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20 dischi jazz

Questa è una lista strabica. E mi è costata un’enorme fatica.
Dunque, il “gioco” – involontariamente iniziato da Shakib con un post nel suo bel blog Stelle Cadenti – era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch’io avrei fatto la mia.

Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l’includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che – piacendomi in modo particolare – hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi “top” che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina… e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del “gioco” vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po’ ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di “roba” buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)…

With the Oscar Peterson trio

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve – 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)

Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto “Pres”, ovvero “President”) aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio “muscolare”, il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can’t give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell’ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Brilliant corners

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside – 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)

Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l’aveva confinato, senza – comunque – mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco “difficile” ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l’asimmetria dei temi, per l’esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d’insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Pithecanthropus erectus

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic – 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Un altro personaggio isolato, un altro genio… sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il “bastardo” (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento – o meglio – li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l’hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell’improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d’insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella & Louis

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve – 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)

Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l’Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba – dolce e autorevole allo stesso tempo – si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c’è lo swing, l’amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l’emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che – pur prendendosi importanti momenti solistici – quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l’isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Kind of blue

Miles Davis: Kind of blue (Columbia – 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian “Cannonball” Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)

Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l’intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l’importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l’ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l’amore che ho per la sua musica.

The shape of jazz to come

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic – 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)

Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell’evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso – come vorrebbe qualcuno – che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le “forme del jazz futuro”.
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Waltz for Debby

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)

Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 – così come l’altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l’ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d’auto. L’interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Out to lunch

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note – 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)

Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico – supportato in questo dall’innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l’equilibrio di fondo.

The sidewinder

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note – 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)

Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz – intelligente e per nulla banale – divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l’attenzione dell’ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all’epoca e – purtroppo per Morgan – divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz “disimpegnato”, quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

The heliocentric world of Sun Ra

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando – di fatto – una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth – suonata da un’orchestra quasi in trance – è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un’altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l’astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo – musicale o meno – sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L’approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

A love supreme

John Coltrane: A love supreme (Impulse! – 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l’ascoltai mi misi a piangere travolto dall’intensità emotiva espressa.

Belonging

Keith Jarrett: Belonging (ECM – 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Prima uscita del cosiddetto “quartetto europeo” di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo – algido e siderale – dei sax di Jan Garbarek che, assieme all’accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata ‘Long as you know you’re living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

The pilgrim and the stars

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM – 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Primo disco inciso per l’ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del “quartetto europeo” di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani – tutti di sua composizione – spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l’emozione profonda in ogni brano.

Nice guys

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM – 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)

L’AEoC è una delle formazioni più importanti – e longeve – della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester “doctor” Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell’improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest’ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell’ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell’AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker in Tokyo

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence – 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)

Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell’arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l’hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Love remains

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records – 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin “Smitty” Smith (b)

Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d’eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

People time

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes – 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)

Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era “the sound”, omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e “proteggere” l’amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall’altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all’amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Songs - the art of the trio

Brad Mehldau: Songs – the art of the trio, vol.3 (Warner Bros – 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)

Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l’esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau – all’epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà – ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire – For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia – dall’altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche… semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l’avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Solo live

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus – 1998)
Michel Petrucciani (p)

Quello che quest’uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell’incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l’intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti – Looking up, “guardando verso l’alto” che detto da lui assume un significato del tutto particolare – per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Let yourself go

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch – 1999)
Fred Hersch (p)

Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un’altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l’atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E’ successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente “lasciato andare” (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all’esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell’armonia che spiana i contrasti.

Extended play

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM – 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)

La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d’oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato – e ci è riuscito – con questo suo quintetto dall’impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d’avanguardia.
Per me: questo disco relativamente “giovane” rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all’orizzonte.

Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo… se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del “gioco”…


