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Stefano Bollani: Piano solo

Stefano Bollani: Piano solo (ECM 2006)

Milanese di nascita, toscano d’adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani  da tempo si è lasciato alle spalle l’etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all’estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D’Andrea e Luca Flores, dopo un’iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione – tuttora attiva – con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods…
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.

Chiunque – come il sottoscritto – ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante – con risultati tutt’altro che disprezzabili – come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l’apprezzamento per le capacità tecniche, l’obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l’atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues – ispirato dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau – o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il “quello che si fa” con il “quello che si è”.
Ma siamo poi così sicuri che questo “progetto” ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l’incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un’intervista su Repubblica; dice Bollani “A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l’unica musica che contempla l’idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male“. Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.

Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi “frequentatori”, i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l’empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d’introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don’t talk, “cover” dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall’irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano – già interpretata da Gardel – intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.

Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccoli finalmente accontentati i desiderosi del “progetto”!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po’ di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

  1. Antonia
  2. Impro I
  3. Impro II
  4. On a theme by Sergey Prokofiev
  5. For all we know
  6. Promenade
  7. Impro III
  8. A media luz
  9. Impro IV
  10. Buzzillare
  11. Do you know what it means to miss New Orleans
  12. Còmo fue
  13. On the street where you live
  14. Maple leaf rag
  15. Sarcasmi
Stefano Bollani: pianoforte



Pieranunzi, un classico in costante sperimentazione

Enrico Pieranunzi: dal vivo 15/03/06, teatro Eden, Treviso

Che Enrico Pieranunzi sia uno dei migliori e più noti pianisti jazz italiani certo non lo invento io, visto quanti e quali sono i riconoscimenti – anche a livello internazionale – che gli sono stati tributati e considerata la sua cospicua produzione discografica che si colloca sempre ad un buon, se non ottimo, livello. Conosciuto in modo particolare per la sua attività nei vari trii – il più importante dei quali con gli ottimi Marc Johnson e Joey Baron – il pianista romano ha sempre mantenuto un buon rapporto con il piano-solo, dapprima soprattutto limitatamente alle performance dal vivo, poi negli ultimi anni anche con incisioni, come l’ottimo Perugia suite uscito per la Egea.

E’ difficile la dimensione del piano-solo, ce lo conferma lui stesso nelle due chiacchiere scambiate nel backstage dopo lo spettacolo, perché il musicista non può distrarsi, non può permettersi cali d’attenzione, ma anzi deve faticare da solo per mantenerla viva negli ascoltatori. Il piano-solo non ammette rilassamenti, non può demandare ad altri. Sono molti i modi di affrontarlo, ognuno con la propria prospettiva: per alcuni è un semplice “recital” di canzoni, per altri una sfida a domare uno splendido animale – quasi un mitico Moby Dick – e a far emergere tramite esso tutta la propria interiorità così com’è per Jarrett, per altri ancora un modo per affascinare il pubblico con il proprio eclettismo e capacità di intrattenitore com’è per Bollani. Per altri sedersi in un teatro pieno di gente da soli davanti ad un pianoforte è un modo per sperimentare delle novità partendo magari da elementi conosciuti come gli standard, ma soprattutto per comunicare i propri sentimenti; è stato così l’anno scorso per Fred Hersch proprio in questo teatro (ed il ricordo per molti, primo fra tutti il sottoscritto, è ancora ben vivo), lo è stato anche per Pieranunzi ieri sera.
E comincia davvero carico Pieranunzi, lo si capisce da come si siede al piano ed inizia ad improvvisare dal nulla: parte proprio così questo concerto, con una serie di accordi apparentemente slegati tra loro che si sovrappongono gli uni agli altri quasi a voler costruire una melodia diventando, invece, un pedale reiterato che aumenta la tensione fino a diventare un blues scintillante e travolgente che si conclude con una citazione di Blue Monk. Poi ancora Monk con la riproposizione di uno dei temi più belli e famosi del jazz, ovvero ‘Round midnight; ne esce una versione intensa con il tema quasi sezionato nelle sue più piccole parti costitutive e se il senso d’attesa dell’originale è già spiccato di suo, Pieranunzi riesce ad aumentarlo caricando sulle pause per poi chiudere in maniera quasi rapsodica.

