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Chet Baker for dummies

Dopo aver parlato di Miles Davis voglio focalizzare la mia attenzione su di un altro trombettista che amo molto, ovvero Chet Baker. Troppo spesso egli viene, se non ignorato, almeno isolato in una sorta di limbo, soprattutto quando si tende a parlare più delle sua travagliata vicenda umana, del suo girovagare senza meta e della sua triste fine, piuttosto che dei suoi meriti artistici, catalogandolo frettolosamente come un “bello e maledetto”. Certo, il disordine che ha regnato nella sua vita ha sicuramente influenzato il piano professionale ed è inscindibile da esso, ma ricordare solo questo – come ultimamente ha fatto James Gavin nel suo discutibile libro – non solo è riduttivo, ma neppure rende giustizia ad un musicista di tale importanza.

Nato a Yale (Oklahoma) nel 1929, Chesney Henry Baker, dopo la gavetta nei gruppi locali, balzò alla ribalta nella primavera del 1952 suonando, seppur brevemente, con Charlie Parker che dopo un’audizione l’aveva scelto per una sua tournee in California. Ben presto però, ispirandosi al suono ottenuto da Miles Davis nel suo Birth of the cool, sviluppò uno suo stile personale che – e questa è l’unica critica che gli si può rivolgere – ha mantenuto immutato, rinunciando, o non cercando neppure, un’evoluzione musicale. Cosa che comunque non gli ha impedito di dare ottime prove della sua arte fino agli ultimi giorni della sua vita.
Baker come Davis prediligeva il registro medio dello strumento e temi dal tempo medio-lento ed era capace – anche più di Davis – di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine, la stessa inquietudine provata sulla sua pelle e trasportata nella tromba e nel suo modo di cantare con voce sottile, quasi sussurrando. Mise ulteriormente a punto il suo modo di suonare nel quartetto pianoless di Gerry Mulligan che, se pure non durò nemmeno lo spazio di un anno tra il 1952 e il 1953 e di una reunion nel 1957, con quel breve sodalizio pose le basi per la corrente jazzistica che prenderà il nome di West Coast. Negli anni ’50 e primi anni ’60 Baker – grazie anche alla vincita di parecchi premi prestigiosi - è uno dei jazzisti più valutati, poi il lento declino, sia fisico ma soprattutto nell’apprezzamento di certo pubblico e critica, anche se ha continuato a fornire performance degne della sua fama. Ma la vita di Chet è troppo complessa per essere – modestamente – narrata qui.

Quanto alla sua discografia, la sua dipendenza dalle droghe e la voglia di provare tutte le esperienze l’ha condotto in una vita disorganizzata e sempre in movimento, cosa che l’ha costretto ad accettare, spesso incautamente, qualsiasi offerta discografica gli venisse proposta tanto che sono innumerevoli i musicisti, le band e le etichette con le quali ha inciso o suonato dal vivo alternando – purtroppo – ottime performance a prove più dozzinali; ne consegue che la discografia di Baker è una delle più complesse e discontinue del jazz, così l’ascoltatore deve effettuare le giuste scelte per non avere una visione distorta dell’opera del trombettista (nel sito ufficiale, piuttosto bruttarello e mal organizzato – scelta delibertata? - è possibile trovare tutta la discografia). Io, come al solito, ho limitato il più possibile la mia scelta cercando di indicare i dischi, ovviamente tra quelli che conosco, per me più significativi nei vari anni in modo da avere del musicista un ritratto più completo possibile. E, come al solito, ben vengano commenti e critiche.

gli anni ’50: l’ascesa

The best of Mulligan - Baker quartet

The best of the Gerry Mulligan quartet with Chet Baker (Pacific jazz – 1991)
con Gerry Mulligan, Bobby Whitlock, Carson Smith, Henry Grimes, Chico Hamilton, Larry Bunker, Dave Bailey

Solitamente i “best of…” non mi piacciono, ma in questo caso bisogna fare di necessità virtù, considerando la breve durata del quartetto e che il materiale registrato è spesso di difficile reperibilità; certo, la scelta migliore sarebbe il cofanetto da 4 CD The complete Pacific jazz studio recordings ma vista la sua rarità e il prezzo proibitivo basterà questa raccolta a restituirci tutta la freschezza e la dinamicità di questo splendido quartetto.
Questo disco raccoglie cinque registrazioni di Mulligan e Baker del 1952 (con Whitlock e Hamilton) – tra cui il classico Freeway, uno dei pochi brani scritti da Baker – e nove brani del 1953 (con Smith e Bunker), tra cui gli altrettanto classici My old flame, Love me or leave me, Jeru e quella My funny Valentine che accompagnerà Baker per tutta la vita. Chiude il disco Festive minor (con Grimes e Bailey) proveniente dalla reunion del 1957, che dimostra quanto i due fiati fossero ancora in empatia tra di loro. E proprio questa è stata la caratteristica che ha fatto di questo un gran quartetto: la mancanza del pianoforte costringeva i due ottoni ad occuparsi – a turno o all’unisono – anche della parte melodica che risulta enfatizzata in modo particolare, pur rimanendo libera l’opportunità di lavorare sui propri assoli. Ciò che maggiormente si percepisce è la pulizia dell’esposizione, degli intrecci tra i musicisti, un suono nuovo e stimolante di sicura presa sul pubblico, ovvero quell’eleganza di fondo che ha reso celebre il quartetto e ne ha decretato fama e fortuna. Tutte qualità che si possono apprezzare, cosa non usuale, anche a più di 50 anni di distanza.