Musica come trasfigurazione della vita

Fred Hersch: dal vivo 16/02/2005, teatro Eden, Treviso

Fred Hersch mi affascina. Mi affascina il suo essere schivo, forse per timidezza, sicuramente per l’essere profondamente immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. La sua.
Deve essere un uomo buono, Hersch, lo si capisce da quel suo viso gentile, dai suoi movimenti fluidi mentre suona sfiorando appena i tasti del pianoforte. Lo si capisce da come si rivolge agli spettatori – purtroppo non molti, ma fedelissimi – scusandosi di non sapere l’italiano, ma sforzandosi il più possibile di trovare le parole inglesi più facili per far comprendere a tutti il suo pensiero, le motivazioni sulla scelta dei brani. Lo conferma la cifra stilistica che da sempre lo contraddistingue e che, ovviamente, non è mancata neppure in questa serata trevigiana: il sapere donare emozioni forti, profonde, durature.
Non c’è tecnica che tenga – e di tecnica il pianista di Cincinnati certo non manca – non c’è esibizione: il tocco delle sue dita è magistrale, il controllo dello strumento è assoluto, ma quello che interessa ad Hersch è fare in modo che l’ascoltatore partecipi alla musica che sta sentendo, che tramite essa riesca ad esplorare le proprie sensazioni, il proprio vivere la musica, con la musica. Non è cosa scontata, non è banalità, ma davvero Hersch non suona per le nostre orecchie, suona per il nostro cuore, per ciò che ci pulsa dentro; lui riesce a toccarlo, ad arrivare fino a lì in fondo, basta essere disposti a fidarsi di lui.

Ho definito il pianismo di Hersch “suonar gentile” perché mi pare proprio questo ciò che egli vuole far passare al suo ascoltatore: il suo è un abbandonarsi alla musica (Let yourself go si intitolava un suo, bellissimo, disco del 1999) in una continua ricerca sull’armonia che spiana i contrasti, giocando con gli accordi che increspano il fluire pulito della melodia, tanto che difficilmente trae dal suo pianoforte dissonanze o asperità. Il concerto scorre lieve, ma densissimo nella sostanza e poco importa che le note siano quelle di noti standard o di brani originali, Hersch riesce in ogni caso a farne degli strumenti per esprimere il suo profondo sentire interiore, trattandoli entrambi con rispetto e amore.
Tutto questo è già chiaro nell’iniziale gershwiniana Embraceable you dove si apprezza il delizioso lavoro di destrutturazione del brano pur senza mai abbandonarne la melodia. Poi, subito al secondo pezzo, arriva il colpo del K.O., quello che ti toglie il fiato e ti costringe a posare la penna: perché questa è una di quelle volte che l’emozione provata è così profonda da richiedere un alto livello di introspezione da non consentire distrazioni, neppure il prendere appunti. So in love, è il viaggio nelle sensazioni di due amanti che si parlano ed è reso da Hersch con una morbidezza e cantabilità impareggiabili. Sarà che Cole Porter è forse il mio compositore preferito, sarà che il pianista ne dà una lettura personalissima e profonda in sintonia con il mio essere, ma raramente come durante questo brano mi sono sentito vicino a quel meraviglioso mistero che è per me la musica. Lo confesso: la successiva Aria – originale tratto dal bel disco triplo Songs without words – quasi non la sento neppure tanto il mio pensiero è da un’altra parte.

Un brano di Monk – autore molto amato da Hersch – non può mancare in un suo concerto: qui è la volta di un non frequentatissimo Let’s cool one, un blues dal consueto andamento sghembo che Hersch “doma” alla sua maniera limandone le asperità e liberando la mano sinistra in una serie di giri di basso. Seguono due brani originali Endless stars e Up in the air: nel primo l’introspezione raggiunge forse il livello più alto del concerto descrivendo, appunto, una notte stellata, carica di nostalgia e attese. L’ho immaginato così, Hersch, seduto sull’argine di un grande fiume, tra le brume autunnali che stagnano sull’acqua a guardare l’infinito sopra di lui. Il secondo brano, scritto in tempo di valzer per Kenny Wheeler, è la parte più ermetica del concerto tutto giocato com’è sulle pause e sul rapido scivolare di scale.
Altri due standard e il concerto è finito, ma che finale! Dalla coppia dei miracoli Ellington / Strayhorn arriva The star crossed lovers – dedicata nell’occasione a Giulietta e Romeo – una ballata struggente, commovente, carica di pathos; impossibile non pensare alla loro triste storia d’amore che Hersch riesce a trasformare in note, ancora una volta con sentita dolcezza che stempera la tragicità. In Whisper not Hersch libera lo swing che fino a quel momento aveva trattenuto dentro di sé e dà un’interpretazione dello standard di Benny Golson del tutto personale, usandone i toni blues per costruire una solida e sfaccettata melodia. Potrebbe bastare. Le emozioni sono state davvero forti, ma Hersch al pubblico entusiasta che l’applaude concede due bis ellingtoniani: la bellissima sognante Mood indigo e la ninna-nanna Lotus blossom, due delicati affreschi che regalano agli ascoltatori una serena tranquillità, tanto che disturbano quasi gli applausi giustamente tributati.

