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Decennio "zero"… 30 dischi 30

Pare che sia necessario fare il bilancio del decennio, dicono. Pare che si debbano mettere dei punti fissi, dei riferimenti, delle àncore di salvezza. 10 dischi del decennio… è un gioco, certo, ma non è mica facile sceglierli tra le centinaia (il migliaio è passato di sicuro!) di dischi sentiti, ascoltati, ri-ascoltati, mandati a memoria, cantati, amati, gettati, schifati.
Allora facciamo così, tagliamo le cose con l’accetta: 10 dischi jazz-oriented, 10 dischi rock-oriented e 10 dischi classical-oriented.  Forse non i migliori in assoluto, sicuramente tra quelli che più di tutti mi hanno colpito e continuerò ad ascoltare; al contrario di come piace a me, non ci metto commenti, altrimenti mi passa il decennio!
Due le regole: 1) dischi usciti nel decennio 2) non ristampe… e buona pace per gli esclusi che sono tanti e tanto validi.
Fine del cazzeggio, vediamo i titoli:

Jazz

  • Cuong Vu: Come play with me (Knitting factory) 2001
  • Kenny Werner: Beat degeneration (Night bird music) 2002
  • Enrico Rava quartet: Montreal diary/A (Label bleu) 2002
  • Bad plus: These are the vistas (Columbia) 2002
  • Antonio Faraò: Far out (Cam jazz) 2003
  • Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear) 2003
  • Electric Masada: 50th birthday celebration – vol.4 (Tzadik) 2004
  • Nik Bartsch’s Ronin: Stoa (ECM) 2006
  • Terje Rypdal: Vossabrygg (ECM) 2006
  • Brad Mehldau trio: Trio live (Nonesuch) 2008

Rock

  • Vinicio Capossela: Canzoni a manovella (East wind) 2000
  • Blaine L. Reininger: The more I learn the less I know (FM records) 2000
  • Signur ros: ( ) (FatCat) 2002
  • Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed) 2003
  • Joe Strummer & the Mescaleros: Streetcore (Hellcat) 2003
  • Christian Fennesz: Venice (Touch) 2004
  • Wilco: A ghost is born (Nonesuch) 2004
  • Kraftwerk: Minimum/Maximum (EMI) 2005
  • Ali Farka Toure: Savane (World circuit) 2006
  • Portishead: Third (Island) 2008

Classica

  • Alexander Scriabin: Preludi – vol.1 (Zarafiants) – Naxos 2000
  • Antonio Vivaldi: Le quattro stagioni (Carmignola) – Sony 2000
  • Johann Sebastian Bach: L’arte della fuga (Savall) – Aliavox 2001
  • Wolfgang Amadeus Mozart: Quartetti dedicati ad Haydn (q. Mosaique) – Astrée 2001
  • Philipp Heinrich Erlebach: Zeichen im Himmel – Alpha 2004
  • Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg (Bahrami) – Decca 2004
  • Gyorgy Ligeti: The Ligeti project – vol.5 – Teldec 2004
  • Sylvius Leopold Weiss: Tombeau (Eguez) – E lucean le stelle 2004
  • Frederic Chopin: Notturni (Pollini) – Deutsche Grammophon 2005
  • Arvo Part: Lamentate – ECM 2005

… una postilla nel prossimo post.


20 dischi jazz

Questa è una lista strabica. E mi è costata un’enorme fatica.
Dunque, il “gioco” – involontariamente iniziato da Shakib con un post nel suo bel blog Stelle Cadenti – era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch’io avrei fatto la mia.

Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l’includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che – piacendomi in modo particolare – hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi “top” che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina… e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del “gioco” vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po’ ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di “roba” buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)…

With the Oscar Peterson trio

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve – 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)

Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto “Pres”, ovvero “President”) aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio “muscolare”, il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can’t give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell’ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Brilliant corners

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside – 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)

Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l’aveva confinato, senza – comunque – mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco “difficile” ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l’asimmetria dei temi, per l’esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d’insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Pithecanthropus erectus

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic – 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Un altro personaggio isolato, un altro genio… sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il “bastardo” (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento – o meglio – li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l’hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell’improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d’insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella & Louis

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve – 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)

Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l’Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba – dolce e autorevole allo stesso tempo – si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c’è lo swing, l’amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l’emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che – pur prendendosi importanti momenti solistici – quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l’isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Kind of blue

Miles Davis: Kind of blue (Columbia – 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian “Cannonball” Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)

Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l’intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l’importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l’ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l’amore che ho per la sua musica.

The shape of jazz to come

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic – 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)

Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell’evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso – come vorrebbe qualcuno – che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le “forme del jazz futuro”.
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Waltz for Debby

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)

Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 – così come l’altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l’ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d’auto. L’interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Out to lunch

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note – 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)

Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico – supportato in questo dall’innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l’equilibrio di fondo.

The sidewinder

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note – 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)

Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz – intelligente e per nulla banale – divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l’attenzione dell’ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all’epoca e – purtroppo per Morgan – divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz “disimpegnato”, quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

The heliocentric world of Sun Ra

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando – di fatto – una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth – suonata da un’orchestra quasi in trance – è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un’altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l’astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo – musicale o meno – sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L’approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

A love supreme

John Coltrane: A love supreme (Impulse! – 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l’ascoltai mi misi a piangere travolto dall’intensità emotiva espressa.

Belonging

Keith Jarrett: Belonging (ECM – 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Prima uscita del cosiddetto “quartetto europeo” di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo – algido e siderale – dei sax di Jan Garbarek che, assieme all’accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata ‘Long as you know you’re living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

The pilgrim and the stars

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM – 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Primo disco inciso per l’ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del “quartetto europeo” di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani – tutti di sua composizione – spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l’emozione profonda in ogni brano.

Nice guys

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM – 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)

L’AEoC è una delle formazioni più importanti – e longeve – della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester “doctor” Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell’improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest’ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell’ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell’AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker in Tokyo

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence – 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)

Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell’arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l’hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Love remains

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records – 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin “Smitty” Smith (b)

Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d’eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

People time

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes – 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)

Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era “the sound”, omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e “proteggere” l’amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall’altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all’amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Songs - the art of the trio

Brad Mehldau: Songs – the art of the trio, vol.3 (Warner Bros – 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)

Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l’esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau – all’epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà – ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire – For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia – dall’altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche… semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l’avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Solo live

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus – 1998)
Michel Petrucciani (p)

Quello che quest’uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell’incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l’intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti – Looking up, “guardando verso l’alto” che detto da lui assume un significato del tutto particolare – per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Let yourself go

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch – 1999)
Fred Hersch (p)

Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un’altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l’atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E’ successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente “lasciato andare” (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all’esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell’armonia che spiana i contrasti.

Extended play

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM – 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)

La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d’oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato – e ci è riuscito – con questo suo quintetto dall’impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d’avanguardia.
Per me: questo disco relativamente “giovane” rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all’orizzonte.

Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo… se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del “gioco”…


Stefano Bollani: Piano solo

Stefano Bollani: Piano solo (ECM 2006)

Milanese di nascita, toscano d’adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani  da tempo si è lasciato alle spalle l’etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all’estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D’Andrea e Luca Flores, dopo un’iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione – tuttora attiva – con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods…
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.

Chiunque – come il sottoscritto – ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante – con risultati tutt’altro che disprezzabili – come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l’apprezzamento per le capacità tecniche, l’obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l’atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues – ispirato dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau – o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il “quello che si fa” con il “quello che si è”.
Ma siamo poi così sicuri che questo “progetto” ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l’incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un’intervista su Repubblica; dice Bollani “A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l’unica musica che contempla l’idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male“. Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.

Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi “frequentatori”, i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l’empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d’introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don’t talk, “cover” dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall’irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano – già interpretata da Gardel – intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.

Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccoli finalmente accontentati i desiderosi del “progetto”!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po’ di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

  1. Antonia
  2. Impro I
  3. Impro II
  4. On a theme by Sergey Prokofiev
  5. For all we know
  6. Promenade
  7. Impro III
  8. A media luz
  9. Impro IV
  10. Buzzillare
  11. Do you know what it means to miss New Orleans
  12. Còmo fue
  13. On the street where you live
  14. Maple leaf rag
  15. Sarcasmi
Stefano Bollani: pianoforte



Jazz con un quintetto di altissimo livello

foto di astigmatic.it (clicca per ingrandire)

Enrico Rava quintet: dal vivo 20/06/2006 Villa Farsetti, Santa Maria di Sala (Venezia)

Non è la prima volta che mi capita di assistere ad un concerto di Enrico Rava, anche se è la prima con questa formazione e come ogni volta l’incontro con quello che oramai è considerato il più famoso jazzista italiano e con la sua musica non delude. C’è poco da fare: ci sono personaggi la cui bravura e professionalità sono tante e tali che semplicemente non consentono loro performance che non siano ottime sul piano tecnico e, cosa anche più importante, su quello emozionale. E il tutto con una facilità ed una rilassatezza disarmanti. Credo infatti che sia proprio questa la cifra distintiva di questo concerto: il divertimento, soprattutto quello dei musicisti dato dal suonare assieme che si trasforma di conseguenza in divertimento per il pubblico presente che quell’armonia la percepisce e la fa propria.

Rava si presenta a Santa Maria di Sala con un quintetto in parte inedito: sono conferme, infatti, sia la presenza del trombone di Gianluca Petrella – giovane talento pugliese scoperto e lanciato proprio da Rava e oramai affermato protagonista della scena jazz internazionale – sia quella di Roberto Gatto, ovvero uno dei batteristi migliori (forse il migliore) che il jazz italico possa vantare. Le sorprese vengono dal resto della sezione ritmica nella quale troviamo al pianoforte Andrea Pozza, quarantenne genovese con alle spalle numerose e prestigiose collaborazioni con un grande numero di jazzisti importanti, e al contrabbasso Francesco Ponticelli – altra “scoperta” di Rava – giovanissimo musicista che non ha fatto rimpiangere l’indisponibile Remé Vignolo.
Il gruppo è apparso subito molto affiatato e desideroso soprattutto di trovare la maggiore intesa possibile, offrendo una performance davvero notevole per intensità e qualità, riuscendo inoltre a valorizzare le caratteristiche individuali di ciascun musicista senza snaturare l’essere gruppo. Allora la vena più intensamente free di Petrella si mette al servizio del suono d’insieme, Andrea Pozza carica i brani di uno swing irresistibile, Ponticelli – per nulla preoccupato per la chiamata all’ultimo momento – svolge il suo lavoro di accompagnamento in modo molto ordinato prendendo anche dei buoni assoli. Roberto Gatto col suo fare sornione sostiene il ritmo in modo perfetto lasciando “suonare” i compagni, mentre Rava semplicemente più invecchia e più suona meglio.