Nella parte centrale del concerto si svolge il maggior lavoro di ricerca, prima con la splendida gemma poetica di Ein li milin, un originale di Pieranunzi tra echi classici e aperture pastorali, poi con una Autumn leaves completamente trasfigurata: inizio tellurico, brano completamente camuffato dalla giustapposizione di piani sonori che come una sorta di pannelli lasciano solo intravedere il tema. Dopo una piccola concessione alla visibilità della melodia si ritorna all’elusività – questa volta melodica e non armonica – ed ancora al blues con il quale Pieranunzi costruisce una sorta di cattedrale sonoro che si disgrega lentamente. “Incomprensibile” dirà poi il pianista; geniale dimostrazione di tecnica e lucidità espressiva diremo noi. La “ricerca” si conclude con Je ne sais quoi che procede per micro-variazioni.
Il concerto si conclude con una bella versione del classico My funny Valentine – che evidenzia la facilità e dimestichezza assolute del pianista nell’entrare ed uscire a piacimento dal tema – e con un’altra improvvisazione dal sapore di stride-piano che gioca con note e motivetti quasi infantili. C’è tempo ancora per due bis: un lirico Winter moon e un dinamico e coinvolgente Fascinating rhythm carico di swing.

Un ottimo concerto, e su questo non avevo il minimo dubbio. Ed un’ulteriore conferma del valore di Pieranunzi che è capace di affascinare con la profonda liricità del suo pianismo e con invenzioni ed idee che non rinuncia ad associare ad una compiutezza formale efficace.

Improvvisazione/Blue Monk
‘Round midnight
Ein li milin (no more words)
Autumn leaves
Je ne sais quoi
My funny Valentine
Improvvisazione

Winter moon
Fascinating rhythm

Enrico Pieranunzi: pianoforte



Chet Baker for dummies

Dopo aver parlato di Miles Davis voglio focalizzare la mia attenzione su di un altro trombettista che amo molto, ovvero Chet Baker. Troppo spesso egli viene, se non ignorato, almeno isolato in una sorta di limbo, soprattutto quando si tende a parlare più delle sua travagliata vicenda umana, del suo girovagare senza meta e della sua triste fine, piuttosto che dei suoi meriti artistici, catalogandolo frettolosamente come un “bello e maledetto”. Certo, il disordine che ha regnato nella sua vita ha sicuramente influenzato il piano professionale ed è inscindibile da esso, ma ricordare solo questo – come ultimamente ha fatto James Gavin nel suo discutibile libro – non solo è riduttivo, ma neppure rende giustizia ad un musicista di tale importanza.

Nato a Yale (Oklahoma) nel 1929, Chesney Henry Baker, dopo la gavetta nei gruppi locali, balzò alla ribalta nella primavera del 1952 suonando, seppur brevemente, con Charlie Parker che dopo un’audizione l’aveva scelto per una sua tournee in California. Ben presto però, ispirandosi al suono ottenuto da Miles Davis nel suo Birth of the cool, sviluppò uno suo stile personale che – e questa è l’unica critica che gli si può rivolgere – ha mantenuto immutato, rinunciando, o non cercando neppure, un’evoluzione musicale. Cosa che comunque non gli ha impedito di dare ottime prove della sua arte fino agli ultimi giorni della sua vita.
Baker come Davis prediligeva il registro medio dello strumento e temi dal tempo medio-lento ed era capace – anche più di Davis – di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine, la stessa inquietudine provata sulla sua pelle e trasportata nella tromba e nel suo modo di cantare con voce sottile, quasi sussurrando. Mise ulteriormente a punto il suo modo di suonare nel quartetto pianoless di Gerry Mulligan che, se pure non durò nemmeno lo spazio di un anno tra il 1952 e il 1953 e di una reunion nel 1957, con quel breve sodalizio pose le basi per la corrente jazzistica che prenderà il nome di West Coast. Negli anni ’50 e primi anni ’60 Baker – grazie anche alla vincita di parecchi premi prestigiosi - è uno dei jazzisti più valutati, poi il lento declino, sia fisico ma soprattutto nell’apprezzamento di certo pubblico e critica, anche se ha continuato a fornire performance degne della sua fama. Ma la vita di Chet è troppo complessa per essere – modestamente – narrata qui.

