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Soft Machine: dal vivo 07/07/07, Casier Treviso

Se, come avete letto nel post precedente, sui Procol Harum sono riuscito a scrivere qualcosa di esteso, sui Soft Machine non mi azzardo a scrivere troppo, primo perché non li conosco così bene da poterne parlare diffusamente, secondo per l’atavica mancanza di tempo.

Se sui Procol Harum avete da leggere, senza alcun dubbio va detto che il concerto dei Soft Machine è stato ottimo: i quattro hanno suonato a lungo e in maniera davvero ammirevole, con un interplay che solo grandi professionisti come loro possono sviluppare e le note non facili del loro jazz-rock raffinato e coinvolgente hanno affascinato il pubblico.
Ho avuto modo di passare un po’ di tempo con il gruppo e devo dire che non mi aspettavo delle persone così disponibili, affabili e gentili, cosa che magari non ci si aspetta da musicisti così famosi. E la stessa impressione mi ha fatto il loro manager, personaggio davvero simpatico ed intelligente, cosa non del tutto scontata. Quante volte, infatti, è capitato di trovare dei musicisti davvero alla mano contornati da personaggi decisamente sopra le righe?!

Cosa che è puntualmente accaduta con i Procol Harum, ma di questo è meglio tacere per non continuare a farsi il sangue amaro.


Procol Harum: dal vivo 06/07/2007 Dosson di Casier, Treviso



Se si pensa ad una band che ha attraversato la storia della musica dagli anni ’60 ad oggi in modo originale pur senza grandi clamori, il pensiero corre certo verso i Procol Harum, gruppo che – con delle pause e con molti cambi di formazione – fin dal 1967 fornisce ottimo, onesto, fascinoso rock. Oramai incarnato dal proprio leader, Gary Brooker, che da quaran’tanni ne dà voce, il gruppo si è presentato venerdì sera sul palco di Dosson di Casier alle porte di Treviso davvero in ottima forma, regalando ad un pubblico numeroso ed entusiasta un concerto molto ben suonato, partecipato sia musicalmente che emotivamente.
Certo, i Procol Harum di oggi non posso sicuramente costituire una sorpresa considerando che il loro stile poco si è evoluto lungo la loro storia, però rappresentano ancora una solida rock-band, capace di intrattenere e conquistare con le proprie canzoni gli ascoltatori, sia quelli nostalgici che ne hanno seguito le gesta durante la loro storia, sia i più giovani che magari li conoscono solo per i loro hit più famosi. Quello che è sicuro è che il loro stile, fatto di una miscela molto originale di rock, blues e larghi temi dall’influenza classica, continua ad essere difficilmente assoggettabile ad etichette di maniera tanto che Brooker e soci sembrano voler appositamente mischiare le carte con una performance molto aperta anche ad improvvisazioni negli assoli.
Rispetto al concerto a cui ho assistito nel 2002 la formazione ha subìto un paio di modifiche: Matthew Fisher – l’organista originale andatosene della band per antipatiche questioni legali – è stato più che degnamente sostituito da Josh Phillips che con il suo hammond tesse le trame orchestrali dei brani; alla batteria siede ora Geoff Dunn, batterista davvero talentuoso, mentre restano confermati il solido chitarrista Geoff Whitehorn e il basso di Matt Pegg e, ovviamente, il pianoforte e la voce – appena solo segnata dagli anni – di Gary Brooker.
La scaletta spazia in maniera abbastanza omogenea nel repertorio della band, dal primo disco omonimo fino a The well’s on fire che nel 2003 ha visto il ritorno del gruppo nel mercato discografico: dopo l’introduttiva The VIP room – proprio da quest’ultimo disco – è stata la volta di uno dei loro più grandi successi, ovvero Homburg accolta con un’ovazione dal pubblico. Nella prima parte del concerto sono da segnalare sicuramente Beyond the pale per la particolare resa sonora (a proposito: perché se i fonici sono inglesi, come in questo caso, dal punto di vista tecnico il suono risulta prefetto?), ma anche Grand hotel nel quale Brooker si diverte ad inserire O sole mio (avevano suonato a Napoli due sere prima!) e la sua versione presleiana It’s now or never e una Simple sister davvero potente ed ncisiva. La seconda parte, risultata più omogenea, si è aperta con il classico Conquistador con un pregevolissimo assolo di John Phillips; seguono una tirata Fat cats e un altro classico A rum tale particolarmente brillante. Dopo Pandora’s box dal sapore latino – è lo stesso Brooker a dire “I always thought this had a Latin feeling” per poi alzarsi e ballare – il gruppo parte con due bellissimi blues, Seem to Have the Blues Most all of the Time e Whisky Train (ribattezzato per l’occasione The grappa blues) che, finalmente, perde quella sua aria hard-rock e regala il momento da protagonista a Dunn per il suo ottimo assolo. Chiudono il concerto This world is rich, splendida ballad dedicata a Nelson Mandela che anche dal vivo si rivela un brano molto accattivante e la classica A salty dog, una delle più belle melodie scritte da Brooker che lascia il pubblico estasiato. C’è ancora il tempo per l’unico bis concesso, L’immancabile A whiter shade of pale che ha lanciato i Procol Harum nel firmamento musicale e che Brooker annuncia con un “we will open with a new variation” per poi partire e variare la nota introduzione bachiana.
Il concerto si conclude così, con uno degli hit più noti della storia della musica, ma ciò non vuol dire che quello dei Procol Harum sia stato un concerto per nostalgici della “summer of love” o almeno non lo è stato solo per loro, vista e considerata l’eterogeneità del pubblico presente che, ne sono certo, ha apprezzato la musica in quanto tale e non con un’ottica di visione al passato. Brooker e i suoi dal canto loro hanno dimostrato che non occorrono chissà quali accorgimenti per fare buona musica ma servono mestiere, onestà e coerenza. Le emozioni ci sono state e sono state parecchie: in fondo serve anche a questo la musica no?

