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Interplay mediterraneo

Kilìm Trio: Kilìm (Tajrà 2005)

Con il nome “kilim” si identificano dei particolari pregiati tappeti persiani ottenuti con la tecnica della tessitura invece della più usuale annodatura e forse, proprio per mettere in evidenza una delle caratteristiche più evidenti del suo fare musica, Massimo Ferra ha voluto mutare il nome del suo trio da “Massimo Ferra Trio” ad appunto “Kilìm Trio”. Ascoltando questo disco, infatti, si percepisce subito come la caratteristica principale del trio sia ricercare con particolare cura un’armonia di dialogo strumentale che ricordi appunto le fitte trame di quei tappeti e arazzi.

Il trio nasce in terra sarda nel 1994 come progetto d’improvvisazione che, partendo da una base jazz, amplia i suoi riferimenti creativi includendovi le esperienze più disparate pur senza mai rendere i propri brani inutilmente ridondanti, ma anzi tendendo ad una notevole pulizia esecutiva, quasi un minimalismo sonoro in grado di restituire a pieno la semplicità e la ricchezza degli intrecci strumentali. E la fonte ispirativa primaria mi pare si possa trovare proprio nella terra d’origine dei tre musicisti, ovvero una Sardegna splendidamente immersa in una mediterraneità, insieme aspra e delicata, che emerge in tutta la sua freschezza nel tocco preciso ed appassionato di Ferra, un virtuoso del suo strumento che sa muoversi tra la tradizione della musica afroamericana – con evidenti richiami a strumentisti come Joe Pass o Pat Metheny – e quella della propria terra di cui costantemente si percepisce la fragranza.
I due compagni d’avventura non sono da meno: il puntuale contrabbasso di Massimo Tore, senza rinunciare a convincenti spazi solitari, è adatto con i suoi toni particolarmente caldi e pastosi a fungere da tappeto sonoro tra la chitarra acustica di Ferra e le sapienti percussioni di Roberto Pellegrini, che con il suo tocco leggero ed eloquente sa armonizzare i suoni dei compagni o diventare lussureggiante protagonista come nella traccia che dà il titolo all’album, costruita sulle percussioni etniche particolarmente espressive ed originali.

Registrato in presa diretta, cosa sempre più rara di questi tempi, Kilìm è in grado di restituire tutta la raffinatezza e l’immediatezza dell’interplay di questi musicisti che si confrontano in uno spazio denso di sfumature e richiami in una ricerca improvvisativa che può vivere d’estemporaneità ed immediatezza come nelle cortissime tracce Creta, Klee, Lizard, Ocra infilate l’una dietro l’altra come una sorta di collana di cristalli cangianti e multicolori, oppure nello sviluppo di linee melodiche interessanti come nel cantabile Adieu, brano che pare ricordare il miglior Frisell più acustico e sognante. Sicuramente degne di nota sono Meigama, lunga ballad dalla irresistibile languida dolcezza, le astrazioni quasi matematiche di Tristi mantidi, Green con le sue armonizzazioni “Metheny-style” e Nowhere con il suo senso di spaesamento.
Un buon disco questo Kilìm, non troppo immediato, ma anzi da scoprire pian piano, assaporandone i singoli passaggi nati da un’ispirazione profonda, ed evidente frutto di una collaborazione fattiva fra tre musicisti rispettosi delle proprie radici, ma per nulla timorosi di arricchirle con pulsioni provenienti da altre culture.

  1. Mandas
  2. Meigama
  3. Lift
  4. Tristi mantidi
  5. Green
  6. Kilìm
  7. Adieu
  8. Creta
  9. Klee
  10. Lizard
  11. Ocra
  12. Monastir
  13. Spleen
  14. Nowhere
  15. Fiumendosa
Massimo Ferra: chitarra
Massimo Tore: contrabbasso
Roberto Pellegrini: batteria e percussioni



Stefano Bollani: Piano solo

Stefano Bollani: Piano solo (ECM 2006)

Milanese di nascita, toscano d’adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani  da tempo si è lasciato alle spalle l’etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all’estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D’Andrea e Luca Flores, dopo un’iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione – tuttora attiva – con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods…
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.

