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John Hicks

Brutta, brutta notizia nel mondo del jazz: ieri ci ha lasciato un altro suo grande protagonista, ovvero il pianista John Hicks.Nato ad Atlanta nel 1942, ha passato la sua infanzia dapprima a Los Angeles e poi a St. Louis dimostrando fin da giovane la sua inclinazione per la musica, suonando anche con il coro della chiesa metodista della quale suo padre era il pastore.
Dopo aver studiato alla Lincoln University del Missouri e alla prestigiosa Berklee School, intorno al 1963 Hicks ha iniziato una carriera di musicista freelance che si è interrotta solo ieri con la sua morte e lo ha portato a suonare – sia da leader che da sideman – con un numero impressionante di musicisti, molti dei quali occupano posti importantissimi nella storia della musica afro-americana.

La prima formazione di cui ha fatto parte sono stati gli Art Blakey’s Jazz Messengers, poi il gruppo di Betty Carter, quello di Woody Herman per poi instaurare delle profique collaborazioni con Lester Bowie, Charles Tolliver, David Murray, Arthur Blythe, Pharoah Sanders, Bobby Watson e molti altri esponenti dei più diversi stili jazzistici in virtù del fatto di poter far valere una forte personalità e una versatilità tale da consentirgli di sentirsi a proprio agio con il be-bop, l’hard-bop, il free.

A proprio nome può vantare una notevole – sia in qualità che quantità – serie di dischi attraverso i quali è possibile ritrovare tutta la sua arte; riguardo a quelli che conosco, consiglio sicuramente i seguenti:
Naima’s love song
(1988 Diw) in gruppo con altri tre grandi musicisti come Victor Lewis, Curtis Lundy e Bobby Watson, disco che offre un jazz dinamico e Hicks time (1998 Passin’ thru) piano-solo nel quale Hicks è da apprezzare anche come autore. Beyond expectations (1994 Reservoir) il suo disco che mi piace di più con quello che è forse il suo trio migliore (con Ray Drummond e Marvin “Smitty” Smith con il quale ripropone una buona serie di famosi brani della tradizione jazz come Bouncing with Bud, Stella by starlight, Turn out the stars, There is no greater love e molti altri.
Newklear music (1997 Milestone) uscito con il nome della formazione “Keystone trio” formato con George Mraz e Idris Muhammed. Il disco rivisita otto brani di Sonny Rollins con un rigore e un rispetto invidiabili, ma anche con una vitalità davvero emozionante.
Assolutamente da citare anche la sua partecipazione a quel capolavoro che è Love remains di Bobby Watson, o a Habana della Roy Hargrove Crisol, o al duo pianistico di Rhythm-a-ning con quell’altra figura di pianista mai troppo celebrato che è Kenny Barron.

Mi mancherà Hicks con la sua versatilità, il suo senso dello swing, la sua umiltà di essere grande e non farlo troppo vedere se non con la grandissima qualità della sua musica.