Torna la mia rubrica dalla cadenza casuale per parlare di un altro grande personaggio della musica jazz (e non solo) degli ultimi trent’anni; dopo essermi occupato di un pianista (Keith Jarrett) e di due trombettisti (Chet Baker e Miles Davis – un po’ riduttivo il termine “trombettista” per quest’ultimo!) mi occupo ora di un chitarrista considerato, non a torto, uno dei migliori musicisti attuali. Molte cose positive sono state dette su Metheny e anche molte critiche, spesso del tutto gratuite e non rispettose del personaggio; io credo che i suoi meriti siano ben superiori – per quantità e qualità – rispetto ai demeriti e, pur non arrivando alla sua beatificazione come fa Luigi Viva nella sua mielosa agiografia, riconosco che egli occupi un posto importante – se non fondamentale – nell’evoluzione del jazz degli ultimi 25/30 anni.
Pat Metheny è nato il 12/08/54 a Lee’s Summit, un sobborgo di Kansas City nel Missouri. Fin da giovane approda allo studio della musica, prima con la tromba e poi con la chitarra, intraprendendo studi brillanti con una serie di importanti maestri tra cui il vibrafonista Gary Burton, con il quale inciderà anche un buon numero di dischi. Metheny, persona di indole gioviale e molto aperta ma anche maniacalmente professionale, sviluppa ben presto uno stile e un suono molto personali, facili da riconoscere anche al primo ascolto, ma altrettanto difficili da descrivere proprio per le loro peculiarità che male si adattano a stili ben definiti: certo vi troviamo il jazz nelle sue varie sfaccettature, ma non mancano i richiami alle sue origini rurali, echi rock, fascinazioni brasiliane, schemi tratti dalla musica colta europea.
Nel 1976 ha orgine quello che è il progetto più importante di Metheny, ovvero il Pat Metheny Group attivo ancora oggi, con il quale il chitarrista ha registrato i suoi dischi più famosi e più noti; da sempre frutto del lavoro simbiotico del chitarrista e dell’eccellente pianista e tastierista Lyle Mays, il PMG è un raro esempio di un gruppo capace di raggiungere il grande pubblico senza mai cadere nel banale – pur con gli ovvi alti e bassi – mantenedo un sound caratteristico, fatto di ariose orchestrazioni spesso dal sapore classicheggiante, di melodie di ampio respiro dettate dalle innumerevoli chitarre del leader e di armonie saggiamente sviluppate da Mays.
La produzione discografica di Metheny è molto vasta e si è sviluppata secondo strade parallele: lavori con il PMG, lavori a proprio nome, in trio, in duo, lavori orchestrali, colonne sonore e moltissime collaborazioni (John Scofield, Charlie Haden, Jim Hall, Milton Nascimento, Gary Burton, Jack DeJohnette) tutti caratterizzati da un continuo lavoro di ricerca che arriva a toccare alti livelli di sperimentazione (Ornette Coleman, Steve Reich). Una produzione così ampia non deve far pensare a cali vistosi di qualità: certo ci sono opere meno riuscite, ma è interessante notare come in ogni disco egli collochi almeno un ottimo brano; come al solito cercherò di auto-limitarmi nelle scelte in modo da indicare solo i dischi di Metheny che io considero, tra quelli che conosco, i migliori (e forse indispensabili) per capire il più possibile la sua musica nei suoi vari aspetti.
dischi in solo

New Chautauqua (ECM – 1979)
Questo e il prossimo, entrambi dischi in solo, rappresentano il passato e il presente della ricerca musicale di Metheny. In New Chautauqua, quarto disco a proprio nome, il chitarrista del Missouri si interroga sulle proprie origini andando alla ricerca del suono più genuino delle proprie parti, trovando una dimensione espressiva assolutamente personale. Il novello Chautauqua è lo stesso Metheny: il nomignolo infatti deriva direttamente dal bisnonno Moses, sorta di menestrello itinerante, che era chiamato appunto Chautauqua dagli indiani. Per incidere questo disco Metheny utilizza delle sovraincisioni tra chitarre acustiche ed elettriche a 6 e 12 corde, una harp-guitar a 15 corde e il basso elettrico instaurando una prassi che diverrà sempre più radicata in futuro, ovvero quella di riservare ad ogni suono da ottenere il proprio particolare strumento. Il disco parte dalla ritmica raffinata della title-track, si inoltra nei suoni folk di Country poem (titolo azzeccatissimo) e nella bellissima atmosfera magica di Long-ago child / Fallen star, lungo brano sospeso tra gli arpeggi ampi sull’acustica e la fluida melodia suonata sull’elettrica. Il brano seguente, Hermitage, è uno dei classici di Metheny: un semplice arpeggio su cui si stende un’improvvisazione molto morbida e cantabile. Seguono Sueno con Mexico, interessante intreccio tutto acustico e la riflessiva Daybreak che chiude un ottimo disco – mal riuscito secondo il suo autore – ma che è fondamentale per capire lo sviluppo della sua musica.