Chiunque – come il sottoscritto – ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante – con risultati tutt’altro che disprezzabili – come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l’apprezzamento per le capacità tecniche, l’obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l’atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues – ispirato dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau – o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il “quello che si fa” con il “quello che si è”.
Ma siamo poi così sicuri che questo “progetto” ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l’incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un’intervista su Repubblica; dice Bollani “A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l’unica musica che contempla l’idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male“. Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.

Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi “frequentatori”, i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l’empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d’introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don’t talk, “cover” dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall’irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano – già interpretata da Gardel – intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.

Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccoli finalmente accontentati i desiderosi del “progetto”!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po’ di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

  1. Antonia
  2. Impro I
  3. Impro II
  4. On a theme by Sergey Prokofiev
  5. For all we know
  6. Promenade
  7. Impro III
  8. A media luz
  9. Impro IV
  10. Buzzillare
  11. Do you know what it means to miss New Orleans
  12. Còmo fue
  13. On the street where you live
  14. Maple leaf rag
  15. Sarcasmi
Stefano Bollani: pianoforte



Pat Metheny for dummies

Torna la mia rubrica dalla cadenza casuale per parlare di un altro grande personaggio della musica jazz (e non solo) degli ultimi trent’anni; dopo essermi occupato di un pianista (Keith Jarrett) e di due trombettisti (Chet Baker e Miles Davis – un po’ riduttivo il termine “trombettista” per quest’ultimo!) mi occupo ora di un chitarrista considerato, non a torto, uno dei migliori musicisti attuali. Molte cose positive sono state dette su Metheny e anche molte critiche, spesso del tutto gratuite e non rispettose del personaggio; io credo che i suoi meriti siano ben superiori – per quantità e qualità – rispetto ai demeriti e, pur non arrivando alla sua beatificazione come fa Luigi Viva nella sua mielosa agiografia, riconosco che egli occupi un posto importante – se non fondamentale – nell’evoluzione del jazz degli ultimi 25/30 anni.

Pat Metheny è nato il 12/08/54 a Lee’s Summit, un sobborgo di Kansas City nel Missouri. Fin da giovane approda allo studio della musica, prima con la tromba e poi con la chitarra, intraprendendo studi brillanti con una serie di importanti maestri tra cui il vibrafonista Gary Burton, con il quale inciderà anche un buon numero di dischi. Metheny, persona di indole gioviale e molto aperta ma anche maniacalmente professionale, sviluppa ben presto uno stile e un suono molto personali, facili da riconoscere anche al primo ascolto, ma altrettanto difficili da descrivere proprio per le loro peculiarità che male si adattano a stili ben definiti: certo vi troviamo il jazz nelle sue varie sfaccettature, ma non mancano i richiami alle sue origini rurali, echi rock, fascinazioni brasiliane, schemi tratti dalla musica colta europea.
Nel 1976 ha orgine quello che è il progetto più importante di Metheny, ovvero il Pat Metheny Group attivo ancora oggi, con il quale il chitarrista ha registrato i suoi dischi più famosi e più noti; da sempre frutto del lavoro simbiotico del chitarrista e dell’eccellente pianista e tastierista Lyle Mays, il PMG è un raro esempio di un gruppo capace di raggiungere il grande pubblico senza mai cadere nel banale – pur con gli ovvi alti e bassi – mantenedo un sound caratteristico, fatto di ariose orchestrazioni spesso dal sapore classicheggiante, di melodie di ampio respiro dettate dalle innumerevoli chitarre del leader e di armonie saggiamente sviluppate da Mays.