Usciamo dalla sala impressionati da tanta intensità e lirismo, convinti che musicisti come Hersch con le note possono dire e fare tutto: c’è la dolcezza, la disciplina, la profonda spiritualità, il sentirsi soli, il sentirsi in compagnia, a casa propria. La lezione, ciò che resterà in mente di questa serata, è che bisogna aver fiducia della musica perché – grazie a musicisti come Hersch – con essa si può creare, esprimere l’altrimenti inesprimibile, emozionare.

Embraceable you
So in love
Aria
Let’s cool one
Endless stars
Up in the air
The stars-crossed lovers
Whisper not

Mood indigo
Lotus blossom

Fred Hersch: pianoforte



Fred Hersch, ovvero del “suonar gentile”

Molte emozioni questa sera a Treviso, prima, durante e dopo il concerto di Fred Hersch.
Lo aspettavo da mesi, ora finalmente il giorno è arrivato e non ha deluso le attese. Anzi. Quello che ha detto la musica ve lo racconterò in una recensione nel sito, qui nel blog voglio fissare nella memoria il resto. Perché è sempre un piacere ritrovarsi ad un concerto con gli amici con i quali hai condiviso altre sensazioni simili, oppure con amici lontani che conosci solo via web e che di persona ti accorgi perfino che ci assomigli fisicamente (ciao Fabio!).

La musica unisce, anche in queste piccole cose. Perché la musica è emozione ed Hersch emozioni ne ha dispensate senza lesinare, durante il concerto e dopo, in quelle quattro chiacchiere scambiate quando ci siamo presentati nel camerino per gli autografi. Sì, la musica è emozione e non tradisce. Mai.
Domani il giorno mi cadrà addosso con tutte le sue pesantezze, ma ora vado a dormire. Sicuramente più felice.

(prossimamente troverete una recensione del concerto)


Lasciatevi guidare dal pianoforte solitario di Mehldau

Brad Mehldau: Live in Tokyo (Nonesuch – 2004)

Si rassegnino coloro che a sentire certi nomi storcono il naso, o coloro i quali ce l’hanno storto “a prescindere”. Si rassegnino pure coloro che fanno il gioco degli accostamenti, per i quali un musicista deve essere comunque messo a confronto – per perderlo, ovvio! – con i soliti, inarrivabili maestri. Così in questa recensione non si parlerà di Bill Evans, né di Keith Jarrett, né di Oscar Peterson o di tutti gli altri grandi pianisti che hanno fatto la storia del jazz, perché, se sarà pur vero che Brad Mehldau all’inizio ha tratto ispirazione da questi grandi interpreti, è altrettanto vero che oramai a quasi dieci anni dal debutto egli ha raggiunto una maturità tale che non sono più necessari confronti per descrivere e cercare di capire la sua arte.
Quasi dieci anni – dicevo – dal primo lavoro a proprio nome, quel Introducing Brad Mehldau del 1995 che l’ha fatto conoscere al mondo; da allora si sono susseguiti sei dischi con il proprio trio – assieme a Larry Grenadier e Jorge Rossy – uno (Places) con brani in solo e in trio, un altro (Largo) con un ensemble più ampio, e il personalissimo piano-solo Elegiac cycle. Considerando questi lavori e le numerose collaborazioni che hanno visto Mehldau affiancare jazzisti d’esperienza quali Lee Konitz e Charles Lloyd o giovani come Joshua Redman, Kurt Rosenwinkel, Mark Tuner è evidente il processo di maturazione intrapreso e il progressivo affinamento di tecnica e capacità espressiva. Così partendo dai suoi studi classici e dopo aver perfezionato i metodi jazzistici ed improvvisativi con maestri quali Fred Hersch, Junior Mance e Kenny Werner, Mehldau, sfruttando la sua grande abilità tecnica e il suo carattere introverso, è arrivato ad uno stile molto personale costruito soprattutto sulla resa lirica dei brani e sulla fondamentale disposizione romantica con cui affronta le loro esecuzioni. Tutto questo gli ha riservato un’attenzione e un rispetto particolari sia da parte del pubblico – soprattutto europeo – sia da parte della critica, che nulla ha avuto da obiettare sul fatto che abbia intitolato senza alcuna presuntuosità cinque dei suoi album in trio “The art of the trio“.