Quanto alla sua discografia, la sua dipendenza dalle droghe e la voglia di provare tutte le esperienze l’ha condotto in una vita disorganizzata e sempre in movimento, cosa che l’ha costretto ad accettare, spesso incautamente, qualsiasi offerta discografica gli venisse proposta tanto che sono innumerevoli i musicisti, le band e le etichette con le quali ha inciso o suonato dal vivo alternando – purtroppo – ottime performance a prove più dozzinali; ne consegue che la discografia di Baker è una delle più complesse e discontinue del jazz, così l’ascoltatore deve effettuare le giuste scelte per non avere una visione distorta dell’opera del trombettista (nel sito ufficiale, piuttosto bruttarello e mal organizzato – scelta delibertata? - è possibile trovare tutta la discografia). Io, come al solito, ho limitato il più possibile la mia scelta cercando di indicare i dischi, ovviamente tra quelli che conosco, per me più significativi nei vari anni in modo da avere del musicista un ritratto più completo possibile. E, come al solito, ben vengano commenti e critiche.

gli anni ’50: l’ascesa

The best of Mulligan - Baker quartet

The best of the Gerry Mulligan quartet with Chet Baker (Pacific jazz – 1991)
con Gerry Mulligan, Bobby Whitlock, Carson Smith, Henry Grimes, Chico Hamilton, Larry Bunker, Dave Bailey

Solitamente i “best of…” non mi piacciono, ma in questo caso bisogna fare di necessità virtù, considerando la breve durata del quartetto e che il materiale registrato è spesso di difficile reperibilità; certo, la scelta migliore sarebbe il cofanetto da 4 CD The complete Pacific jazz studio recordings ma vista la sua rarità e il prezzo proibitivo basterà questa raccolta a restituirci tutta la freschezza e la dinamicità di questo splendido quartetto.
Questo disco raccoglie cinque registrazioni di Mulligan e Baker del 1952 (con Whitlock e Hamilton) – tra cui il classico Freeway, uno dei pochi brani scritti da Baker – e nove brani del 1953 (con Smith e Bunker), tra cui gli altrettanto classici My old flame, Love me or leave me, Jeru e quella My funny Valentine che accompagnerà Baker per tutta la vita. Chiude il disco Festive minor (con Grimes e Bailey) proveniente dalla reunion del 1957, che dimostra quanto i due fiati fossero ancora in empatia tra di loro. E proprio questa è stata la caratteristica che ha fatto di questo un gran quartetto: la mancanza del pianoforte costringeva i due ottoni ad occuparsi – a turno o all’unisono – anche della parte melodica che risulta enfatizzata in modo particolare, pur rimanendo libera l’opportunità di lavorare sui propri assoli. Ciò che maggiormente si percepisce è la pulizia dell’esposizione, degli intrecci tra i musicisti, un suono nuovo e stimolante di sicura presa sul pubblico, ovvero quell’eleganza di fondo che ha reso celebre il quartetto e ne ha decretato fama e fortuna. Tutte qualità che si possono apprezzare, cosa non usuale, anche a più di 50 anni di distanza.

Chet Baker quartet live: My old flame

My old flame (Chet Baker quartet live – volume 3) (Pacific jazz – 2001)
con Russ Freeman, Carson Smith, Bob Neel