Chet Baker quartet live: My old flame

My old flame (Chet Baker quartet live – volume 3) (Pacific jazz – 2001)
con Russ Freeman, Carson Smith, Bob Neel

Sciolto il quartetto con Mulligan che l’aveva fatto conoscere al mondo, per Baker non fu difficile mettere insieme il proprio quartetto con Russ Freeman – ottimo pianista che meriterebbe di essere approfondito – con il bassista Carson Smith (anch’egli un ex del combo con Mulligan) e il batterista Bob Neel. Il gruppo ebbe vita travagliata – c’era da chiederselo? – dal 1953 al 1956, ma ciò non gli ha impedito di registrare del buon materiale, soprattutto dal vivo. Questo My old flame è il terzo volume (gli altri, buoni anch’essi, sono This time the dream’s on me e Out of nowhere) recentemente ripubblicato dalla Pacific jazz con materiale già edito dalla stessa etichetta e dalla Mosaic. Si tratta di una registrazione del 10/08/1954 al Tiffany Club di Los Angeles che trova il quartetto – e soprattutto Baker – in ottima forma. Si parte con una veloce boppistica My little suede shoes di Charlie Parker, per continuare con un classico del quartetto di Mulligan, ovvero una Line for lyons particolarmente lenta; seguono brani originali e standard tra cui spiccano la sognante The wind – ottimo brano a firma di Freeman – di cui Baker è particolarmente impegnato a rendere il lirismo, la veloce A dandy line ed Everything happens to me, altro brano a cui Baker rimarrà legato. Questo terzo volume, come gli altri due del resto, ci restituisce un buon quartetto, affiatato e in ricerca di un sound che riesca a ben coniugare la matrice boppistica del quartetto con il nascente cool. Altro disco interessante per ascoltare assieme Baker e Freeman, questa volta in studio e degnamente accompagnati da Leroy Vinnegar e Shelly Manne, è Quartet: Russ Freeman and Chet Baker – sorta di reunion tra i due, pubblicato sempre dalla Pacific jazz – in cui troviamo Baker alle prese con le interessanti composizioni del pianista.

ChetChet (Riverside / OJC – 1959)
con Pepper Adams, Herbie Mann, Kenny Burrell, Bill Evans, Paul Chambers, Connie Kay, Philly Joe Jones

La copertina di questo disco – conosciuto anche come The lyrical trumpet of Chet Baker – è rivelatrice di alcune cose: il volto di Baker non è solo e semplicemente quello di un trentenne. Le sue rughe rivelano l’inquietudine di una vita già in difficoltà e lo sguardo è carico di quella malinconia che sarà sua compagna per lungo tempo. Tutto questo si trasmette alla musica che mai come ora diventa intimista, vibrante e drammatica, basti ascoltare l’introduttiva Alone together. Baker lascia definitivamente gli stilemi del be-bop per maturare il suo stile personale, certo avvicinabile al cool, fatto di amore per la melodia, di intensità emotiva e profondo senso della poesia, stile che ne contraddistinguerà l’esperienza musicale dei giorni a venire. Chet è anche uno degli ultimi dischi incisi da Baker negli States prima di lasciarli – per i consueti problemi - e sbarcare in Europa dove ebbe modo di suonare ed incidere con moltissimi musicisti, stabilendosi prevalentemente in Francia ed in Italia dove incontrò la futura moglie – la modella inglese Carol Jackson – si fece qualche mese di carcere e partecipò al film Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci. Tornando al disco, è frutto di due sessioni di registrazione (30/12/58 e 19/01/59) nelle quali Baker e gli eccellenti musicisti che l’accompagnano suonano ad altissimo livello; esso raccoglie una decina di standard tra i quali spiccano la pura emozione della già citata Alone together con i pregevoli interventi del sax baritono di Adams, la fluidità di It never entered my mind, la lunga linea melodica di If you could see me now, lo swing appena accennato di Time on my hands, fino alla conclusiva Early morning mood, uno dei rari esempi in cui Baker si cimenta anche come compositore.