Si inizia con due brani scritti dal leader, prima una morbida ballad (Algir dalbughi) seguita da Tu-tu (non fidatevi di questo titolo che è l’unico di cui non sono certo) caratterizzata da un groove molto dinamico e da pregevoli effetti in stile dixieland negli incroci tra tromba e trombone. Molto bella la successiva Over the rainbow che nel finale si trasforma in un duo tromba/trombone per riproporre in modo mirabile Art deco di Don Cherry. Si prosegue con altri due brani tratti da Easy living – uno degli ultimi album incisi da Rava per l’ECM – ovvero la riflessiva Traveling night con le sue lunghe linee nelle quali Pozza e Petrella possono sfoggiare il loro lirismo e Sand, omaggio evidente a Duke Ellington con il tema di Caravan che appare e scompare lungo l’esecuzione. Il concerto si conclude con la tensione di Nature boy, oramai un brano sempre presente nei concerti del trombettista, con l’allegria contagiosa di Happiness is to win a big prize e con i bis: la classica Poinciana nella quale viene coinvolto il pubblico e The theme, ovvero il breve stacco con cui Miles Davis era solito finire i suoi concerti negli anni ’50 e ’60.
La sensazione a fine concerto è quella di chi sa di aver assistito ad una ottima performance, giocata sulla misura e sulla voglia di coinvolgere l’ascoltatore in qualcosa di bello, di semplice e allo stesso tempo complesso, dove la ricercatezza stilistica è particolarmente curata senza scadere in sterile affettazione e dove conta molto il desiderio di piacere senza stupire. Gran concerto, ma con Rava e questi quattro musicisti mi sarei stupito del contrario.

Algir dalbughi
Tu-tu
Over the rainbow
Art deco
Traveling night
Sand
Nature boy
Happiness is to win a big prize
Poinciana
The theme
Enrico Rava: tromba
Gianluca Petrella: trombone
Andrea Pozza: pianoforte
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Roberto Gatto: batteria



Ancora Rava…

… e non sono ancora stanco!
Questa sera doppio appuntamento nella splendida Villa Farsetti a Santa Maria di Sala (VE) con Enrico Rava: alle 19.00 presentazione della quasi-autobiografia “Note necessarie” scritta con Alberto Riva, e alle 21.15 concerto del suo quintetto con
Gianluca Petrella – trombone
Andrea Pozza – pianoforte
Remi Vignolo – contrabbasso
Roberto Gatto – batteria

Inutile presentare Enrico Rava, visto che oramai è considerato il più famoso jazzista e trombettista italiano. Molto utile, invece, leggere la sua quasi-autobiografia in quanto rappresenta un bellissimo spaccato di com’era l’ambiente del jazz in Italia e all’estero (New York, Parigi, Londra, Buenos Aires…) dagli anni ’60 in poi ed inoltre fornisce degli interessanti ritratti dei jazzisti più o meno famosi che Rava ha avuto la fortuna ed il piacere di incontrare nella sua esperienza di musicista.
Un bel posto, un buon libro, della buona musica… che ci vuole ancora per allietare una serata?

Hey voi buzzurri, non fate gli spiritosi! :-)


Nature boy

Poche canzoni mi affascinano come Nature boy, brano scritto da quella figura assolutamente particolare che era Eden Ahbez, anzi “ahbez” come voleva essere chiamato, considerando la lettera maiuscola un attributo divino.

Nato a New York nel 1908, cresciuto in un orfanatrofio, Ahbez è quello che si può tranquillamente definire una sorta di “hippy anzitempo”; fino all’età di 35 anni ha girato a piedi gli USA sperimentando varie forme di misticismo orientale dopo di che, con la moglie Anna, si è stabilito a Los Angeles dormendo in un sacco a pelo nel Griffith Park e vivendo con tre dollari alla settimana. Poi il colpo di fortuna. Nel 1947 Ahbez incontra il manager di Nat “King” Cole ed insiste perché il pianista e cantante visionasse il manoscritto proprio di Nature boy . Le cose sono presto dette: a Cole la canzone piacque e la incise, sia lui che Ahbez ci fecero dei soldi anche se quest’ultimo ha continuato a vivere sotto le stelle senza una fissa dimora, o meglio sotto la prima “L” della famosa scritta “HOLLYWOOD”, almeno così narra la leggenda.

