Pare che sia necessario fare il bilancio del decennio, dicono. Pare che si debbano mettere dei punti fissi, dei riferimenti, delle àncore di salvezza. 10 dischi del decennio… è un gioco, certo, ma non è mica facile sceglierli tra le centinaia (il migliaio è passato di sicuro!) di dischi sentiti, ascoltati, ri-ascoltati, mandati a memoria, cantati, amati, gettati, schifati.
Allora facciamo così, tagliamo le cose con l’accetta: 10 dischi jazz-oriented, 10 dischi rock-oriented e 10 dischi classical-oriented. Forse non i migliori in assoluto, sicuramente tra quelli che più di tutti mi hanno colpito e continuerò ad ascoltare; al contrario di come piace a me, non ci metto commenti, altrimenti mi passa il decennio!
Due le regole: 1) dischi usciti nel decennio 2) non ristampe… e buona pace per gli esclusi che sono tanti e tanto validi.
Fine del cazzeggio, vediamo i titoli:
Jazz
- Cuong Vu: Come play with me (Knitting factory) 2001
- Kenny Werner: Beat degeneration (Night bird music) 2002
- Enrico Rava quartet: Montreal diary/A (Label bleu) 2002
- Bad plus: These are the vistas (Columbia) 2002
- Antonio Faraò: Far out (Cam jazz) 2003
- Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear) 2003
- Electric Masada: 50th birthday celebration – vol.4 (Tzadik) 2004
- Nik Bartsch’s Ronin: Stoa (ECM) 2006
- Terje Rypdal: Vossabrygg (ECM) 2006
- Brad Mehldau trio: Trio live (Nonesuch) 2008
Rock
- Vinicio Capossela: Canzoni a manovella (East wind) 2000
- Blaine L. Reininger: The more I learn the less I know (FM records) 2000
- Signur ros: ( ) (FatCat) 2002
- Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed) 2003
- Joe Strummer & the Mescaleros: Streetcore (Hellcat) 2003
- Christian Fennesz: Venice (Touch) 2004
- Wilco: A ghost is born (Nonesuch) 2004
- Kraftwerk: Minimum/Maximum (EMI) 2005
- Ali Farka Toure: Savane (World circuit) 2006
- Portishead: Third (Island) 2008
Classica
- Alexander Scriabin: Preludi – vol.1 (Zarafiants) – Naxos 2000
- Antonio Vivaldi: Le quattro stagioni (Carmignola) – Sony 2000
- Johann Sebastian Bach: L’arte della fuga (Savall) – Aliavox 2001
- Wolfgang Amadeus Mozart: Quartetti dedicati ad Haydn (q. Mosaique) – Astrée 2001
- Philipp Heinrich Erlebach: Zeichen im Himmel – Alpha 2004
- Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg (Bahrami) – Decca 2004
- Gyorgy Ligeti: The Ligeti project – vol.5 – Teldec 2004
- Sylvius Leopold Weiss: Tombeau (Eguez) – E lucean le stelle 2004
- Frederic Chopin: Notturni (Pollini) – Deutsche Grammophon 2005
- Arvo Part: Lamentate – ECM 2005
… una postilla nel prossimo post.
| gennaio 7th, 2010. 5 commenti... »
rubriche: criticamente. musicisti: bach_johann sebastian, bad plus, bartsch_nik, berne_tim, capossela_vinicio, chopin_frederic, electric_masada, erlebach_philipp heinrich, faraò_antonio, fennesz_christian, fonseca_celso, kraftwerk, ligeti_gyorgy, mehldau_brad, mozart_wolfgang amadeus, part_arvo, portishead, rava_enrico, reininger_blaine, rypdal_terje, scriabin_alexander, sigur ros, strummer_joe, toure_ali farka, vivaldi_antonio, vu_cuong, weiss_silvius leopold, werner_kenny, wilco.