The VIP Room
Homburg
Typewriter Torment
Beyond the Pale
Grand Hotel
Simple Sister
Something Following Me
Conquistador
Fat Cats
A Rum Tale
(You Can’t) Turn Back the Page
Pandora’s Box
Seem to Have the Blues Most all of the Time
Whisky Train
This World is Rich
A Salty Dog

A Whiter Shade of Pale

Gary Brooker: voce e pianoforte
Johs Phillips: organo hammond
Geoff Whitehorn: chitarra elettrica
Matt Pegg: basso elettrico
Geoff Dunn: batteria



Doppio appuntamento da non perdere

I miei amici del Mezzoforte (ottimo negozio di dischi trevigiano che vi consiglio caldamente), con il patrocinio del Comune di Casier organizzano per la prossima settimana due appuntamenti musicali davvero importanti, ovvero i concerti dei Procol Harum e dei Soft Machine.

Due gruppi storici, dalla storia travagliata, due gruppi che hanno dato un contribuito personale alla musica rock: i Procol Harum con il loro afflato orchestrale e con le loro canzoni cariche di blues, i Soft Machine con la loro particolare miscela di rock sperimentale e di jazz in puro stile Canterbury.

Le formazioni saranno le seguenti:

gary brookerProcol Harum:
Gary Brooker: piano e voce
Josh Phillips: organo hammond
Geoff Whitehorn: chitarra
Matt Pegg: basso
Geoff Dunn: batteria


soft machineSoft Machine:
Theo Travis: sax
John Etheridge: chitarra
Hugh Hopper: basso
John Marshall: batteria

Date e logistica:

VENERDI’ 6 luglio, ore 21: PROCOL HARUM

SABATO 7 luglio, ore 21: SOFT MACHINE

presso il cortile delle Scuole in via Fermi a DOSSON di CASIER (TV)

Costo del biglietto: 30 euro a serata

Per informazioni e prevendite:
0422-55227 – MEZZOFORTE – TREVISO
041-940947 – GOOD MUSIC – MESTRE
0422-382265 – PIZZERIA CENTRALE – DOSSON DI CASIER

Vi aspetto… sarà l’occasione per ascoltare due formazioni storiche che non hanno mai smesso di produrre ottima musica e dare emozioni.


40

D) Giudica A whiter shade of pale buona musica?
R) E’ soltanto una canzone.
D) Pensa che tra un paio di settimane l’avranno dimenticata tutti?
R) Certamente, amico.
D) Questo la disturba?
R) No.