Sciolto il quartetto con Mulligan che l’aveva fatto conoscere al mondo, per Baker non fu difficile mettere insieme il proprio quartetto con Russ Freeman – ottimo pianista che meriterebbe di essere approfondito – con il bassista Carson Smith (anch’egli un ex del combo con Mulligan) e il batterista Bob Neel. Il gruppo ebbe vita travagliata – c’era da chiederselo? – dal 1953 al 1956, ma ciò non gli ha impedito di registrare del buon materiale, soprattutto dal vivo. Questo My old flame è il terzo volume (gli altri, buoni anch’essi, sono This time the dream’s on me e Out of nowhere) recentemente ripubblicato dalla Pacific jazz con materiale già edito dalla stessa etichetta e dalla Mosaic. Si tratta di una registrazione del 10/08/1954 al Tiffany Club di Los Angeles che trova il quartetto – e soprattutto Baker – in ottima forma. Si parte con una veloce boppistica My little suede shoes di Charlie Parker, per continuare con un classico del quartetto di Mulligan, ovvero una Line for lyons particolarmente lenta; seguono brani originali e standard tra cui spiccano la sognante The wind – ottimo brano a firma di Freeman – di cui Baker è particolarmente impegnato a rendere il lirismo, la veloce A dandy line ed Everything happens to me, altro brano a cui Baker rimarrà legato. Questo terzo volume, come gli altri due del resto, ci restituisce un buon quartetto, affiatato e in ricerca di un sound che riesca a ben coniugare la matrice boppistica del quartetto con il nascente cool. Altro disco interessante per ascoltare assieme Baker e Freeman, questa volta in studio e degnamente accompagnati da Leroy Vinnegar e Shelly Manne, è Quartet: Russ Freeman and Chet Baker – sorta di reunion tra i due, pubblicato sempre dalla Pacific jazz – in cui troviamo Baker alle prese con le interessanti composizioni del pianista.

ChetChet (Riverside / OJC – 1959)
con Pepper Adams, Herbie Mann, Kenny Burrell, Bill Evans, Paul Chambers, Connie Kay, Philly Joe Jones

La copertina di questo disco – conosciuto anche come The lyrical trumpet of Chet Baker – è rivelatrice di alcune cose: il volto di Baker non è solo e semplicemente quello di un trentenne. Le sue rughe rivelano l’inquietudine di una vita già in difficoltà e lo sguardo è carico di quella malinconia che sarà sua compagna per lungo tempo. Tutto questo si trasmette alla musica che mai come ora diventa intimista, vibrante e drammatica, basti ascoltare l’introduttiva Alone together. Baker lascia definitivamente gli stilemi del be-bop per maturare il suo stile personale, certo avvicinabile al cool, fatto di amore per la melodia, di intensità emotiva e profondo senso della poesia, stile che ne contraddistinguerà l’esperienza musicale dei giorni a venire. Chet è anche uno degli ultimi dischi incisi da Baker negli States prima di lasciarli – per i consueti problemi - e sbarcare in Europa dove ebbe modo di suonare ed incidere con moltissimi musicisti, stabilendosi prevalentemente in Francia ed in Italia dove incontrò la futura moglie – la modella inglese Carol Jackson – si fece qualche mese di carcere e partecipò al film Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci. Tornando al disco, è frutto di due sessioni di registrazione (30/12/58 e 19/01/59) nelle quali Baker e gli eccellenti musicisti che l’accompagnano suonano ad altissimo livello; esso raccoglie una decina di standard tra i quali spiccano la pura emozione della già citata Alone together con i pregevoli interventi del sax baritono di Adams, la fluidità di It never entered my mind, la lunga linea melodica di If you could see me now, lo swing appena accennato di Time on my hands, fino alla conclusiva Early morning mood, uno dei rari esempi in cui Baker si cimenta anche come compositore.

gli anni ’60: l’irrequietezza

On a misty nightOn a misty night (the prestige sessions) (Prestige – 1997)
con George Coleman, Kirk Lightsey, Herman Wright, Roy Brooks