I due Kenny sono due jazzisti che rappresentano quanto di meglio si possa ascoltare al giorno d’oggi nel pianismo jazz. Li accomuna il nome di battesimo, il fatto che sono entrambi statunitensi e che è con il trio che danno il meglio di se stessi. Pur muovendosi entrambi in un ambito sostanzialmente mainstream le loro affinità sono pressoché finite: il primo è nero, è nato nel 1943 a Philadelphia e sfoggia un pianismo molto dinamico ed esuberante di matrice Tyneriana, il secondo è bianco, nato a Brooklyn nel 1951, dal carattere più introverso e meditativo ha fatto sua la lezione di Bill Evans e l’ha elaborata in modo originale e personale.
Forse l’avrete già capito da soli: il primo è Kenny Barron e il secondo è Kenny Werner.
Se del secondo ho già parlato più volte su jazzer recensendo un paio di suoi album Unprotected music, Beat degeneration e una strepitosa performance dell’anno scorso al Panic di Marostica, del primo non ne ho – colpevolmente – fatto menzione, ma credo che la cosa verrà presto risolta. Un’altra cosa che accomuna i due Kenny è che entrambi quest’anno si esibiranno ancora al Panic per la gioia dei propri aficionados in terra veneta: domani sera toccherà a Barron, il 13 dicembre a Werner.
Barron si presenta con il buon contrabbassista giapponese Kiyoshi Kitagawa e con il giovane batterista cubano – a me sconosciuto – Francisco Mela, che però pare promettere bene e che, soprattutto, sembra adatto alla concezione musicale del leader. Peccato non riuscire ad ascoltarlo con quello che considero il suo miglior trio in assoluto, ovvero con Ray Drummond e Ben Riley.
Werner, invece, ritorna con il suo classico trio con Johannes Weidenmueller e Ari Hoenig che aveva tanto entusiasmato nel 2003.
Le premesse sono molto buone.
| ottobre 29th, 2006. 2 commenti... »
rubriche: appunti. musicisti: barron_kenny, hoenig_ari, kitagawa_kiyoshi, mela_francisco, weidenmueller_johannes, werner_kenny.
Kenny Werner Trio: dal vivo 02/02/2005 Panic Jazz Club, Marostica (VI)
Chi mi conosce e chi ha avuto la bontà di seguire le mie recensioni, sa che non sono persona che si lascia andare a facili entusiasmi ma ora, credetemi, non esagero dicendo che questa serata è stata strepitosa! Un concerto al di là di ogni possibile aspettativa, che senza dubbio ha le carte in regola per essere considerato, tra tutti quelli che ho avuto la fortuna di sentire, uno dei concerti indimenticabili della mia vita, quello che con lo stratificarsi della memoria diverrà il termine di paragone per il futuro con frasi tipo “sì però quella volta Kenny Werner…”
Perché Kenny Werner, Johannes Weidenmueller e Ari Hoenig formano un trio affiatato, solido, fantasioso che suona ad un livello superlativo senza un momento di calo di tensione, senza un’esitazione, che costringe, o meglio affascina, all’ascolto. La chimica che lo tiene insieme è evidente: Werner si presenta pianista molto raffinato, capace di un tocco deciso ma allo stesso tempo dolce ed evocativo, misuratissimo senza per questo risultare accademico. E’ capace di incantare con la semplicità dell’esposizione, diventa quasi ipnotico nei tempi lenti, ma anche travolgente quando inanella, con la massima facilità, cascate di note. Werner gioca con gli accordi, con le singole note, quasi fosse un bambino e il pianoforte un nuovo gioco da scoprire, e come per magia quelle note diventano melodie, mutevoli e multiformi, o forse prive di forme. Ari Hoenig è una forza della natura. Assolutamente incapace di stare fermo, costruisce ed impreziosisce i brani con il suo drumming brillante e vario ma mai invadente, sorta di compendio tra Max Roach e Han Bennink; impressionano il suo vigore, la sua fantasia nel saper trarre suoni originali percuotendo ogni parte della batteria, stupiscono la sua pulizia e la sua capacità di inserire figure ritmiche ben definite nei momenti più impensabili e mai fuori luogo. Rispetto a tanta espansività colpisce invece la calma e la imperturbabilità di Johannes Weidenmueller; Werner dice (*) che è lui a tenere assieme il trio ed effettivamente il suo lavoro è forse poco appariscente ma è di una efficacia estrema, fondamentale nell’economia del trio. Lui i compagni li guarda sornione mentre danno sfogo alla loro esuberanza, li supporta con il suo basso preciso e pastoso e dimostra tutta la sua classe negli assoli.
