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10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


I miei 10 (+1) dischi del 2006

Fine anno, tempo di bilanci. Allora, come si usa fare in questi casi e come ho fatto l’anno scorso, segnalo i migliori dischi usciti nel 2006. Le condizioni sono sempre le stesse: nessuna ambizione di completezza (quindi indicherò solo le cose che sono riuscito ad ascoltare), nessuna oggettività (indicherò solo cose che sono piaciute a me), nessuna classifica, che tanto non la riesco a fare (elencherò i dischi secondo l’ordine di pubblicazione… anche se Vinicio…). Un elenco tra il suggerire della musica e l’appuntarsi delle sensazioni, ben conscio di averne lasciate fuori altre altrettanto meritevoli. Un elenco come al solito eterogeneo, mal assortito e démodé.
Una nota: deliberatamente non ho menzionato un paio di dischi meritevoli di cui parlerò più diffusamente prossimamente. Giusto per non rovinare la sorpresa.

20/01 Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Warner bros)

Erano sei anni che si aspettavano nuove da Capossela e l’attesa non è andata vana, perché con questo disco Vinicio torna alla grande con le sue storie tormentate e la follia di sempre. Un disco carico di passioni e visioni e dei più disparati spunti musicali. Una assoluta conferma. Qui una recensione completa.

21/02 Biosphere: Dropsonde (Touch)

Ovvero “anche i computer hanno un’anima” se chi li manovra ha le capacità e la sensibilità di Geir Jenssen, titolare della sigla Biosphere, che confeziona un disco di rara lucidità e bellezza: ipnotico ma non ossessivo, gelido e caldo assieme, capace di parlare al cuore ma anche di colpire il cervello. Qui una recensione completa.

21/02 Eels: Live at Town Hall (Vagrant)

Mark Oliver Everett (in arte “E”) scrive ballad dolenti ed intimiste ma ironiche e le canta con quella sua voce roca, sofferta e calda: in questo live di soli strumenti acustici i brani assumono una nuova asciuttezza, alternando malinconia ed allegria tra limpide chitarre, archi ariosi, inquietanti carillon e percussioni secche.

01/03 Cuong Vu: It’s mostly residual (Auand)

Al consueto acido magma sonoro prodotto dal trio tromba / basso / batteria, il vietnamita Vu aggiunge la pulsione della chitarra di Bill Frisell che apporta tensione ed inquietudine, lì dove non ce n’era. Così nei sei lunghi brani tra sperimentazioni e abbandoni melodici convivono nevrosi e dolcezze in inaspettata armonia.

07/03 Donald Fagen: Morph the cat (Reprise)

Da uno che in 24 anni fa uscire solo 3 dischi non ci si può aspettare altro che la perfezione e qui quasi ci siamo. Fagen ci dona il consueto pop intelligente di altissimo livello dove gli intrecci tra gli strumenti sono rasoiate e la musica scorre piacevolmente intensa senza mai perdere di pathos. Qui una recensione completa.

04/04 Cassandra Wilson: Thunderbird (Blue Note)

Nessuna tra le vocalist in circolazione riesce ad avere un’indiscutibile credibilità come la Wilson: che si confronti con il jazz, con il blues o con il folk lei riesce sempre, con la sua voce ruvida ed avvolgente, ad ottenere il meglio. E, senza strafare, affascina a pieno. Cassandra è così, prendere o lasciare.

27/06 Brad Mehldau trio: House on hill (Nonesuch)

Registrato nel 2002 – quindi ancora con Jorge Rossy alla batteria – questo disco è l’ennesima conferma dell’altissimo livello di interplay raggiunto dal trio. I brani sono affrontati con un piglio decisamente battagliero senza indugiare in inutili cavillosità ma senza rinunciare al consueto splendido scintillante lirismo.

10/07 Rita Marcotulli: The light side of the moon (Le chant du monde)

Questo della Marcotulli è un piano-solo brillante e ben ispirato anche se lontano dalla più pura tradizione jazzistica. Un disco in cui è spiccata la ricerca sulle atmosfere oniriche e sulle intime connessioni delle melodie ed illuminato dalla luce pura di un’arte impalpabile e concreta. Un bel viaggio al quale abbandonarsi sereni.

