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Yo La Tengo: Stockholm syndrome

What’s the matter, why don’t you answer
What’s the matter with me
Cause it’s so hard to be
Free and easy, we’ll disappear completely
Hardly as I’ve known it’s glad

You’re heart is broken, and the doors are open
As you’re hoping to be
There’s brighter places to see
Hands need warning, early in the morning
Hardly as I’ve known a surprise

No, don’t warn me
I know it’s wrong, but I swear it won’t take long
And I know, you know,
It makes me sigh; I do believe in love

Another season, but the same old feelings
Another reason could be
I’m tired of aching, summer’s what you make it
But I’ll believe what I want to believe

—– perdonate, la traduzione è mia —–

Che succede? Perché non mi rispondi?
Che problemi hai con me?
Perché è così difficile essere liberi e tranquilli,
Scompariremo del tutto
Appena l’ho capito è stato positivo

Il tuo cuore si è spezzato, e le porte sono aperte
Come stai sperando che siano
Ci sono posti più vivaci da vedere
Le mani necessitano un avviso, al mattino presto
Appena l’ho capito una sorpresa

No, non mettermi in guardia
Lo so che è sbagliato, ma giuro non ci vorrà molto
E lo so, lo so
Mi fa sospirare, io credo nell’amore

Una nuova stagione, ma le stesse vecchie sensazioni
Un altro motivo potrebbe essere
Che sono stanco di desiderare ardentemente, l’estate è ciò che fai
Ma crederò in quello che voglio credere.


10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


I miei 10 (+1) dischi del 2006

Fine anno, tempo di bilanci. Allora, come si usa fare in questi casi e come ho fatto l’anno scorso, segnalo i migliori dischi usciti nel 2006. Le condizioni sono sempre le stesse: nessuna ambizione di completezza (quindi indicherò solo le cose che sono riuscito ad ascoltare), nessuna oggettività (indicherò solo cose che sono piaciute a me), nessuna classifica, che tanto non la riesco a fare (elencherò i dischi secondo l’ordine di pubblicazione… anche se Vinicio…). Un elenco tra il suggerire della musica e l’appuntarsi delle sensazioni, ben conscio di averne lasciate fuori altre altrettanto meritevoli. Un elenco come al solito eterogeneo, mal assortito e démodé.
Una nota: deliberatamente non ho menzionato un paio di dischi meritevoli di cui parlerò più diffusamente prossimamente. Giusto per non rovinare la sorpresa.

20/01 Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Warner bros)

Erano sei anni che si aspettavano nuove da Capossela e l’attesa non è andata vana, perché con questo disco Vinicio torna alla grande con le sue storie tormentate e la follia di sempre. Un disco carico di passioni e visioni e dei più disparati spunti musicali. Una assoluta conferma. Qui una recensione completa.

21/02 Biosphere: Dropsonde (Touch)

Ovvero “anche i computer hanno un’anima” se chi li manovra ha le capacità e la sensibilità di Geir Jenssen, titolare della sigla Biosphere, che confeziona un disco di rara lucidità e bellezza: ipnotico ma non ossessivo, gelido e caldo assieme, capace di parlare al cuore ma anche di colpire il cervello. Qui una recensione completa.

21/02 Eels: Live at Town Hall (Vagrant)

Mark Oliver Everett (in arte “E”) scrive ballad dolenti ed intimiste ma ironiche e le canta con quella sua voce roca, sofferta e calda: in questo live di soli strumenti acustici i brani assumono una nuova asciuttezza, alternando malinconia ed allegria tra limpide chitarre, archi ariosi, inquietanti carillon e percussioni secche.

01/03 Cuong Vu: It’s mostly residual (Auand)

Al consueto acido magma sonoro prodotto dal trio tromba / basso / batteria, il vietnamita Vu aggiunge la pulsione della chitarra di Bill Frisell che apporta tensione ed inquietudine, lì dove non ce n’era. Così nei sei lunghi brani tra sperimentazioni e abbandoni melodici convivono nevrosi e dolcezze in inaspettata armonia.

07/03 Donald Fagen: Morph the cat (Reprise)

Da uno che in 24 anni fa uscire solo 3 dischi non ci si può aspettare altro che la perfezione e qui quasi ci siamo. Fagen ci dona il consueto pop intelligente di altissimo livello dove gli intrecci tra gli strumenti sono rasoiate e la musica scorre piacevolmente intensa senza mai perdere di pathos. Qui una recensione completa.