Durante il concerto Werner lascia ampio spazio ai suoi partner ed è giusto così, sia perché sono due musicisti di assoluto valore, sia perché essi sono costante stimolo creativo, così trovo più che corretta la scelta del pianista di Brooklyn di incidere i prossimi album solo dal vivo. E’ evidente che è questa la sua dimensione. Si percepisce chiaramente che il pubblico gli dà una carica che in studio certo non avrebbe.
Nel programma della serata il trio propone una giusta miscela di standard e di brani originali del leader. Si parte proprio con due pezzi inediti – High learning e Georgia James – dove i musicisti paiono procedere per aggiunte, soprattutto nel primo dove è il piano ad introdurre e sviluppare la melodia a cui progressivamente si aggiungono elementi ritmici ed armonici. Molto bello Amonkst – ovviamente dedicato a Monk – nel quale Werner ricalca, senza alcuna imitazione, lo stile sghembo del pianista del North Carolina e dove Hoenig si produce in un assolo perfetto – indescrivibile a parole, almeno per me – da cineteca di “scuola di batteria”. Nel seguente tiratissimo assolo il leader, in piena solitudine, dà un saggio di bravura producendo cascate di note con la mano destra mentre con la sinistra costruisce una solidissima linea di basso. Davvero interessanti anche la resa di Nardis di Miles Davis e Iago un nuovo brano dallo strano e sinuoso andamento melodico e dal bellissimo finale con un reiterato pedale melodico che spero verrà inciso presto. Chiude il concerto una splendida Greensleeves in cui, tra le invenzioni dei partner, Werner ripete più volte la stessa strofa fino a liberare la voce a cantarne la melodia come un mantra, una sorta di bisogno di libertà interiore.
Saranno stati il mio atteggiamento particolarmente ricettivo, lo speciale stato di grazia dei musicisti, ma neppure la consueta seccatura della gente che disturba è riuscita a scalfire minimamente la bellezza di quella che è stata una serata memorabile e mai come questa volta mi sento di ringraziare per questo i musicisti.
(*) “I’m crazy and one other member of the trio is crazy and the third guy holds us together. You could say that Ari is crazy and Johannes takes care of us”.
Kenny Werner nelle note di Form and fantasy.
Kenny Werner: pianoforte
Johannes Weidenmueller: contrabbasso
Ari Hoenig: batteria
| febbraio 3rd, 2005. Un commento... »
rubriche: live report. musicisti: hoenig_ari, weidenmueller_johannes, werner_kenny.
Ieri sera. Panic Jazz Club. Marostica. Semplicemente STRE-PI-TO-SO!
Null’altro da aggiungere sul concerto, anche perché ne darò conto con una recensione.
Quello che vorrei qui segnalare è qualcosa che nulla ha a che fare con i meriti artistici dei musicisti, ma che purtroppo rappresenta un atteggiamento piuttosto comune – ed assolutamente fastidioso – tenuto dal pubblico italiano durante i concerti nei jazz club. La gente ignorante e maleducata che chiacchiera amabilmente dei fatti suoi durante le performance. Perché se è addirittura il batterista stesso che deve rivolgersi ad alcuni tavoli con un “quite please, he’s playing!” durante l’introduzione di una ballad da parte del pianista, allora veramente non ci siamo. Sarebbero i gestori che dovrebbero cercare di avvisare, ma – si sa – la paura di perdere un cliente è fatale, dimenticando che molti appassionati – e ne conosco – non vanno più nei jazz club proprio perché c’è gente che disturba. Ma non ci sono solo i buzzurri che non hanno niente di meglio da fare che venire nei locali dove si suona e mancare del tutto di rispetto innanzitutto verso i musicisti e poi verso gli ascoltatori che, come loro, il biglietto l’hanno pagato. Se lo sapete – perché lo sapete, lo sapete – che questa sera si suona e non vi interessa, andate da un’altra parte, una qualsiasi, sempre meglio di disturbare tutta la sera. E poi ci si lamenta che i dischi vengono registrati nei jazz club all’estero… ovvio, ascoltateli, non vola una mosca.
