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Rio, la gioia che produce bellezza

Keith Jarrett: Rio (ECM – 2011)

Forse un nuovo disco di piano-solo potrebbe non sembrare una gran novità per Jarrett, visto che ultimamente – complici i problemi di salute di Gary Peacock che lo affianca nel proprio trio – ci ha maggiormente “abituato” alle sue performance solitarie che spesso si trasformano in altrettante uscite discografiche (Radiance 2005, The Carnegie Hall concert 2006, Testament 2009), sta di fatto che l’attenzione del pianista di Allentown (e di Manfred Eicher) questa volta si è rivolta a questa performance del 9 aprile 2011 al Teatro Municipal di Rio de Janeiro che cattura un Jarrett in splendida forma e con una verve comunicativa ai massimi livelli.
Come sempre un nuovo disco del Nostro fa discutere e divide tra coloro che lo reputano come un ulteriore “suonarsi addosso” con un occhio ben saldo al mercato, e coloro per i quali – al contrario – è una nuova casella posta da un artista in una lunga ed affascinante carriera di musicista geniale ed originale. Sinceramente trovo che le discussioni che travalicano l’aspetto musicale di Jarrett siano piuttosto stucchevoli e parecchio noiose, pertanto – coerentemente con quanto ho sempre fatto – è proprio della musica di Rio che voglio parlare, anche perché qui di musica ce n’è parecchia e anche piuttosto interessante.

Sarà che per Jarrett il periodo buio è ormai alle spalle (prima la malattia che l’ha tenuto lontano da palchi e studi di registrazione, poi la separazione dalla seconda moglie), sarà che Akiko, la nuova compagna giapponese, gli dà nuova ispirazione, è evidente come in questo disco l’approccio alla materia musicale sia più fluido, più diretto, più gioiosamente libero, meno interiorizzato rispetto al passato. Certo la forma non è cambiata: un palco, un pianoforte nero e solitario, un artista che per un paio d’ore riversa sul pubblico la propria ispirazione e il proprio vissuto personale e musicale, senza alcuna mediazione se non quella di una sensibilità fuori del comune.
Solo apparentemente sono pochi gli elementi in gioco, in realtà su quei 88 tasti si compie una storia: Jarrett mette tutta la sua sapienza musicale maturata in anni di esperienza e racconta di se stesso come pochi riescono a fare. E allora, se nel precedente Testament registrato a Parigi e Londra i toni erano decisamente cupi e segnati dalla sofferenza, in Rio l’atmosfera è diversa: quello che domina il suonare di Jarrett è una gioiosità di fondo che si riflette in scelte d’improvvisazione che danno la priorità alla positività, al voler ammorbidire i tratti piuttosto che acuire le asperità. Forse in tutto questo ha contribuito anche l’ambiente carioca che sappiamo caldo e partecipativo, anche se lo stesso Jarrett intervistato da Giacomo Pellicciotti alla domanda se è interessato alla musica brasiliana ha risposto così: “mi piace molto. Se non la suono, è per rispetto, non ho le credenziali. Preferisco fare le mie cose, ma uso certe progressioni e ritmi della musica brasiliana. Se non la suono, non vuol dire che non la sento”.