Fin qui la storia di quest’uomo. La storia della canzone, invece, è completamente diversa. Dopo la prima incisione di Nat “King” Cole non si contano le versioni successive, come non si contano i vari interpreti che si sono cimentati con questo brano.
Per quanto mi riguarda ho incontrato per la prima volta Nature boy nel disco The John Coltrane quartet plays, forse uno dei dischi meno belli in quartetto di Trane; mi rendo conto ora che è passata quasi inosservata, forse per il modo di suonare di Trane che tende sempre alla complessità armonica, alla stratificazione, cosa che alla fine nuoce al brano.

Nature boy è un brano adatto alla tromba, ed infatti sono proprio le versioni per questo strumento ad affascinarmi di più. Il primo colpo al cuore l’ho avuto con uno dei più originali musicisti che io conosco: Jon Hassell. La sua versione rarefatta in Fascinoma è in pratica un duetto tra la sua tromba – carica di eco e velata dagli effetti elettronici – e il bansuri di Ronu Majumdar. Hassell ci porta in un sogno, in un viaggio etereo di 3 minuti scarsi tra la profondissima malinconia di una melodia impalpabile che senti sgocciolare dentro, piano. Una leggerezza e dolcezza quasi insostenibili.

Poi bisogna nominare Enrico Rava, il cui suono pulito ed incisivo è particolarmente adatto al brano. L’ho sentito diverse volte suonare Nature boy, sia dal vivo che su disco e credo che la versione più profonda e toccante si trovi in Duo en noir con il pianista Ran Blake. Ancora un duo, ancora rarefazione, perché Nature boy non ha bisogno di nulla più della sua melodia, va suonata sottraendo invece che aggiungendo, lasciandola scorrere.

Altra versione interessante è quella di Miles Davis in Blue moods (disco che ho acquistato proprio per sentire Miles alle prese col brano). La formazione è piuttosto fuori dagli schemi usuali tanto che non è stata più usata da Miles: trombone, vibrafono, contrabbasso e batteria, oltre alla tromba naturalmente. I musicisti sono bravi a non farsi “prendere la mano” e si pongono in secondo piano rispetto alla canzone, improvvisando molto lievemente; la melodia è guidata dal vibrafono, mentre trombone e tromba suonano a basso volume su un tappeto squisitamente ovattato creato dal contrabbasso di Mingus e dalle spazzole della batteria.

In attesa di recuperare proprio quella di Nat “King” Cole, per ora l’unica versione cantata che possiedo è di Aaron Neville, contenuta nel suo bellissimo disco di standard del 2003. Perfetta la voce di Neville con il suo falsetto e vibrato accattivante che bene si sposa con la fisarmonica di Gil Goldstein e la chitarra di Anthony Wilson. Emozionante.

Chiudo citando un’altra versione da avere, ovvero quella contenuta in Straight life di uno sfatto Art Pepper in cui il saxofonista californiano – ben supportato dal mai troppo celebrato Tommy Flanagan – butta tutta la sua amarezza e disillusione, così da trasformare la canzone in un canto alla vita, ma alla vita che piano piano sfugge dalle mai come sabbia finissima ed impalpabile.

NATURE BOY
(di Eden Ahbez)

There was a boy
A very strange enchanted boy
They say he wandered very far, very far
Over land and sea
A little shy and sad of eye
But very wise was he

And then one day
A magic day he passed my way
And while we spoke of many things
Fools and kings
This he said to me
“The greatest thing you’ll ever learn
Is just to love and be loved in return”

(perdonate, la traduzione è mia):

C’era un ragazzo
Un ragazzo stranamente affascinante
Diceva di aver girovagato molto lontano, molto lontano
Attraverso la terra e il mare
Aveva un po’ di timidezza e tristezza negli occhi
Ma sembrava molto saggio

E poi un giorno
Un giorno magico ci siamo incontrati
E mentre parlavamo di tante cose
Buffoni e re
Lui mi disse
“la cosa più importante che tu possa imparare
è semplicemente amare ed essere contraccambiato”