Poi mi piacerebbe spendere una parola per coloro i quali arrivano nei jazz club e pare si muovano come se fossero appena arrivati da Urano. Eroe della sera o meglio eroina, visto che parliamo di quarantenne di bella presenza e cervello annacquato, la signora che è andata ripetendo a chiunque si trovava davanti – per fortuna prima, nella pausa e dopo il concerto e non durante – le stesse domande: “ma sono professionisti?”, “ma a che livello sono?” Ma io mi chiedo: passi che non conosci nello specifico i musicisti, ma almeno leggi l’opuscoletto descrittivo che si trova in ogni angolo del club! E poi rifletti: ti pare che un pianista americano che dimostra tutti i suoi 54 anni, che viene a suonare a Marostica sia uno di primo pelo? E soprattutto: cosa accidenti ti interessa a che livello sono (sempre che ci sia un senso in questo)? Suonano bene? Sì? E allora ascolta, e fregatene del resto!
Forse sono troppo criticone, lo so, ma davvero non se ne può più.
| febbraio 3rd, 2005. 3 commenti... »
rubriche: criticamente. musicisti: werner_kenny.
Brad Mehldau: Live in Tokyo (Nonesuch – 2004)
Si rassegnino coloro che a sentire certi nomi storcono il naso, o coloro i quali ce l’hanno storto “a prescindere”. Si rassegnino pure coloro che fanno il gioco degli accostamenti, per i quali un musicista deve essere comunque messo a confronto – per perderlo, ovvio! – con i soliti, inarrivabili maestri. Così in questa recensione non si parlerà di Bill Evans, né di Keith Jarrett, né di Oscar Peterson o di tutti gli altri grandi pianisti che hanno fatto la storia del jazz, perché, se sarà pur vero che Brad Mehldau all’inizio ha tratto ispirazione da questi grandi interpreti, è altrettanto vero che oramai a quasi dieci anni dal debutto egli ha raggiunto una maturità tale che non sono più necessari confronti per descrivere e cercare di capire la sua arte.
Quasi dieci anni – dicevo – dal primo lavoro a proprio nome, quel Introducing Brad Mehldau del 1995 che l’ha fatto conoscere al mondo; da allora si sono susseguiti sei dischi con il proprio trio – assieme a Larry Grenadier e Jorge Rossy – uno (Places) con brani in solo e in trio, un altro (Largo) con un ensemble più ampio, e il personalissimo piano-solo Elegiac cycle. Considerando questi lavori e le numerose collaborazioni che hanno visto Mehldau affiancare jazzisti d’esperienza quali Lee Konitz e Charles Lloyd o giovani come Joshua Redman, Kurt Rosenwinkel, Mark Tuner è evidente il processo di maturazione intrapreso e il progressivo affinamento di tecnica e capacità espressiva. Così partendo dai suoi studi classici e dopo aver perfezionato i metodi jazzistici ed improvvisativi con maestri quali Fred Hersch, Junior Mance e Kenny Werner, Mehldau, sfruttando la sua grande abilità tecnica e il suo carattere introverso, è arrivato ad uno stile molto personale costruito soprattutto sulla resa lirica dei brani e sulla fondamentale disposizione romantica con cui affronta le loro esecuzioni. Tutto questo gli ha riservato un’attenzione e un rispetto particolari sia da parte del pubblico – soprattutto europeo – sia da parte della critica, che nulla ha avuto da obiettare sul fatto che abbia intitolato senza alcuna presuntuosità cinque dei suoi album in trio “The art of the trio“.
Tutto il mondo di Mehldau è presente in questo suo ultimo Live in Tokyo che cattura un concerto tenuto il 15 febbraio 2003 alla Sumida Triphony Hall nella capitale nipponica e che si può considerare una sorta di summa dell’arte del pianista di Jacksonville (Florida). Sarà l’austero pubblico giapponese che sappiamo essere non solo molto amante del jazz ma anche piuttosto esperto in materia, sarà la dimensione del piano-solo dove il musicista si trova, appunto, da solo a confrontarsi con sé stesso e con la musica, in questo disco Mehldau ha espresso al massimo le sue potenzialità. Mi pare come di vederlo: seggiolino basso, testa infossata nelle spalle, quasi raggomitolato sul pianoforte così da rappresentare una sorta di icona del tormentato musicista romantico, che lascia fluire attraverso sé stesso la musica.