12/09 Yo La Tengo: I’m not afraid of you and I will beat your ass (Matador)

Come ogni disco della band di Hoboken che da 20 anni anima la scena “indie”, anche questo riserva piacevoli sorprese: sfruttando il consueto eclettismo, gli YLT mischiano neopsichedelia, atmosfere jazzate, languido pop e le loro famose ballad lisergiche in modo convincente ed emozionante.

26/09 Keith Jarrett: The Carnegie Hall concert (ECM)

Frutto della sua nuova vitalità, questo concerto si conferma essere una delle cose più belle sentite da Jarrett: perfezione tecnica, magnetismo e profondissimo amore per la melodia si sposano con la costante sperimentazione, un lirismo senza pari e con il senso del blues. Un capolavoro, senza nemmeno una caduta di tono.

+

21/11 Tom Waits: Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards (Anti)

3 dischi 54 brani per quella che non è una semplice raccolta di uno dei grandi cantautori di sempre. Waits riunisce blues rauchi e sguaiati, ballad selvaggiamente romantiche, country, sperimentazioni, canzoni “di estasi e malinconia” per farci entrare nel suo mondo di travolgenti passioni.


Sette canzoni…

Raccolgo in giro la sfida di indicare alcune canzoni importanti… beh, conoscendo migliaia di canzoni e apprezzandone altrettante centinaia è un’impresa davvero impegnativa doverne indicare solo SETTE!
Comunque sia, eccole qui, ben consapevole che tra qualche mese potrebbero non essere ancora le stesse.

A whiter shade of paleProcol Harum
Uscita a maggio 1967 – ovvero pochi giorni prima che io nascessi – e costruita su un solido “riff” bachiano è uno dei simboli della “summer of love” ed è anche quella che considero la “mia” canzone.
We skipped the light fandango, / turned cartwheels ‘cross the floor. / I was feeling kind of sea-sick, / the crowd called out for more.

TerrapinSyd Barrett
Folle canzone liquida e visionaria scritta da uno dei fondatori dei Pink Floyd, genio perduto sulla strada della psichedelia. Ballata intensa, grezza e raffinata è perfetta per lasciar riposare la mente in una instabile quiete.
I really love you and I mean you / the star above you, crystal blue / Well, oh baby, my hairs on end about you…

Guns of BrixtonThe Clash
Adoro i Clash, la loro energia, il loro essere credibilmente trasversali. Questo pezzo di autentico reggae/punk bianco col suo ritmo sghembo e il suo – neppur tanto velato – invito alla rivolta, è entrato nella mia pelle e non se ne va.
When they kick at your front door / How you gonna come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun

Dancing barefootPatty Smith
Tra sbocchi di rabbia e squarci di poesia, una delle poche canzoni che mi costringe a ballare (magari non a piedi nudi e rigorosamente in completa solitudine). Canzone dolorosa ma anche carica di energia positiva.
She is benediction / she is addicted to thee / she is the root connection / she is connecting with he

Just like honeyJesus and the Mary Chain
Atomosfera oscura, chitarra insistente e distorta da un feedback massiccio, ma melodia sublime costruita con tre note tre. Giochi di contrasti, tra dolcezze e ruvidità, tra abbandono e nevrosi. Miele e carta vetrata.
Listen to the girl / As she takes on half the world / Moving up and so alive / In her honey dripping beehive

TimeTom Waits
Voce da orco cattivo e melodia nostalgica per questa ballad intrisa di poesia. Tom è uno dei miei musicisti preferiti perché sa dare poesia con forza e lievità allo stesso tempo. “Una carezza in un pugno” direbbe qualcuno. Ma questa è un’altra storia.
Well the smart money’s on harlow and the moon is in the street / And the shadow boys are breaking all the laws

(Sittin’ on) the dock of the bayOtis Redding
Un’altra canzone – anche questa del 1967, sarà un caso? – che amo alla follia. Inno scanzonato alla pigrizia, da cantare camminando leggeri per la strada lasciando il pensiero libero di viaggiare. Ora vado e lo faccio partire nell’Ipod. E fischietto pure.
Sittin’ in the mornin’ sun / I’ll be sittin’ when the evenin’ come / Watching the ships roll in / And then I watch ‘em roll away again, yeah


Benvenuti nel magico mondo di Vinicio

Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Atlantic – 2006)