04/04 Cassandra Wilson: Thunderbird (Blue Note)

Nessuna tra le vocalist in circolazione riesce ad avere un’indiscutibile credibilità come la Wilson: che si confronti con il jazz, con il blues o con il folk lei riesce sempre, con la sua voce ruvida ed avvolgente, ad ottenere il meglio. E, senza strafare, affascina a pieno. Cassandra è così, prendere o lasciare.

27/06 Brad Mehldau trio: House on hill (Nonesuch)

Registrato nel 2002 – quindi ancora con Jorge Rossy alla batteria – questo disco è l’ennesima conferma dell’altissimo livello di interplay raggiunto dal trio. I brani sono affrontati con un piglio decisamente battagliero senza indugiare in inutili cavillosità ma senza rinunciare al consueto splendido scintillante lirismo.

10/07 Rita Marcotulli: The light side of the moon (Le chant du monde)

Questo della Marcotulli è un piano-solo brillante e ben ispirato anche se lontano dalla più pura tradizione jazzistica. Un disco in cui è spiccata la ricerca sulle atmosfere oniriche e sulle intime connessioni delle melodie ed illuminato dalla luce pura di un’arte impalpabile e concreta. Un bel viaggio al quale abbandonarsi sereni.

12/09 Yo La Tengo: I’m not afraid of you and I will beat your ass (Matador)

Come ogni disco della band di Hoboken che da 20 anni anima la scena “indie”, anche questo riserva piacevoli sorprese: sfruttando il consueto eclettismo, gli YLT mischiano neopsichedelia, atmosfere jazzate, languido pop e le loro famose ballad lisergiche in modo convincente ed emozionante.

26/09 Keith Jarrett: The Carnegie Hall concert (ECM)

Frutto della sua nuova vitalità, questo concerto si conferma essere una delle cose più belle sentite da Jarrett: perfezione tecnica, magnetismo e profondissimo amore per la melodia si sposano con la costante sperimentazione, un lirismo senza pari e con il senso del blues. Un capolavoro, senza nemmeno una caduta di tono.

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21/11 Tom Waits: Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards (Anti)

3 dischi 54 brani per quella che non è una semplice raccolta di uno dei grandi cantautori di sempre. Waits riunisce blues rauchi e sguaiati, ballad selvaggiamente romantiche, country, sperimentazioni, canzoni “di estasi e malinconia” per farci entrare nel suo mondo di travolgenti passioni.


Yo la Tengo: un trio in bilico tra noise e melodia

Yo La Tengo: dal vivo 30/05/2006, Estragon, Bologna

Gli Yo La Tengo mi hanno dedicato una canzone… insomma, più o meno! La cosa è successa ieri sera al loro concerto in quel di Bologna, in un locale – l’Estragon – uso palestra, dall’acustica decisamente pessima, disperso nella periferia della città dove per gli affamati avventori arrivati con congruo anticipo è stato impossibile avere alcunché di commestibile oltre ai beveraggi.
Comunque, venendo alla cronaca, possiamo tranquillamente saltare a piè pari la sterile monotonia della guest-band, tali Julie’s Haircut, che da par loro hanno dimostrato come sia pressoché inutile essere in sette sul palco se ciascuno dei sette conosce una sola nota e la ripropone incessantemente durante tutta l’esibizione.
Di ben altro livello – ovviamente – sono gli Yo La Tengo che, al contrario, rendono evidente come anche un organico di tre persone possa produrre un impatto sonoro potente e convincente; del resto da una delle band più importanti ed intelligenti dell’alternative-rock non ci si poteva aspettare di meno. Il sodalizio, infatti, si regge in piedi così bene – e fin dal 1984 – in quanto Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew possono vantare un’ottima conoscenza tecnica dei loro strumenti e un affiatamento ottimale: Georgia alla batteria è solidissima nel condurre la band, così come James che quando imbraccia il basso produce dei riff fulminanti a cui è ben difficile sfuggire. Ira, invece, è l’anima inquieta del gruppo, quello che non sta mai fermo, che salta sul palco maltrattando i suoi strumenti infiammando animi e sound.