Il brano di apertura, Things behind the sun, fa capire subito lo “stato dell’arte” del pianista e quelle che saranno le peculiarità del concerto: intensità espressiva, pathos, un sostanziale equilibrio tra libertà interpretativa e resa melodica. Il brano, composto dallo sfortunato Nick Drake, si sviluppa da un reiterato giro della mano sinistra su cui si distende la melodia presto doppiata e variata da Mehldau ma senza mai allontanarsi troppo dal tema. Il pianista non è nuovo nel rendere in jazz melodie di provenienza pop-rock; nei suoi dischi precedenti aveva già usato canzoni dei Beatles (Blackbird, Dear Prudence), di Paul Simon (Still crazy after all these years) dei Radiohead (la splendida Exit music che nelle sue mani diventa quasi un notturno di Chopin) e dello stesso Nick Drake. L’operazione non è certo originale dato che sono in molti a compierla, ma la cosa interessante in quanto fa Mehldau è che questa sua opera di “revisione” non è una forzatura; Mehldau non vuole far diventare jazz quello che di fatto jazz non è, non spezza gli equilibri interni dei brani, ma li restituisce così come sono senza trasformarli in “altro”, senza stravolgerli e sforzandosi di mantenere intatte le loro prerogative.
Il brano che segue, l’unico composto dal pianista, non è altro che una delle sue famose introduzioni, Intro appunto; una riflessione in musica funzionale al successivo Someone to watch over me che a mio giudizio è il centro emozionale di questo disco. Mehldau dà del brano di Gershwin una lettura molto lineare, utilizzando soprattutto la mano destra per esporne la melodia mentre con l’altra ne fornisce quasi un contrappunto. La sensazione è di intensa pace, di scoperta, di cose piacevoli che devono arrivare; bellissimo il finale con un pedale travolgente della mano sinistra. From this moment on di Cole Porter è trattato in modo quasi rapsodico; il ritmo è dilatato e Mehldau sfrutta a pieno l’indipendenza delle mani quasi a sviluppare due melodie parallele, ma mantenendo sempre lucido il riferimento di base.
Con Monk’s dream ci addentriamo in uno campo minato per i pianisti, ovvero i ruvidi temi del compositore del North Carolina, che Mehldau risolve con maestria ed umiltà, facendo propria la musica senza voler imitare Monk, caricando la sua interpretazione di blues e soprattutto dando sfoggio della sua tecnica strepitosa. Da un classico del jazz si passa ad un brano decisamente più moderno come Paranoid android dei Radiohead che diventa una lunga suite di quasi venti minuti; quasi ipnotica nelle ripetizioni, la costruzione edificata su un potente crescendo percussivo ottenuto per sovrapposizione di temi, viene stemperata nel cantabile della struggente melodia. Chiudono il disco un altro brano di Gershwin, How long has this been going on?, in cui il pianista riversa tutto il suo romanticismo e River man, ancora di Nick Drake, oramai pezzo stabile nei concerti che con la sua melodia tormentata bene si addice al sentire di Mehldau. Interessante il finale nel quale, dopo un insistere di note, il brano è chiuso da un paio di accordi che hanno il potere di aumentare la tensione invece che diminuirla.
Si rassegnino quindi gli scettici: qui siamo di fronte ad arte vera, onesta e profonda. Ancora una volta e forse più che in altri dischi, Mehldau si rivela essere un ottimo musicista capace di far suonare anche il silenzio tra le note, un interprete attento, colto e sincero. E per niente banale.
- Things behind the sun
- Intro
- Someone to watch over me
- From this moment on
- Monk’s dream
- Paranoid android
- How long has this been going on?
- River man
Brad Mehldau: pianoforte
Registrato dal vivo il 15/02/03 a Tokyo
| dicembre 1st, 2004. Un commento... »
rubriche: dischi raccontati. musicisti: beatles, drake_nick, hersch_fred, konitz_lee, lloyd_charles, mance_junior, mehldau_brad, radiohead, redman_joshua, rosenwinkel_kurt, simon_paul, turner_mark, werner_kenny.