Ci sono molti modi per parlare di un disco come questo, ognuno giusto ed ognuno sbagliato allo stesso tempo. Ci sono tante interpretazioni, catene di pensieri da seguire, nei quali perdersi nel cercare di trovarne il filo, oppure lasciarsi andare all’apparente caos e alla selvaggia tensione che scorre lungo i suoi solchi (si diceva così quando i dischi erano dei delicati padelloni neri, no?). Io non so quale sia il giusto approccio da usare, ma so per certo che qualunque di essi non riuscirà a descrivere Ovunque proteggimi a pieno; troppe, troppe cose sono concentrate in questi 70 minuti di musica, troppi mondi, troppi suoni, rumori, clamori e clangori, troppe sensazioni sono state chiamate a raccolta da Capossela che le ha prese da una sorta di bazar del mondo e ficcate a forza dentro questo crogiolo denso e ribollente.
Due aspetti appaiono caratterizzanti fin dal primo ascolto: questo non è un disco di “normali” canzoni, questo è un disco dove il fantasma di Tom Waits è particolarmente presente ed “attivo”. E le due cose sono indissolubilmente legate tra loro. Che Capossela fin dal suo disco d’esordio e poi più esplicitamente negli ultimi Il ballo di San Vito e nello splendido Canzoni a manovella, si sia ispirato al cantautore di Pomona non è certo una novità, ma è altrettanto vero che la sua non è una pedissequa imitazione. Capossela, infatti, usa alcune delle soluzioni adottate dal collega statunitense e le rielabora aggiungendovi del proprio, attingendo ad un patrimonio culturale diverso da quello degli hipster della West-Coast; ecco allora che le sue canzoni mantengono la destrutturazione della melodia, l’andamento sghembo e l’insistita pulsazione tanto care a Waits, ma si arricchiscono anche di riferimenti letterari, tradizionali, barbari e poetici derivanti dalla sua esperienza di girovago ricercatore di stimoli. Non è un caso, allora, che questo disco sia stato registrato in ben dieci luoghi diversi e con un gran numero di musicisti provenienti dalle più diverse esperienze.