gli anni ’60: l’irrequietezza

On a misty nightOn a misty night (the prestige sessions) (Prestige – 1997)
con George Coleman, Kirk Lightsey, Herman Wright, Roy Brooks

Costretto a tornare negli States da un mandato di estradizione tedesco, nel 1964 Baker si stabilisce a Los Angeles, ma vuoi per i consueti problemi, vuoi a causa della sua lunga assenza, vuoi perché il rock - a seguito della british invasion – la fa da padrone e al jazz rimangono solo le briciole, la sua stella è appannata. Per poter lavorare non gli resta che affidarsi a dei manager il cui unico scopo era spremerlo per farne più soldi possibile facendolo suonare nei contesti più disparati; ciò nonostante, Baker riesce ad incidere anche dei dischi interessanti. A seguito di tre giorni di sessioni (23, 24 e 25 agosto 1965) nei quali suona il flicorno, egli fornisce alla Prestige 32 brani che l’etichetta, sfruttando il parallelismo con la quasi omonima serie davisiana, raccoglierà in cinque dischi dai titoli: Smokin’, Groovin’, Comin’ on, Cool burnin’ e Boppin’ (with the Chet Baker quintet). Tanto per complicare le cose, la Prestige nel 1997 decide di ripubblicare questi dischi riunendoli in tre CD dai titoli: Lonely star, Starway to the stars e questo On a misty night (nel 2002 li ripubblicherà nuovamente con i titoli originali!). Queste registrazioni trovano un Baker in gran forma: lasciata da parte il lato più intimista del suo sound, egli si lascia andare allo swing, spinge maggiormente sul ritmo e suona con un insospettabile calore e fuoco, mettendo a tacere chi lo voleva musicista sdolcinato. Si alternano brani molto ritmici come Cut plug e Boudoir nei quali il flicorno di Baker bene si combina con il sax muscoloso di Coleman, liriche ballate come Sleeping Susan o la melanconica Lament for the living, pezzi boppeggianti, come Go-go con tanto di sferragliare di piatti, o carichi di genuino swing come la title-track. Ottimo Baker, robusti gli interventi di Coleman e molto apprezzabili quelli di Lightsey in un disco molto godibile che ci presenta un aspetto nuovo della musica di Baker. Poi le cose subiscono un brusco cambiamento.

Gli anni ’70: l’oblio

The touch of your lipsThe touch of your lips (SteepleChase – 1979)
con Doug Raney, Niels-Henning Ørsted Pedersen

Nel 1968 Baker subisce un’aggressione: in un tentativo di rapina dei malviventi lo picchiano e gli rompono i denti, trauma gravissimo per un trombettista. Disperato si dà all’accattonaggio ma grazie all’aiuto di Dizzy Gillespie, che lo convince a ripredenere lo strumento e gli trova un contratto, re-impara a suonare con una nuova impostazione. Gli inizi sono difficili ma, soprattutto verso la fine degli anni ’70, lo stile migliora e gli consente di tornare a suonare ad un buon livello. Nel frattempo, nel 1975 si trasferisce nuovamente in Europa dove si sente più apprezzato, iniziando un andirivieni con gli States in cerca di contratti, quasi a non voler tagliare i legami con la madrepatria.
Tra i dischi incisi nel decennio spiccano senza dubbio il buon Live at Nick’s (Criss Cross) e questo ottimo The touch of your lips con un trio formato, oltre che dalla sua tromba, dalla chitarra di Raney e dal contrabbasso di Pedersen, strumentista eccellente e forse il jazzista danese più famoso all’estero. L’atmosfera appare molto intima e rilassata; il programma prevede sei famosi standard che i tre affrontano puntando sul lirismo e sul raffinato interplay che privilegia soprattutto la melodia. Tutti i brani meritano di essere citati a partire dal malinconico I waited for you che apre il disco fino all’appena accennato ritmo di bossa del conclusivo Star eyes; sicuramente da incorniciare l’ottima versione della gershwiniana But not for me con i bei assoli di Raney e di Baker che ne canta anche il testo, così come Autumn in New York con un Baker superlativo e un ottimo assolo di Pedersen. Completano questo disco la ritmata Blue room e la delicata The touch of your lips in cui, ancora, Baker canta, anzi sussurra, caricando ancor più il brano di malinconia. Disco che, a mio parere, è uno degli apici della carriera del trombettista.

