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Keith Jarrett a Venezia /2

Come si diceva, qui si attende di sapere che salasso subirà il conto in banca per l’acquisto del biglietto di Jarrett. La prevendita doveva iniziare oggi, ma pur avendo fatto il giro delle sette chiese nessuno ha saputo dirmi qualcosa di preciso. Riproverò domani o la prossima settimana.
Quanto ai prezzi è bene far notare che Jarrett chiede sempre la stessa cifra, sia che suoni alla Royal Albert Hall di Londra, al Metropolitan di New York, o al Superteatro di Pratola Peligna; dipende quindi dall’organizzazione o dal luogo in cui si tiene lo spettacolo definire i prezzi. Se – mi dicono – Jarrett chiede qualcosa come 80.000 dollari per un concerto (d’accordo non sono pochi) mi chiedo come mai i prezzi sono così diversi tra le varie date, e – soprattutto – perché in Italia ci siano i prezzi più alti.
Comunque sia, la Fenice durante la stagione “normale” viaggia su cifre che vanno dai 180 euro in platea e nei palchi più belli, ai 135/110 dei palchi più tristanzuoli, fino ai 50 euro del loggione. Ci sono anche i posti sfigati: 25 euro per quelli “a scarsa visibilità” e 20 euro “di solo ascolto”… praticamente in calle!
Vedremo.


Keith torna a Venezia!

Notiziona! Sarà un po’ presto ma è bene sapere che il 19 luglio ci sarà Keith Jarrett in piano-solo alla Fenice di Venezia!!!
Non ho parole, non ho parole, non ho parole… anzi ce l’ho: CI DEVO ESSERE! (poi vedremo i prezzi!)
Fonte: www.keithjarrett.it


Keith Jarrett: The out-of-towners

Mica è una recensione questa, no no. Semmai una sorta di post di scuse ritardate. Di scuse, sì. Perché dopo aver ascoltato questo disco appena uscito (nel 2004) l’ho un po’ snobbato con la considerazione “il solito Jarrett”. Ed è vero, è il solito Jarrett e proprio per questo il livello di questo disco è altissimo.
Sarà pure vero che è difficile aggiungere alla propria arte qualcosa di nuovo dopo quasi trent’anni di carriera, ma quando si tratta di Jarrett c’è poco da aggiungere visto i livelli di perferzione formale ed emozionale raggiunti. Così anche questo disco, registrato a Monaco di Baviera nel 2001 e ultimo (ad oggi) pubblicato con il trio, è un’opera da ascoltare attentamente in quanto contiene perle assolute dell’arte di Jarrett, una sorta di confema della sua classicità jazzistica dalla quale gli è concesso scivolare talvolta nel manierismo, miracoloso in qualche nuova leva, routine per il pianista di Allentown. Così dietro la bellissima foto di copertina giocata sui toni di grigio troviamo il contrappunto quasi matematico di I can’t believe that you’re in love with me, la dolcezza di You’ve changed, la precisione quasi chirurgica con la quale smonta la celebre I love you di Cole Porter dove regala anche un magnifico assolo. La title-track è uno dei blues più belli e carichi suonati da Jarrett su disco: inizio sospeso tra il basso pulsante di Peacock e i rapidi tocchi di DeJohnette, diventa presto un riff reiterato come solo lui sa fare. Impossibile rimanere fermi! Five brothers è un vecchio brano di Gerry Mulligan che – nonostante le sue origini cool – Jarrett suona in modo molto boppeggiante. Chiude il disco la magia di It’s all in the game, delicata melodia presa dai successi americani degli anni ’50, nella quale Jarrett si esibisce da solo.

Allora lasciamoci andare ad un disco come questo, senza pregiudizi e particolari aspettative, perché comunque Jarrett sarà in grado di soddisfarle tutte, così come fa da tanti anni e quindi le scuse sono per questo, per non aver compreso subito la grandezza di questo The out-of-towners . Chapeau Mr. Jarrett!