La classe inarrivabile di un quartetto d’elite

Enrico Rava quartet: dal vivo 03/07/02 “la Rocca” – Noale (VE)

In una cornice a dir poco suggestiva, ovvero l’antica rocca Tempesta, in una serata fresca e minacciosa di pioggia visti i lampi in lontananza, Noale ha vissuto l’avvenimento più atteso ed intenso della rassegna Ubi-Jazz 2002: il concerto del quartetto di Enrico Rava.
La formazione è senz’altro prestigiosa: alla batteria Roberto Gatto, al contrabbasso Rosario Bonaccorso, al pianoforte l’ex-giovane promessa ed oramai affermata conferma Stefano Bollani e ovviamente alla tromba e al flicorno il leader. Sono quattro musicisti ed artisti dalla forte e caratterizzante personalità che, pur conservando ciascuno le proprie peculiarità, sono riusciti, anche in virtù della non occasionale frequentazione reciproca, ad integrarsi ottimamente tra loro e a produrre dell’ottima musica valorizzando al contempo l’insieme e il singolo.
Il trombettista torinese ma triestino di nascita, sembra non sentire per nulla i suoi 62 anni e sfoggia una classe e una verve davvero invidiabili; conquista fin dall’inizio il pubblico, numeroso ed entusiasta, invitandolo ad avvicinarsi al palco, dato che le sedie erano parecchio lontane, per poi intonare una scoppiettante Fran dance di Miles Davis. E’ subito chiaro quale sarà il registro del concerto: Rava e i suoi riescono ad instaurare un clima vivace e allo stesso tempo lirico ed ispirato, trovando un perfetto equilibrio, senza eccessi o manierismi, tra lo scherzo (divertenti gli scambi di battute tra il leader e Bollani) e la professionalità.

Il concerto si svolge alternando degli standard a composizioni originali di Rava su cui spiccano: Cromosomi che lo stesso trombettista annuncia come un pezzo da lui scritto, ma ancora inedito e dal titolo provvisorio. Si tratta di un brano lento che si apre con una lunga linea melodica dal sapore sognante e malinconico, sviluppata prima dalla tromba e poi ripresa dal pianoforte, per sfociare in un movimentato finale decisamente in contrasto con l’atmosfera precedente. Interessante anche Happiness is to win a big prize scritta dal trombettista in occasione della sua recente vittoria del prestigioso Jazzpar Prize di Copenhagen; il sapore latino della composizione è rafforzato dal bel assolo di Gatto che dopo aver percosso in tutti i modi la sua batteria non trova di meglio che usare direttamente le mani. Splendide infine Nature boy resa con una tensione palpabile e Dear old Stockholm dove si apprezza il lavoro d’insieme e il corale rilanciarsi delle improvvisazioni.
La bellezza di questo concerto sta qui: sul palco suonavano quattro musicisti dalla tecnica e sensibilità fenomenali messe al servizio dell’ascoltatore per coinvolgerlo semplicemente nella musica, non per stupirlo con il virtuosismo fine a sé stesso. Quattro musicisti che, era ben evidente, hanno suonato per il piacere di farlo, divertendosi e divertendo il pubblico, facendo ottimo jazz e regalando un paio d’ore di magia.

Fran-dance
Bandolero
The way you look tonight
Cromosomi
Happiness is to win a big prize
Nature boy
Dear old Stockholm
Theme for Jessica

It ain’t necessarily so
Le solite cose

Enrico Rava: tromba e flicorno
Stefano Bollani: pianoforte
Rosario Bonaccorso: contrabbasso
Roberto Gatto: batteria



X-ray: un esordio folgorante di un futuro protagonista

Gianluca Petrella: X-Ray (Auand – 2001)

Un disco particolare questa prova d’esordio solista del giovane trombonista Gianluca Petrella. Particolare per molti aspetti a partire dalla confezione cartonata e dalla bella copertina, essenziale e ben curata. Particolare per il tipo di formazione che vi suona: effettivamente non è usuale come quartetto quello composto da trombone / sax baritono / contrabbasso e batteria. Particolare per l’atmosfera che si respira ascoltando le tracce dove è evidente il compenetrarsi di due aspetti: un preciso richiamo al free-jazz storico e la voglia, probabilmente tutta mediterranea, di portare la sperimentazione ad un piano di fruibilità più ampio, che non sia fine a sé stesso come spesso accade.