Gli anni ’80: la rinascita
Chet Baker in TokyoChet Baker in Tokyo (2 CD Evidence – 1987) con Harold Danko, Hein Van Der Geyn, John Engels

Se il precedente è uno degli apici dell’arte di Baker, questo Chet Baker in Tokyo per me ne è la vetta assoluta, il disco nel quale egli ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dove ha spremuto tutta la sua tecnica – pur non fenomenale – per dare con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Un disco che nella dispersiva selva di registrazioni live, spesso disordinate e approssimative, si distingue come una fulgida gemma in quanto ha qualcosa di magico, a prescindere dai generi, dagli stili, dagli strumenti.
Registrato dal vivo a Tokyo il 14 giugno 1987 contiene 11 brani, tutti suonati a livello superlativo sia da Baker che dai suoi eccellenti accompagnatori, e colpisce soprattutto la varietà delle proposte: si va dall’hard-bop di For minors only – che impressiona per la precisa esecuzione, considerato che Baker certo non brillava nei tempi veloci – fino alla tormentata Almost blue di Elvis Costello in cui Baker canta tutta la sua pena. Ci sono poi due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato. Un disco che sa dare emozioni, vere e persistenti. Se pensate che io stia esagerando vuol dire che non l’avete ascoltato. Fatelo, ne vale assolutamente la pena e converrete con me che è uno dei più bei dischi che il jazz abbia prodotto.

Little girl blueLittle girl blue (Philology – 1988)
con Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra

Riacquistato il feeling con lo strumento e, forse, imparato a convivere con il disordine della sua vita, Baker produce alla fine della sua carriera, tragicamente interrotta con quella – ancora inspiegata – caduta da una finestra di un hotel ad Amsterdam, una serie di dischi davvero importanti che esemplificano pienamente ciò che il trombettista rappresenta per la storia del jazz e della musica. Tra questi c’è Little girl blue che è di fatto l’ultima registrazione in studio di Baker. E’ significativo anche che essa sia stata fatta con musicisti italiani – ovvero lo “Space jazz trio” di Enrico Pieranunzi – e in Italia (a Recanati l’1 e 2 marzo 1988), paese a cui Baker è legato da un rapporto di reciproca stima e amore. Nei sette brani contenuti nel disco il quartetto privilegia soprattutto la fluidità dell’esposizione in quelli che, con l’eccezione di House of Jade di Shorter e Old devil moon sono dei tempi medio-lenti. Il dialogo tra tromba e pianoforte è davvero interessante grazie anche all’amore per la melodia che contraddistingue Baker e Pieranunzi; Pietropaoli con l’incessante pulsare del suo contrabbasso rappresenta il costante punto di riferimento ritmico su cui si appoggia il delicato drumming di Sferra che sfrutta soprattutto piatti e spazzole. Ottima l’apertura con I thought about you che contiene pregevoli passaggi di Baker, lo swing di Come rain come shine, la scintillante Old devil moon e la malinconica title-track di cui Baker canta il testo.

The last great concertThe last great concert vol. 1 e 2 (2 CD Enja – 1988)
con la Big Band (18 elementi) e l’orchestra sinfonica (43 elementi) della radio di Hannover (NDR)

Reperibile anche in due volumi separati – My favourite songs e Straight from the heart – questo ultimo concerto di Baker è uno dei suoi progetti più ambiziosi nonché l’ultima occasione per sentire la sua musica spiccare il volo, prima che essa venisse stroncata da un altro drammatico volo due settimane dopo questa registrazione del 28 aprile 1988.
L’apporto strumentale è quantomai vario: vi sono brani per piccolo gruppo, per big band e per l’intera orchestra; in tutti è presente la tromba di un Baker in particolare stato di grazia, capace di una precisione, una liricità e un coinvolgimento degni dei tempi migliori. Il programma è sostanzialmente fatto di standard come Summertime, Django, In your own sweet way, Tenderly, There’s a small hotel, e non possono mancare la splendida I fall in love too easily – che con la voce e lo strumento di Baker diventa pura poesia - un omaggio a Davis con All blues e Sippin’ at bells, uno a Monk con Well you needn’t e la logica, immancabile My funny Valentine in ben due versioni. Il sostegno dell’orchestra sinfonica che bene dialoga con il solista, conferma come Baker sia uno dei pochi jazzisti capaci di rimanere credibili anche in questa situazione, quando molti suoi colleghi tendono a lasciare da parte l’improvvisazione; le parti per piccola formazione – ad esempio In your own sweet way per quintetto o l’ultimo bis con My funny Valentine in trio – danno ancora una volta l’idea di come fosse magnetica e squisitamente melodica la sua tromba. C’è poco da aggiungere nel descrivere un disco come questo se non che ci troviamo di fronte ad una lucida testimonianza di una carriera di un grande jazzista concentrata in un’ora e mezza di musica irripetibile.