I miei dieci dischi del 2005

Chi mi conosce sa che le classifiche non mi piacciono, così come non mi piace dare i voti ai dischi di cui scrivo; ma si avvicina la fine dell’anno, tempo di bilanci e di classifiche, e anch’io vorrei indicare dei dischi usciti nel 2005 che reputo di valore. E’ difficile parlare di un’opera (disco, libro, quadro che sia) uscita recentemente – e un anno in questo caso è da considerarsi “recente” – perché manca il conforto del tempo che, con brutale franchezza, contribuisce a farla diventare grande o almeno duratura, o a gettarvi sopra il velo dell’oblio.
Così, soprattutto per divertimento, questa volta una classifica la voglio stilare io. Classifica particolare però: senza posizioni di merito ma semplicemente indicando una decina – numero obbligato per questo genere di cose – tra i dischi più belli usciti appunto nel 2005, senza nessuna ambizione di completezza (indichierò ovviamente solo cose che ho ascoltato, quindi molto poche) od oggettività (indicherò solo cose che, bontà mia, sono piaciute a me). La scelta è stata impegnativa e ho dovuto lasciare fuori album altrettanto meritori.
Se a qualcuno può essere utile, bene. Altrimenti sarà servito solo a me come appunto. Ecco le dieci scelte in rigoroso ordine di pubblicazione:

Charles Lloyd - Jumping the creek

05/04/05 Charles Lloyd: Jumping the creek (ECM)

Dal suo ritorno sulle scene, il vecchio maestro ha inciso una serie di ottimi dischi. In questo, Lloyd esplora le varie melodie fino nel profondo, alternando tensione e rilassatezze in un percorso che sa essere ascetico ma anche di profonda concretezza. E il suo sax tra dolore e gioia sa emozionare.

Stefano  Bollani trio - Gleda

03/05/05 Bollani + Bodilsen + Lund: Gleda (Stunt)

Pianista formidabile e intrattenitore fantasioso, Stefano Bollani trova due partner danesi ed incide (finora) un paio di dischi: il primo era dedicato alle canzoni italiane, il secondo – questo – a delle canzoni danesi. Con eleganza, raffinatezza e il giusto pathos, privilegiando il dialogo e smussando le asperità.

Keith Jarrett - Radiance

03/05/05 Keith Jarrett: Radiance (ECM)

Ultima prova solista del pianista più amato e odiato dei nostri tempi. Una lunga performance per esplorare la creatività e la concentrazione di un musicista le cui capacità tecniche sono indiscusse. A tratti lirico, a tratti dissonante, a tratti liberatorio. Sempre interessante. Una recensione completa qui

Jon Hassell - Maarifa street

17/05/05 Jon Hassell: Maarifa street (Label bleu)

Disco che segna il ritorno del geniale trombettista e compositore, che prosegue la sua ricerca delle “musiche del quarto mondo” tra la riscoperta di tradizioni antiche e l’uso della tecnologia più moderna. In costante bilico tra spiritualità e concretezza dei suoni. Una recensione completa qui

Ry Cooder - Chavez Ravine

07/06/05 Ry Cooder: Chavez ravine (Nonesuch)

Cooder rievoca le storie e i luoghi di Chavez Ravine, misero quartiere di Los Angeles abitato per lo più da sud-americani, raso al suolo negli anni ’50. Ne riporta alla luce la musica di quel tempo, le piccole e grandi storie di felicità e povertà, e lo fa con energia e dolcezza, dimostrando soprattutto un profondo amore.

Kraftwerk - Minimum / Maximum

07/06/05 Kraftwerk: Minimum / Maximum (Kling Klang)

Doppio disco dal vivo per una delle formazioni cult degli ultimi 30 anni. Suoni del passato e futuribili, rumore che diventa suono, energia che si materializza in questo disco dove riascoltare una serie di pezzi classici tirati a lucido con classe e nonostante tutto ancora modernissimi.

