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Percorrendo i mari tempestosi dell’anima

Vinicio Capossela: Marinai, profeti e balene (La Cupa/Warner – 2011)

Davanti ad un disco come questo si corre un rischio. Un grosso rischio che potrebbe portare a scrivere delle cose che esulano dal disco stesso, ovvero cercare di andare a leggere, di recuperare materiale, di informarsi e/o far tornare alla memoria personaggi e situazioni. Chi è Lord Jim? Chi è Billy Budd? Chi è il/la sfuggente Tiresia? E l’aedo misterioso? E quel “calipso” si riferisce alla ninfa o a paradisi caraibici? Lungo quale mare burrascoso ci imbatteremo nel nostro Leviatano? Dove approderemo per incontrare (o non incontrare) le sirene? Sì, tutto questo è importante, è evidentemente collegato in modo stretto con quanto Capossela butta dentro in quest’ora e mezza di musica, è l’essenza dell’ispirazione di quello che può essere tranquillamente definito “concept-album”… ma non è tutto.

No, non questo errore non va fatto. L’unica strada possibile per cercare di dire qualcosa di questo Marinai, profeti e balene è ascoltarlo con le orecchie e la mente più “pure” possibili: ne vanno sentite le parole, ne vanno assaporati i suoni, bisogna immergersi nelle sue atmosfere e cercare di penetrarvi nelle profondità in modo da arrivare a comprendere che tutte le storie raccontate da capitan Vinicio, tutti i miti, tutte le gesta eroiche, si intrecciano per diventare un’unica Storia che parte da Omero, passa per Dante e arriva a Melville e a Conrad, ad un unico mito che tutti li raccoglie formando un’unica grande e affascinante epopea marinara (mare quantomai metaforico) senza tempo, nella quale i riferimenti letterari ci sono, ma scompaiono e si perdono in un fluire pressoché ininterrotto di suoni.
Sì, perché sono i suoni la prima cosa che colpisce di questo disco,  a partire dai cori “sinfonici” d’apertura nella cupa Il grande Leviatano, fino alla scarnificata Le sirene che chiude il doppio CD: in mezzo ci sta il diluvio, di acque certo, ma anche di strumenti – molto spesso molto poco ortodossi – dalle sfaccettature armoniche e timbriche ampissime e usati, proprio per questo, quasi sempre in chiave il più onomatopeica possibile.

L’ispirazione marina non è cosa nuova per Capossela: già nel bellissimo Canzoni a manovella (a proposito, sono passati già 11 anni da quel bellissimo disco e sembra ieri!) vi erano degli spunti seminali, così come se ne trovano disseminati negli album successivi. Il “colpo di grazia” deve averlo avuto qualche anno fa quando, da solo su di una barca, ha tenuto una sorta di concerto/reading nella Baia del Silenzio a Sestri Levante con il pubblico che l’ascoltava sulla spiaggia: quello spettacolo nel quale propose, oltre alle sue canzoni più legate al mare, delle letture di Coleridge e Melville, si intitolava Storie di marinai, balene e profeti, titolo che viene ripreso pari-pari in questo lavoro. Qui invece tutto trasuda salsedine, ogni riferimento, ogni suggestione deriva dalle agitate acque atlantiche popolate da mostri spaventosi o dalle tranquille e profumate acque mediterranee stillanti poesia e languore: l’effetto è proprio quello di un disco “epico, antropologico, mutevole all’ascolto come mutevole è il mare” così come lo descrive capitan Vinicio che conduce l’ascoltatore in un viaggio affascinante, fatto di suoni e di affabulazioni.
E’ evidente che quello che Capossela canta non è il mare reale, ma quello che è stato trasformato in mito e proprio la presenza massiccia della parte letteraria potrebbe far pensare che la componente musicale sia posta in secondo piano rispetto alla narrazione: niente di più sbagliato. Capossela riesce perfettamente nell’intento di dare pari importanza alle parole e ai suoni, mettendoli tra loro in un rapporto di perfetta simbiosi: la musica conduce la narrazione, ne detta i tempi, ne sottolinea i passaggi e allo stesso tempo le parole – cantate o recitate – imprimono forza alle note, fanno sì che le canzoni si riempiano di suoni particolari.