Come ultimamente Jarrett ci ha abituati, il concerto è suddiviso in diversi momenti (15 in questo caso) di varia durata e parecchio slegati tra loro; se ciò, da una parte, fa rivelare le molte anime musicali che abitano il pianista, dall’altra toglie sicuramente una visione unitaria e complessiva al concerto, al contrario di quanto succedeva nei grandi “piano-solo” del passato, pre-Radiance per capirci. Scelta artistica o di altro tipo – lo stesso Jarrett dichiarò che un concerto con un unico set è ora troppo dispendioso per le sue forze – non toglie nulla alla capacità, quasi magnetica, di catturare il pubblico e trascinarlo con sè con la propria arte come pochi sanno fare.
L’inizio di Rio è usuale per i concerti di Jarrett, ovvero un brano di difficile interpretazione, una ricerca atonale – fondamentalmente irrisolta – di una melodia che stenta ad uscire in modo definito, così come il secondo, giocato su continue variazioni di tonalità in uno sforzo maieutico a trovare una linea compiuta. La cosa riesce con Part III, un brano dal classico approccio jarrettiano, costruito su un vigoroso pedale della mano sinistra su cui la destra suona linee melodiche cantabili di cristallina purezza. E’ in brani come questo e come Part VII – ballad carica di struggente malinconia – che viene da chiedersi, tanta è la perfezione formale e “compositiva”, quanto ciò sia dovuto ad un’assoluta improvvisazione e quanto sia già nella testa del musicista prima del concerto e non sia magari stato proposto in altre occasioni. Domanda forse inutile da porsi e la cui risposta non avremo – giustamente – mai.
Il concerto prosegue con un canovaccio collaudato che alterna  brani destrutturati (Part IV), blues nervosi ed insistiti (Part V) e brani maggiormente coinvolgenti sul piano emozionale come l’affascinante Part VI carico di richiami orientaleggianti che chiude il primo CD.
Nel secondo lo schema non cambia: dopo il già citato Part VII troviamo un brano solare e arioso, ma tutto sommato piuttosto convenzionale, seguito da quello (Part IX) che appare come una delle vette del disco: una serie di accordi quasi sconnessi che portano ad una melodia dal fascino antico, carica di echi dalla misteriosa provenienza. Part X torna ad essere un brano di difficile lettura per chi non sia dentro la testa di Jarrett, in cui cluster di note insistite vengono giustapposte a formare melodie spezzate, quasi a riprendere l’atonalità iniziale per chiudere un ipotetico cerchio formale visto che, a quanto sembra, è questo il brano che chiude il concerto. Ma il bello, si sa, non è ancora tutto…
Si riprende con i bis che nell’ordine sono un blues mozzafiato, un brano aperto di particolare efficacia melodrammatica e una sorta di standard (Part XIII) che, se per certi aspetti è forse un “già sentito” per gli amanti del pianista, con la sua ricerca armonica e melodica ha un pathos davvero notevolissimo. Chiudono il disco Part XIV di immediata e pura spontaneità e Part XV, splendido finale di gran classe e misuratissimo abbandono alle emozioni.

Non c’è nulla da dire: la performance di Rio de Janeiro è indubbiamente suonata ai massimi livelli, fresca e particolarmente riuscita, tanto che – cosa inusuale – è stato lo stesso Jarrett a spingere Eicher alla pubblicazione in tempi molto più veloci del consueto per l’ECM. Dominano la melodia, la concretezza, l’esuberanza di un artista che evidentemente è in un momento positivo. Qualità eccelsa, quindi, con lo spirito rivoluzionario, tema distintivo delle opere del pianista di Allentown, che si trova solo in pallide tracce… ma va bene anche così: non si può certo pretendere che a 66 anni e dopo 40 anni di carriera esso sia ancora tenacemente presente.
Un disco consigliato per chi voglia conoscere il Jarrett di oggi o per chi voglia capirne l’evoluzione della sua splendida arte.

CD1

  1. Rio part I
  2. Rio part II
  3. Rio part III
  4. Rio part IV
  5. Rio part V
  6. Rio part VI

CD2

  1. Rio part VII
  2. Rio part VIII
  3. Rio part IX
  4. Rio part X
  5. Rio part XI
  6. Rio part XII
  7. Rio part XIII
  8. Rio part XIV
  9. Rio part XV
Keith Jarrett: pianoforte



Ancora su Keith Jarrett

Oramai l’avete capito visto quante volte ne ho parlato, Jarrett – nel bene e nel male – è uno dei miei riferimenti culturali. Allora certo dà fastidio sapere cosa è successo a Perugia, ovvero di come il solito imbecille debba far scattare il suo flash da quattro soldi (peraltro perfettamente inutile) per avere la sua bella foto-ricordo da esibire con gli amici e, di conseguenza, far sì che il pianista rifiuti di suonare i bis… Sicuramente questa volta Jarrett ha esagerato ad insultare il pubblico, ma è perfettamente inutile indignarsi del suo comportamento: chiunque vada ad un suo concerto sa che lui non tollerà i flash perché disturbano la sua concentrazione, lo sanno anche i sassi oramai, lo sanno tutti. Rispettiamolo. Sarà un artista capriccioso, sarà esagerato, sarà maniaco, ma rispettiamolo; ce ne sono pochi che, come lui, riescono a raggiungere le vette che lui raggiunge.
Allora io mi chiedo: imbecille che ti porti dietro il flash perché lo fai? Cos’è una sfida o è semplicemente stupidità? Hai avuto la tua foto con il tuo zoommetto 12x del c…avolo che da lontano praticamente non ti serve a nulla? Sei più contento così col tuo trofeo da esibire fiero o saresti stato più contento di ascoltarli quei bis? Cosa sei andato a fare a quel concerto, sei andato per ascoltarlo, per ascoltare un genio e i suoi degni compari o ti interessava solo portare a casa la prova del “c’ero anch’io” che diventa anche la prova della tua assoluta stupidità?
Perché vedi, se io ci fossi stato a quel concerto e avessi dovuto rinunciare ai bis per quella tua foto, quel flash te l’avrei fatto mangiare. Intero. Che già ho dovuto rinunciare al probabile quarto bis alla Fenice di Venezia perché un flash (e credo fosse di un giornalista, vista la foto il giorno dopo sul giornale) è scattato…
Andiamo ad un concerto di Jarrett (o di chiunque altro)? Vediamo di andarci per ascoltarlo ‘sto concerto e non per la solita fregola di “esserestatoall’evento”. Vediamo di capire che un concerto è veicolo per acquisire cultura e non per sfoggiare la propria vacuità facendo finta di avercela quella cultura.
In questo sono totalmente d’accordo con quanto scrive il mio amico Amalteo.