Costretto a tornare negli States da un mandato di estradizione tedesco, nel 1964 Baker si stabilisce a Los Angeles, ma vuoi per i consueti problemi, vuoi a causa della sua lunga assenza, vuoi perché il rock - a seguito della british invasion – la fa da padrone e al jazz rimangono solo le briciole, la sua stella è appannata. Per poter lavorare non gli resta che affidarsi a dei manager il cui unico scopo era spremerlo per farne più soldi possibile facendolo suonare nei contesti più disparati; ciò nonostante, Baker riesce ad incidere anche dei dischi interessanti. A seguito di tre giorni di sessioni (23, 24 e 25 agosto 1965) nei quali suona il flicorno, egli fornisce alla Prestige 32 brani che l’etichetta, sfruttando il parallelismo con la quasi omonima serie davisiana, raccoglierà in cinque dischi dai titoli: Smokin’, Groovin’, Comin’ on, Cool burnin’ e Boppin’ (with the Chet Baker quintet). Tanto per complicare le cose, la Prestige nel 1997 decide di ripubblicare questi dischi riunendoli in tre CD dai titoli: Lonely star, Starway to the stars e questo On a misty night (nel 2002 li ripubblicherà nuovamente con i titoli originali!). Queste registrazioni trovano un Baker in gran forma: lasciata da parte il lato più intimista del suo sound, egli si lascia andare allo swing, spinge maggiormente sul ritmo e suona con un insospettabile calore e fuoco, mettendo a tacere chi lo voleva musicista sdolcinato. Si alternano brani molto ritmici come Cut plug e Boudoir nei quali il flicorno di Baker bene si combina con il sax muscoloso di Coleman, liriche ballate come Sleeping Susan o la melanconica Lament for the living, pezzi boppeggianti, come Go-go con tanto di sferragliare di piatti, o carichi di genuino swing come la title-track. Ottimo Baker, robusti gli interventi di Coleman e molto apprezzabili quelli di Lightsey in un disco molto godibile che ci presenta un aspetto nuovo della musica di Baker. Poi le cose subiscono un brusco cambiamento.

Gli anni ’70: l’oblio

The touch of your lipsThe touch of your lips (SteepleChase – 1979)
con Doug Raney, Niels-Henning Ørsted Pedersen

Nel 1968 Baker subisce un’aggressione: in un tentativo di rapina dei malviventi lo picchiano e gli rompono i denti, trauma gravissimo per un trombettista. Disperato si dà all’accattonaggio ma grazie all’aiuto di Dizzy Gillespie, che lo convince a ripredenere lo strumento e gli trova un contratto, re-impara a suonare con una nuova impostazione. Gli inizi sono difficili ma, soprattutto verso la fine degli anni ’70, lo stile migliora e gli consente di tornare a suonare ad un buon livello. Nel frattempo, nel 1975 si trasferisce nuovamente in Europa dove si sente più apprezzato, iniziando un andirivieni con gli States in cerca di contratti, quasi a non voler tagliare i legami con la madrepatria.
Tra i dischi incisi nel decennio spiccano senza dubbio il buon Live at Nick’s (Criss Cross) e questo ottimo The touch of your lips con un trio formato, oltre che dalla sua tromba, dalla chitarra di Raney e dal contrabbasso di Pedersen, strumentista eccellente e forse il jazzista danese più famoso all’estero. L’atmosfera appare molto intima e rilassata; il programma prevede sei famosi standard che i tre affrontano puntando sul lirismo e sul raffinato interplay che privilegia soprattutto la melodia. Tutti i brani meritano di essere citati a partire dal malinconico I waited for you che apre il disco fino all’appena accennato ritmo di bossa del conclusivo Star eyes; sicuramente da incorniciare l’ottima versione della gershwiniana But not for me con i bei assoli di Raney e di Baker che ne canta anche il testo, così come Autumn in New York con un Baker superlativo e un ottimo assolo di Pedersen. Completano questo disco la ritmata Blue room e la delicata The touch of your lips in cui, ancora, Baker canta, anzi sussurra, caricando ancor più il brano di malinconia. Disco che, a mio parere, è uno degli apici della carriera del trombettista.

Gli anni ’80: la rinascita
Chet Baker in TokyoChet Baker in Tokyo (2 CD Evidence – 1987) con Harold Danko, Hein Van Der Geyn, John Engels