E c’è davvero di tutto dentro queste canzoni – “gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” per dirla con la presentazione che ne ha fatto il suo autore – ma anche passioni devastanti e devastatrici, crudeltà e miserie, invocazioni, ricordi, deliri, visioni e lamentazioni, il tutto amalgamato assieme con così tanti spunti musicali come solo un ottimo musicista può fare. A fronte di tutto questo eclettismo – di contenuti e di esecuzione – stupisce come Ovunque proteggi si presenti sostanzialmente come un disco compatto, solido seppur intricato da seguire. A conti fatti, proprio per districarsi nel modo migliore in questo disordinato dipinto a tinte forti, futuristico e profondamente legato ad un passato terroso, per cercare di trovarne – e non è detto che io vi riesca – le chiavi di lettura, sarà bene procedere canzone per canzone.
Non trattare: lo shofar – corno rituale della tradizione ebraica – ci introduce in una sorta di mantra tra Arabia e blues ben costruito dalla chitarra di Marc Ribot e dal dobro di Anna Garano; il testo è infarcito di citazioni bibliche che assumono a tratti i toni del delirio mistico (Non ammazzare / se non nel mio nome / o il sangue che hai versato ricada su di te). Potente e ossessivo. E già si capisce che l’ascolto non sarà agevole.
Brucia Troia: registrazione nelle grotte preistoriche di Ispignoli in Sardegna, strumentazione arcaica – balafon (una specie di marimba africana), campanacci, corna – e il canto gutturale dei Tenores di Mamoiada per una sorta di rievocazione del mito di Omero e un’evocazione del demonio stesso. Voce come carta vetrata, un testo che lascia intendere e sottointendere che pare nascere spontaneo dalla musica. Bellissima l’immagine Barbari della Colchide / i vapori s’alzano nell’ombra. E a fronte di tutta questa ferocia Capossela parlando del brano butta lì un “sarebbe stato perfetto per i programmi radiofonici di dediche”.
Dalla parte di Spessotto: una sorta di filastrocca che è un’ode all’infanzia vissuta da perdenti (siamo la stirpe di Zoquastro / i perenni votati all’impiastro / sulla stufa asciugano inchiostro / dei fogli caduti nel fosso salmastro), tra ricordi (con i peccati da regolare / le penitenze da sistemare / sei anni e sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto!) e iperboliche invenzioni (abbagliati dalla balena / nella pancia della falena). Bellissimo l’accompagnamento vocale dello “shaba dum dum” di sottofondo e quello della squinternata Banda della posta, la stessa che ha suonato al matrimonio dei genitori di Vinicio. E non è un caso che la canzone sia stata registrata a Calitri, paese natale del padre del nostro.
Moskavalza: primo divertissement del disco. Si tratta di una cialtronesca citazione russo/balcanica (presente il Bregovic di Kusturica?) tutta giocata sulle assonanze multi-linguistiche; dispiace un po’ la pesantezza della drum-machine su cui si regge il brano.
Al Colosseo: introdotta dalle fanfare simil-Ben Hur e scandita dal cupo risuonare dei timpani è una sorta di truculenta rievocazione delle barbarie dei giochi romani anche se il riferimento a “la legge della curva” fa pensare a tempi ben più recenti. La canzone è seguita dalla traccia fantasma Il rosario della carne, sorta di delirio mistico sulla carne e la sua degradazione con tanto di dissacrante ronzio di mosche.
L’uomo vivo: è forse la canzone con cui mi sento meno in sintonia. Giocata tutta sulla esuberanza del Corpo bandistico di Scicli, come in una specie di mistero buffo narra la storia di un Cristo di borgata che una volta risorto non gli resta che farsi trasportare per il paese a mangiare e bere (nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno / portato a mangiare…).
Medusa cha cha cha: l’altro divertissement prima che il disco cambi rotta. La chitarra “cubana” di Marc Ribot, gli assoli di teremin del geniaccio dell’elettronica Gak Sato e l’atmosfera anni ’50 carica di percussioni e fiati vanno a musicare un testo esilarante dove la mitologica Medusa diventa l’amante delusa perché riesce solo a pietrificare con lo sguardo ogni ragazzo che le sia avvicina (non guardarmi / negli occhi per favore, / già ti ho pietrificato il cuore? / gli occhi no, gli occhi no… / Oddio un altro baccalà!) Sicuramente il brano più esilarante e gustoso del disco.
Nel blu: improvvisamente tutto cambia, l’atmosfera si fa più riflessiva. Vinicio si siede al pianoforte e sforna un brano che non sfigurerebbe in certe commedie di Broadway con tanto di orchestra d’archi diretta da Mario Brunello. Dopo tante efferatezze una semplice canzone d’amore ariosa e dolciastra che però – onestamente – non mi pare molto ben riuscita.
Dove siamo rimasti a terra Nutless: nostalgia e rimpianti per una ballad in puro stile Capossela degli esordi. Il pianoforte e il “solito” Ribot in bella evidenza ed echi di Dixieland per passare dalle tristezze quotidiane (Dov’è che siamo rimasti soli… Nutless / Dov’è che i muri / si sono chiusi addosso? ) ai lampi di follia di un “glorioso” passato (Buttarci a piedi pari / nella vasca del Campari / abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge). Uno dei vertici del disco.
Pena del alma: tratta dalla canzone tradizionale messicana Prenda del alma, è una serenata che – affine per atmosfera a Ultimo amore (da Modì) – si rivolge romanticamente all’amata lontana e ne rievoca e decanta la figura e l’indissolubile passione. Triste da far male.
Lanterne rosse: un sogno immobile. Il pianoforte che accenna degli accordi. Di cinese troviamo, oltre all’ambientazione, la strumentazione che l’accompagna (sheng, har hu, xun ovvero organo a bocca, violino e flauto cinesi) in una sorta di calma piatta. Riflessioni, apparizioni apparentemente senza un filo conduttore lungo una melodia esile come una trama nella quale lasciarsi andare.
S.S. dei naufragati: giù il cappello, signori! Questo è il capolavoro del disco. Capossela recita un testo – ispirato dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge e dal Moby Dick di Melville – che con una drammaticità crescente ci narra della fine di un gruppo di naufraghi prosciugati dalla sete, come in una sorta di disperato requiem tra legni sciabordanti e fantasmi malvagi. Impressionante per tensione l’invocazione “matri mia” alla Santissima dei naufragati. La strumentazione contribuisce non poco allo scopo: troviamo infatti il lugubre violoncello di Mario Brunello, il triste armonium di Stefano Nanni, il misterioso teremin di Vincenzo Vasi e il coro della Cappella di S.Maurizio di Milano. Da brividi.
Ovunque proteggi: Capossela chiude il disco con un altro tipico brano della sua produzione, tra la meraviglia dell’amore, la certezza di un’altra caduta e la speranza della redenzione. Brano bellissimo sia nel testo che nella musica, affascina per dolcezza e poesia. (E se mi trovi stanco / se mi trovi spento / se il meglio è già venuto / e non ho saputo / tenerlo dentro me // Ovunque proteggi / la grazia del mio cuore).