20 dischi jazz

Questa è una lista strabica. E mi è costata un’enorme fatica.
Dunque, il “gioco” – involontariamente iniziato da Shakib con un post nel suo bel blog Stelle Cadenti – era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch’io avrei fatto la mia.

Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l’includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che – piacendomi in modo particolare – hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi “top” che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina… e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del “gioco” vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po’ ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di “roba” buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)…

With the Oscar Peterson trio

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve – 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)

Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto “Pres”, ovvero “President”) aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio “muscolare”, il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can’t give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell’ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Brilliant corners

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside – 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)

Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l’aveva confinato, senza – comunque – mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco “difficile” ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l’asimmetria dei temi, per l’esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d’insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Pithecanthropus erectus

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic – 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Un altro personaggio isolato, un altro genio… sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il “bastardo” (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento – o meglio – li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l’hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell’improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d’insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella & Louis

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve – 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)

Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l’Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba – dolce e autorevole allo stesso tempo – si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c’è lo swing, l’amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l’emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che – pur prendendosi importanti momenti solistici – quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l’isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Kind of blue

Miles Davis: Kind of blue (Columbia – 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian “Cannonball” Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)

Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l’intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l’importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l’ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l’amore che ho per la sua musica.

The shape of jazz to come

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic – 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)

Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell’evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso – come vorrebbe qualcuno – che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le “forme del jazz futuro”.
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Waltz for Debby

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)

Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 – così come l’altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l’ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d’auto. L’interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Out to lunch

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note – 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)

Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico – supportato in questo dall’innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l’equilibrio di fondo.

The sidewinder

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note – 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)

Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz – intelligente e per nulla banale – divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l’attenzione dell’ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all’epoca e – purtroppo per Morgan – divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz “disimpegnato”, quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

The heliocentric world of Sun Ra

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando – di fatto – una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth – suonata da un’orchestra quasi in trance – è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un’altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l’astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo – musicale o meno – sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L’approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

A love supreme

John Coltrane: A love supreme (Impulse! – 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l’ascoltai mi misi a piangere travolto dall’intensità emotiva espressa.

Belonging

Keith Jarrett: Belonging (ECM – 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Prima uscita del cosiddetto “quartetto europeo” di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo – algido e siderale – dei sax di Jan Garbarek che, assieme all’accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata ‘Long as you know you’re living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

The pilgrim and the stars

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM – 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Primo disco inciso per l’ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del “quartetto europeo” di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani – tutti di sua composizione – spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l’emozione profonda in ogni brano.

Nice guys

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM – 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)

L’AEoC è una delle formazioni più importanti – e longeve – della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester “doctor” Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell’improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest’ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell’ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master (dedicata a Miles Davis) sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell’AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker in Tokyo

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence – 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)

Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell’arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l’hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Love remains

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records – 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin “Smitty” Smith (b)

Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d’eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

People time

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes – 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)

Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era “the sound”, omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e “proteggere” l’amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall’altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all’amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Songs - the art of the trio

Brad Mehldau: Songs – the art of the trio, vol.3 (Warner Bros – 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)

Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l’esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau – all’epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà – ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire – For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia – dall’altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche… semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l’avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Solo live

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus – 1998)
Michel Petrucciani (p)

Quello che quest’uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell’incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l’intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti – Looking up, “guardando verso l’alto” che detto da lui assume un significato del tutto particolare – per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Let yourself go

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch – 1999)
Fred Hersch (p)

Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un’altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l’atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E’ successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente “lasciato andare” (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all’esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell’armonia che spiana i contrasti.

Extended play

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM – 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)

La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d’oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato – e ci è riuscito – con questo suo quintetto dall’impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d’avanguardia.
Per me: questo disco relativamente “giovane” rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all’orizzonte.

Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo… se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del “gioco”…


I miei 10 (+1) dischi del 2006

Fine anno, tempo di bilanci. Allora, come si usa fare in questi casi e come ho fatto l’anno scorso, segnalo i migliori dischi usciti nel 2006. Le condizioni sono sempre le stesse: nessuna ambizione di completezza (quindi indicherò solo le cose che sono riuscito ad ascoltare), nessuna oggettività (indicherò solo cose che sono piaciute a me), nessuna classifica, che tanto non la riesco a fare (elencherò i dischi secondo l’ordine di pubblicazione… anche se Vinicio…). Un elenco tra il suggerire della musica e l’appuntarsi delle sensazioni, ben conscio di averne lasciate fuori altre altrettanto meritevoli. Un elenco come al solito eterogeneo, mal assortito e démodé.
Una nota: deliberatamente non ho menzionato un paio di dischi meritevoli di cui parlerò più diffusamente prossimamente. Giusto per non rovinare la sorpresa.

20/01 Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Warner bros)

Erano sei anni che si aspettavano nuove da Capossela e l’attesa non è andata vana, perché con questo disco Vinicio torna alla grande con le sue storie tormentate e la follia di sempre. Un disco carico di passioni e visioni e dei più disparati spunti musicali. Una assoluta conferma. Qui una recensione completa.

21/02 Biosphere: Dropsonde (Touch)

Ovvero “anche i computer hanno un’anima” se chi li manovra ha le capacità e la sensibilità di Geir Jenssen, titolare della sigla Biosphere, che confeziona un disco di rara lucidità e bellezza: ipnotico ma non ossessivo, gelido e caldo assieme, capace di parlare al cuore ma anche di colpire il cervello. Qui una recensione completa.

21/02 Eels: Live at Town Hall (Vagrant)

Mark Oliver Everett (in arte “E”) scrive ballad dolenti ed intimiste ma ironiche e le canta con quella sua voce roca, sofferta e calda: in questo live di soli strumenti acustici i brani assumono una nuova asciuttezza, alternando malinconia ed allegria tra limpide chitarre, archi ariosi, inquietanti carillon e percussioni secche.

01/03 Cuong Vu: It’s mostly residual (Auand)

Al consueto acido magma sonoro prodotto dal trio tromba / basso / batteria, il vietnamita Vu aggiunge la pulsione della chitarra di Bill Frisell che apporta tensione ed inquietudine, lì dove non ce n’era. Così nei sei lunghi brani tra sperimentazioni e abbandoni melodici convivono nevrosi e dolcezze in inaspettata armonia.

07/03 Donald Fagen: Morph the cat (Reprise)

Da uno che in 24 anni fa uscire solo 3 dischi non ci si può aspettare altro che la perfezione e qui quasi ci siamo. Fagen ci dona il consueto pop intelligente di altissimo livello dove gli intrecci tra gli strumenti sono rasoiate e la musica scorre piacevolmente intensa senza mai perdere di pathos. Qui una recensione completa.

04/04 Cassandra Wilson: Thunderbird (Blue Note)

Nessuna tra le vocalist in circolazione riesce ad avere un’indiscutibile credibilità come la Wilson: che si confronti con il jazz, con il blues o con il folk lei riesce sempre, con la sua voce ruvida ed avvolgente, ad ottenere il meglio. E, senza strafare, affascina a pieno. Cassandra è così, prendere o lasciare.

27/06 Brad Mehldau trio: House on hill (Nonesuch)

Registrato nel 2002 – quindi ancora con Jorge Rossy alla batteria – questo disco è l’ennesima conferma dell’altissimo livello di interplay raggiunto dal trio. I brani sono affrontati con un piglio decisamente battagliero senza indugiare in inutili cavillosità ma senza rinunciare al consueto splendido scintillante lirismo.

10/07 Rita Marcotulli: The light side of the moon (Le chant du monde)

Questo della Marcotulli è un piano-solo brillante e ben ispirato anche se lontano dalla più pura tradizione jazzistica. Un disco in cui è spiccata la ricerca sulle atmosfere oniriche e sulle intime connessioni delle melodie ed illuminato dalla luce pura di un’arte impalpabile e concreta. Un bel viaggio al quale abbandonarsi sereni.

12/09 Yo La Tengo: I’m not afraid of you and I will beat your ass (Matador)

Come ogni disco della band di Hoboken che da 20 anni anima la scena “indie”, anche questo riserva piacevoli sorprese: sfruttando il consueto eclettismo, gli YLT mischiano neopsichedelia, atmosfere jazzate, languido pop e le loro famose ballad lisergiche in modo convincente ed emozionante.