Bill Frisell - East / West

09/08/05 Bill Frisell: East / West (Nonesuch)

Doppio disco dal vivo che contiene due concerti (a Oakland e a New York) con due diversi trii. Più bluesy il primo, più intimo e cupo il secondo. Due splendidi esempi di trio chitarristico con buoni brani originali di Frisell e con l’ottima rilettura di classici, uno fra tutti I heard it through the grapevine già cantanta da Marvin Gaye.

Arvo Part - Lamentate

30/08/05 Arvo Part: Lamentate (ECM)

Ultima prova discografica del maestro estone, carica di disperazione e speranza. Lamentate è un’opera che lascia basiti per la sua forza e potenza descrittiva. Una meditazione sulla modernità e sui suoi rischi vissuta con un continuo passaggio di stati d’animo. Una recensione completa qui.

Nine horses - Snow borne sorrow

11/10/05 Nine horses: Snow borne sorrow (Samadhi sound)

Nuovo progetto per David Sylvian che richiama il passato – quello da solista fino al lavoro con i Japan – ma che guarda al futuro tra sperimentazioni elettroniche e una vigorosa spinta pop. Canzoni curatissime nelle quali immergersi e lasciarsi condurre dalla voce di Sylvian. Una recensione completa qui .

Nils Petter Molvaer - Er

01/11/05 Nils Petter Molvaer: Er (Sula records)

Dalla fredda Norvegia arriva il suono caldo e glaciale della tromba di Molvaer sospesa tra la spinta innovativa dell’elettronica e la tradizione jazz. Un viaggio affascinante, mai scontato, destinato a scrivere nuove pagine di musica in perfetta simbiosi, spesso imitato ma raramente eguagliato.


Comunicazione di servizio

E’ con malcentato orgoglio che vi annuncio che la mia recensione dell’ultimo disco di Keith Jarrett Radiance è stata pubblicata nel numero di giugno di quell’ottima web-zine che è Medicine Show.
Inutile dire che la cosa mi fa molto piacere e ci tengo, per questo, a ringraziare pubblicamente i curatori del sito che hanno voluto contattarmi per inserirla.


Seguendo l’ispirazione di un genio

Keith Jarrett: Radiance (ECM 2005)

Tre strade luminose che procedono parallele, una quarta che si affianca a queste e che in lontananza sembrano unirsi in un unico fascio di luce nell’oscurità della notte. Strade forse diverse, contraddistinte da singole note lucenti, strade che portano ad una meta conosciuta solo da chi le percorre in quel momento, in quel preciso istante che ne determina l’essenza. Percorsi di luce che richiamano percorsi musicali, tanto concreti quanto effimeri, percorsi che seguono il filo dei pensieri, che vengono creati e mutati nel loro uscire allo scoperto.
E’ difficile e rischioso parlare di Jarrett, ma Jarrett è questo. Ha la capacità di immergere ogni singolo ascoltatore nel suo mondo sonoro e di condurlo per mano per mostrarne le meraviglie; il dialogo con il suo pianoforte è intenso, carico di passione, di un forte senso di ricerca, a volte prevale l’impeto, più spesso è il romanticismo a far muovere le mani, ma sempre è la coerenza che dispone chiara nella sua mente la nota successiva sulla quale andrà ad improvvisare.

Molti aspettavano questo disco di piano solo (il dodicesimo dall’esordio folgorante di Facing you), almeno da circa una decina d’anni, cioè da La Scala, ultimo concerto di piano solo pubblicato nel 1997. E’ vero che nel 1999 uscì The melody at night, with you, ma quel disco – a mio giudizio ottimo – ha una storia particolare: nato nella tranquillità del suo rifugio del Cavelight Studio nel New Jersey, contiene una decina di standard ed un solo brano originale ed è soprattutto servito al pianista come elemento di musico-terapia per risolvere i problemi di salute che l’affliggevano.
Radiance, comunque, presenta delle novità rispetto alle performance più vecchie: non più un lungo set diviso in due parti con l’aggiunta di qualche bis, ma una suite in 17 parti – dalla durata piuttosto varia e spesso unite senza soluzione di continuità – la cui organicità è evidente all’ascolto anche se esse sono prese da due diversi concerti: le prime 13 sono l’intero concerto di Osaka del 27/10/02 e le altre quattro da quello di Tokyo del 30/10/02. Jarrett stesso, nel libretto allegato al doppio CD, spiega come ogni brano sia generato da quello precedente, senza una struttura musicale predefinita, ma che anzi si è creata durante la performance. E’ interessante notare come il pianista – consciamente o meno – abbia giocato con i contrasti, giustapponendo improvvisazioni a carattere astratto ad altre prettamente tematiche, dando una sensazione di continua tensione/distensione ma anche di organicità, cercando sempre di “trasformare l’energia ogni volta in qualcosa di nuovo” (sono parole sue) stando in ascolto della musica, piuttosto che provare a crearla. Illuminante è questa frase nel libretto: “We are all players and we are all being played“.