Kenny Werner Trio: Beat degeneration (Night bird music – 2002)
Dopo Unprotected Music che ho presentato l’anno scorso, torno volentieri a parlare di questo musicista che continua a produrre dei dischi di ottimo livello con varie formazioni, ma soprattutto con il trio che sembra essere l’ambito a lui più congeniale. E visti gli eccellenti risultati ottenuti non si capisce perché il pianista di Brooklyn, pur ben considerato dalla critica, non trovi quel riscontro nel pubblico che davvero meriterebbe al pari o maggiormente di altri musicisti più affermati ai quali non ha nulla di che invidiare.
Questo disco è il secondo CD di Werner uscito per la Night bird music una nuova etichetta jazz francese, le cui pubblicazioni sono iniziate proprio con Form and fantasy che è il volume 1 del disco che qui vi presento. Infatti sia Form and fantasy sia questo Beat degeneration non sono altro che le registrazioni dal vivo di tre serate in un piccolo club parigino, il Sunside club. Entrambi i CD sono di ottima fattura e mentre il primo raccoglie soprattutto standard, pezzi di altri autori (Davis, Hancock, Evans, Coltrane), una paio di rivisitazioni in chiave jazz di un brano di Bach e uno di Eric Clapton, questo volume 2 contiene solo pezzi originali scritti da Werner così dà modo all’ascoltatore di conoscere questo pianista anche dal punto di vista della composizione. A questo proposito le impressioni che si ricavano sono soprattutto di spontaneità, ricercatezza e coerenza; Werner non cerca mai il colpo ad effetto, ma è in grado di coinvolgere pienamente con la semplicità, possedendo la capacità di esprimersi al meglio anche con poche note ed essendo capace di mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore con la freschezza dell’invenzione, aiutato in questo anche dagli altri due componenti del trio.
E davvero non poteva scegliere di meglio Werner quando nel 1999 decise di chiamare Weidenmueller e Hoenig a formare questo trio: i due musicisti nord-europei possiedono le perfette caratteristiche per un trio di Werner, ovvero capacità di integrazione, estrema concentrazione e pulizia espositiva che non diventa mai sterile, ma anzi esalta le composizioni. L’interplay è davvero perfetto in tutti i brani, sia nello sviluppo dei temi sia negli assoli che si susseguono e si compenetrano l’uno con l’altro ricercando le atmosfere, il respiro corale più che il virtuosismo che pur non manca. Weidenmueller possiede un suono robusto e fluido che supporta e completa il pianismo del leader (pregevole il suo assolo in Yump), Hoenig suona in modo preciso ed inventivo ed è in grado di inserire elementi fantasiosi con rapidi tocchi di piatti o di tamburo che impreziosiscono i brani come in Melodies of 2002.
Non voglio parlare delle singole tracce in quanto le considero tutte degne di nota, ma mi soffermo un attimo sulle due che a mio giudizio sono le meglio riuscite: Trio imitation e Guru. La prima inizia con un’introduzione di piano-solo dal carattere classicheggiante, quasi alla Debussy, prosegue con uno swing trattenuto e con una serie di cambi di ritmo impartiti dalla batteria molto creativa per sfociare in uno splendido finale con un groove dato da gruppi di accordi del pianoforte che ricordano It’s about that time di Miles Davis. Guru è il pezzo che prediligo per il lirismo increspato di malinconia del tema esposto in apertura dal piano che si trasforma in un pretesto per l’improvvisazione su un insistito pedale. Lo svolgimento a spirale, estatico e carico di pathos, lascia l’ascoltatore senza respiro, un po’ come il Jarrett di Changeless.
Concludendo questa mia recensione per chiarire maggiormente la musica di Werner voglio citare un brano del suo libro Effortless mastery: “E’ tempo di farla finita con le solite questioni su cosa sia jazz o su cosa non lo sia e servire la proposta originale del fare musica: esprimere l’inesprimibile, unire ed espandere amore in tutti gli ascoltatori, indurre in uno stato di estasi… suonare.” Il fare musica è quindi ricerca estetica e spirituale, una ricerca verso il futuro ma ancorata saldamente al passato e al significato profondo della musica stessa.