26/09 Keith Jarrett: The Carnegie Hall concert (ECM)

Frutto della sua nuova vitalità, questo concerto si conferma essere una delle cose più belle sentite da Jarrett: perfezione tecnica, magnetismo e profondissimo amore per la melodia si sposano con la costante sperimentazione, un lirismo senza pari e con il senso del blues. Un capolavoro, senza nemmeno una caduta di tono.

+

21/11 Tom Waits: Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards (Anti)

3 dischi 54 brani per quella che non è una semplice raccolta di uno dei grandi cantautori di sempre. Waits riunisce blues rauchi e sguaiati, ballad selvaggiamente romantiche, country, sperimentazioni, canzoni “di estasi e malinconia” per farci entrare nel suo mondo di travolgenti passioni.


Keith Jarrett: concerto alla Carnegie Hall

Solo un accenno perché su Jarrett ho già scritto a sufficienza, ma questo ultimo piano-solo The Carnegie Hall Concert mi pare non solo un ottimo disco – addirittura per certi aspetti superiore a Radiance dell’anno scorso – ma forse una delle cose più belle ascoltate da Jarrett negli ultimi anni, comparabile, pur essendo concettualmente e formalmente diverso, agli storici Sun Bear Concerts, Paris concert e Vienna concert.
“Solita” grandissima perfezione tecnica, “solita” magnetica e prepotente personalità, ma soprattutto un formidabile senso del blues che si sposa in maniera ottimale con la profonda – a tratti dolorosa – introspezione melodica, per un musicista che scava dentro se stesso e riesce sempre a donare all’ascoltatore emozioni e un’ineluttabile sensazione di “stare bene”.
Forma e sostanza in questo disco convivono con una, solo apparente, facilità e con una liricità davvero straordinaria.
Da avere, assolutamente.

Brani:
The Carnegie Hall Concert, part I – X
The good America
Paint my heart red
My song
True blues
Time on my hands


Stefano Bollani: Piano solo

Stefano Bollani: Piano solo (ECM 2006)

Milanese di nascita, toscano d’adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani  da tempo si è lasciato alle spalle l’etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all’estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D’Andrea e Luca Flores, dopo un’iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione – tuttora attiva – con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods…
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.

Chiunque – come il sottoscritto – ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante – con risultati tutt’altro che disprezzabili – come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l’apprezzamento per le capacità tecniche, l’obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l’atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues – ispirato dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau – o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il “quello che si fa” con il “quello che si è”.
Ma siamo poi così sicuri che questo “progetto” ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l’incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un’intervista su Repubblica; dice Bollani “A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l’unica musica che contempla l’idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male“. Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.

Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi “frequentatori”, i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l’empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d’introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don’t talk, “cover” dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall’irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano – già interpretata da Gardel – intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.

Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccoli finalmente accontentati i desiderosi del “progetto”!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po’ di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

  1. Antonia
  2. Impro I
  3. Impro II
  4. On a theme by Sergey Prokofiev
  5. For all we know
  6. Promenade
  7. Impro III
  8. A media luz
  9. Impro IV
  10. Buzzillare
  11. Do you know what it means to miss New Orleans
  12. Còmo fue
  13. On the street where you live
  14. Maple leaf rag
  15. Sarcasmi
Stefano Bollani: pianoforte



Jarrett a Venezia: complimenti ai furbi!

Su Jarrett alla Fenice ne avevo parlato parecchio a luglio (soprattutto qui per le cose “non strettamente artistiche”) però ora ritorno sullo stesso argomento per evidenziarne un aspetto negativo, dopo quanto di buono è stato detto. Nulla che infici la bontà del concerto e nulla che mi avrebbe fatto rinunciare dall’andarci, ma di certo qualcosa che lascia un cattivo ricordo, come il sapore di fregatura in bocca.
Tra le varie caratteristiche che erano state associate all’evento, c’era il fatto che il concerto avrebbe dato origine ad un disco: ecco allora l’annuncio ben visibile su tutti i manifesti e gli avvisi multilingua – in puro stile anti-terrorismo – in sala prima del concerto a “comportarsi bene”. La cosa del disco, non lo nego, mi faceva molto piacere anche se non ne ero del tutto convinto; è noto, infatti, che Jarrett registra tutte le sue performance dal vivo per poi con il fido Manfred Eicher (patron dell’ECM) decidere, anche con uno o due anni di ritardo, cosa pubblicare e cosa relegare per sempre negli archivi. Il fatto che che questa volta l’annuncio era stato dato prima insospettiva ma magari, ho pensato, per una volta si è voluta fare un’eccezione. Manco per il ca…volo!
I soliti bene informati (ovvero gli amici di keithjarrett.it il miglior sito italiano dedicato al pianista) dopo contatti con i resposabili dell’ECM, confermano che tutta la vicenda è una bufala pubblicitaria montata ad arte dagli organizzatori dell’evento - ovvero i responsabili di Venetojazz – che mai Jarrett ha deciso in anticipo cosa pubblicare, che l’ECM non sapeva nulla della cosa e che molto probabilmente il CD “Live at Fenice” si farà solo se l’artista sarà convinto della performance, forse mai.
Bene. Complimenti a Veneto Jazz per la solenne presa in giro – e qui mi autocensuro – dei suoi “clienti” e sostenitori, evidentemente inscenata per rendere più “dolce” il salasso monetario occorso per questo concerto. Complimenti ad un’associazione che vorrebbe/dovrebbe fare e promuovere cultura ed invece si comporta né più né meno come chi usa gli specchietti per le allodole per raccontare le cose diversamente da come stanno.