Molte, molte altre cose ci sarebbero da dire di un disco come questo e di un cantautore come Capossela che ci ha abituato a dischi di intensità e bellezza rari. E ancora una volta egli ci precipita nel suo mondo fatto di presenze, racconti, citazioni, visioni e profondo senso dell’appartenenza a qualcosa di speciale; e come ogni volta ne usciamo appagati e consci di aver compiuto un viaggio arricchente e mai, mai banale. E che il dio dei musicisti così ce lo custodisca e protegga.

  1. Non trattare
  2. Brucia Troia
  3. Dalla parte di Spessotto
  4. Moskavalza
  5. Al Colosseo
  6. L’uomo vivo
  7. Medusa cha cha cha
  8. Nel blu
  9. Dove siamo rimasti a terra Nutless
  10. Pena del alma
  11. Lanterne rosse
  12. S.S. dei naufragati
  13. Ovunque proteggi
Vinicio Capossela: voce, chitarra, farfisa, pianoforte, campanacci di Tonara, corna, gem, piano a muro, gong delle nuvole, duysen piano / Achille Succi: clarone, clarino / Alessandro “Asso” Stefana: banjo, dr. bohm rhythm machine, chitarra elettrica / Anna Garano: dobro / Ares Tavolazzi: contrabbasso / Banda della posta: Tuttacreta (fisarmonica) Matalena (violino) Rocco Briuolo (mandolino e mmoh) / Christofer Wonder “The big ta da”: scimmietta meccanica / Corpo bandistico “A Busacca di Scicli” / Dixie Jambalaya: six / Edodea string quartet di Edoardo De Angelis / Elia Galante: shofar / Enrico Bellani: corno francese / Fabio Prina: susafon / Fabrizio Cattaneo: tromba / Gaben Dabiré: balafon / Gabriel Tenorio: slide guitar / Gaetano Santoro: sax baritono / Gak Sato: elettronica, sonagli, shaba dum dum, thremin / Gavino Murgia: canto a tenores basso / Tre tenores di Mamoiada / Georgeanne Kalweit: medusa / Giorgio Giovannini: trombone / Glauco Zoppiroli: contrabbasso, guitarron / Ivan Gambini: timpani / Jacob Hernandez: bongo maracas, clave / Luciano Invernizzi: trombone / Marc Ribot: chitarre, banjo / Mario Brunello: violoncello / Massimo Mercer: tromba / Mauro Pagani: complicità / Roy Paci: tromba, grancassa / Sauro Berti: corno di bassetto, clarinetto basso / Stefano Nanni: armonio, piano / Vincenzo Vasi: basso, xilofono, fischi, cantante “occulto”, teremin / Vittorio Castelli: clarinetto / Wu Wei: har hu (violino cinese), sheng (cinese mouth organ), xun (flauto cinese) / Zeno De Rossi: Batteria, teste di morto, tamburo, grancassa, fischio da naso, mascella d’asino



Tom Waits: Soldier’s things

Davenports and kettle drums
and swallow tail coats
table cloths and patent leather shoes
bathing suits and bowling balls
and clarinets and rings
and all this radio really
needs is a fuse
a tinker, a tailor
a soldier’s things
his rifle, his boots full of rocks
and this one is for bravery
and this one is for me
and everything’s a dollar
in this box

Cuff links and hub caps
trophies and paperbacks
it’s good transportation
but the brakes aren’t so hot
neck tie and boxing gloves
this jack-knife is rusted
you can pound that dent out
on the hood
a tinker, a tailor
a soldier’s things
his rifle, his boots full of rocks
oh and this one is for bravery
and this one is for me
and everything’s a dollar
in this box