No, non “sono solo canzonette” come cantava Bennato molti anni fa: Marinai, profeti e balene è un disco “pesante”, difficile, per nulla immediato ma che, anzi, ha bisogno di essere seguito con costante attenzione. Sarà pur vero che, ad un primo ascolto, nel primo disco emergono quelli che – probabilmente – sono i brani più d’impatto: Il grande Leviatano con il coro che pare avvolgere tutto come un maelström, gorgo tremendo e liberatore, L’oceano oilalà, ballata che pare presa dalla tradizione irlandese e il cui testo è tratto da Moby Dick, la claustrofobica Lord Jim, il blues corale di Billy Budd (con Marc Ribot e Greg Cohen sugli scudi) fino agli episodi più leggeri come Pryntyl – che dietro la sua atmosfera da Sirenetta disneyiana però trasuda malinconia – e Polpo d’amor, niente più che un divertissment. Ad un ascolto più attento però sono altre le canzoni che colpiscono, ovvero la tremenda Job con le lamentazioni di Giobbe e La bianchezza della balena dove il colore bianco è associato al male.
Il secondo disco pare abbandonare la variegata verve del primo per stemperarsi in una bonaccia languida e pensierosa: allora è il momento del blues sghembo di Goliath, della dolcezza profonda e sognante de Le Pleiadi, dell’epicità sussurrata di Aedo e della misuratissima Dimmi Tiresia, indagine tra i dubbi senza soluzione di chi – una qualche figura mitologica o lo stesso Vinicio – indaga l’indovino, fino alla ballata conclusiva de Le sirene, forse un po’ troppo dimessa.

Un viaggio per mare quindi, ma sicuramente non un viaggio per diporto, anzi un viaggio-metafora per indagare il proprio animo, le proprie paure e aspirazioni. Viaggio che non si conclude se non con una tremenda e disperante nota, ovvero che non c’è una luce salvifica nel fondo, ma anzi che ciascuno di noi è divorato dal proprio “mostro”, dal proprio Leviatano personale, qualsiasi esso sia. Sta a noi capire quale e capire come – se non sconfiggerlo – almeno imparare a conviverci.

PS: ho iniziato questa “recensione” ad aprile quando è uscito il disco e l’ho finita solo ora. E solo ora mi rendo conto di quanto questo sia un disco invernale, un disco tenebroso che male si addice all’estate con il suo calore, le sue tonalità, il suo immaginario. Sì, questo è un disco che richiama il freddo, le tempeste – reali o dell’anima – che pretende profondità e rispetto. Forse non il miglior lavoro in assoluto di Capossela, ma sicuramente un lavoro importante, acuto, più teatrale che da concerto, un lavoro che lascia intravvedere, anzi che spalanca nuove dimensioni per uno dei cantautori più interessanti di oggi.

CD1 

  1. Il grande Leviatano
  2. L’oceano oilalà
  3. Pryntyl
  4. Polpo d’amor
  5. Lord Jim
  6. La bianchezza della balena
  7. Billy Budd
  8. I fuochi fatui
  9. Job
  10. La lancia del Pelide