Gianluca Petrella, ventiseienne di Bari, ha alle spalle numerose collaborazioni con diversi musicisti (per citarne alcuni: Enrico Rava, Roberto Gatto, Carla Bley…), è membro dell’Orchestre National de Jazz ed è stato insignito nel 2001 del “Django d’Or” come migliore musicista emergente. Questo è il primo disco a suo nome e dimostra come Gianluca riesca, pur suonando uno strumento che per le sue caratteristiche poco si presta alla funzione di leader, a dare una prova della sua bravura sia come compositore – ben coadiuvato da Rogers e Girotto – sia come strumentista e band-leader.
Il quartetto, infatti, si presenta compatto, solido e davvero lucido nell’esplorazione e sviluppo della ricerca e nelle improvvisazioni che la maggior parte delle volte nascono da semplici bozzetti melodici o ritmici. Comunque, pur in questa unità, emergono in modo evidente le singole caratteristiche dei musicisti; per prima la versatilità tecnica e ritmica di Petrella nel dimostrare le potenzialità del suo strumento e la sua sensibilità nel proporre fraseggi ed armonie. E’ in primo piano anche Girotto per la sua capacità nel seguire il leader negli unisoni, di fornirgli dei perfetti controcanto e di trovare degli assolo partendo quasi dal nulla. Ai due fiati fa eco la parte ritmica, anche se forse non è corretto definirla in tale modo visto la costante libertà con cui operano Rogers e Sotgiu: il contrabbassista è dotato di un suono pieno e preciso che resta tale anche nei tempi veloci, tanto che a tratti ricorda, senza peccare in esagerazione, quello di Charles Mingus, mentre il batterista è in evidenza per la sua spiccata capacità poliritmica con la quale conduce e sottolinea i pezzi.

Non mi trattengo nel parlare dei singoli brani in quanto la loro atmosfera è davvero compatta, ma credo ne vadano segnalati almeno alcuni nei quali emergono in maniera più spiccata le individualità dei singoli: l’introduttiva Broken head con lo scoppiettare del trombone, Femtosecond con un Girotto lirico su di un accompagnamento ondulatorio, Crunch con una scintillante introduzione dei fiati, un lavoro davvero vigoroso di Rogers e un assolo fulminante del sax baritono: una cascata di note basse sui virtuosismi di Sotgiu. Seguono Reflex dove è Petrella a dominare con il suo suono pastoso sopra la scansione ritmica costante di Rogers, la melodica Double fin e Ra dove il trombone svolge una melodia lenta e sinuosa che si conclude in un’opera quasi rumoristica. Chiude il CD, Araucanos dall’atmosfera peruviana, dimostrazione che anche la musica andina (“musica sempre uguale” diceva qualcuno) può diventare un veicolo per l’improvvisazione.
Musica certo non facile quella di X-Ray, tale da richiedere un ascolto attento, ma per la bellezza e originalità dei pezzi e per l’evidente bravura degli interpreti sono sicuro che l’ascoltatore saprà trovarvi quella magia capace di renderla grande.