Ma è bene raccontarlo passo dopo passo questo disco, così come ci viene dato al nostro orecchio, seguendone il filo e lasciando che la mente vi si abbandoni; io ci provo, ben sapendo che quanto scriverò è solo una parte del tutto.
Se la Parte 1 è la pietra di fondazione su cui si eleva tutto il disco, certo non è semplice penetrarne la logica. Si naviga a vista, senza alcun riferimento concreto; sembra quasi che Jarrett stia studiando una serie di accordi per cercare la combinazione più indicata per fare da conduttore per il concerto. Poi a circa 3/4 del brano finalmente trova un appiglio melodico al quale si abbandona, quasi ringraziandolo. Dopo una serie di cluster di matrice free inizia il secondo brano nel quale l’atmosfera cambia. Non ci sono più i cambiamenti cangianti uditi in precedenza, ma viene abbozzata una lenta linea melodica che, dopo una serie di accordi nella parte medio-alta della tastiera, viene spezzata e ricomposta usando un metodo piuttosto amato da Jarrett, ovvero la sovrapposizione di pedali ottenuti con la mano sinistra su cui la destra improvvisa puntando molto sulla ritmica. Tutto si placa nella Parte 3: qui è la melodia a regnare sovrana. Sembra quasi uno standard provato e riprovato che trasuda romanticismo, qualcosa da ricercare nei songbook di Cole Porter o di Rodgers e Hart. Dopo questi sei minuti scarsi di una bellezza sublime arriva lo schiaffo del quarto “movimento”, ovvero un minuto e mezzo totalmente free.
La Parte 5 inizia in modo piuttosto cupo, con toni molto bassi che si evolvono in una serie ripetuta di scale astratte: non c’è cantabilità, anzi la ricerca appare quasi come una sofferenza, un doloroso scavare interiore. Niente di tutto questo si trova nella Parte 6 dove – forse proprio in virtù dell’astrazione precedente – viene esaltata la melodia pura e cristallina, commovente per dolcezza e concentrazione, con Jarrett che quasi ne canta alcuni passaggi. L’emozione è fortissima, la sensazione di bellezza è assoluta ed è forte la consapevolezza che, pur nato nell’improvvisazione, questo è un brano compiuto che Jarrett dovrebbe trascrivere, intitolare e pubblicare come un pezzo a sé stante; una delle più belle melodie da lui suonate. L’unica cosa da fare dopo una tale meraviglia è cambiare totalmente ed infatti il brano 7 si presenta completamente diverso: ribollente di spunti free di difficile lettura, è perlopiù fatto di scale che accennano a fughe tanto improvvise quanto armonicamente chiuse. Con la Parte 8, sicuramente il brano più “facile” del disco, ritorniamo indietro, in molti sensi: Jarrett compie un tuffo nel passato, il suo personale della nativa Allentown e quello professionale del “quartetto europeo” tanto questo brano ricorda le atmosfere di My song. Il disco si chiude con la nona parte, carica di echi e suggestioni, una lenta progressione quasi immobile, molto riflessiva e speculativa con la mano sinistra che si limita a piccoli tocchi.
Il secondo disco si apre con un brano dal sapore impressionistico alla Debussy, costruito su una lenta scala ascendente che si rinnova continuamente per riprendere da capo; appare come una lunga introduzione verso una soluzione che non arriverà, cosa che produce una tensione particolare che diviene man mano più riflessiva e sognante. La Parte 11 è un minuto appena di sfogo virtuosistico nella quale Jarrett improvvisa su veloci scale di evidente stampo jazzistico, prima di liberare nel brano successivo la sua più pura essenza: gran pedale tenuto per tutto il brano con la mano sinistra e mano destra che viene lasciata libera di improvvisare su un appena accennato tempo di blues. Il metodo ricorda molto quanto fatto col trio in Changless, diventando di fatto uno dei brani dove è più evidente il proposito di Jarrett di trasformare l’energia e comunicarla all’ascoltatore in maniera più diretta possibile, senza mediazioni.
A giudicare dagli applausi l’ultimo brano – la Parte 13 – di Osaka è il bis. E come spesso accade – mi vengono in mente l’Over the rainbow de La Scala, il bis di Tokyo nei Sun bear concerts, o quello in solo a Venezia nel 2001 – è proprio nei bis che Jarrett ci regala le cose più belle: questo in particolare è un altro struggente tema che lascia senza fiato per limpidezza e liricità. Insieme alla Parte 6 in assoluto le cose più belle del disco. Il brano che segue, armonicamente piuttosto spezzettato, è il primo del concerto di Tokyo ma, pur essendo tematicamente molto diverso, non si avverte uno stacco, tanto è in linea con quanto udito finora. Con i brani successivi, forse a volersi far perdonare l’asprezza di alcuni passaggi più ostici, Jarrett ritorna alla melodia: la Parte 15 inizia in maniera piuttosto fosca, ma ben presto si libera in un tema dolce che in certi passaggi lascia intravedere gustosi echi barocchi, la Parte 16 è lieve come una carezza, è un volo libero su panorami incontaminati. Il disco e il concerto di Tokyo sono chiusi dalla Parte 17 che inizia con una serie di note ribattute da entrambe le mani fino a trasformarsi in un pedale su cui si stende un tema accattivante; l’insieme dona al brano un tono di mistero e suona quasi come una sorta di liberazione e ringraziamento ad una entità superiore, alla musica stessa. E non ci poteva essere chiusura migliore.