CD2

  1. Goliath
  2. Vinocolo
  3. Le Pleiadi
  4. Aedo
  5. La Madonna delle conchiglie
  6. Calipso
  7. Dimmi Tiresia
  8. Nostos
  9. Le sirene
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, farfisa, mellotron, chitarra, ondoline, clavicembalo, kalimba – Giuseppe Ettorre: contrabbasso – Stefano Nanni: organo, armonium, pianoforte, celesta, piano preparato – Mirco Mariani: leviatano, campionatore, ondoline, effetti iceberg, celesta – Taketo Gohara: ondoline, tanburello, fischio, kalimba bassa, gong delle nuvole, santur, maracas, shaker, kashishi – Francesco Arcuri: sega, autoharp, campanelli, toy piano, kalimba, pentole, acqua, gamelan, steel drum, bicchieri, metallofoni, santoor – Alessandro Stefana: vox continental, banjo, chitarra elettrica, divan sazi – Vincenzo Vasi: tubular bells, nord micro modular, percussioni digitali, nettuno, tubo, lumachine di mare, giocattoli elettronici e meccanici, fischietti, flauti, kazoo, carillon, samples, theremin, shaker, gu zheng, tres, xilofono, marimba, tampura, teste di moro, triangolo, coro – Giuseppe Cacciola: marimba, teste di moro, piatti, timpani, vaso, pentolina, acqua, tamburo, boobam, xilofono, chimes, cimbalo, rullante – Mario Arcari: flauti, flautofono, oboe, oboe d’amore – Myriam Essayan: bodhràn, tamburello – Stephane Lavis: tin whistle – Guillaume Souweine: violino – Caroline Tallone: ghironda – Antonio Marangolo: saxofoni, washboard, marimba, glockenspiel, vibrafoni, xilifoni – Jimmy Villotti: chitarra – Ares Tavolazzi: contrabbasso – Luisa Prandina: arpa – Nadia Ratsimandresy: ondes martenot – Enrico Gabrielli: clarinetto basso, sax tenore – Greg Cohen: contrabbasso – Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, flicorno, susaphone – quartetto Edodea: archi – Alessio Pisani: fagotto, controfagotto – Zeno De Rossi: timpano, catene, batteria – Marc Ribot: chitarre, banjo, mandolino – Daniel Melingo: voce – CaboSanRoque: orchestra meccanica – Roger Aixut e Laia Torrents: delfin-banera – Psarantonis: lyra cretese, voce – Niki Xylouri: bendir, stamma, daouli, daoulaki – Haralambos Xylouris: boulgari – Yiorgis Xylouris: laouto, oud – Danilo Rossi: viola d’amore barocca, viola Maggini – Marco Gianotto: organo di barberia – Mauro Refosco: percussioni, udu, latta, vibrafono, marimba, glockenspiel, kalimba - Coro del Apòcrifi, Drunk Sailor choir, Le sorelle Marinetti: voci



Benvenuti nel magico mondo di Vinicio

Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Atlantic – 2006)

Ci sono molti modi per parlare di un disco come questo, ognuno giusto ed ognuno sbagliato allo stesso tempo. Ci sono tante interpretazioni, catene di pensieri da seguire, nei quali perdersi nel cercare di trovarne il filo, oppure lasciarsi andare all’apparente caos e alla selvaggia tensione che scorre lungo i suoi solchi (si diceva così quando i dischi erano dei delicati padelloni neri, no?). Io non so quale sia il giusto approccio da usare, ma so per certo che qualunque di essi non riuscirà a descrivere Ovunque proteggimi a pieno; troppe, troppe cose sono concentrate in questi 70 minuti di musica, troppi mondi, troppi suoni, rumori, clamori e clangori, troppe sensazioni sono state chiamate a raccolta da Capossela che le ha prese da una sorta di bazar del mondo e ficcate a forza dentro questo crogiolo denso e ribollente.
Due aspetti appaiono caratterizzanti fin dal primo ascolto: questo non è un disco di “normali” canzoni, questo è un disco dove il fantasma di Tom Waits è particolarmente presente ed “attivo”. E le due cose sono indissolubilmente legate tra loro. Che Capossela fin dal suo disco d’esordio e poi più esplicitamente negli ultimi Il ballo di San Vito e nello splendido Canzoni a manovella, si sia ispirato al cantautore di Pomona non è certo una novità, ma è altrettanto vero che la sua non è una pedissequa imitazione. Capossela, infatti, usa alcune delle soluzioni adottate dal collega statunitense e le rielabora aggiungendovi del proprio, attingendo ad un patrimonio culturale diverso da quello degli hipster della West-Coast; ecco allora che le sue canzoni mantengono la destrutturazione della melodia, l’andamento sghembo e l’insistita pulsazione tanto care a Waits, ma si arricchiscono anche di riferimenti letterari, tradizionali, barbari e poetici derivanti dalla sua esperienza di girovago ricercatore di stimoli. Non è un caso, allora, che questo disco sia stato registrato in ben dieci luoghi diversi e con un gran numero di musicisti provenienti dalle più diverse esperienze.