  1. Broken head
  2. X-ray
  3. G8
  4. Femtosecond
  5. Crunch
  6. Reflex
  7. Double fin
  8. Ra
  9. Improvisi-zation
  10. Grandes amigos
  11. Araucanos
Gianluca Petrella: trombone
Javier Girotto: sax baritono (quena e sax soprano in “Araucanos”)
Paul Rogers: contrabbasso a cinque corde
Francesco Sotgiu: batteria



L’emozione di un dialogo profondo tra chitarra e pianoforte

Nicola Boschetti / Davide Calvi: Signals (Panastudio production – 2000)

Gran bella sorpresa questo CD di Boschetti e Calvi! Davvero meriterebbe di essere maggiormente conosciuto e diffuso tra il vasto pubblico di amanti del jazz… ma andiamo per ordine…
Per descrivere questo CD voglio partire da quanto è scritto sulla copertina dell’ultima uscita discografica (ad ora) di Enrico Rava e Renato Sellani Le cose inutili, ovvero: “Passare una giornata in studio a incidere degli standards che sono già stati incisi migliaia di volte è, probabilmente, una delle cose più ‘inutili’ che si possa fare ma è sicuramente una delle più piacevoli”. Concordo a pieno, soprattutto se poi il risultato che ne esce è la splendida musica che si trova in quel disco, oppure in questo Signals dove su 12 brani 10 sono appunto degli standard.
Riproporre dei brani ormai storici e incisi moltissime volte non è certo un’operazione semplice, ma se alla mera riproposizione si sostituisce la voglia di creare qualcosa di nuovo su basi ben consolidate – Jarrett docet – allora l’operazione ha un senso. E ciò è proprio quello che hanno fatto Boschetti e Calvi in questo disco: nello stretto interplay del duo, i due musicisti riducono ai minimi termini il materiale musicale a loro disposizione andando all’essenza dei pezzi e, pur restando fedeli a melodie e struttura, li plasmano secondo le loro sensibilità ed idee per ricreare qualcosa di originale; un’operazione che si può definire come un togliere per creare il nuovo dalla semplicità. E’ come rivedere un quadro ben conosciuto ma sotto una diversa luce e con un’angolazione diversa, compresa quella del retro della tela.
L’atmosfera che si respira nel CD è quella cristallina di una sera estiva dopo il temporale, dove hai ancora sulla pelle la frescura della pioggia dopo il caldo del giorno; un’atmosfera decisamente raccolta creata dal pianismo delicato e avvolgente di Calvi e dalle raffinate chitarre di Boschetti.

I brani che a mio gusto considero i più belli e più rappresentativi della poetica di questo duo sono: la delicata melodia di My foolish heart dove Boschetti sfoggia un suono acustico di tutto rispetto, Finestre volanti, un brano originale di Calvi, che tiene sospeso l’ascoltatore fino all’attesa conclusione, Manha de carnaval dove è un attimo farsi coinvolgere dalla “saudade” regalata dalla melodia e dalla chitarra, seguita da Nardis di Miles Davis in cui si apprezza il sapiente intreccio dell’eccellente pianoforte perfettamente sostenuto dalla chitarra. Ma i pezzi dove il duo dà il meglio di sé sono i due brani di Hancock Maiden voyage e soprattutto la strepitosa Dolphin dance (da sola vale l’acquisto del CD): in essi davvero l’intesa è perfetta e la resa sonora e musicale coinvolgono l’ascoltare a partire dal puro piano emozionale.
Un disco che ti spinge a pensare, a calarti nell’ascolto attento, come forse viene implicitamente suggerito dalle linee di Nasca della copertina: partire dal basso, dai sassi per costruire un’opera visibile solo volando in alto. Un disco fresco, pulito ed emozionante.

  1. Well You Needn’t (Monk)
  2. Dolphin Dance (Hancock)
  3. My Foolish Heart (Young)
  4. Maiden Voyage (Hancock)
  5. All The Things You Are (Kern)
  6. Simple Blues (Boschetti)
  7. Finestre Volanti (Calvi)
  8. Manha de Carnaval (Bonfa)
  9. Nardis (Davis)
  10. Infant Eyes (Shorter)
  11. Giant Steps (Coltrane)
  12. Solitude (Ellington)
Davide Calvi: pianoforte
Nicola Boschetti: chitarre acustica e elettrica