Non prendetevi impegni quando deciderete di ascoltare Radiance. Staccate telefoni e campanelli perché le 2 ore e i 19 minuti del disco vi terranno davvero occupati. Perché quello che vi ho raccontato è ciò che io ho colto e non ha esaurito di certo quanto ha da dire questo lavoro che, sono sicuro, diverrà uno dei più importanti della discografia di questo grandissimo musicista.

Disco 1
* Parts 1 – 9
Disco 2
* Parts 10 – 17
Keith Jarrett: pianoforte

* Part 1 – 13: registrazione dal vivo all’Osaka Festival Hall, 27/10/2002
* Part 14 – 17: registrazione dal vivo alla Metropolitan Festival Hall di Tokyo, 30/10/2002



Keith Jarrett for dummies

Stimolato anche da un paio di email ricevute, ho deciso di partire con una nuova rubrica che possa essere occasione di approfondimento – per me e per i miei lettori – sui protagonisti del jazz, senza alcuna intenzione di enciclopedismo o di completezza, ma semplicemente indicando un po’ dischi e un po’ di nomi tra le grandi personalità che hanno attraversato e che attraversano la sua storia.

Come primo musicista mi è venuta voglia di parlare di Keith Jarrett, che, se senza dubbio è uno dei pianisti in ambito jazz – e non solo – oggi più noti, è altrettanto indubbio che è uno dei più amati e criticati. Sul pianista e compositore di Allentown Pennsylvania, infatti, è stato scritto e detto di tutto e il contrario di tutto, tanto che davanti ad una discografia così vasta ed articolata ci si ferma dubbiosi, quasi imbarazzati. Non è mia intenzione addentrarmi in critiche ed analisi della sua opera, né sviscerare tutti gli aspetti della sua produzione, ma semplicemente dare uno spunto di partenza a chi si avvicina per la prima volta ad un tale artista e magari solleticare chi già lo conosce.
Tralasciando il Jarrett “classico” su cui mi devo fare ancora una idea compiuta e alcuni lavori con altre formazioni – certo non marginali ma in un certo modo meno identificativi del personaggio – per comodità ho suddiviso, in modo forse arbitrario ma funzionale, la discografia in 5 filoni principali, alcuni in parte temporalmente coincidenti, obbligando me stesso a segnalare per ciascuno il disco che a mio personale giudizio è più significativo.

Quartetto americano
con Dewey Redman, Charlie Haden e Paul Motian

The survivors' suite

The survivors’ suite (ECM 1977)

Il cosiddetto “quartetto americano” – attivo dai primi anni 70 fino al 1977, è sicuramente l’ambito più free in cui Jarrett abbia lavorato. E non poteva che essere così, visti i precedenti di Haden, Motian e soprattutto dell’”anarchico” Redman.
Il lavoro, che praticamente chiude l’esperienza del quartetto, si compone in un’unica lunga suite divisa in due parti e dedicata ai sopravvissuti all’Olocausto. La struttura creata da Jarrett è essenziale e consente ai quattro musicisti di muoversi in un territorio squisitamente free-jazz; la band mantiene la concentrazione per tutto il disco senza il minimo calo di tensione riuscendo a dare un’idea unitaria dell’opera che alterna momenti di astrazione a passaggi quasi folk. Il disco non è sicuramente di facile ascolto, ma è coinvolgente per l’intrinseco alto valore spirituale.