E c’è davvero di tutto dentro queste canzoni – “gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” per dirla con la presentazione che ne ha fatto il suo autore – ma anche passioni devastanti e devastatrici, crudeltà e miserie, invocazioni, ricordi, deliri, visioni e lamentazioni, il tutto amalgamato assieme con così tanti spunti musicali come solo un ottimo musicista può fare. A fronte di tutto questo eclettismo – di contenuti e di esecuzione – stupisce come Ovunque proteggi si presenti sostanzialmente come un disco compatto, solido seppur intricato da seguire. A conti fatti, proprio per districarsi nel modo migliore in questo disordinato dipinto a tinte forti, futuristico e profondamente legato ad un passato terroso, per cercare di trovarne – e non è detto che io vi riesca – le chiavi di lettura, sarà bene procedere canzone per canzone.
Non trattare: lo shofar – corno rituale della tradizione ebraica – ci introduce in una sorta di mantra tra Arabia e blues ben costruito dalla chitarra di Marc Ribot e dal dobro di Anna Garano; il testo è infarcito di citazioni bibliche che assumono a tratti i toni del delirio mistico (Non ammazzare / se non nel mio nome / o il sangue che hai versato ricada su di te). Potente e ossessivo. E già si capisce che l’ascolto non sarà agevole.
Brucia Troia: registrazione nelle grotte preistoriche di Ispignoli in Sardegna, strumentazione arcaica – balafon (una specie di marimba africana), campanacci, corna – e il canto gutturale dei Tenores di Mamoiada per una sorta di rievocazione del mito di Omero e un’evocazione del demonio stesso. Voce come carta vetrata, un testo che lascia intendere e sottointendere che pare nascere spontaneo dalla musica. Bellissima l’immagine Barbari della Colchide / i vapori s’alzano nell’ombra. E a fronte di tutta questa ferocia Capossela parlando del brano butta lì un “sarebbe stato perfetto per i programmi radiofonici di dediche”.
Dalla parte di Spessotto: una sorta di filastrocca che è un’ode all’infanzia vissuta da perdenti (siamo la stirpe di Zoquastro / i perenni votati all’impiastro / sulla stufa asciugano inchiostro / dei fogli caduti nel fosso salmastro), tra ricordi (con i peccati da regolare / le penitenze da sistemare / sei anni e sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto!) e iperboliche invenzioni (abbagliati dalla balena / nella pancia della falena). Bellissimo l’accompagnamento vocale dello “shaba dum dum” di sottofondo e quello della squinternata Banda della posta, la stessa che ha suonato al matrimonio dei genitori di Vinicio. E non è un caso che la canzone sia stata registrata a Calitri, paese natale del padre del nostro.
Moskavalza: primo divertissement del disco. Si tratta di una cialtronesca citazione russo/balcanica (presente il Bregovic di Kusturica?) tutta giocata sulle assonanze multi-linguistiche; dispiace un po’ la pesantezza della drum-machine su cui si regge il brano.
Al Colosseo: introdotta dalle fanfare simil-Ben Hur e scandita dal cupo risuonare dei timpani è una sorta di truculenta rievocazione delle barbarie dei giochi romani anche se il riferimento a “la legge della curva” fa pensare a tempi ben più recenti. La canzone è seguita dalla traccia fantasma Il rosario della carne, sorta di delirio mistico sulla carne e la sua degradazione con tanto di dissacrante ronzio di mosche.
L’uomo vivo: è forse la canzone con cui mi sento meno in sintonia. Giocata tutta sulla esuberanza del Corpo bandistico di Scicli, come in una specie di mistero buffo narra la storia di un Cristo di borgata che una volta risorto non gli resta che farsi trasportare per il paese a mangiare e bere (nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno / portato a mangiare…).
Medusa cha cha cha: l’altro divertissement prima che il disco cambi rotta. La chitarra “cubana” di Marc Ribot, gli assoli di teremin del geniaccio dell’elettronica Gak Sato e l’atmosfera anni ’50 carica di percussioni e fiati vanno a musicare un testo esilarante dove la mitologica Medusa diventa l’amante delusa perché riesce solo a pietrificare con lo sguardo ogni ragazzo che le sia avvicina (non guardarmi / negli occhi per favore, / già ti ho pietrificato il cuore? / gli occhi no, gli occhi no… / Oddio un altro baccalà!) Sicuramente il brano più esilarante e gustoso del disco.
Nel blu: improvvisamente tutto cambia, l’atmosfera si fa più riflessiva. Vinicio si siede al pianoforte e sforna un brano che non sfigurerebbe in certe commedie di Broadway con tanto di orchestra d’archi diretta da Mario Brunello. Dopo tante efferatezze una semplice canzone d’amore ariosa e dolciastra che però – onestamente – non mi pare molto ben riuscita.
Dove siamo rimasti a terra Nutless: nostalgia e rimpianti per una ballad in puro stile Capossela degli esordi. Il pianoforte e il “solito” Ribot in bella evidenza ed echi di Dixieland per passare dalle tristezze quotidiane (Dov’è che siamo rimasti soli… Nutless / Dov’è che i muri / si sono chiusi addosso? ) ai lampi di follia di un “glorioso” passato (Buttarci a piedi pari / nella vasca del Campari / abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge). Uno dei vertici del disco.
Pena del alma: tratta dalla canzone tradizionale messicana Prenda del alma, è una serenata che – affine per atmosfera a Ultimo amore (da Modì) – si rivolge romanticamente all’amata lontana e ne rievoca e decanta la figura e l’indissolubile passione. Triste da far male.
Lanterne rosse: un sogno immobile. Il pianoforte che accenna degli accordi. Di cinese troviamo, oltre all’ambientazione, la strumentazione che l’accompagna (sheng, har hu, xun ovvero organo a bocca, violino e flauto cinesi) in una sorta di calma piatta. Riflessioni, apparizioni apparentemente senza un filo conduttore lungo una melodia esile come una trama nella quale lasciarsi andare.
S.S. dei naufragati: giù il cappello, signori! Questo è il capolavoro del disco. Capossela recita un testo – ispirato dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge e dal Moby Dick di Melville – che con una drammaticità crescente ci narra della fine di un gruppo di naufraghi prosciugati dalla sete, come in una sorta di disperato requiem tra legni sciabordanti e fantasmi malvagi. Impressionante per tensione l’invocazione “matri mia” alla Santissima dei naufragati. La strumentazione contribuisce non poco allo scopo: troviamo infatti il lugubre violoncello di Mario Brunello, il triste armonium di Stefano Nanni, il misterioso teremin di Vincenzo Vasi e il coro della Cappella di S.Maurizio di Milano. Da brividi.
Ovunque proteggi: Capossela chiude il disco con un altro tipico brano della sua produzione, tra la meraviglia dell’amore, la certezza di un’altra caduta e la speranza della redenzione. Brano bellissimo sia nel testo che nella musica, affascina per dolcezza e poesia. (E se mi trovi stanco / se mi trovi spento / se il meglio è già venuto / e non ho saputo / tenerlo dentro me // Ovunque proteggi / la grazia del mio cuore).