Questo diceva Gary Brooker fondatore e voce dei Procol Harum nel 1967 quando uscì quella canzone. Niente di più sbagliato: A whiter shade of pale è diventato uno dei brani più conosciuti ed amati al mondo, grazie alla bellezza della melodia (e ringraziamo pure il buon vecchio Johann Sebastian Bach!) resa perfetta dalla voce di Brooker e all’organo hammond di Fisher.
L’ho sempre considerata mia questa canzone, primo perché mi piace in modo particolare, poi perché è uscita pochi giorni prima che nascessi quindi abbiamo la stessa età; beh… 40 lei, 40 io. E andiamo avanti.
Volete farmi un regalo? Ascoltatela per me oggi.


Sette canzoni…

Raccolgo in giro la sfida di indicare alcune canzoni importanti… beh, conoscendo migliaia di canzoni e apprezzandone altrettante centinaia è un’impresa davvero impegnativa doverne indicare solo SETTE!
Comunque sia, eccole qui, ben consapevole che tra qualche mese potrebbero non essere ancora le stesse.

A whiter shade of paleProcol Harum
Uscita a maggio 1967 – ovvero pochi giorni prima che io nascessi – e costruita su un solido “riff” bachiano è uno dei simboli della “summer of love” ed è anche quella che considero la “mia” canzone.
We skipped the light fandango, / turned cartwheels ‘cross the floor. / I was feeling kind of sea-sick, / the crowd called out for more.

TerrapinSyd Barrett
Folle canzone liquida e visionaria scritta da uno dei fondatori dei Pink Floyd, genio perduto sulla strada della psichedelia. Ballata intensa, grezza e raffinata è perfetta per lasciar riposare la mente in una instabile quiete.
I really love you and I mean you / the star above you, crystal blue / Well, oh baby, my hairs on end about you…

Guns of BrixtonThe Clash
Adoro i Clash, la loro energia, il loro essere credibilmente trasversali. Questo pezzo di autentico reggae/punk bianco col suo ritmo sghembo e il suo – neppur tanto velato – invito alla rivolta, è entrato nella mia pelle e non se ne va.
When they kick at your front door / How you gonna come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun

Dancing barefootPatty Smith
Tra sbocchi di rabbia e squarci di poesia, una delle poche canzoni che mi costringe a ballare (magari non a piedi nudi e rigorosamente in completa solitudine). Canzone dolorosa ma anche carica di energia positiva.
She is benediction / she is addicted to thee / she is the root connection / she is connecting with he

Just like honeyJesus and the Mary Chain
Atomosfera oscura, chitarra insistente e distorta da un feedback massiccio, ma melodia sublime costruita con tre note tre. Giochi di contrasti, tra dolcezze e ruvidità, tra abbandono e nevrosi. Miele e carta vetrata.
Listen to the girl / As she takes on half the world / Moving up and so alive / In her honey dripping beehive

TimeTom Waits
Voce da orco cattivo e melodia nostalgica per questa ballad intrisa di poesia. Tom è uno dei miei musicisti preferiti perché sa dare poesia con forza e lievità allo stesso tempo. “Una carezza in un pugno” direbbe qualcuno. Ma questa è un’altra storia.
Well the smart money’s on harlow and the moon is in the street / And the shadow boys are breaking all the laws

(Sittin’ on) the dock of the bayOtis Redding
Un’altra canzone – anche questa del 1967, sarà un caso? – che amo alla follia. Inno scanzonato alla pigrizia, da cantare camminando leggeri per la strada lasciando il pensiero libero di viaggiare. Ora vado e lo faccio partire nell’Ipod. E fischietto pure.
Sittin’ in the mornin’ sun / I’ll be sittin’ when the evenin’ come / Watching the ships roll in / And then I watch ‘em roll away again, yeah