(abbiate pazienza… la traduzione è mia):

Divani letto e timpani
e marsine
tovaglie e scarpe di vero cuoio
costumi da bagno e bocce da bowling
e clarinetti e anelli
e a questa radio
serve proprio un fusibile
un riparatore, un sarto
una cosa da soldato
il suo fucile, i suoi stivali pieni di pietre
e questo è per il coraggio
questo per me
e ogni cosa vale un dollaro
in questa scatola

Gemelli da polso e coprimozzi
trofei e libri tascabili
è un bel viaggiare
ma i freni non sono poi così buoni
cravatte e guantoni da boxe
questo coltello a serramanico è arrugginito
puoi aggiustare quell’ammaccatura
sul cofano
un riparatore, un sarto
una cosa da soldato
il suo fucile, i suoi stivali pieni di pietre
e questo è per il coraggio
questo per me
e ogni cosa vale un dollaro
in questa scatola


Swordfishtrombones e gli anni che passano

Fino a cinque minuti fa stavo ascoltando “Swordfishtrombones” di Tom Waits, un disco che amo molto e che conosco da quando è uscito. A proposito, quando? Guardo la data: 1983! Pare ieri che ho aperto il vinile sfregando il cellophane sui jeans. Mi ha preso una botta di malinconia… ma come, ascolto questo disco da 21 anni? Accidenti a come passa il tempo. E così scopri che ci sono dischi a cui dai l’attributo di “vecchio” – tipo “The wall” (1979), “Unknown pleasures” (ancora 1979), “Brilliant trees” (1984) tanto per citarne alcuni famosi e non troppo datati – ma ce ne sono altri che ti pare di averli scoperti solo un mese fa, restano giovani loro, mentre tu invecchi, e tali ti rimangono dentro.
Forse sta proprio in questo la loro bellezza… forse sarà che sono io che mi rimbecillisco…


I 20 dischi della vita

In uno dei forum dove mi diverto a scrivere qualcuno ha proposto questo gioco: indicare i 20 dischi soggettivamente più importanti. Io, limitandomi al pop/rock, ho proposto i miei, che sono solo alcuni di quelli che mi hanno cambiato la vita (musicalmente parlando). Li propongo, in ordine casuale, anche ai miei lettori per vedere cosa ne nasce:

The Clash: London calling: perché nel 1979 avevo 12 anni e oggi non più, ma da allora non ha mai smesso di accompagnarmi

Tuxedomoon: Half mute: per i Tuxedomoon

Opal: Happy nightmare baby: perché mi ha ipnotizzato facendomi diventare suo schiavo

The Beatles: The Beatles (White album): perché mi ha fatto capire che i Beatles non erano solo Love me do

Syd Barrett: Barrett: perché a Syd andava stretto questo pianeta

Tim Bukley: Dream letter: vedi sopra

C.S.I.: In quiete: perché la poesia a volte può far male

Wim Mertens: Integer valor: perché se non commuove questo, siamo proprio dei sassi

Joy Division: Unknown pleasures: perché mi ha curato dalle mie paranoie

Fabrizio De Andrè: Anime salve: perché è la summa di una vita d’arte

AA.VV.: Fuck your dreams, this is heaven: perché mi ha folgorato… e basta

Celso Fonseca: Natural: perché l’anno scorso mi ha affascinato e tuttora continua a farlo

Nick Cave: Tender prey: perché mi sono chiesto come mai non avessi conosciuto prima un musicista simile

Tom Waits: Rain dogs: perché non ci sono parole per dire quanto Tom sia grande

The Smiths: The queen is dead: perché per ore non ho smesso di ballare (e chi mi conosce sa cosa vuol dire…)

Jon Hassell: Dream theory in Malaya: perchè esiste qualcosa che va oltre la nostra normale percezione

Pat Metheny: Still life (talking): perché se c’è da viaggiare questo è il disco giusto

Tortoise: Millions now living will never die: perché ha cambiato le mie prospettive sul rock

David Sylvian: Brilliant trees: perché ha aperto una bella storia che non si è ancora conclusa

Joe Jackson: Night and day: perché è un disco troppo intelligente per essere dimenticato