One quiet night (Warner bros. – 2003)
Al contrario del precedente, in questo disco Metheny non attinge alla sua cospicua collezione di chitarre, ma ne usa una sola, un nuovo gioellino costruito appositamente per lui da Linda Manzer la sua liutaia di fiducia: si tratta di una chitarra acustica baritono dal suono straordinario, la cui particolare costruzione e l’accordatura “Nashville tune” consente di avere a disposizione toni più bassi.
Credo che questo disco, oltre che per la sua bellezza, sia importante per capire cosa riesca a fare Metheny con una “semplice” chitarra: dopo innumerevoli ascolti dei suoi lavori credo di aver capito che la grandezza della sua arte stia proprio nella sua abilità di confrontarsi con il suono pulito dell’acustica, anche se egli è diventato famoso soprattutto per come sa trattare la chitarra-synth e l’elettrica, come ha dimostrato in quel magma ribollente che è Zero tolerance for silence (1992) nel quale traumatizza gli ascoltatori con quintali di crudele noise-guitar ai limiti dell’ascoltabilità.
One quite night, lo dice il titolo stesso, nasce nella nottata del 24 novembre 2001 quando, nel suo studio casalingo, Metheny inizia a suonare il nuovo strumento; incide una serie di brani che successivamente verranno integrati con altre registrazioni. Ne nasce un disco molto personale, quasi un dialogo intimo con l’ascoltatore: da segnalare la title-track, la splendida Song for the boys, la meditativa Another chance, l’omaggio a Jarrett di My song (li vedremo mai assieme questi due?), Ferry cross the Mersey di Gerry and the Peacemakers e la riproposizione della celebre Last train home.
dischi in duo

Beyond the Missouri sky (short stories) (Verve – 1997)
Finora Metheny ha inciso solo un altro disco in duo oltre a questo, ovvero quello con Jim Hall del 1999, comunque in attesa del 2007 quando dovrebbe uscire l’ultimo lavoro con Brad Mehldau. (Vi sono anche altri duetti, quello con John Scofield e Ornette Coleman, ma entrambi erano supportati da una sezione ritmica). Il disco con Jim Hall, riconosciuto maestro della chitarra jazz, è buono, ma pare un po’ “ingessato” e comunque non in grado di raggiungere la il livello emozionale ed evocativo di questo Beyond the Missouri sky.
Uscio a nome di Haden e Metheny, la parternità di questo lavoro è sicuramente ascrivibile ad entrambi perché entrambi in egual misura hanno contribuito con la loro professionalità e sensibilità a farne un piccolo capolavoro. Charlie Haden, come sempre, sa trarre dal suo contrabbasso un suono profondo, pastoso con il quale, pur riservandosi ottimi spazi improvvisativi, offre un tappeto ideale per gli slanci chitarristici del compagno; Metheny, che qui in alcuni brani troviamo impegnato anche alle percussioni e all’organo, non utilizza gran parte del suo armamentario elettrico concentrandosi maggiormente sugli strumenti acustici per privilegiare la limpidezza e la trasparenza del suono. Così ciò che vige in questo disco è la misura, la saggezza di due grandi musicisti che non hanno più nulla da dimostrare e che anzi lavorano per sottrazione piuttosto che per aggiunte, in modo da ricercare il sottile piacere del silenzio. 13 brani tutti di altissimo livello, senza una sbavatura, un calo, una nota che sia fuori posto sotto il grande cielo del Missouri che li avvolge di magia. Da avere.
dischi in trio

Bright size life (ECM – 1976)
Se c’è un ambito nel quale Metheny si avvicina in modo più evidente alla tradizione jazz e dà la prova evidente della sua capacità improvvisativa, quello è sicuramente il trio chitarra/contrabbasso/batteria con il quale ha inciso parecchio e che è rimasto una costante negli anni, pur col variare dei protagonisti. Quattro sono state le formazioni con cui ha inciso cinque dischi: Rejoicing – album non del tutto riuscito anche secondo il suo autore – con Charlie Haden e Billy Higgins, il molto più convicente Question and answer con Dave Holland e Roy Haynes e gli ultimi due Trio 99>00 e Trio – live con i giovani e promettenti Larry Grenadier e Bill Stewart. Ne manca uno alla lista, questo Bright size life che è quello che preferisco: primo disco in assoluto di un Metheny poco più che ventenne, è stato inciso con Bob Moses e quel fenomeno di Jaco Pastorius e a distanza di trent’anni risulta ancora molto attuale.