Miles Davis for dummies

Difficilmente è possibile trovare un musicista che, come Miles Davis, ha attraversato la storia della musica con così grande autorevolezza da indirizzarne spesso le tendenze, tanto che il rischio – che sta nella ripetizione, non nella poca veridicità – parlarndo dei suoi dischi è dire “nessuno prima aveva suonato così”. Amo molto Davis ma mi è difficile parlarne, vuoi perché la sua importanza è davvero notevole, vuoi perché la quantità di dischi che ci ha lasciato è a dir poco poderosa per qualità e quantità, vuoi perché fin troppo è stato scritto su di lui.
Miles Davis vanta una discografia che, considerando le raccolte e i cofanetti, non mi stupisco arrivi ai 200 titoli; sono molti i dischi considerati “fondamentali” sia tra quelli ufficiali che tra i bootleg. Il mio intento è molto semplice: non ho alcuna intenzione di addentrarmi in una critica articolata ed approfondita, ma più umilmente fornire uno spunto di partenza per conoscere un tale musicista e magari confrontarmi con chi lo conosce già. Quelli che mi sono imposto di indicare, quindi, non sono i dischi in assoluto più belli di Davis (anche se inevitabilmente molti lo sono), bensì un numero molto limitato – una dozzina appena – che possa temporalmente coprire il più possibile ogni fase della sua carriera, in modo che siano sufficienti almeno per capire a grandi linee il percorso di questo grandissimo musicista, ben sapendo di non aver citato dischi bellissimi ed altrettanto importanti. Lascio al mio lettore “dummy” il piacere della loro scoperta.

Gli esordi

Birth of the coolBirth of the cool (Capitol 1950)

Già col primo disco ufficiale a proprio nome, Davis incide una pietra miliare della sua carriera e di tutto il jazz a venire. Si tratta della raccolta di tre sedute di registrazione del 21/01/49, 22/04/49 e 09/03/50 effettuate con un nonetto – formazione a metà strada dal classico combo jazz e la big-band – tra le cui fila militano, tra gli altri, J.J. Johnson, Gerry Mulligan, John Lewis, Lee Konitz e Max Roach.
Anche solo leggendo il nome degli arrangiatori (Gil Evans, Gerry Mulligan, John Lewis) e sapendo quali saranno gli sviluppi successivi della loro musica, si può capire qual è l’importanza di questo disco. La sua grossa novità è un nuovo modo di intendere il jazz: il be-bop, suonato da Davis come sideman di Parker e Gillespie, qui perde parte della sua esplosività ma mantiene la sua particolare elasticità che si stempera in arrangiamenti sofisticati ed eleganti. Sono la rilassatezza dello stile e la scorrevolezza dei temi le chiavi di lettura del disco, il cui titolo non è, ovviamente, casuale: da questo album, infatti, si usa far risalire la nascita del cool-jazz che imperverserà soprattutto nella west-coast.

Bagsgroove

Bags groove (Prestige 1954)
con Sonny Rollins, Milt Jackson, Thelonious Monk, Horace Silver, Percy Heat, Kenny Clarke

Nei primi anni ’50 Davis incide una serie di dischi con diverse formazioni; tra tutti questo Bags groove mi pare si meriti una menzione speciale soprattutto per la particolarmente efficace compenetrazione tra gli stili – hard-bop e cool – e la forte propensione dei musicisti verso assoli molto personali. Cinque i brani: interessante la title-track (presente in due take) per il tentativo, non riuscito e forse non possibile, di conciliare due visioni opposte del fare jazz, ovvero quella del leader e quella di Thelonious Monk il cui assolo è memorabile tanto quanto quello brillante di Milt Jackson (“Bags” appunto). Una collaborazione quella tra Davis e Monk destinata a non ripetersi. Tre i brani originali scritti da Rollins: Airegin dal sapore latino; Oleo – che diverrà un suo cavallo di battaglia – dove per una delle prime volte compare uno dei marchi distintivi di Davis, ovvero la sordina Harmon modificata con cui egli saprà trovare un suono personale, tagliente e caldo allo stesso tempo; Doxy trasudante blues grazie al pianismo di Horace Silver. Chiudono il disco due versioni della gerswhiniana But not for me trattata con rispetto ed irresistibile swing.