Dello stesso gruppo è interessante anche Expectations del 1972 (unico disco di Jarrett per la Columbia) dove - con un organico allargato – il quartetto dimostra tutto il eclettismo tra melodia, free e accenni di fusion .

Quartetto europeo
con Jan Garbarek, Palle Danielsson e Jon Christensen

Belonging

Belonging (ECM 1974)

Attivo da 1974 alla fine degli anni ’70, il “quartetto europeo” – a mio avviso superiore per qualità a quello “americano” – esordisce proprio con questo disco. Tratto caratteristico della formazione è il suono particolarissimo e molto personale dei sax di Garbarek con il quale il leader dimostra un’intesa ottimale.
Sei i brani composti da Jarrett, sei i capolavori: Spiral dance è un tema travolgente su un contagioso pedale, Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ‘Long as you know you’re living yours è contraddistinto dal tema mosso – a tratti spagnoleggiante – che si avvolge e si svolge su se stesso in modo mirabile, Belonging un magico duetto di un paio di minuti tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso. In assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, che preferisco per qualità dei temi, per ispirazione dei musicisti e per la maggiore freschezza alle altre prove del quartetto, peraltro assolutamente degne di nota, soprattutto My song e Personal mountains.

Keith Jarrett trio
con Gary Peacock e Jack DeJohnette – (standard)

Still liveStill live (ECM 1988 – CD doppio)

Qui la scelta si fa molto difficile, considerando che il trio è la formazione più amata e celebrata, la più longeva (ha esordito nel 1984 con Changes ed è ancora in attività) e quella i cui lavori hanno dimostrato in tutti questi anni una qualità e coerenza eccezionali.
Non potendo consigliare ad un “dummy” il capolavoro del trio, ovvero At the Blue Note (voluminoso cofanetto da 6 CD) credo che la scelta giusta possa essere questo live del 1986: 9 brani della durata media di una decina di minuti ciascuno per tre musicisti in particolare stato di grazia. I momenti più belli sono la poesia di My funny Valentine, The song is you con l’improvvisazione iniziale di Jarrett, il medley nel secondo lato tra standard e originali (You and the night and the music / Extension / Intro / Someday my prince will come) che sarà preludio per altri futuri esperimenti e la conclusiva intensa e dolente I remember Clifford. Jarrett e i suoi compagni dimostrano qui come gli standard siano materia viva, da rispettare ma anche da plasmare a piacere per ottenere risultati inaspettatamente nuovi.
Altri dischi decisamente da menzionare sono Bye bye blackbird (ECM 1993) inciso un paio di settimane dopo la morte di Miles Davis e a lui dedicato e l’ottimo Tokyo ’96 (ECM 1998) che, registrato dal vivo nella capitale nipponica, è uno dei più ispirati dischi del trio.