In questa registrazione il chitarrista, spesso usando sovraincisioni, suona la sua – oramai storica – Gibson ES175 e la Fender Coronado a 12 corde riuscendo a dare un’atmosfera di raffinatezza e spontaneità davvero notevoli per un giovane musicista all’esordio: bellissimi gli intrecci tra le chitarre e il basso di Pastorius che instaurano un gioco continuo fatto di contrappunti e di folgoranti unisoni, preziosi gli interventi di Moses soprattutto sui piatti.
I brani senz’altro da segnalare sono la scintillante title-track che verrà riproposta spesso dal vivo, il soliloquio Unity village dove Metheny sovraincide ritmica e melodia con una facilità ed espressività impressionanti, Unquity road per la sua ricchezza armonica e la conclusiva Round trip / Broadway blues – medley di Ornette Coleman, unico brano non scritto dal leader – dove si può sentire il giovane Pastorius già alle prese con uno dei suoi fulminanti assoli.

As falls Wichita, so falls Wichita falls (ECM – 1981)
Anche se viene accreditato a Pat Metheny e Lyle Mays, “Wichita” è di fatto, grazie alla presenza di Nana Vasconcelos, un disco in trio, perché l’apporto del grande percussionista brasiliano è spesso determinante nell’economia del risultato finale. “Wichita” è stato registrato a Oslo nel 1980 e oltre a rappresentare uno dei punti più alti del rapporto simbiotico di Metheny e del suo alter-ego Lyle Mays – tanto affine dal punto di vista musicale, quanto completamente diverso da quello caratteriale – è una sorta di cartina tornasole per capire quanto le idee musicali dei due si riversino nel PMG. Musica in equilibrio tra il jazz, la world-music, il rock più etereo e il folk nord e sud-americano, musica senza una precisa direzione se non quella di esplorare le potenzialità di una scrittura lineare ma non per questo meno affascinante.
Metà di questo disco è occupata dai 20 minuti dell’omonima suite nella quale gli strumenti elettronici e quelli acustici – tra i quali gran importanza hanno le percussioni “povere” di Vasconcelos – si integrano in modo ottimale; difficile da descrivere a parole, dirò solo che la suite è un lungo viaggio nello spazio – tra jazz, psichedelia, ambient – ma soprattutto nei sentimenti tra rarefazioni e dense parti orchestrali ed è un bellissimo esempio della capacità di dialogo tra Metheny e Mays. Da ascoltare assolutamente.
Il disco poi prosegue con la gioiosa e ritmica Ozark dove troviamo un Mays scintillante, con la dolcezza di September fiftheenth brano diviso in due parti: nella prima Metheny sviluppa il tema con l’acustica su un tappeto di tastiere, poi inzia un dialogo serrato con il pianoforte di Mays che regala anche uno dei suoi grandi assoli. Prima della conclusiva Estupenda graça con il cantato di Vasconcelos, c’è il tempo per ascoltare un’altra perla del disco, ovvero la splendida It’s for you nella quale l’ipnotico riff delle tastiere, la voce, la chitarra acustica e l’assolo da brividi di Metheny alla chitarra-synth fanno di questo brano – e qui non esagero – uno dei più belli della sua produzione.
dischi con il Pat Metheny Group

Travels (ECM – 1983)
E veniamo finalmente all’ambito più famoso e più celebrato nel quale ha operato e opera Metheny, ovvero il Pat Metheny Group. Nato nel 1977 rappresenta una sorta di progetto aperto nel quale durante gli anni avverrano molti cambiamenti di formazioni ferma restando, comunque, ovviamente la presenza del chitarrista, quella di Lyle Mays e dal 1981 anche del contrabbassista Steve Rodby. Fin dalla sua nascita il gruppo si contraddistingue per la particolarità del suo suono che fonde in maniera perfetta e costruttiva la strumentazione acustica con l’elettronica delle chitarre e dei synth, in una continua ricerca e compenetrazione tra le pagine scritte e l’improvvisazione che è sempre presente nelle performance del gruppo. Travels è il quarto disco del gruppo, l’unico doppio (finora) e il primo dal vivo – documenta la tournee del 1982 – e rappresenta al meglio lo stato dell’arte del PMG che all’epoca era formato dal leader, da Mays, da Rodby, da Danny Gottlieb e da Nana Vasconcelos: 11 i brani che nella dimensione live diventano ancora più freschi e dinamici. Il livello si mantiene alto per tutta la sua durata ma non si può fare a meno di evidenziare la trascinante Are you going with me? con il grandissimo lavoro di Metheny alla chitarra-synth, l’elaborata melodia di Phase dance o quella dolcissima della ballad Farmer’s trust – uno degli inediti del disco – suonata con una Ovation a corde di nylon con il sottile accompagnamento delle spazzole di Gottlieb. Il secondo disco ospita, oltre all’intera suite di “Wichita” che dal vivo non perde nulla della sua magia, un paio di inediti interessanti: Travels è un bellissimo brano che si sviluppa su una melodia molto semplice ma altrettanto evocativa, e Song for Bilbao che su una ritmica di matrice latina presenta un’aggressiva introduzione alla chitarra-synth e un insistito assolo di Mays che utilizza i “block-chords”. Mays che si ripete anche nella conclusiva San Lorenzo, ancora al pianoforte, come fa sempre quando vuole prendere un assolo.
