Domani sera (mercoledì 3 maggio) alle ore 21 presso l’auditorium “Pollini” di via Cassan a Padova, importante concerto del trio Big Satan.
I Big Satan formati da Tim Berne (sax alto), Marc Ducret (chitarra elettrica) e Tom Rainey (batteria) sono una delle formazioni più importanti e propositive del jazz d’avanguardia newyorkese e quella dove i tre componenti riescono a lavorare nel modo più paritetico tra i suoni taglienti del sax, i continui richiami rock della chitarra di Ducret e il costante apporto percussivo di Rainey.
Avevo parlato di un progetto parallelo – con il tastierista Craig Taborn – in questa recensione di qualche anno fa.
Concerto da non perdere, per l’importanza dei suoi protagonisti e per la particolare fascinazione che la loro musica esprime.
Io conto di esserci, spero di vedervi anche voi numerosi.
| maggio 2nd, 2006. Un commento... »
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Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear – 2003)
Tim Berne assieme a John Zorn ha rappresentato nella seconda metà degli anni ’80 la punta avanzata della scena dell’avanguardia jazz di New York, anche se le affinità con Zorn sono davvero esigue: entrambi suonano lo stesso strumento – il sax contralto – , entrambi hanno un approccio alla materia musicale estremamente personale e meticoloso ed infine entrambi fin da subito hanno guidato progetti e gruppi a proprio nome. Al contrario dell’onnivoro Zorn e pur traendo come lui ispirazione da diversi contesti, Berne si avvicina in modo più metodico alla scrittura musicale e le sue composizioni – forse non avendo la complessità che si trova nelle pagine del saxofonista newyorkese – si basano in genere su giri più o meno semplici di accordi che vengono variati continuamente e liberamente, dando origine a sempre nuove suggestioni e tensioni ed infondendo ai brani un loro particolare fascino che risulta essere proprio il loro valore aggiunto.
Berne, nato nel 1954 a Syracuse (NY) è arrivato al jazz e al sax in modo abbastanza fortuito e relativamente tardi all’età di 19 anni, ma dimostra subito la sua attitudine soprattutto a seguito del lavoro con il suo maestro Julius Hemphill con il quale ha instaurato un sodalizio che si interrompe solo con la morte di quest’ultimo nel 1995. Nel 1979 fonda la propria etichetta discografica (la Empire, ora non più esistente) e pubblica per essa il suo primo disco; da allora, quasi sempre affidandosi a proprie composizioni originali, non si contano le collaborazioni e i progetti con i più diversi organici e musicisti. “Sciencefriction” è appunto uno degli ultimi nati tra i progetti musicali di Berne e questo disco ne è la seconda prova discografica.
Quello che colpisce subito di The sublime and. è la lunghezza dei pezzi: due CD e solo 6 brani! Tre di essi durano circa 20 minuti, Mrs. Subliminal / Clownfinger addirittura mezz’ora, segno evidente che la musica di Berne, soprattutto nella dimensione live è assolutamente libera da qualsiasi vincolo di sorta. All’ascolto è chiaro che questa dilatazione non è per nulla una questione di prolissità, ma una necessità espressiva per lasciare libero sfogo all’energia vitale del quartetto: non c’è spazio per la rilassatezza, per il soffermarsi a riflettere, anzi in alcuni momenti è proprio la frenesia ed il nervosismo che guidano i quattro musicisti che riescono a seguire il proprio particolare percorso sonoro e creativo in piena libertà, in quanto le composizioni fuori da ogni schema di Berne consentono, anzi pretendono tali divagazioni. Così i brani suonati dal vivo si trasformano, si sfilacciano e sfuggono dalla geometria delle registrazioni in studio, sono un costante divenire nel quale si scontrano i vari strumenti nella reciproca ricerca dell’assolo in un continuo aumentare e diminuire della tensione, sia a livello ritmico che armonico.
I quattro componenti del gruppo, pur senza mai arrivare alla forma del solista con accompagnamento, si muovono ognuno per proprio conto su quattro piani ben distinti che riescono però a far compenetrare in un modello espressivo e creativo comune; Taborn, Ducret e Rainey hanno ben chiaro in mente cosa vogliono ottenere e pare quasi di vedere il leader che li guarda sornione mentre trasformano le sue composizioni in un magma ribollente in continuo divenire. Rainey fornisce un supporto ritmico più orientato su scansioni rock piuttosto che propriamente jazz, prediligendo una progressione per forme circolari, il piano elettrico di Taborn – spesso in distorsione – ricorda certo progressive e, quando non è impegnato in vigorosi tour-de-force come in Jalapeño diplomacy / Traction, contribuisce con la liquidità del suo suono ad addolcire in qualche modo l’atmosfera resa incandescente dalla nervosa chitarra di Ducret che usa soprattutto le note gravi: da non perdere il suo frenetico assolo in Shell game in cui, con una potenza devastante, mischia con disinvoltura rock e free-jazz ricordando da vicino un altro iconoclasta dello strumento come Fred Frith. Sopra tutti, a dirigere e controllare il quartetto, c’è il sax di Berne con il suo peculiare suono, incisivo fino ad essere a tratti fin troppo doloroso, astratto ma anche fisicamente concreto, minimale ma virtualmente libero come nel contrappunto dissonante con la chitarra di Van Gundy’s retreat. A punteggiare la compattezza di questo disco troviamo alcuni spazi di quiete ottenuti soprattutto dall’elettronica come la breve Smallfry e l’evocativa Struckon u dal finale mozzafiato, che chiude in modo mirabile una performance con la quale l’ascoltatore non si stancherebbe di dissetarsi.
Disco 1
1. Van Gundy’s retreat
2. The shell game
3. Mrs. Subliminal/Clownfinger
Disco 2
1. Smallfry
2. Jalapeño diplomacy/Traction
3. Stuckon u (for Sarah)
Tim Berne: sax contralto
Marc Ducret: chitarra elettrica
Craig Taborn: piano elettrico, laptop, organo virtuale
Tom Rainey: batteria
| giugno 5th, 2004. Un commento... »
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