Jarrett a Venezia: la recensione!

Keith Jarrett: piano-solo dal vivo 19/07/06, Gran Teatro La Fenice, Venezia




“Don’t worry, take a breath”. Uno aspetta Keith Jarrett per mesi e poi incontra un Jarrett che non si aspetta; sembra un gioco di parole, ma in realtà è proprio quello che è successo ieri sera alla Fenice di Venezia.
Anche se in questa serata veneziana ha praticamente dimostrato il contrario, il pianista di Allentown – è noto – si presenta con una nomea di uomo scontroso, capriccioso, il cui rapporto con la platea è quasi di algido distacco; così un po’ per questo un po’ per i continui avvisi sul fatto che la serata sarebbe stata registrata, la tensione presente nel teatro era facilmente percepibile da tutti e serpeggiava tra le signore in abito da sera, tra i compassati personaggi in giacca e cravatta o tra i più informali appassionati, richiamati tutti a Venezia da questa serata memorabile. E l’ha percepita sicuramente anche Jarrett nel momento di entrare in teatro quando si è trovato di fronte un pubblico sì plaudente, ma anche una sorta di muro d’ansia.

Jarrett ha dichiarato spesso che le prime note suonate sono le più importanti perché danno l’indirizzo a tutto il concerto: questa volta, invece, più che la musica hanno potuto le parole, proprio quelle parole “don’t worry, take a breath” con le quali il pianista si è rivolto al pubblico appena messo piede sul palcoscenico. Immediato l’incrocio di sguardi con il mio amico Alessandro come a dire “ma è proprio lui?”… sì perché una confidenza simile con il pubblico da Jarrett non te l’aspetti.
Risolto – o almeno addolcito – il rapporto con l’audience, a Jarrett non resta che dedicarsi alla musica; al contrario di quanto succedeva anni fa, i suoi concerti per piano-solo non sono più un lungo flusso di coscienza – esperienza arricchente ma anche molto dispendiosa quanto ad energie fisiche e psichiche – ma una serie di improvvisazioni di diversa lunghezza e stile, come documentato in Radiance, ultimo disco ad ora pubblicato. Anche a Venezia lo schema si ripete: il concerto si è svolto in due tempi da circa 45 minuti ciascuno più tre bis.
In un silenzio tombale, Jarrett parte una prima improvvisazione molto complicata: mani larghe sulla tastiera ad esplorarne i due estremi con un affastellarsi di accordi dissonanti. Dalla mia posizione potevo vedere molto bene le smorfie del volto, quasi la sofferenza del momento creativo, dello sforzo di trovare la nota giusta, la linea melodica più soddisfacente, l’appiglio più adeguato. L’esplorazione prosegue con una serie di scale a disporre quasi una fuga tonale ma sempre mantenendo inalterata la spinta ritmica; si alternano sprazzi parossistici a momenti di quiete, brilla un’oasi melodica – con il pianista che canta la melodia – quasi da Barcarole chopiniana con cui il lungo brano va a morire pian piano. Neppure il tempo di pensare sul da farsi che si riparte con una veloce cascata di accordi aspri e complicati in un nuovo brano veloce e nervoso. Poi il flusso di musica si interrompe e il pubblico resta immobile non sapendo se applaudire; è lo stesso Jarrett – sorprendentemente – ad invitarci al battimani dicendo pressappoco “ho bisogno di tempo per pensare a cosa suonare dopo, e se voi non (fa il gesto di battere le mani) io non posso (fa il gesto di suonare il piano). Relax yourself, I can’t do it”. E’ il divo che si umanizza, che cerca il contatto con il pubblico, che sopporta anche che dalle prime file squilli un cellulare, ripetendone pure le note della suoneria sul pianoforte. Per fortuna è avvenuto in un momento di pausa… non oso sapere quale sarebbe stata la reazione se fosse successo durante la musica!
Il terzo pezzo è quanto di più classico ci ha abituato Jarrett, quello che fa venire i brividi che puntualmente si presentano mentre scrivo le mie note sul taccuino: si parte con un giro di blues mozzafiato, lungo, articolato, con la mano destra che inventa modulazioni e la sinistra che tiene solidamente il ritmo fino a trovare un pedale che conduce lentamente ad un momento più riflessivo prima di trasformarsi in una variazione tematica. Qui non c’è bisogno di sollecitazioni: l’ovazione arriva da sola! La prima parte prosegue e si conclude con un brano molto pacato e dolce, quasi una ninna-nanna, uno di quelli che si fatica a credere siano improvvisati, un canto di gioia, di freschezza, di liberazione a cui fa eco il quinto blocco che ha un sapore boppistico – quasi uno stride – carico di citazioni provenienti da tutta la storia del jazz ed esaltato da un ritmo che trascina assieme al battere del piede sul palco e che porta alla meritata pausa.