Still life (talking) (Geffen – 1987)
Credo che questo disco non abbia bisogno di presentazioni visto che è il maggior successo – anche commerciale – di Metheny e che è universalmente considerato come la massima espressione compositiva e interpretativa del chitarrista del Missouri.
Il PMG è cambiato rispetto a Travels: oltre al trio di base, troviamo alla batteria l’ottimo Paul Wertico, alle percussioni Armando Marçal e due cantanti, David Blamires e Mark Ledford. Proprio Marçal – nativo di Rio de Janeiro – è il tassello che permette a Metheny di continuare ad infondere nella propria musica quella matrice brasiliana che è tanto presente nella sua concezione compositiva. Ricchissimo di influenze che vanno dal jazz più puro al rock, alle tradizioni popolari, in questo si può dire che Still life (talking) sia quanto di meglio si possa fare in ambito “fusion”, senza scomodare per nulla quella valenza vagamente negativa che spesso si attribuisce a quel termine.
I brani sono sette e si susseguono senza cali di tono: apre Minuano – uno dei brani migliori della produzione del PMG – che unisce alla marcata influenza brasiliana delle linee melodiche semplici ma molto efficati e una raffinata ricerca armonica; se qui è il solo della chitarra ad essere in evidenza, nella successiva sinuosa So may it secretly begin è Lyle Mays che si produce in un efficacissimo assolo al pianoforte. Molto bella la ripresa finale del tema che va a spegnersi lentamente. Last train home è sicuramente il brano più noto di Metheny, quello che l’ha fatto conoscere anche al grande pubblico che non mastica il jazz: famoso l’accompagnamento con le spazzole che ricorda l’incedere del treno e altrettanto famoso lo sviluppo del tema con relativo assolo che Metheny suona su una chitarra elettrica Coral-Sitar, sorta di incrocio tra i due strumenti con un set di corde che vibra in simpatia con quelle principali. Ottima anche la parte vocale. Si prosegue con le fascinazioni brasiliane di (It’s just) talk dove troviamo un Mays in buona evidenza, poi con il veloce tappeto percussivo di Third wind sul quale Metheny dimostra tutte le sue capacità tecniche prendendo un assolo mozzafiato; dopo il ritmo spiccato, il disco si chiude con la rarefatta Distance, sorta di parentesi ambientale e con la malinconica ballad In her family.

The way up (Nonesuch – 2005)
L’ultimo disco che mi pare indispensabile per capire a pieno la personalità e la musica di Metheny è l’ultimo uscito in senso temporale.
Nel 2000, anche in considerazione che le ultime prove discografiche del PMG non sono proprio esaltanti, Metheny e Mays decidono che è necessario fare dei cambiamenti radicali nella formazione: la nuova line-up, quindi, prevede, oltre al consueto trio, il talentuoso batterista messicano Antonio Sanchez, il bassista camerunense Richard Bona che però funge da cantante e percussionista e il trombettista vietnamita naturalizzato statunitense Cuong Vu, molto attivo nella scena d’avanguardia newyorkese, che è anche ottimo vocalist. Il nuovo PMG è così formato e il suo primo frutto è Speaking of now (2001): a mio parere si tratta di un buon disco che contiene molti spunti interessanti, belle melodie, grande feeling tra i musicisti, ma forse prodotto troppo di maniera e con un Vu ancora un po’ in ombra (peccato mortale, conoscendo le capacità del trombettista).
Di ben altro livello è questo The way up, lunga suite di 68 minuti divisa in 4 parti che, vista l’estensione formale, ha necessariamente approdato ad un’estensione espressiva e al superamento di molti schemi oramai di routine. Più che le consuete melodie ed armonie raffinate, in questo disco il PMG ha puntato sulle diverse scansioni ritmiche che di volta in volta conducono e trasformano la materia musicale. Disco molto bello e complesso che ha bisogno di diversi ascolti per essere apprezzato in modo completo, ma che bene evidenzia le capacità tecniche e squisitamente emozionali di questi grandi musicisti.