La produzione discografica di Metheny è molto vasta e si è sviluppata secondo strade parallele: lavori con il PMG, lavori a proprio nome, in trio, in duo, lavori orchestrali, colonne sonore e moltissime collaborazioni (John Scofield, Charlie Haden, Jim Hall, Milton Nascimento, Gary Burton, Jack DeJohnette) tutti caratterizzati da un continuo lavoro di ricerca che arriva a toccare alti livelli di sperimentazione (Ornette Coleman, Steve Reich). Una produzione così ampia non deve far pensare a cali vistosi di qualità: certo ci sono opere meno riuscite, ma è interessante notare come in ogni disco egli collochi almeno un ottimo brano; come al solito cercherò di auto-limitarmi nelle scelte in modo da indicare solo i dischi di Metheny che io considero, tra quelli che conosco, i migliori (e forse indispensabili) per capire il più possibile la sua musica nei suoi vari aspetti.

dischi in solo

New Chautauqua

New Chautauqua (ECM – 1979)

Questo e il prossimo, entrambi dischi in solo, rappresentano il passato e il presente della ricerca musicale di Metheny. In New Chautauqua, quarto disco a proprio nome, il chitarrista del Missouri si interroga sulle proprie origini andando alla ricerca del suono più genuino delle proprie parti, trovando una dimensione espressiva assolutamente personale. Il novello Chautauqua è lo stesso Metheny: il nomignolo infatti deriva direttamente dal bisnonno Moses, sorta di menestrello itinerante, che era chiamato appunto Chautauqua dagli indiani. Per incidere questo disco Metheny utilizza delle sovraincisioni tra chitarre acustiche ed elettriche a 6 e 12 corde, una harp-guitar a 15 corde e il basso elettrico instaurando una prassi che diverrà sempre più radicata in futuro, ovvero quella di riservare ad ogni suono da ottenere il proprio particolare strumento. Il disco parte dalla ritmica raffinata della title-track, si inoltra nei suoni folk di Country poem (titolo azzeccatissimo) e nella bellissima atmosfera magica di Long-ago child / Fallen star, lungo brano sospeso tra gli arpeggi ampi sull’acustica e la fluida melodia suonata sull’elettrica. Il brano seguente, Hermitage, è uno dei classici di Metheny: un semplice arpeggio su cui si stende un’improvvisazione molto morbida e cantabile. Seguono Sueno con Mexico, interessante intreccio tutto acustico e la riflessiva Daybreak che chiude un ottimo disco – mal riuscito secondo il suo autore – ma che è fondamentale per capire lo sviluppo della sua musica.

One quiet nightOne quiet night (Warner bros. – 2003)

Al contrario del precedente, in questo disco Metheny non attinge alla sua cospicua collezione di chitarre, ma ne usa una sola, un nuovo gioellino costruito appositamente per lui da Linda Manzer la sua liutaia di fiducia: si tratta di una chitarra acustica baritono dal suono straordinario, la cui particolare costruzione e l’accordatura “Nashville tune” consente di avere a disposizione toni più bassi.
Credo che questo disco, oltre che per la sua bellezza, sia importante per capire cosa riesca a fare Metheny con una “semplice” chitarra: dopo innumerevoli ascolti dei suoi lavori credo di aver capito che la grandezza della sua arte stia proprio nella sua abilità di confrontarsi con il suono pulito dell’acustica, anche se egli è diventato famoso soprattutto per come sa trattare la chitarra-synth e l’elettrica, come ha dimostrato in quel magma ribollente che è Zero tolerance for silence (1992) nel quale traumatizza gli ascoltatori con quintali di crudele noise-guitar ai limiti dell’ascoltabilità.
One quite night, lo dice il titolo stesso, nasce nella nottata del 24 novembre 2001 quando, nel suo studio casalingo, Metheny inizia a suonare il nuovo strumento; incide una serie di brani che successivamente verranno integrati con altre registrazioni. Ne nasce un disco molto personale, quasi un dialogo intimo con l’ascoltatore: da segnalare la title-track, la splendida Song for the boys, la meditativa Another chance, l’omaggio a Jarrett di My song (li vedremo mai assieme questi due?), Ferry cross the Mersey di Gerry and the Peacemakers e la riproposizione della celebre Last train home.