Tutto il mondo di Mehldau è presente in questo suo ultimo Live in Tokyo che cattura un concerto tenuto il 15 febbraio 2003 alla Sumida Triphony Hall nella capitale nipponica e che si può considerare una sorta di summa dell’arte del pianista di Jacksonville (Florida). Sarà l’austero pubblico giapponese che sappiamo essere non solo molto amante del jazz ma anche piuttosto esperto in materia, sarà la dimensione del piano-solo dove il musicista si trova, appunto, da solo a confrontarsi con sé stesso e con la musica, in questo disco Mehldau ha espresso al massimo le sue potenzialità. Mi pare come di vederlo: seggiolino basso, testa infossata nelle spalle, quasi raggomitolato sul pianoforte così da rappresentare una sorta di icona del tormentato musicista romantico, che lascia fluire attraverso sé stesso la musica.
Il brano di apertura, Things behind the sun, fa capire subito lo “stato dell’arte” del pianista e quelle che saranno le peculiarità del concerto: intensità espressiva, pathos, un sostanziale equilibrio tra libertà interpretativa e resa melodica. Il brano, composto dallo sfortunato Nick Drake, si sviluppa da un reiterato giro della mano sinistra su cui si distende la melodia presto doppiata e variata da Mehldau ma senza mai allontanarsi troppo dal tema. Il pianista non è nuovo nel rendere in jazz melodie di provenienza pop-rock; nei suoi dischi precedenti aveva già usato canzoni dei Beatles (Blackbird, Dear Prudence), di Paul Simon (Still crazy after all these years) dei Radiohead (la splendida Exit music che nelle sue mani diventa quasi un notturno di Chopin) e dello stesso Nick Drake. L’operazione non è certo originale dato che sono in molti a compierla, ma la cosa interessante in quanto fa Mehldau è che questa sua opera di “revisione” non è una forzatura; Mehldau non vuole far diventare jazz quello che di fatto jazz non è, non spezza gli equilibri interni dei brani, ma li restituisce così come sono senza trasformarli in “altro”, senza stravolgerli e sforzandosi di mantenere intatte le loro prerogative.
Il brano che segue, l’unico composto dal pianista, non è altro che una delle sue famose introduzioni, Intro appunto; una riflessione in musica funzionale al successivo Someone to watch over me che a mio giudizio è il centro emozionale di questo disco. Mehldau dà del brano di Gershwin una lettura molto lineare, utilizzando soprattutto la mano destra per esporne la melodia mentre con l’altra ne fornisce quasi un contrappunto. La sensazione è di intensa pace, di scoperta, di cose piacevoli che devono arrivare; bellissimo il finale con un pedale travolgente della mano sinistra. From this moment on di Cole Porter è trattato in modo quasi rapsodico; il ritmo è dilatato e Mehldau sfrutta a pieno l’indipendenza delle mani quasi a sviluppare due melodie parallele, ma mantenendo sempre lucido il riferimento di base.
Con Monk’s dream ci addentriamo in uno campo minato per i pianisti, ovvero i ruvidi temi del compositore del North Carolina, che Mehldau risolve con maestria ed umiltà, facendo propria la musica senza voler imitare Monk, caricando la sua interpretazione di blues e soprattutto dando sfoggio della sua tecnica strepitosa. Da un classico del jazz si passa ad un brano decisamente più moderno come Paranoid android dei Radiohead che diventa una lunga suite di quasi venti minuti; quasi ipnotica nelle ripetizioni, la costruzione edificata su un potente crescendo percussivo ottenuto per sovrapposizione di temi, viene stemperata nel cantabile della struggente melodia. Chiudono il disco un altro brano di Gershwin, How long has this been going on?, in cui il pianista riversa tutto il suo romanticismo e River man, ancora di Nick Drake, oramai pezzo stabile nei concerti che con la sua melodia tormentata bene si addice al sentire di Mehldau. Interessante il finale nel quale, dopo un insistere di note, il brano è chiuso da un paio di accordi che hanno il potere di aumentare la tensione invece che diminuirla.
Si rassegnino quindi gli scettici: qui siamo di fronte ad arte vera, onesta e profonda. Ancora una volta e forse più che in altri dischi, Mehldau si rivela essere un ottimo musicista capace di far suonare anche il silenzio tra le note, un interprete attento, colto e sincero. E per niente banale.