- Little blue man
- Trio imitation
- Yump
- Guru (decidated to Claude Carrière)
- Voncify the emulyans
- Melodies of 2002
- Beat degeneration
Kenny Werner: pianoforte
Johannes Weidenmueller: contrabbasso
Ari Hoenig: batteria
Registrato dal vivo al Sunside Club a Parigi nei giorni 23, 24 e 25 novembre 2000
| novembre 3rd, 2002. Un commento... »
rubriche: dischi raccontati. musicisti: hoenig_ari, weidenmueller_johannes, werner_kenny.
Kenny Werner: Unprotected music (Double-Time records – 1998)
Con questo disco voglio parlare di una delle formazioni più amate dai jazzisti, ovvero il trio pianoforte / contrabbasso / batteria, che non si può certo negare ha offerto e offre tuttora numerosi esempi nel jazz. Il trio che ha inciso questo CD è abbastanza inedito anche se i suoi componenti non hanno certo bisogno di presentazioni: sia Johnson che Baron sono apprezzati in molte e diverse formazioni e con altrettanto innumerevoli musicisti. Kenny Werner, invece, ha alle spalle collaborazioni con moltissimi strumentisti, ma vuoi per la sua discrezione, vuoi perché la sua musica non possiede grandi caratteristiche di spettacolarità non ha riscontrato il grosso consenso del pubblico. E’ un peccato in quanto Werner possiede un pianismo del tutto particolare, uno stile che, se all’inizio era di origine evansiana, è maturato in modo estremamente personale tanto da rendere difficile i confronti con altri pianisti; non è certo torrenziale come Kenny Barron o McCoy Tyner e non possiede l’assoluta padronanza dello strumento di Keith Jarrett o Fred Hersch, ma la sua tecnica è basata su di una solidità di fondo, una sicurezza che non indugia in distrazioni; il tocco è preciso, minimale, quasi trattenuto, si avverte che l’energia scorre, ma anche che la stessa viene imbrigliata a scaturire il singolo gesto, la singola nota.
Come descritto nelle note di copertina, questo trio è nato quasi per caso mentre i tre stavano lavorando ad un altro progetto, il disco Alter ego di Myriam Alter (altro disco da consigliare vivamente); finito in un giorno il lavoro per quel disco hanno deciso di suonare assieme improvvisando liberamente su temi a loro familiari e questa atmosfera di libertà si percepisce chiaramente sia nelle dieci tracce originali del CD, sia in It’s alright with me di Cole Porter, che nella rivisitazione della tradizionale Greensleeves.
Il disco si apre con uno sferragliare di piatti d Baron su cui Werner improvvisa una melodia sghemba che si tronca di netto per introdurre una introspettiva ballad (Dark appunto); in Prelude to a tribute è Johnson a dare la propulsione con un’insistita linea di basso che sfocia in Tribute to Sonny (Rollins) dal sinuoso ritmo di calypso. Hell realm si apre con un pastoso duetto tra contrabbasso e batteria su cui ad un certo punto si inserisce Werner improvvisando liberamente sul motivo tradizionale di Greensleeves. L’atmosfera swingante di Eight groove fa da perfetto contrasto alla intensa e lirica Vague wanderings; molto bella la melodia circolare di Luv dove al cristallino pianoforte si integrano i tamburi che Baron suona direttamente con le mani. Con lo standard It’s alright with me e il seguente Bass solo è la volta di Johnson a far vedere il suo valore, nel primo prendendo un tempo velocissimo su cui swingano i suoi compagni, nel secondo costruendo un grande spazio di riflessione prima della veloce Good luck horror e di Silent walk scandito a ritmo di tango lento.
- Displivet
- Dark
- Prelude to a tributeo
- Tribute to Sonny
- Hell realm – Greensleeves
- Eight groove
- Vague wanderings
- Luv
- It’s alright with meo
- Bass solo
- Good luck horror
- Silent walk
Kenny Werner: pianoforteo
Marc Johnson: contrabbasso
Joey Baron: batteria
| luglio 2nd, 2001. 3 commenti... »
rubriche: dischi raccontati. musicisti: baron_joey, johnson_marc, werner_kenny.