dischi in duo

Beyond the Missouri sky

Beyond the Missouri sky (short stories) (Verve – 1997)

Finora Metheny ha inciso solo un altro disco in duo oltre a questo, ovvero quello con Jim Hall del 1999, comunque in attesa del 2007 quando dovrebbe uscire l’ultimo lavoro con Brad Mehldau. (Vi sono anche altri duetti, quello con John Scofield e Ornette Coleman, ma entrambi erano supportati da una sezione ritmica). Il disco con Jim Hall, riconosciuto maestro della chitarra jazz, è buono, ma pare un po’ “ingessato” e comunque non in grado di raggiungere la il livello emozionale ed evocativo di questo Beyond the Missouri sky.
Uscio a nome di Haden e Metheny, la parternità di questo lavoro è sicuramente ascrivibile ad entrambi perché entrambi in egual misura hanno contribuito con la loro professionalità e sensibilità a farne un piccolo capolavoro. Charlie Haden, come sempre, sa trarre dal suo contrabbasso un suono profondo, pastoso con il quale, pur riservandosi ottimi spazi improvvisativi, offre un tappeto ideale per gli slanci chitarristici del compagno; Metheny, che qui in alcuni brani troviamo impegnato anche alle percussioni e all’organo, non utilizza gran parte del suo armamentario elettrico concentrandosi maggiormente sugli strumenti acustici per privilegiare la limpidezza e la trasparenza del suono. Così ciò che vige in questo disco è la misura, la saggezza di due grandi musicisti che non hanno più nulla da dimostrare e che anzi lavorano per sottrazione piuttosto che per aggiunte, in modo da ricercare il sottile piacere del silenzio. 13 brani tutti di altissimo livello, senza una sbavatura, un calo, una nota che sia fuori posto sotto il grande cielo del Missouri che li avvolge di magia. Da avere.

dischi in trio

Bright size life

Bright size life (ECM – 1976)

Se c’è un ambito nel quale Metheny si avvicina in modo più evidente alla tradizione jazz e dà la prova evidente della sua capacità improvvisativa, quello è sicuramente il trio chitarra/contrabbasso/batteria con il quale ha inciso parecchio e che è rimasto una costante negli anni, pur col variare dei protagonisti. Quattro sono state le formazioni con cui ha inciso cinque dischi: Rejoicing – album non del tutto riuscito anche secondo il suo autore – con Charlie Haden e Billy Higgins, il molto più convicente Question and answer con Dave Holland e Roy Haynes e gli ultimi due Trio 99>00 e Trio – live con i giovani e promettenti Larry Grenadier e Bill Stewart. Ne manca uno alla lista, questo Bright size life che è quello che preferisco: primo disco in assoluto di un Metheny poco più che ventenne, è stato inciso con Bob Moses e quel fenomeno di Jaco Pastorius e a distanza di trent’anni risulta ancora molto attuale.
In questa registrazione il chitarrista, spesso usando sovraincisioni, suona la sua – oramai storica – Gibson ES175 e la Fender Coronado a 12 corde riuscendo a dare un’atmosfera di raffinatezza e spontaneità davvero notevoli per un giovane musicista all’esordio: bellissimi gli intrecci tra le chitarre e il basso di Pastorius che instaurano un gioco continuo fatto di contrappunti e di folgoranti unisoni, preziosi gli interventi di Moses soprattutto sui piatti.
I brani senz’altro da segnalare sono la scintillante title-track che verrà riproposta spesso dal vivo, il soliloquio Unity village dove Metheny sovraincide ritmica e melodia con una facilità ed espressività impressionanti, Unquity road per la sua ricchezza armonica e la conclusiva Round trip / Broadway blues – medley di Ornette Coleman, unico brano non scritto dal leader – dove si può sentire il giovane Pastorius già alle prese con uno dei suoi fulminanti assoli.