Il primo quintetto

Workin' with Miles Davis Quintet

Workin’ with Miles Davis quintet (Prestige 1956)
con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones

Nel 1955 Davis mette insieme quello che sarà il suo primo fenomenale quintetto che, pur destinato ad una vita abbastanza breve, scriverà delle pagine splendide nella storia del jazz e sarà il trampolino di lancio di un genio assoluto qual era John Coltrane. La scelta su quale disco rappresenti al meglio il quintetto non è facile vista la altissima qualità delle registrazioni; le mie preferenze vanno a questo Workin’ che come i gemelli (peraltro altrettanto ottimi) Steamin’, Relaxin’ e Cookin’ proviene da due session-fiume del 11/05/56 e del 26/10/56 con i brani registrati tutti alla prima take.
Brani salienti del disco sono in apertura una liricissima versione di It never entered in my mind con un dialogo serrato tra il pianoforte di Garland e la tromba con sordina di Davis dove il pathos è quasi tangibile, Ahmad’s blues – scritta da Ahmad Jamal che Davis ha più volte indicato come il miglior pianista di sempre – suonata in maniera eccelsa dalla sola sezione ritmica, Trane’s blues blues assolutamente trasversale e Half Nelson un classico del bop scritto da Davis probabilmente riferendosi a Parker.

Miles Davis e Gil Evans

Miles Ahead

Miles ahead (Columbia 1957)

La collaborazione tra Miles Davis e Gil Evans, come abbiamo visto, non è cosa nuova. Questo felice connubio riprende proprio con questo disco e proseguirà fino al 1962 con altri quattro lavori (Porgy and Bess, Sketches of Spain, At Carnegie hall e Quiet nights) gettando di fatto le basi della cosiddetta “thirdstream“, ovvero quella corrente che si proponeva di creare una sintesi tra la scrittura musicale colta europea e l’improvvisazione tipica del jazz.
In questo disco – a mio parere il migliore dei cinque – Davis suona esclusivamente il flicorno e, come si trattasse di una sorta di concerto, è l’unico solista di una band di 19 elementi; i suoi assoli sono, se possibile, ancora più misurati e levigati e mirano ad un lirismo ricercato ma non di maniera, mentre il suono del suo flicorno non si discosta molto dalla tromba, solo ne smussa un po’ gli angoli più vivi. L’orchestrazione si contraddistingue soprattutto per il costante gioco timbrico tra acuti e bassi che enfatizzano lo swing e per la precisa resa dei particolari. I brani più interessanti sono il movimentato Springville, New rhumba (altro riferimento a Jamal), The maids of Cadiz e Blues for Pablo – sorta di prodromi all’”innamoramento” spagnolo di Sketches of Spain – e la title-track che è la riproposizione della Milestone incisa con Parker nel 1947 per la Savoy.

Il sestetto e il jazz modale

Kind of blue

Kind of blue (Columbia 1959)
con John Coltrane, Julian “Cannonball” Adderley, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb

Che dire di un disco sul quale è già stato detto tutto? Il disco di jazz più venduto al mondo, sul quale sono stati scritti libri, che è stato sviscerato fino nelle sue più profonde pieghe? Basti dire che è considerato uno dei precursori – se non “il” precursore – del jazz a venire, di quell’approccio modale ricercato da Davis e sviluppato con la costante collaborazione del pianista Bill Evans. Ma non è solo per questo che Kind of blue deve essere ricordato: fondamentale è anche l’intesa perfetta tra i musicisti, la loro intensità espressiva e l’equilibrio tra le parti improvvisare e quelle scritte, in realtà davvero poche e, ovviamente, basate più su scale che su note. Cinque i brani – So what, Freddie freeloader (l’unico in cui Wynton Kelly prende il posto di Evans al piano), Blue in green, All blues e Flamenco sketches – cinque le meraviglie senza tempo nelle quali Davis e i suoi compagni distillano e centellinano tutta la loro arte.

Il secondo quintetto

Miles smiles

Miles smiles (Columbia 1966)
con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams

Nel 1960 Coltrane lasciò il sestetto, cosa che ha condizionato Davis ben pù di quello che lui voleva far apparire. Che la lacuna fosse difficile da colmare lo prova l’avvicendarsi dei saxofonisti – Sonny Stitt, Hank Mobley, George Coleman, Sam Rivers. Così piano piano tutto il fantastico gruppo di Kind of blue si andò dissolvendo ma Davis, con la consueta capacità di scegliere i musicisti giusti, mise assieme uno dei più interessanti gruppi apparsi sulla scena jazz: il “secondo” quintetto che assumerà la sua forma definitiva nel 1964 quando George Coleman verrà sostituito definitivamente da Wayne Shorter che darà un gran contributo anche come compositore. Tra la decina di dischi all’attivo – alcuni con varie aggiunte di musicisti – non potendo consigliare ad un “dummy” il magnifico cofanetto da 8 CD The complete live at the Plugged Nickel (la “stele di Rosetta del jazz moderno” l’ha definito qualcuno) – opto per questo Miles smiles in cui si possono già ascoltare in fieri i cambiamenti epocali che Davis darà alla sua musica. Musica che richiede attenzione, che non prende mai il sentiero più facile, che diventa più nervosa, scattante, ma che non rinuncia al lirismo – vero marchio di fabbrica di Davis – pur se trasportato ad un livello più astratto.