Se il precedente è uno degli apici dell’arte di Baker, questo Chet Baker in Tokyo per me ne è la vetta assoluta, il disco nel quale egli ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dove ha spremuto tutta la sua tecnica – pur non fenomenale – per dare con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Un disco che nella dispersiva selva di registrazioni live, spesso disordinate e approssimative, si distingue come una fulgida gemma in quanto ha qualcosa di magico, a prescindere dai generi, dagli stili, dagli strumenti.
Registrato dal vivo a Tokyo il 14 giugno 1987 contiene 11 brani, tutti suonati a livello superlativo sia da Baker che dai suoi eccellenti accompagnatori, e colpisce soprattutto la varietà delle proposte: si va dall’hard-bop di For minors only – che impressiona per la precisa esecuzione, considerato che Baker certo non brillava nei tempi veloci – fino alla tormentata Almost blue di Elvis Costello in cui Baker canta tutta la sua pena. Ci sono poi due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato. Un disco che sa dare emozioni, vere e persistenti. Se pensate che io stia esagerando vuol dire che non l’avete ascoltato. Fatelo, ne vale assolutamente la pena e converrete con me che è uno dei più bei dischi che il jazz abbia prodotto.

Little girl blueLittle girl blue (Philology – 1988)
con Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra

Riacquistato il feeling con lo strumento e, forse, imparato a convivere con il disordine della sua vita, Baker produce alla fine della sua carriera, tragicamente interrotta con quella – ancora inspiegata – caduta da una finestra di un hotel ad Amsterdam, una serie di dischi davvero importanti che esemplificano pienamente ciò che il trombettista rappresenta per la storia del jazz e della musica. Tra questi c’è Little girl blue che è di fatto l’ultima registrazione in studio di Baker. E’ significativo anche che essa sia stata fatta con musicisti italiani – ovvero lo “Space jazz trio” di Enrico Pieranunzi – e in Italia (a Recanati l’1 e 2 marzo 1988), paese a cui Baker è legato da un rapporto di reciproca stima e amore. Nei sette brani contenuti nel disco il quartetto privilegia soprattutto la fluidità dell’esposizione in quelli che, con l’eccezione di House of Jade di Shorter e Old devil moon sono dei tempi medio-lenti. Il dialogo tra tromba e pianoforte è davvero interessante grazie anche all’amore per la melodia che contraddistingue Baker e Pieranunzi; Pietropaoli con l’incessante pulsare del suo contrabbasso rappresenta il costante punto di riferimento ritmico su cui si appoggia il delicato drumming di Sferra che sfrutta soprattutto piatti e spazzole. Ottima l’apertura con I thought about you che contiene pregevoli passaggi di Baker, lo swing di Come rain come shine, la scintillante Old devil moon e la malinconica title-track di cui Baker canta il testo.

The last great concertThe last great concert vol. 1 e 2 (2 CD Enja – 1988)
con la Big Band (18 elementi) e l’orchestra sinfonica (43 elementi) della radio di Hannover (NDR)

Reperibile anche in due volumi separati – My favourite songs e Straight from the heart – questo ultimo concerto di Baker è uno dei suoi progetti più ambiziosi nonché l’ultima occasione per sentire la sua musica spiccare il volo, prima che essa venisse stroncata da un altro drammatico volo due settimane dopo questa registrazione del 28 aprile 1988.
L’apporto strumentale è quantomai vario: vi sono brani per piccolo gruppo, per big band e per l’intera orchestra; in tutti è presente la tromba di un Baker in particolare stato di grazia, capace di una precisione, una liricità e un coinvolgimento degni dei tempi migliori. Il programma è sostanzialmente fatto di standard come Summertime, Django, In your own sweet way, Tenderly, There’s a small hotel, e non possono mancare la splendida I fall in love too easily – che con la voce e lo strumento di Baker diventa pura poesia - un omaggio a Davis con All blues e Sippin’ at bells, uno a Monk con Well you needn’t e la logica, immancabile My funny Valentine in ben due versioni. Il sostegno dell’orchestra sinfonica che bene dialoga con il solista, conferma come Baker sia uno dei pochi jazzisti capaci di rimanere credibili anche in questa situazione, quando molti suoi colleghi tendono a lasciare da parte l’improvvisazione; le parti per piccola formazione – ad esempio In your own sweet way per quintetto o l’ultimo bis con My funny Valentine in trio – danno ancora una volta l’idea di come fosse magnetica e squisitamente melodica la sua tromba. C’è poco da aggiungere nel descrivere un disco come questo se non che ci troviamo di fronte ad una lucida testimonianza di una carriera di un grande jazzista concentrata in un’ora e mezza di musica irripetibile.