Benvenuti nel magico mondo di Vinicio
Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Atlantic – 2006)
Ci sono molti modi per parlare di un disco come questo, ognuno giusto ed ognuno sbagliato allo stesso tempo. Ci sono tante interpretazioni, catene di pensieri da seguire, nei quali perdersi nel cercare di trovarne il filo, oppure lasciarsi andare all’apparente caos e alla selvaggia tensione che scorre lungo i suoi solchi (si diceva così quando i dischi erano dei delicati padelloni neri, no?). Io non so quale sia il giusto approccio da usare, ma so per certo che qualunque di essi non riuscirà a descrivere Ovunque proteggimi a pieno; troppe, troppe cose sono concentrate in questi 70 minuti di musica, troppi mondi, troppi suoni, rumori, clamori e clangori, troppe sensazioni sono state chiamate a raccolta da Capossela che le ha prese da una sorta di bazar del mondo e ficcate a forza dentro questo crogiolo denso e ribollente.
Due aspetti appaiono caratterizzanti fin dal primo ascolto: questo non è un disco di “normali” canzoni, questo è un disco dove il fantasma di Tom Waits è particolarmente presente ed “attivo”. E le due cose sono indissolubilmente legate tra loro. Che Capossela fin dal suo disco d’esordio e poi più esplicitamente negli ultimi Il ballo di San Vito e nello splendido Canzoni a manovella, si sia ispirato al cantautore di Pomona non è certo una novità, ma è altrettanto vero che la sua non è una pedissequa imitazione. Capossela, infatti, usa alcune delle soluzioni adottate dal collega statunitense e le rielabora aggiungendovi del proprio, attingendo ad un patrimonio culturale diverso da quello degli hipster della West-Coast; ecco allora che le sue canzoni mantengono la destrutturazione della melodia, l’andamento sghembo e l’insistita pulsazione tanto care a Waits, ma si arricchiscono anche di riferimenti letterari, tradizionali, barbari e poetici derivanti dalla sua esperienza di girovago ricercatore di stimoli. Non è un caso, allora, che questo disco sia stato registrato in ben dieci luoghi diversi e con un gran numero di musicisti provenienti dalle più diverse esperienze.
E c’è davvero di tutto dentro queste canzoni – “gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” per dirla con la presentazione che ne ha fatto il suo autore – ma anche passioni devastanti e devastatrici, crudeltà e miserie, invocazioni, ricordi, deliri, visioni e lamentazioni, il tutto amalgamato assieme con così tanti spunti musicali come solo un ottimo musicista può fare. A fronte di tutto questo eclettismo – di contenuti e di esecuzione – stupisce come Ovunque proteggi si presenti sostanzialmente come un disco compatto, solido seppur intricato da seguire. A conti fatti, proprio per districarsi nel modo migliore in questo disordinato dipinto a tinte forti, futuristico e profondamente legato ad un passato terroso, per cercare di trovarne – e non è detto che io vi riesca – le chiavi di lettura, sarà bene procedere canzone per canzone.
Non trattare: lo shofar – corno rituale della tradizione ebraica – ci introduce in una sorta di mantra tra Arabia e blues ben costruito dalla chitarra di Marc Ribot e dal dobro di Anna Garano; il testo è infarcito di citazioni bibliche che assumono a tratti i toni del delirio mistico (Non ammazzare / se non nel mio nome / o il sangue che hai versato ricada su di te). Potente e ossessivo. E già si capisce che l’ascolto non sarà agevole.
Brucia Troia: registrazione nelle grotte preistoriche di Ispignoli in Sardegna, strumentazione arcaica – balafon (una specie di marimba africana), campanacci, corna – e il canto gutturale dei Tenores di Mamoiada per una sorta di rievocazione del mito di Omero e un’evocazione del demonio stesso. Voce come carta vetrata, un testo che lascia intendere e sottointendere che pare nascere spontaneo dalla musica. Bellissima l’immagine Barbari della Colchide / i vapori s’alzano nell’ombra. E a fronte di tutta questa ferocia Capossela parlando del brano butta lì un “sarebbe stato perfetto per i programmi radiofonici di dediche”.
Dalla parte di Spessotto: una sorta di filastrocca che è un’ode all’infanzia vissuta da perdenti (siamo la stirpe di Zoquastro / i perenni votati all’impiastro / sulla stufa asciugano inchiostro / dei fogli caduti nel fosso salmastro), tra ricordi (con i peccati da regolare / le penitenze da sistemare / sei anni e sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto!) e iperboliche invenzioni (abbagliati dalla balena / nella pancia della falena). Bellissimo l’accompagnamento vocale dello “shaba dum dum” di sottofondo e quello della squinternata Banda della posta, la stessa che ha suonato al matrimonio dei genitori di Vinicio. E non è un caso che la canzone sia stata registrata a Calitri, paese natale del padre del nostro.
Moskavalza: primo divertissement del disco. Si tratta di una cialtronesca citazione russo/balcanica (presente il Bregovic di Kusturica?) tutta giocata sulle assonanze multi-linguistiche; dispiace un po’ la pesantezza della drum-machine su cui si regge il brano.