As falls Wichita, so falls Wichita falls

As falls Wichita, so falls Wichita falls (ECM – 1981)

Anche se viene accreditato a Pat Metheny e Lyle Mays, “Wichita” è di fatto, grazie alla presenza di Nana Vasconcelos, un disco in trio, perché l’apporto del grande percussionista brasiliano è spesso determinante nell’economia del risultato finale. “Wichita” è stato registrato a Oslo nel 1980 e oltre a rappresentare uno dei punti più alti del rapporto simbiotico di Metheny e del suo alter-ego Lyle Mays – tanto affine dal punto di vista musicale, quanto completamente diverso da quello caratteriale – è una sorta di cartina tornasole per capire quanto le idee musicali dei due si riversino nel PMG. Musica in equilibrio tra il jazz, la world-music, il rock più etereo e il folk nord e sud-americano, musica senza una precisa direzione se non quella di esplorare le potenzialità di una scrittura lineare ma non per questo meno affascinante.
Metà di questo disco è occupata dai 20 minuti dell’omonima suite nella quale gli strumenti elettronici e quelli acustici – tra i quali gran importanza hanno le percussioni “povere” di Vasconcelos – si integrano in modo ottimale; difficile da descrivere a parole, dirò solo che la suite è un lungo viaggio nello spazio – tra jazz, psichedelia, ambient – ma soprattutto nei sentimenti tra rarefazioni e dense parti orchestrali ed è un bellissimo esempio della capacità di dialogo tra Metheny e Mays. Da ascoltare assolutamente.
Il disco poi prosegue con la gioiosa e ritmica Ozark dove troviamo un Mays scintillante, con la dolcezza di September fiftheenth brano diviso in due parti: nella prima Metheny sviluppa il tema con l’acustica su un tappeto di tastiere, poi inzia un dialogo serrato con il pianoforte di Mays che regala anche uno dei suoi grandi assoli. Prima della conclusiva Estupenda graça con il cantato di Vasconcelos, c’è il tempo per ascoltare un’altra perla del disco, ovvero la splendida It’s for you nella quale l’ipnotico riff delle tastiere, la voce, la chitarra acustica e l’assolo da brividi di Metheny alla chitarra-synth fanno di questo brano – e qui non esagero – uno dei più belli della sua produzione.

dischi con il Pat Metheny Group

Travels

Travels (ECM – 1983)

E veniamo finalmente all’ambito più famoso e più celebrato nel quale ha operato e opera Metheny, ovvero il Pat Metheny Group. Nato nel 1977 rappresenta una sorta di progetto aperto nel quale durante gli anni avverrano molti cambiamenti di formazioni ferma restando, comunque, ovviamente la presenza del chitarrista, quella di Lyle Mays e dal 1981 anche del contrabbassista Steve Rodby. Fin dalla sua nascita il gruppo si contraddistingue per la particolarità del suo suono che fonde in maniera perfetta e costruttiva la strumentazione acustica con l’elettronica delle chitarre e dei synth, in una continua ricerca e compenetrazione tra le pagine scritte e l’improvvisazione che è sempre presente nelle performance del gruppo. Travels è il quarto disco del gruppo, l’unico doppio (finora) e il primo dal vivo – documenta la tournee del 1982 – e rappresenta al meglio lo stato dell’arte del PMG che all’epoca era formato dal leader, da Mays, da Rodby, da Danny Gottlieb e da Nana Vasconcelos: 11 i brani che nella dimensione live diventano ancora più freschi e dinamici. Il livello si mantiene alto per tutta la sua durata ma non si può fare a meno di evidenziare la trascinante Are you going with me? con il grandissimo lavoro di Metheny alla chitarra-synth, l’elaborata melodia di Phase dance o quella dolcissima della ballad Farmer’s trust – uno degli inediti del disco – suonata con una Ovation a corde di nylon con il sottile accompagnamento delle spazzole di Gottlieb. Il secondo disco ospita, oltre all’intera suite di “Wichita” che dal vivo non perde nulla della sua magia, un paio di inediti interessanti: Travels è un bellissimo brano che si sviluppa su una melodia molto semplice ma altrettanto evocativa, e Song for Bilbao che su una ritmica di matrice latina presenta un’aggressiva introduzione alla chitarra-synth e un insistito assolo di Mays che utilizza i “block-chords”. Mays che si ripete anche nella conclusiva San Lorenzo, ancora al pianoforte, come fa sempre quando vuole prendere un assolo.