Molte, molte altre cose ci sarebbero da dire di un disco come questo e di un cantautore come Capossela che ci ha abituato a dischi di intensità e bellezza rari. E ancora una volta egli ci precipita nel suo mondo fatto di presenze, racconti, citazioni, visioni e profondo senso dell’appartenenza a qualcosa di speciale; e come ogni volta ne usciamo appagati e consci di aver compiuto un viaggio arricchente e mai, mai banale. E che il dio dei musicisti così ce lo custodisca e protegga.

  1. Non trattare
  2. Brucia Troia
  3. Dalla parte di Spessotto
  4. Moskavalza
  5. Al Colosseo
  6. L’uomo vivo
  7. Medusa cha cha cha
  8. Nel blu
  9. Dove siamo rimasti a terra Nutless
  10. Pena del alma
  11. Lanterne rosse
  12. S.S. dei naufragati
  13. Ovunque proteggi
Vinicio Capossela: voce, chitarra, farfisa, pianoforte, campanacci di Tonara, corna, gem, piano a muro, gong delle nuvole, duysen piano / Achille Succi: clarone, clarino / Alessandro “Asso” Stefana: banjo, dr. bohm rhythm machine, chitarra elettrica / Anna Garano: dobro / Ares Tavolazzi: contrabbasso / Banda della posta: Tuttacreta (fisarmonica) Matalena (violino) Rocco Briuolo (mandolino e mmoh) / Christofer Wonder “The big ta da”: scimmietta meccanica / Corpo bandistico “A Busacca di Scicli” / Dixie Jambalaya: six / Edodea string quartet di Edoardo De Angelis / Elia Galante: shofar / Enrico Bellani: corno francese / Fabio Prina: susafon / Fabrizio Cattaneo: tromba / Gaben Dabiré: balafon / Gabriel Tenorio: slide guitar / Gaetano Santoro: sax baritono / Gak Sato: elettronica, sonagli, shaba dum dum, thremin / Gavino Murgia: canto a tenores basso / Tre tenores di Mamoiada / Georgeanne Kalweit: medusa / Giorgio Giovannini: trombone / Glauco Zoppiroli: contrabbasso, guitarron / Ivan Gambini: timpani / Jacob Hernandez: bongo maracas, clave / Luciano Invernizzi: trombone / Marc Ribot: chitarre, banjo / Mario Brunello: violoncello / Massimo Mercer: tromba / Mauro Pagani: complicità / Roy Paci: tromba, grancassa / Sauro Berti: corno di bassetto, clarinetto basso / Stefano Nanni: armonio, piano / Vincenzo Vasi: basso, xilofono, fischi, cantante “occulto”, teremin / Vittorio Castelli: clarinetto / Wu Wei: har hu (violino cinese), sheng (cinese mouth organ), xun (flauto cinese) / Zeno De Rossi: Batteria, teste di morto, tamburo, grancassa, fischio da naso, mascella d’asino