Al Colosseo: introdotta dalle fanfare simil-Ben Hur e scandita dal cupo risuonare dei timpani è una sorta di truculenta rievocazione delle barbarie dei giochi romani anche se il riferimento a “la legge della curva” fa pensare a tempi ben più recenti. La canzone è seguita dalla traccia fantasma Il rosario della carne, sorta di delirio mistico sulla carne e la sua degradazione con tanto di dissacrante ronzio di mosche.
L’uomo vivo: è forse la canzone con cui mi sento meno in sintonia. Giocata tutta sulla esuberanza del Corpo bandistico di Scicli, come in una specie di mistero buffo narra la storia di un Cristo di borgata che una volta risorto non gli resta che farsi trasportare per il paese a mangiare e bere (nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno / portato a mangiare…).
Medusa cha cha cha: l’altro divertissement prima che il disco cambi rotta. La chitarra “cubana” di Marc Ribot, gli assoli di teremin del geniaccio dell’elettronica Gak Sato e l’atmosfera anni ’50 carica di percussioni e fiati vanno a musicare un testo esilarante dove la mitologica Medusa diventa l’amante delusa perché riesce solo a pietrificare con lo sguardo ogni ragazzo che le sia avvicina (non guardarmi / negli occhi per favore, / già ti ho pietrificato il cuore? / gli occhi no, gli occhi no… / Oddio un altro baccalà!) Sicuramente il brano più esilarante e gustoso del disco.
Nel blu: improvvisamente tutto cambia, l’atmosfera si fa più riflessiva. Vinicio si siede al pianoforte e sforna un brano che non sfigurerebbe in certe commedie di Broadway con tanto di orchestra d’archi diretta da Mario Brunello. Dopo tante efferatezze una semplice canzone d’amore ariosa e dolciastra che però – onestamente – non mi pare molto ben riuscita.
Dove siamo rimasti a terra Nutless: nostalgia e rimpianti per una ballad in puro stile Capossela degli esordi. Il pianoforte e il “solito” Ribot in bella evidenza ed echi di Dixieland per passare dalle tristezze quotidiane (Dov’è che siamo rimasti soli… Nutless / Dov’è che i muri / si sono chiusi addosso? ) ai lampi di follia di un “glorioso” passato (Buttarci a piedi pari / nella vasca del Campari / abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge). Uno dei vertici del disco.
Pena del alma: tratta dalla canzone tradizionale messicana Prenda del alma, è una serenata che – affine per atmosfera a Ultimo amore (da Modì) – si rivolge romanticamente all’amata lontana e ne rievoca e decanta la figura e l’indissolubile passione. Triste da far male.
Lanterne rosse: un sogno immobile. Il pianoforte che accenna degli accordi. Di cinese troviamo, oltre all’ambientazione, la strumentazione che l’accompagna (sheng, har hu, xun ovvero organo a bocca, violino e flauto cinesi) in una sorta di calma piatta. Riflessioni, apparizioni apparentemente senza un filo conduttore lungo una melodia esile come una trama nella quale lasciarsi andare.
S.S. dei naufragati: giù il cappello, signori! Questo è il capolavoro del disco. Capossela recita un testo – ispirato dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge e dal Moby Dick di Melville – che con una drammaticità crescente ci narra della fine di un gruppo di naufraghi prosciugati dalla sete, come in una sorta di disperato requiem tra legni sciabordanti e fantasmi malvagi. Impressionante per tensione l’invocazione “matri mia” alla Santissima dei naufragati. La strumentazione contribuisce non poco allo scopo: troviamo infatti il lugubre violoncello di Mario Brunello, il triste armonium di Stefano Nanni, il misterioso teremin di Vincenzo Vasi e il coro della Cappella di S.Maurizio di Milano. Da brividi.
Ovunque proteggi: Capossela chiude il disco con un altro tipico brano della sua produzione, tra la meraviglia dell’amore, la certezza di un’altra caduta e la speranza della redenzione. Brano bellissimo sia nel testo che nella musica, affascina per dolcezza e poesia. (E se mi trovi stanco / se mi trovi spento / se il meglio è già venuto / e non ho saputo / tenerlo dentro me // Ovunque proteggi / la grazia del mio cuore).
Molte, molte altre cose ci sarebbero da dire di un disco come questo e di un cantautore come Capossela che ci ha abituato a dischi di intensità e bellezza rari. E ancora una volta egli ci precipita nel suo mondo fatto di presenze, racconti, citazioni, visioni e profondo senso dell’appartenenza a qualcosa di speciale; e come ogni volta ne usciamo appagati e consci di aver compiuto un viaggio arricchente e mai, mai banale. E che il dio dei musicisti così ce lo custodisca e protegga.
- Non trattare
- Brucia Troia
- Dalla parte di Spessotto
- Moskavalza
- Al Colosseo
- L’uomo vivo
- Medusa cha cha cha
- Nel blu
- Dove siamo rimasti a terra Nutless
- Pena del alma
- Lanterne rosse
- S.S. dei naufragati
- Ovunque proteggi