Still life (talking)Still life (talking) (Geffen – 1987)

Credo che questo disco non abbia bisogno di presentazioni visto che è il maggior successo – anche commerciale – di Metheny e che è universalmente considerato come la massima espressione compositiva e interpretativa del chitarrista del Missouri.
Il PMG è cambiato rispetto a Travels: oltre al trio di base, troviamo alla batteria l’ottimo Paul Wertico, alle percussioni Armando Marçal e due cantanti, David Blamires e Mark Ledford. Proprio Marçal – nativo di Rio de Janeiro – è il tassello che permette a Metheny di continuare ad infondere nella propria musica quella matrice brasiliana che è tanto presente nella sua concezione compositiva. Ricchissimo di influenze che vanno dal jazz più puro al rock, alle tradizioni popolari, in questo si può dire che Still life (talking) sia quanto di meglio si possa fare in ambito “fusion”, senza scomodare per nulla quella valenza vagamente negativa che spesso si attribuisce a quel termine.
I brani sono sette e si susseguono senza cali di tono: apre Minuano – uno dei brani migliori della produzione del PMG – che unisce alla marcata influenza brasiliana delle linee melodiche semplici ma molto efficati e una raffinata ricerca armonica; se qui è il solo della chitarra ad essere in evidenza, nella successiva sinuosa So may it secretly begin è Lyle Mays che si produce in un efficacissimo assolo al pianoforte. Molto bella la ripresa finale del tema che va a spegnersi lentamente. Last train home è sicuramente il brano più noto di Metheny, quello che l’ha fatto conoscere anche al grande pubblico che non mastica il jazz: famoso l’accompagnamento con le spazzole che ricorda l’incedere del treno e altrettanto famoso lo sviluppo del tema con relativo assolo che Metheny suona su una chitarra elettrica Coral-Sitar, sorta di incrocio tra i due strumenti con un set di corde che vibra in simpatia con quelle principali. Ottima anche la parte vocale. Si prosegue con le fascinazioni brasiliane di (It’s just) talk dove troviamo un Mays in buona evidenza, poi con il veloce tappeto percussivo di Third wind sul quale Metheny dimostra tutte le sue capacità tecniche prendendo un assolo mozzafiato; dopo il ritmo spiccato, il disco si chiude con la rarefatta Distance, sorta di parentesi ambientale e con la malinconica ballad In her family.

The way up

The way up (Nonesuch – 2005)

L’ultimo disco che mi pare indispensabile per capire a pieno la personalità e la musica di Metheny è l’ultimo uscito in senso temporale.
Nel 2000, anche in considerazione che le ultime prove discografiche del PMG non sono proprio esaltanti, Metheny e Mays decidono che è necessario fare dei cambiamenti radicali nella formazione: la nuova line-up, quindi, prevede, oltre al consueto trio, il talentuoso batterista messicano Antonio Sanchez, il bassista camerunense Richard Bona che però funge da cantante e percussionista e il trombettista vietnamita naturalizzato statunitense Cuong Vu, molto attivo nella scena d’avanguardia newyorkese, che è anche ottimo vocalist. Il nuovo PMG è così formato e il suo primo frutto è Speaking of now (2001): a mio parere si tratta di un buon disco che contiene molti spunti interessanti, belle melodie, grande feeling tra i musicisti, ma forse prodotto troppo di maniera e con un Vu ancora un po’ in ombra (peccato mortale, conoscendo le capacità del trombettista).
Di ben altro livello è questo The way up, lunga suite di 68 minuti divisa in 4 parti che, vista l’estensione formale, ha necessariamente approdato ad un’estensione espressiva e al superamento di molti schemi oramai di routine. Più che le consuete melodie ed armonie raffinate, in questo disco il PMG ha puntato sulle diverse scansioni ritmiche che di volta in volta conducono e trasformano la materia musicale. Disco molto bello e complesso che ha bisogno di diversi ascolti per essere apprezzato in modo completo, ma che bene evidenzia le capacità tecniche e squisitamente emozionali di questi grandi musicisti.