Procol Harum non solo per nostalgici

Procol Harum: dal vivo 8/12/02 Auditorium S. Chiara, Trento

I Procol Harum sono un gruppo che occupa un posto particolare nella storia della musica rock. E’ difficile accomunarli alle varie tendenze sviluppate in questo genere musicale, grazie alla loro proposta originale che riesce a mischiare il rock più propriamente definito, il gusto per le belle melodie e la propensione per gli arrangiamenti orchestrali, tanto che qualcuno tende ad inserirli, pur non essendone dei veri rappresentanti, nel filone del rock-sinfonico.
Sicuramente sono stati sottovalutati dalla critica e dal pubblico soprattutto a causa del primo strepitoso successo, ovvero quella A whiter shade of pale del 1967 che ha aperto loro, gruppo fino a quel momento pressoché sconosciuto, la strada della notorietà. A mio giudizio proprio questo pezzo con il quale hanno debuttato li ha “penalizzati”, nel senso che, pur avendoli fatti conoscere al mondo, ha ingenerato negli ascoltatori delle false aspettative: si voleva da loro sempre di più, ma davvero una canzone come questa è irripetibile. Così pur continuando a suonare dell’ottima musica, certo non molto innovativa, ma originale ed intelligente, non sono riusciti a mantenere quel successo iniziale, conservando comunque una solida schiera di appassionati, scivolando piano piano nell’ombra, pur non avendo mai cessato del tutto, eccetto che per una lunga pausa dal ’77 al ’91, di esibirsi dal vivo e di produrre dischi.

E’ stata una bella sorpresa venire a conoscenza di questa mini-tournee (5 date di cui l’ultima proprio questa di Trento) che ha riportato i Procol Harum in Italia dopo una trentina d’anni, considerando che nella formazione ci sono l’organista originale Matthew Fisher e ovviamente colui che in tutti questi anni ha incarnato i Procol Harum, ovvero Gary Brooker. E sono proprio loro le colonne portanti del gruppo: Brooker con la sua voce ispirata, bluesy, dal timbro assolutamente personale, appena increspata dal passare degli anni e con il suo pianoforte con cui disegna melodie e sottolinea i passaggi più lirici. Dall’altro lato Matthew Fisher all’organo Hammond, vero collante e motore dei Procol Harum, a tessere le trame dei vari pezzi, ora potenti, ora delicate che sono il marchio di fabbrica del gruppo. Gli altri componenti, stabili in questa formazione dal 2001, ma nel giro Procol Harum dal 1991 sono: Geoff Whitehorn, solido chitarrista già con i Bad Company, Roger Daltrey e Paul Rodgers che sfoggia un suono potente e un’ottima abilità anche negli assoli più veloci senza scadere nello sterile tecnicismo. Al basso Matt Pegg, il più giovane della band, figlio del bassista dei Fairport Convention, con un’esperienza con i Jethro Tull, forse un po’ sacrificato dal vivo, ma che fornisce un indispensabile apporto ritmico. Completa il gruppo Mark Brzezicki apprezzato batterista, già nei Big Country, dotato di un drumming potente e preciso, abile nell’inserire fantasiose variazioni ritmiche e accenti melodici.

Il repertorio? Quello storico fatto di canzoni che hanno fatto epoca come Homburg, A salty dog, Repent walpurgis e ovviamente A whiter shade of pale, interpretate con una passione e una verve insospettabili dopo più di 30 anni, ma sono presenti anche due estratti dal nuovo CD che verrà pubblicato il prossimo anno.
Concerto per nostalgici cinquantenni e sopravissuti della “summer of love” del 1967? Forse. Ma non solo, vista l’eterogeneità del pubblico presente. Certo la proposta del gruppo non è tra le più nuove ed originali e la scaletta dei pezzi induce alla nostalgia, ma considerata la qualità dello spettacolo e la professionalità dei musicisti si può tranquillamente dire che il concerto è perfettamente riuscito in ogni sua parte. Sopra ogni cosa c’è la bellezza della musica davvero senza tempo, che ha pienamente coinvolto il pubblico.

Shine on Brightly
Pandora’s Box
Homburg
Memorial Drive
Theme from ‘Separation’
So Far Behind
Grand Hotel
Fires (Which Burnt Brightly)
Piggy Pig Pig
Magdalene (My Regal Zonophone)
As Strong As Samson
An Old English Dream
A Salty Dog

(Drum solo)
Repent Walpurgis
A Whiter Shade of Pale

Gary Brooker: voce, pianoforte
Matthew Fisher: organo
Geoff Whitehorn: chitarra elettrica
Matt Pegg: basso elettrico
Mark Brzezicki: batteria