Keith Jarrett trio
con Gary Peacock e Jack DeJohnette – (brani originali)
Changeless

Changeless (ECM 1989)

Questo è un disco che occupa un posto particolare nella discografia del trio e anche nei miei gusti personali. Se, infatti, gli standard sono un materiale su cui confrontarsi fattivamente, è interessante anche sentire come il trio lavori sull’improvvisazione “totale”, soprattutto dal vivo, dove la concentrazione è ai massimi livelli. Jarrett e compagni ci hanno abituato ad inserire nei loro dischi dei brani originali, fino a pubblicare dei dischi totalmente improvvisati come i recenti Inside out del 2001 – in cui l’unico standard è When I fall in love – e il granitico ed ermetico Always let me go del 2002.
In Changeless sono raccolte quattro lunghe improvvisazioni da altrettanti concerti dell’ottobre ’87, brani che rappresentano una perfetta sintesi tra l’interplay del trio e la sua capacità di coinvolgere e affascinare la platea. Il trio lavora per cluster, per ripetizione di modi e pedali, puntando sul ritmo e tralasciando quasi melodia ed armonia; i quattro brani sono difficilmente descrivibili a parole e rappresentano un viaggio della mente in spazi che sembrano infiniti, tra momenti altamente lirici, vertigini e passaggi ipnotici. Se penso ad un disco che rappresenti al meglio l’artista forse è proprio questo: il più jarrettiano dei dischi di Jarrett.

Piano solo

Facing youFacing you (ECM 1972)

E arriviamo alla parte più difficile, dove fare una scelta equivale come non mai a lasciar fuori capolavori assoluti: il piano-solo, l’improvvisazione totale e solitaria, pratica pericolosa quanto appagante, in cui il pianista può usare tutte le sue doti comunicative di sciamano. Jarrett finora ha inciso 12 dischi – compreso Radiance uscito pochi giorni fa – di piano-solo (di cui ben 9 dal vivo) compiendo una sorta di viaggio, di pellegrinaggio nella musica.
Tutto ha inizio con Facing you, primo lavoro in solitaria e primo disco del più che trentennale sodalizio con l’ECM; e allora è quasi obbligata la scelta di questo lavoro che consacra per sempre il genio del pianista. Otto brani concatenati come in una suite suonati con fisicità e padronanza ineguagliabili, tra i cambi ritmici esaltanti di In front, le sapienti variazioni di Ritooria, la profonda liricità di My lady; my child, il blues di Starbright. E’ con questo disco che Jarrett pone le basi della sua futura esplorazione musicale. E’ con questo disco che ne nasce il mito.
Poi sarà la stagione dei grandi concerti: Brema, Losanna, il The Koln concert – il disco di piano-solo improvvisato più venduto al mondo – Staircase, disco bello quanto sottovalutato, gli strepitosi concerti in Giappone raccolti nell’imperdibile cofanetto Sun bear concerts, l’intensità e il barocco di Paris concert, la purezza di Vienna concert, la sofferenza di Milano in La Scala (con il suo Over the rainbow da brividi), fino al commovente e curativo The melody at night, with you.

Quanto c’è da raccontare su un musicista come questo. Quante storie, quante suggestioni, quante emozioni. Spero che per qualcuno questi cinque dischi – o anche quelli via via nominati – siano un buon inizio di un cammino di scoperta di un’esperienza musicale straordinaria. Parlarne, se non altro, mi è servito per passare un paio di giorni a riascoltare solo Jarrett e la cosa può solo far piacere.