Derek Bailey (1930 – 2005)

Il giorno di Natale si è spento a Barcellona Londra Derek Bailey. Nato nel 1930 a Sheffield in Gran Bretagna, è divenuto fin dalla fine degli anni ’60 uno degli improvvisatori più radicali della scena jazz, o forse non solo di essa visto che lo swing e il senso del blues in lui sono pressoché assenti.
Infatti il fare musica di Bailey, privo com’è di caratteristiche facilmente identificabili, è di difficile collocazione e di altrettanto difficile ascolto dato che si muove in un ambito atonale privo di precise melodie e ritmi, privilegiando la costante ed ossessiva ricerca timbrica ottenuta con i mezzi e le tecniche più svariati, dalle distorsioni più stridenti ottenute con la chitarra elettrica alla cupa dolcezza dell’acustica.

Qualcuno ha paragonato la sua chitarra al “prepared piano” di John Cage: creazione di “suoni” più che di “musica” e particolare sfruttamento della componente percussiva dei rispettivi strumenti.
Le collaborazioni di Bailey sono moltissime e molto diversificate: nel jazz d’avanguardia sono Tony Oxley, Evan Parker, Kenny Wheeler, Dave Holland, John Zorn, Antony Braxton, Han Bennink e Steve Lacy i musicisti più frequentati, ma vanno indicate anche collaborazioni in ambiti jazz più “tradizionale” come quella con Pat Metheny o incursioni nel pop meno commerciale, non ultima quella nel 2003 con David Sylvian nel suo Blemish.

Bailey lascia una discografia imponente, composta da una serie impressionante di dischi tra i quali è difficile muoversi. Per chi volesse avvicinarsi alla sua musica credo potrebbe partire da qualcuno dei suoi dischi per la Tzadik come Ballads o Pieces for guitar o l’ottimo Mirakle, dai due, peraltro piuttosto ostici, Solo guitar per la Incus (il volume 1 è del 1971 il volume 2 del 1992) o da Duo + trio improvisation (1992 DIW) soprattutto per il duo con il trombettista giapponese Toshinori Kondo. Il tutto, comunque, da prendere a piccole dosi.


Quando il troppo, stroppia

In questi giorni sto leggendo questo libro: Pat Metheny. Una chitarra oltre il cielo di Luigi Viva.
Il libro è presentato come adatto a coloro che conoscono bene il chitarrista del Missouri e anche a coloro che si avvicinano per la prima volta alle sue opere. Io spero viviamente che questo libro non capiti mai in mano a questi ultimi! Sarebbe un dramma. Anzi: in copertina dovrebbe esserci ben chiaro l’avviso: “For fans only“.

Chiariamoci: Metheny è uno dei miei musicisti preferiti, ho quasi tutti i suoi dischi che ascolto spesso e volentieri e credo vada annoverato tra i grandi jazzisti, ma un conto è apprezzarlo e parlarne, un conto è straparlarne. Perché questo fa Luigi Viva: lasciandosi prendere la mano dall’entusiasmo e dalla condiscendenza del fan, confeziona 450 pagine di elogi continui. Tutto è perfetto quando si parla di Metheny: Metheny è bello, è buono, è bravo fenomenale, almeno. Come un novello re Mida, ogni cosa che tocca – siano i dischi propri o quelli in cui è ospite – si trasforma in meraviglie, in capolavori. Il mediocre non esiste, il buono è almeno ottimo, l’ottimo è almeno eccezionale, l’eccezionale è la regola. Così come l’iperbole. Ogni disco nuovo è una pietra miliare del jazz; si può stare certi che in ogni disco c’è ”una delle più belle melodie scritte dal chitarrista” o “uno dei più bei assoli mai suonati dal chitarrista” tanto che oramai ne ho perso il conto. E per coloro che non sono d’accordo - prima fra tutti per la critica che si permette di non riconoscerne costantemente il genio, e ora suppongo anche per il sottoscritto - sono pronte invettive e giudizi supponenti.