  1. Things behind the sun
  2. Intro
  3. Someone to watch over me
  4. From this moment on
  5. Monk’s dream
  6. Paranoid android
  7. How long has this been going on?
  8. River man
Brad Mehldau: pianoforte

Registrato dal vivo il 15/02/03 a Tokyo



Virtuosismo che si fa poesia

Fred Hersch Trio: Live at the Village Vanguard (Palmetto records – 2002)

Fred Hersch è un musicista che stupisce. E non sembra voler smettere di farlo. A partire dal suo primo disco come leader – ovvero quel Horizons del 1985 per la Concord – fino alle ultime produzioni discografiche, si è fatto conoscere ed apprezzare per le sue qualità di interprete e di compositore.
Pianista intelligente, sensibile ed ispirato, è la dimostrazione di come sia possibile coniugare perfettamente la tecnica dello strumento, in cui Hersch è un maestro, con la poetica e l’emozione del suonare, del produrre musica coinvolgendo l’ascoltatore. Non tutti i pianisti così dotati ci riescono: molto spesso il virtuosismo prende il sopravvento a discapito della purezza della musica, caricando inutilmente i brani di valenze non proprie. Hersch invece non fa pesare la sua bravura, ma anzi la usa per rivelare nel modo migliore i sentimenti, rendendo palese che il bello si esprime nel suonare vivendo fortemente il livello emozionale del singolo brano, ragione per la quale il pianista di Cincinnati è anche considerato un ottimo interprete di standards.
Soprattutto agli esordi Hersch è stato accostato, erroneamente, a Bill Evans per il tocco e la liricità e anche se il suo principale riferimento resta Monk, nel corso della sua carriera egli ha sviluppato e consolidato un suo stile assolutamente personale che, solidamente costruito su basi classiche, affascina l’ascoltatore con la sua semplicità e poesia. Semplicità che non vuol dire povertà, anzi: è proprio nella semplicità, nella ricerca della levigatezza che il pianista riesce a far emergere l’emozione del suonare proprio quel terminato pezzo, quella nota invece di un’altra. I suoi ultimi lavori sono pervasi proprio da questo modo di agire e di pensare, quasi un bisogno interiore si direbbe.

Questo Live at the Village Vanguard giunge dopo tre album di piano solo. Il più vecchio è Thelonious del 1998 nel quale rivisita alcuni brani di Monk e li fa propri fino alla loro essenza. L’anno successivo esce Let yourself go che cattura una elettrizzante performance alla Jordan Hall e che fin dal titolo fa capire quello che intende Hersch circa la musica: lasciarsi andare, lasciare che il suono ci pervada con il suo potere espressivo. Del 2001 è Songs without words triplo CD nel quale il pianista è impegnato, in alcuni brani con altri musicisti, in tre gruppi di composizioni: brani originali, standards di vari autori e pezzi di Cole Porter.
In Live at the Village Vanguard gli elementi della poetica di Hersch, sia a livello interpretativo che improvvisativo, si trovano tutti, a partire dalla decostruita introduzione per piano solo della monkiana Bemsha swing, autore che non manca mai nelle esibizioni del pianista. Non mi sento di analizzare i brani in particolare in quanto tutti mi sembrano essere rappresentativi del pianismo di Hersch che si esprime al meglio sia nelle ballads come At the close of the day sia nei brani più spiccatamente ritmici come nello splendido bop di The phantom of the bopera, nel blues di Swamp thang o nella riscoperta di un classico ingiustamente dimenticato come Some other time.

Una menzione particolare la meritano invece i due musicisti che accompagnano Hersch in questa memorabile esibizione: al contrabbasso Drew Gress – da tempo collaboratore del pianista – che con il suo suono profondo particolarmente ricco di armonici sa essere impetuoso e delicato nei momenti giusti, fornisce un ottimo contrappunto al leader ma si concede anche delle importanti occasioni improvvisative. Il batterista Nasheet Waits è il nuovo acquisto del trio e vi ha apportato un contributo notevole in termini di scansione ritmica e innovazione. Waits è sempre al centro del beat, sa essere delicato e sofisticato ed è in grado di produrre creativi assoli, come nel medley shorteriano Miyako / Black Nile.
Un disco imperdibile che testimonia una performance indimenticabile per tensione, pathos e coinvolgimento emotivo; una dimostrazione di quello che riescono a fare tre bravi musicisti che interagiscono tra loro con le loro sensibilità e abilità.

  1. Bemsha swing
  2. At the close of the day
  3. Phantom of the bopera
  4. Endless stars
  5. Swamp thang
  6. Stuttering
  7. Some other time
  8. Days gone by
  9. Miyako / Black Nile
  10. I’ll be seeing you
Fred Hersch: pianoforte
Drew Gress: contrabbasso
Nasheet Waits: batteria