disparata nella quale è difficile districarsi. La discografia che nasce da questa attività schizofrenica è una delle più complicate ed eterogenee: tra registrazioni a proprio nome, con piccole formazioni, formazioni allargate (come la Masada Chamber Ensemble), lavori per il cinema e lavori orchestrali, viene espressa tutta la poetica di Zorn, ma anche tutto il suo corrosivo spirito  iconoclasta e l’intento di sperimentazione spinta a livelli così estremi da risultare a volte pretenziosa e fine a sè stessa.
Tra i progetti più interessanti – e più ascoltabili – c’è lo storico quartetto Masada in cui Zorn e compagni sono riusciti a fondere in maniera mirabile le spinte musicali d’avanguardia con la tradizione musicale non solo jazzistica, ma anche della musica “colta” europea. Il quartetto è in attività dal 1993 e ha alle spalle una decina di dischi in studio; ora che è giunto alla fine della sua attività, Zorn – che ci sa fare anche dal punto di vista commerciale – ha deciso di pubblicare, tramite la sua etichetta Tzadik, una serie di registrazioni live effettuate in varie città e vari anni. Sono così usciti in CD i concerti di Middleheim, di Taipei del 1995, di Gerusalemme del 1994,  al Tonic di New York 2001 (ultima registrazione live, forse la più notevole di tutte) e questo First live del 1993 che si può considerare la pietra su cui si fonda la storia del quartetto.

Tutto iniziò quella notte! Così è indicato nella copertina del CD che contiene un concerto del 2/09/1993 al Knitting factory, ma non un concerto qualsiasi, bensì la prima esibizione live del quartetto Masada. Questa è la prima volta in assoluto, avvertono sempre le note di copertina, che Zorn, Douglas, Cohen e Baron hanno suonato la musica che ha poi reso celebre il quartetto. E già in questa prima registrazione ci sono tutti quegli elementi che saranno le caratteristiche peculiari della loro musica nei vari anni di attività: la base su cui vengono costruiti i pezzi è un solido bop che viene integrato e trasformato da elementi presi dal folklore ebraico, il tutto inserito in una completa libertà espressiva che ricorda da vicino le sonorità del famoso quartetto di Ornette Coleman e Don Cherry.
Il quartetto si presenta solidissimo fin dalle prime battute, ed effettivamente essendo i quattro degli specialisti ciascuno del proprio strumento possono dedicare le loro energie al collettivo senza “preoccuparsi” della tecnica individuale. Emerge, pertanto, un insieme davvero spettacolare dall’impatto trascinante e sconvolgente, quattro teste capaci di convivere in perfetto sincronismo, ma di viaggiare ciascuna in assoluta indipendenza sfoderando degli assoli fulminanti o suadenti, sempre incalzati dalla tensione ritmica creata da Cohen e Baron (ascoltare l’introduttiva Piram). Il CD si svolge tra temi lirici come Sansanah e Hadasha con un prezioso assolo di Cohen, e temi più ritmicamente accentuati come Ziphim e Zebdi. Gli assoli dei quattro sono sempre di assoluto livello: Douglas sorprende per la sua brillante naturalezza e Zorn per l’ispirazione, soprattutto quando lascia libertà alla sua vena più jazzistica.
Un disco assolutamente da avere, sia come testimonianza di una delle formazioni più interessanti degli anni ’90, sia come esperienza musicale in quanto tale.

  1. Piram
  2. Sansanah
  3. Ziphim
  4. Zebdi
  5. Hadasha
  6. Rachab / Lebaoth
  7. Hazor
John Zorn: sax contralto
Dave Douglas: tromba
Greg Cohen: contrabbasso
Joey Baron: batteria

Registrato dal vivo il 2/09/93 al Knitting Factory di New York