Ognuno ha le proprie idee e tutto il diritto di esprimerle, ma far passare questo volume come un libro di critica mi pare, onestamente, troppo. E troppo indulgente. Il rischio, effettivo, per chi conosce Metheny è rimanere invischiati nella melassa, per chi non lo conosce – e vorrebbe farlo magari cercando un po’ di obiettività – è perdersi nella glorificazione del personaggio senza ricavarne indicazioni utili per mettere insieme una discografia un po’ ragionata. Peccato. Mi pare un’occasione persa per fare un vero libro di critica costruttiva, soprattutto perché esso è ottimamente documentato sugli strumenti, sui concerti, su particolari davvero interessanti. Dispiace anche per Metheny stesso, al quale questo libro non rende giustizia perché il troppo stroppia, dicevo.

Visto poi che a Viva piace puntualizzare, lo faccio anch’io facendo notare un errore: Metheny non fu l’unico jazzista ad esibirsi come “guest star” al LiveAid nel 1985 come asserisce più volte Viva (già dimenticavo, per l’autore se le stesse cose non sono dette almeno un paio di volte non vale) visto che c’è stato anche Brandford Marsalis in coppia con Sting. Così sono almeno in due.


I 20 dischi della vita

In uno dei forum dove mi diverto a scrivere qualcuno ha proposto questo gioco: indicare i 20 dischi soggettivamente più importanti. Io, limitandomi al pop/rock, ho proposto i miei, che sono solo alcuni di quelli che mi hanno cambiato la vita (musicalmente parlando). Li propongo, in ordine casuale, anche ai miei lettori per vedere cosa ne nasce:

The Clash: London calling: perché nel 1979 avevo 12 anni e oggi non più, ma da allora non ha mai smesso di accompagnarmi

Tuxedomoon: Half mute: per i Tuxedomoon

Opal: Happy nightmare baby: perché mi ha ipnotizzato facendomi diventare suo schiavo

The Beatles: The Beatles (White album): perché mi ha fatto capire che i Beatles non erano solo Love me do

Syd Barrett: Barrett: perché a Syd andava stretto questo pianeta

Tim Bukley: Dream letter: vedi sopra

C.S.I.: In quiete: perché la poesia a volte può far male

Wim Mertens: Integer valor: perché se non commuove questo, siamo proprio dei sassi

Joy Division: Unknown pleasures: perché mi ha curato dalle mie paranoie

Fabrizio De Andrè: Anime salve: perché è la summa di una vita d’arte

AA.VV.: Fuck your dreams, this is heaven: perché mi ha folgorato… e basta

Celso Fonseca: Natural: perché l’anno scorso mi ha affascinato e tuttora continua a farlo

Nick Cave: Tender prey: perché mi sono chiesto come mai non avessi conosciuto prima un musicista simile

Tom Waits: Rain dogs: perché non ci sono parole per dire quanto Tom sia grande

The Smiths: The queen is dead: perché per ore non ho smesso di ballare (e chi mi conosce sa cosa vuol dire…)

Jon Hassell: Dream theory in Malaya: perchè esiste qualcosa che va oltre la nostra normale percezione

Pat Metheny: Still life (talking): perché se c’è da viaggiare questo è il disco giusto

Tortoise: Millions now living will never die: perché ha cambiato le mie prospettive sul rock

David Sylvian: Brilliant trees: perché ha aperto una bella storia che non si è ancora conclusa

Joe Jackson: Night and day: perché è un disco troppo intelligente per essere dimenticato