Il concerto inizia con un brano tratto dall’ultimo disco che uscirà a settembre (il titolo, frutto della solita ironia, sarà I Am Not Afraid of You and I Will Beat Your Ass), ovvero un’invettiva politica contro i “motherfuckers” che usano le bombe per pacificare il mondo, un inedito ritmo funk mozzafiato con tanto di esplosioni acide prodotte dalle tastiere old-fashion, ovvero un Farfisa e una Ace-Tone da archeologia pura. E’ subito chiaro che tipo di taglio la band vorrà dare alla performance: brani tirati, a volte rabbiosi, quasi a compiere un passo indietro nella loro storia e riproporre le atmosfere dei loro primi dischi (penso soprattutto a President Yo La Tengo e May I sing with me) quando strizzavano l’occhio ai Sonic Youth e alla loro de-costruzione del suono tramite l’esaltazione del noise.
Così, lasciate da parte le raffinatezze tecniche da studio di registrazione e data una notevole ruvidezza al suono, il concerto prosegue tra brani ancora inediti e altri presi dagli ultimi dischi I can hear the heart beating as one e And then nothing turned itself inside-out, alternando momenti parossistici ad oasi di quiete in cui la fanno da padrone le canzoni nelle quali la band eccelle, ovvero le narcotiche e malinconiche ballad che si reggono in piedi su scarni accordi e sulle voci evocative di Georgia e Ira che spesso si intrecciano a quella di James in gustosi contro-canti. I brani sicuramente da ricordare sono un paio di quelli nuovi di cui non conosco il titolo che, come spesso accade con le canzoni degli Yo La Tengo, sono costruiti sul doppio binario del rigore ritmico e della libertà espressiva soprattutto delle chitarre di Kaplan spesso in distorsione, tra psichedelia e un occhio alla tradizione folk statunitense. Molto bella per il suo valore emozionale l’onirica Tears are in your eyes e dalla parte opposta la cover di Little Honda dei Beach Boys che nelle mani di Kaplan e soci diventa una furiosa cavalcata dove il chitarrista può sfogare a pieno il suo spirito distruttivo riversando sulla platea tonnellate di feedback e noise, di quello cattivo che intontisce e fa fischiare le orecchie fino al mattino dopo (cosa che puntualmente si è verificata).

Finito il concerto è il momento dei bis e qui, in un raro momento di silenzio, il sottoscritto chiede a gran voce Stockholm syndrome uno dei miei brani preferiti; Kaplan afferra il suggerimento (ero in prima fila!) e mi dedica… You can have it all, cover di un brano disco-music (contenuto in And then nothing turned itself inside-out) splendido esempio di come tre voci possano essere efficaci anche solo con l’aiuto di una batteria. Richiamati ancora sul palco per un altro bis, gli Yo La Tengo ci regalano ancora due magie: la prima è Tell me when it’s over, scritta da Steve Wynn per i suoi Dream Syndicate, ipnotico riff della chitarra elettrica e perfetto intarsio per affinità tra le due band, la seconda l’indolente e contagiosa Our way to fall che si è ficcata in testa col suo “we’re on our way to fall in love” e ci ha accompagnato alle auto.
Concerto molto bello, ricco di spunti, stordente sia per l’alta gradazione elettrica sia per quella emozionale che dimostra ancora una volta che gran gruppo siano gli Yo La Tengo, efficace, capace, solido; non per nulla solo ai vertici “indie” da così tanto tempo. E meritatamente.

Ira Kaplan: chitarre, tastiere, batteria, voce
Georgia Hubley: batteria, tastiere, voce
James McNew: basso, chitarre, tastiere, voce



Yo La Tengo!


Oggi trasferta bolognese. Questo pomeriggio un incontro di lavoro e questa sera finalmente un concerto molto atteso: Yo La Tengo, ovvero una delle mie scoperte musicali (era ora!) di questi ultimi anni.
Bene, sono molto curioso di vederli e sentirli dal vivo. Forse vi farò sapere.
Se per caso ci fosse qualche jazzerofilo che volesse incontrarmi all’Estragon sarà facile: la faccia è sempre quella, niente camicia a righe e sarò l’unico ad sfoggiare una spillina dei… Tuxedomoon :-D
Vado a prendere il treno…


Yo La Tengo: My little corner of the world

(Bob Hilliard / Lee Pockriss)

Come along with me to my little corner of the world
Dream a little dream in my little corner of the world
You’ll soon forget that there’s any other place
Tonight, my love, we’ll share a sweet embrace

And if you care to stay in my little corner of the world
We could hide away in my little corner of the world
I always knew that I’d find someone like you
So welcome to my little corner of the world

—– perdonate, la traduzione è mia —–

Vieni avanti con me nel mio piccolo angolo di mondo
Fai un piccolo sogno nel mio piccolo angolo di mondo
Presto dimenticherai l’esistenza di qualsiasi altro posto
Stanotte, amor mio, condivideremo un dolce abbraccio

E se ti farà piacere restare nel mio piccolo angolo di mondo
Potremo nasconderci nel mio piccolo angolo di mondo
Ho sempre saputo che avrei trovato una come te
Così sii la benvenuta nel mio piccolo angolo di mondo