Mu: quattro musicisti di fronte ad uno spartito vuoto

MU: dal vivo 02/10/04 al Corretto Cafè, Treviso

I MU sono un progetto open-source che comprende musicisti di varia estrazione: nato come duo pianoforte / percussioni con l’aggiunta prima del sax e poi della chitarra si è presto trasformato in un quartetto, ma, fedele alla sua vocazione, nelle sue performance live ospita di volta in volta altri musicisti; in questo caso il violinista Marco Galliazzo.
Anche se l’approccio si configura come jazzistico, non è cosa facile dire che tipo di musica facciano i MU, in quanto sono davvero disparati gli interessi e le suggestioni che ciascuno dei musicisti pone sul tappeto. Una cosa è certa, il punto di partenza: i concerti dei MU sono improvvisazione, non c’è nulla di preparato. L’improvvisazione nasce quindi spontanea, senza alcuna mediazione, semplicemente come flusso che deriva dai musicisti stessi. Questo modo di procedere molto affascinante – che certo richiede molto affiatamento e ascolto reciproco – sicuramente rappresenta un punto di forza per l’ensemble, ma allo stesso tempo ne può anche determinare un limite; infatti l’improvvisazione – come sanno bene i musicisti – pur essendo libera espressione del singolo, o del collettivo, non è immune da regole altrimenti si corre il rischio di “perdersi”.

Ancor più che nel progetto parallelo di Bruzzolo (i Chaos) dove l’improvvisazione è in qualche modo supportata dall’elettronica, nei MU, dove l’elettronica è pressoché assente, contano soprattutto le capacità individuali che indubbiamente non mancano. Giacomo Li Volsi è un pianista che si ispira chiaramente a Keith Jarrett, non tanto sul piano dell’esecuzione, ma soprattutto nella costruzione degli assoli: è evidente l’uso di scale e cluster nella ricerca di reiterati pedali, ben supportati dalla ritmica, sui quali solitamente partono le improvvisazioni del sax. Andrea O. Martin è sorprendente: di chiaro stampo coltraniano riesce a guidare il suo sax soprano in modo molto lineare ma allo stesso tempo raggiungere un’intensità notevole. E’ davvero interessante come riesce a creare, da una frase della chitarra o del piano, o semplicemente da una scansione ritmica, lunghi assoli immaginativi. Interessante anche il suo moderato uso dell’elettronica per dare particolari effetti al suo suono. Andrea Bolinelli è l’anima più rock dell’ensemble e risulta un po’ estraneo dal procedimento improvvisativo pur fornendo un buon supporto ritmico e di coloritura; buono il suo assolo rock/blues su un ostinato del piano nel secondo brano proposto. Gabriele Bruzzolo fornisce un costante supporto ritmico pestando sulla batteria con precisione e buona inventiva, ma è quando usa le percussioni – soprattutto il dumbek – a creare atmosfere di particolare colore. Il violino di Marco Galliazzo, ospite della serata, è servito per aumentare la tensione dei momenti più ritmicamente lenti, ma si è fatto sentire anche in piacevoli momenti solitari.

I MU sono un buon gruppo che riesce a sviluppare un suono personale e coinvolgente muovendosi in bilico tra jazz, avanguardia, rock e blues; il punto di forza è senz’altro l’intensità che è in grado di sprigionare nei vari ambiti soprattutto grazie al sax, all’intelligente uso del pianoforte e alle poliritmie delle percussioni, mentre un punto di debolezza è che le loro performance sono troppo legate al “sentire” del momento. Troppa improvvisazione può essere di ostacolo piuttosto che di giovamento; visto l’impianto del quartetto sarebbe interessante che facessero partire la loro esplorazione sonora da una base comune, uno standard, magari della tradizione free-jazz o rock (chissà perché in questo momento mi viene in mente Red House di Jimi Hendrix?). Un gruppo che, comunque, vale la pena di essere seguito.

Giacomo Li Volsi: pianoforte, tastiere
Andrea O. Martin: sax soprano, effetti
Andrea Bolinelli: chitarra elettrica
Gabriele Bruzzolo: batteria, percussioni
ospite:
Marco Galliazzo: violino