La “svolta” elettrica (e psichedelica)

In a silent way

In a silent way (Columbia 1969)
con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, Dave Holland, Tony Williams

Questo è il disco della svolta, dopo il quale la musica di Davis non sarà più uguale a prima.
Due lunghi brani (anzi quattro accoppiati Shhh/Peaceful e In a silent way/It’s about that time) dall’andamento lento e meditativo per lasciare che le idee fluiscano libere da condizionamenti, senza coordinate pre-fissate in un gioco di incastri in parte ottenuto in fase di montaggio, cosa per l’epoca perlomeno originale.
Davis comincia a recepire altre influenze, James Brown, il batterista Buddy Miles, il rock/soul/funky di Sly and the Family Stone e soprattutto Jimi Hendrix con il quale si parlò di un progetto comune. Tutto questo si riflette – seppur non ancora così fortemente come nel disco successivo – in In a silent way dove non c’è una vera e propria melodia ma una lunga serie di assoli che si stendono sul suono liquido e diafano ottenuto dal piano elettrico (ce ne sono ben tre all’opera) e bene si combinano con le insistite pulsioni ritmiche scandite da Holland e Williams e con il suono sciamanico della tromba di Davis. Completano la magia di un disco il cui ascolto lascia senza fiato il soprano di Shorter e la chitarra di McLaughlin che, arrivato solo da pochi giorni dall’Inghilterra, nessuno sapeva cosa avrebbe suonato.

Bitches brew

Bitches brew (Columbia 1969)
con Wayne Shorter, Benny Maupin, Joe Zawinul, Chick Corea, Larry Young, John McLaughlin, Harvey Brooks, Dave Holland, Lenny White, Jack DeJohnette, Don Alias, Jim Riley

Con questo disco doppio la trasformazione del “nuovo” Miles Davis è completata: la sua musica non è più jazz – o meglio non solo quello – ma neppure puramente rock o funk, unendo tutto questo e fagocitando pulsioni dell’Africa tribale, dei suoni metropolitani, della musica colta del ’900. Il suono assume così un aspetto scuro, ribollente, magmatico, con una particolare esplorazione dei registri grave – grazie al clarinetto basso di Maupin – e di quello acuto ad appannaggio del leader. I brani non hanno più una loro struttura stabilita, non esistono temi definiti ma cellule ritmiche e melodiche, riff e pedali; non esistono i singoli assoli piuttosto una sorta di improvvisazione collettiva in un flusso di coscienza dell’intera band, libera di spaziare tra le influenze senza alcun tipo di particolare limite, meno di tutti quello della dilatazione temporale. In questo senso la musica di Bitches brew, che è riduttivo chiamare jazz-rock e che sfugge comunque da qualsiasi tipo di classificazione, anche quella di free-jazz, si può definire “psichedelica” in quanto l’empatia tra i musicisti supera la singola percezione di ciascuno di loro e, agendo anche per contrasti – chiaro/scuro, pieno/vuoto – o per assonanze, riesce a mettere a nudo l’interiorità superando non solo il jazz ma l’essenza della musica stessa.

L’era del “freepop”(*)

On the corner

On the corner (Columbia 1972)
con Chick Corea, Herbie Hancock, Carlos Garnett, Bennie Maupin, John McLaughlin, David Creamer, Billy Hart, Al Foster, Jack DeJohnette, Collin Walcott, Michael Henderson, Dave Liebman, Khalil Balakrishna, Badal Roy, Harold I. Williams

Dopo Bitches brew molte cose cambiarono: la musica rock era sempre più popolare mentre i locali jazz si svuotavano e non solo per questo, Davis, che nel frattempo aveva adottato un look da rockstar, aveva contrattato con la Columbia il suo passaggio al catalogo rock e si esibiva in locali solitamente riservati a tale genere.
On the corner, che nasce in questo particolare periodo felice in quanto ad energia fisica e creatività, resta uno dei dischi più controversi – fino quasi al rifiuto della critica – del trombettista. Ciò che egli si era proposto era coinvolgere il giovane pubblico nero che cercava l’emancipazione dal ghetto; per fare questo dà un’ulteriore sterzata alla sua musica rendendola ancor più funky (James Brown e Sly and the Family Stone dicevamo) insistendo sul ritmo e, rinunciando alla struttura quasi essenziale nei dischi precedenti, caricandola di note senza, peraltro, pervenire ad una definizione melodica o armonica, ma limitandosi a cucire degli improvvisi vamp su un tappeto ritmico ottenuto dalla linea del basso. Riascoltando il disco oggi è facilmente intuibile lo “scandalo” suscitato all’epoca, ma è altrettanto evidente quanti musicisti attuali si siano, nel bene o nel male, ispirati ad esso.