L’inizio della seconda parte è lento grazie ad un’esplorazione pensosa costruita su blocchi di note, melodie strappate, scale, trilli. E’ un momento interlocutorio che sembra stenti a decollare, con il pianista che cerca nuovi stimoli ispirativi. Poi nel blocco successivo accade un’altra cosa anomala: mentre affronta un gioco velocissimo di scale, parte l’imprecazione “oh shit!”. Jarrett si alza e se ne va massaggiandosi contrariato una mano… ho visto il panico in certi sguardi. Poi rientra quasi subito dicendo di aver sentito un rumorino ad un dito e tenendo uno spartito in mano: “nei miei concerti improvviso” – dice ancora il pianista – “questo spartito lo vedo oggi per la prima volta, quindi è una specie di improvvisazione anche questa”. Si tratta di una pagina dal Mikado di Gilbert & Sullivan trattata con rispetto e suonata con innegabile trasporto.
Qualcosa nel concerto è cambiata: il rapporto col pubblico si è fatto ancora più cordiale, Jarrett si lascia andare e le smorfie sulla sua faccia fanno capire che il fluire delle note è più rilassato e non più improntato a quella sofferenza auto-maieutica vissuta nella prima parte. Si prosegue con una improvvisazione che si regge su una bella serie di accordi improntati ad una delicata liricità e con un ultimo blues costruito su un solidissimo pedale con il pianista – impossibilitato a stare fermo come gran parte del pubblico – in piedi ad ondeggiare, quasi a ballare una musica che si è fatta terrosa, materica che conclude la parte “ufficiale” del concerto.
Gli applausi sono ora scroscianti, il pubblico ha capito di aver assistito ad una performance memorabile per intensità emozionale e comunicativa, ma come spesso accade nei concerti di Jarrett, il meglio deve ancora venire. E il meglio sono i bis: il primo è la tradizionale My wild Irish rose – già proposta nel disco The melody at night, with you – trattata da Jarrett in modo da esaltarne la delicata melodia, ad essa segue lo standard Stella by starlight – brano che rappresenta un omaggio a Miles Davis che spesso l’aveva proposto – dove si ripete la magia di un uomo che con il suo pianoforte vive e fa vivere il desiderio feroce di affermare la propria arte. L’ultimo bis è la splendida Blossom tratta da uno dei dischi jazz che amo di più in assoluto, ovvero Belonging inciso con il “quartetto europeo”, un capolavoro riproposto in maniera magistrale, un’emozione che colpisce nel profondo e che ci fa lasciare il teatro in una sorta di trance ipnotica.

Anche se io sono parecchio scettico in tema, come detto in precedenza, gli organizzatori hanno annunciato che da questo concerto nascerà un disco: io spero che esso conterrà tutta la serata, senza alcuna esclusione, compresi i commenti di Jarrett. Sono certo che solo così facendo si potranno riportare tutte le emozioni intense provate e soprattutto si avrà un ritratto molto diverso e personale del pianista, cosa che difficilmente si riesce a capire dalle altre registrazioni.
Lo so: questa recensione è troppo lunga, ma ho voluto raccontare interamente la serata perché le emozioni sono state molte, molto intense e difficilmente ripetibili. Se siete arrivati a leggere fino a qui significa che la vostra voglia di carpirne almeno una parte tramite le parole di un altra persona supera la fatica della lettura e, come ringrazio Jarrett per la serata, ringrazio voi per la cortesia.