Bollani, esuberanza senza freni

foto di Agnese Piantoni

Bollani / Tavolazzi / Paoli: dal vivo 28/01/03 Salzano (VE) – Jazz café Delizia

…ovvero: le tante facce di Stefano Bollani.
Questo concerto è stata un’ennesima conferma della bravura di Stefano Bollani, artista e musicista dalla sensibilità ed eclettismo sviluppati al massimo, nel desiderio – quasi onnivoro – di racchiudere nella propria musica tutte le musiche possibili, di appropriarsi di gusti e sentimenti altrui, filtrarli con i propri per ricrearli ed elaborarli, restituendoli agli ascoltatori in una veste rinnovata. Operazione certamente non nuova nel jazz dove sostanzialmente la riproposizione degli standard serve proprio a questo, ma nel caso di Bollani l’operazione si allarga: se è vero che il pianista, soprattutto quando si esibisce da solo o con il suo trio, propone alcuni standard “storici”, è altrettanto vero che ne inventa di “nuovi”.

Cosa sono in fondo gli standard, se non vecchi brani della tradizione statunitense della prima metà del ’900? A questo punto perché non recuperare vecchie canzoni italiane, parte del nostro patrimonio musicale, per farne dei nuovi veicoli per l’improvvisazione?
Fondamentalmente mi pare questa l’intenzione di Bollani: un tentativo di unire indissolubilmente la cultura europea, italiana in questo caso, con la tradizione della musica afro-americana; ecco allora che canzoni come Averti tra le braccia, Se non avessi più te e soprattutto la poetica Arrivederci diventano delle ballad che nulla hanno da invidiare per lirismo e coinvolgimento emotivo a tanti standard. Bisogna dire che Bollani ci mette molto del suo: la sua bravura non si discute sia nella genuina resa dei brani più ispirati, sia nei pezzi più veloci dove davvero sfoggia una tecnica eccellente, come in Azzurro che dopo l’esposizione della strofa diventa pretesto per un’improvvisazione dalla velocità vertiginosa che si conclude nel ritornello. E’ evidente anche la sua voglia di giocare, variare e camuffare i temi come in Un giorno dopo l’altro trasformato in tango lento, o nel pezzo di Porter – What is this thing called love? – che chiude con uno sgangherato ritmo caraibico, dove riesce ad inserire il riff di Profondo rosso.

I due accompagnatori, a mio giudizio, non sono pienamente all’altezza: Paoli ha un drumming misurato e fantasioso, è abile nello spezzare il ritmo, scomponendolo in definite cellule tonali a cui fanno eco i break pianisitici; Tavolazzi invece l’ho trovato poco personale, con un suono sporco soprattutto nelle note alte e forse non del tutto a suo agio con l’esuberanza del leader. Si limitano ad accompagnare, peraltro in modo buono, ma davvero è difficile contenere l’imprevedibilità di Bollani che usa tutte le possibilità della tastiera, improvvisa per scale, per blocchi di accordi e inanellando note in stile free, in pratica non fa mai quello che ti aspetti.

Averti tra le braccia
Angela
Un giorno dopo l’altro
What is this thing called love?
Prima o poi io e te faremo l’amore
Azzurro
Arrivederci
Bandoleros
Se non avessi più te
Stefano Bollani: pianoforte
Ares Tavolazzi: contrabbasso
Walter Paoli: batteria