Il ritorno

Star people

Star people (Columbia 1983)
con Bill Evans, John Scofield, Mike Stern, Marcus Miller, Tom Barney, Al Foster, Mino Cinelu

Nella seconda metà degli anni ’70 Davis – per i suoi numerosi problemi di salute e, forse, per un calo di ispirazione – si ritira dalle scene. Ritornerà nel 1980 con un disco, The man with the horn, decisamente debole e sfilacciato ma nel quale incontra già quello che sarà il principale collaboratore nell’ultimo periodo di carriera, ovvero il bassista (elettrico) e poli-strumentista Marcus Miller.
Il sound è ulteriormente cambiato: Davis rinuncia a gran parte delle sue matrici nere – il richiamo all’Africa e alle sue tradizioni che in qualche modo erano presenti nella sua musica – e opta per un groove decisamente più bianco che oramai strizza vistosamente l’occhio al rock e al pop, anche se si sviluppa su una matrice blues. Star people è, infatti, un omaggio sui generis al blues, dominato dalle sfuriate della chitarra di Stern che viene in qualche modo contrastato da quella più bluesy di Scofield, ma con la tromba di Davis – praticamente sempre con sordina – in buona evidenza tanto da far pensare di poter ritornare quella dei vecchi tempi. Piccoli gioielli del disco sono la title-track dall’andamento di blues lento, Come get it e It gets better solidamente in mano a Miller.

Gli ultimi lavori

Aura

Aura (Columbia 1985)

Questo disco, registrato nel 1985 ma pubblicato solo 4 anni dopo, rappresenta un caso particolare nella discografia di Davis. Nel 1984 Davis riceve in Danimarca un prestigioso premio alla carriera; per l’occasione il trombettista danese Palle Mikkelborg scrive una suite in nove parti – intitolate come i sette colori dell’iride (o dell’Aura, appunto) più White ed Electric red – da registrare con una big band composta da musicisti danesi con ospiti John McLaughlin alla chitarra, Vince Wilburn (nipote di Davis) alla batteria elettronica e, ovviamente, Davis alla tromba.
Nella sua autobiografia il trombettista ha avuto delle parole d’elogio per il lavoro di Mikkelborg che si presenta come un buon distillato di suoni acustici ed elettrici che si adagiano in atmosfere a tratti tirate a tratti dall’ampio respiro corale e che non escludono elementi di sperimentazione. Le varie parti della suite sono ciascuna particolarmente caratterizzate passando dall’impressionistica White, alla cantabile Yellow, alle poliritmie di Orange, ai moti circolari di Red, all’eterea Green, allo swing sui generis di Blue, alla marziale Electric red, al free di Indigo, fino al blues finale di Violet . Davis suona in modo autorevole ed ispirato, sia con la sua “famosa” sordina che a campana aperta, dando ancora un saggio di quanto poteva ancora essere intensa e affascinante la sua arte.

Tutu

Tutu (Warner Bros 1986)

Introdotto dalla splendida foto di copertina e forse ascrivibile più a Marcus Miller – che ha scritto quasi tutti i temi e vi ha suonato basso elettrico, synth, sax soprano, clarinetto basso, chitarra e drum machine – Tutu è senza dubbio il canto del cigno del trombettista. Dedicato all’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace nel 1984 per la sua lotta contro l’apartheid, il disco si presenta come una serie di brani – forse non memorabili ma decisamente accattivanti – nei quali, grazie soprattutto all’elettronica, vengono fusi assieme elementi melodie orecchiabili, beat metropolitani, orchestrazioni ottenute con i synth, rapidi vamp ipnotici. Il tutto è tenuto assieme dal pulsare del basso elettrico di Miller e dal suono evocativo, quasi un lamento, della tromba con sordina di Davis; certo il risultato è poco spontaneo, ma Davis è davvero in buona forma e riesce ancora ad incantare soprattutto in brani come Tomaas, Portia, Full Nelson (Mandela) e la title-track. Disco che mantiene un alto livello e che, pur non essendo l’ultimo in assoluto, chiude la carriera di un musicista che non si è mai guardato indietro, che ha voluto sempre ferocemente trovare nuove strade e che non è sceso a patti con nessuno, per affermare sempre e comunque la sua autonomia e il suo lucido pensiero; considerando anche che non vi è un “giusto o sbagliato” in questo, credo che gli si debba tributare – se non la massima stima – almeno il massimo rispetto.

NB: la descrizione dei dischi è fatta sull’edizione originale, senza tener conto di bonus track aggiunte nelle ristampe in CD.
(*) definizione di Luca Cerchiari: Miles Davis – dal bepop al jazz-rock (1945-1991) – Mondadori