Keith Jarrett: pianoforte
Una nota sulle foto: lo sappiamo, Jarrett non sopporta di essere fotografato durante le esibizioni, soprattutto con il flash che disturba il suo flusso creativo. Questo atteggiamento può sembrare esagerato, ma lo capisco. Quanto alle mie foto, ne ho scattate una trentina e tutte ovviamente senza flash (pena la probabile interruzione immediata del concerto!); ho scattato nei momenti di pausa durante gli applausi per non disturbare con il rumore dello scatto. So di non aver rispettato il volere dell’artista, ma credo almeno di aver fatto di tutto per arrecare meno disturbo possibile.



Jarrett alla Fenice. Considerazioni prima dell’evento

Questa sera parteciperò ad un evento. L’affermazione potrebbe sembrare di uno che se la tira, ma non trovo altro termine per definire il concerto di Keith Jarrett alla Fenice di Venezia. Uno dei più famosi pianisti del mondo, in uno dei più famosi teatri del mondo, in un concerto di piano-solo che da sempre è per il pianista la dimensione più affascinante con la quale confrontarsi e, di conseguenza, per il pubblico con la quale mettersi in sintonia. Se ci aggiungiamo che, con quello di Lucerna del 16 luglio scorso, questo è l’unico piano-solo previsto da Jarrett per quest’estate, che non terrà altri concerti in Italia, che il concerto sarà dedicato a Miles Davis per i 15 anni dalla sua scomparsa, che Jarrett aveva suonato alla Fenice solo nel 1971 (in tournée proprio con il gruppo di Davis!) e che quasi sicuramente dal concerto verrà tratto un disco, allora la denominazione “evento” non mi pare sprecata.
Perché per me questo è davvero un “evento” per cui sto in fibrillazione da giorni, ma in Italia - si sa - le cose stanno in modo diverso: gli ”eventi” si sprecano così si finisce col mettere sullo stesso piano ignobili monnezze e appuntamenti imperdibili come questo. Vi pare di notare un malcelato giudizio di superiorità di merito? Fate bene, è vero; ma in Italia siamo così carenti dal punto di vista culturale da non essere in grado di valutare autonomamente l’importanza qualitativa delle proposte che ci vengono offerte così da confonderle, da spettacolarizzarle fino al punto che non conta la performance in sè, ma il fatto di averci partecipato.
Vorrei davvero sapere quanti dei circa mille spettatori di questa sera alla Fenice sanno chi è Jarrett, hanno ascoltato un suo disco, conoscono almeno un briciolo della sua storia. No, l’importante è esserci, essere seduti nella stessa fila dell’ingegnere, dell’avvocato, della “gente bene” e farsi notare. E come si fa per far diventare un concerto qualcosa di elite? Semplice si pompano i prezzi! Così quello che poteva essere un concerto “normale” dal punto di vista dei costi - come è successo nel resto d’Europa dove l’anno scorso i biglietti erano assolutamente abbordabili – si è trasformato nel teatro veneziano un evento mondano per facoltosi, con biglietti che vanno (o meglio “andavano” visto che il teatro è tutto esaurito) dai 45 euro per i posti di “solo ascolto” con visibilità nulla, ai 241 euro per i posti migliori. Sono piuttosto curioso di sapere come sarà il mio biglietto a “scarsa visibilità” da 65 euro… Ho fatto un piccolo calcoletto: nelle casse della Fenice entreranno qualcosa come 220 mila euro di cui non meno di 40 mila vanno sotto la voce di “guadagno netto”! Non male per l’evento, vero?
Questa situazione evidenzia un problema di fondo, ovvero che si vorrebbe far passare la musica come un qualcosa di elite, riducendola di fatto ad un fattore di secondo piano, visto e considerato che si dà maggiore enfasi all’evento mondano. Ecco, alla fine è questo che mi fa incazzare: lo sminuire l’arte e farla diventare una sorta di surrogato della mondanità.
Io spero che ad ascoltare Jarrett e la sua inarrivabile arte con me questa sera ci siano molte persone competenti e che il resto della feccia presenzialista se ne stia buona nelle loro stie per poi vantarsi domani con i loro “io c’ero”.
Anch’io ci sarò, ma veramente!


Keith Jarrett a Venezia /3

Jarrett a Venezia si diceva. Orbene ora abbiamo i prezzi!

Platea e palchi centrali / parapetto = 190 euro
Palchi centrali / non parapetto = 180 euro
Palchi laterali = 150 euro
Loggione = 120 euro
Scarsa visibilità = 60 euro
Solo ascolto = 40 euro

La prevendita inizia sabato mattina. Sfoderate i portafogli gente!!!