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15 minuti di eterea bellezza

Words with the shaman

David Sylvian: Words with the shaman (Virgin – 1985)

In questa breve suite strumentale – uscita come EP e poi ripubblicata in CD con altri lavori – Sylvian riesce a far collidere in modo convincente suoni d’avanguardia con ritmi tribali di ispirazione estremo-orientale, in un insieme coerente ed affascinante dove l’esotismo non è fine a se stesso, ma delicata catarsi. La sospesa Ancient evening è la meditazione, i ritmi circolari di Incantation sono i prodromi del risveglio (Awakening) ad una nuova vitalità. Fondamentale l’apporto di Jon Hasell e della sua tromba lanciante, perfetti e coerenti gli interventi percussionistici di Steve Jansen, le frequenze disturbate di Holger Czukay, il basso pulsante di Percy Jones e le manipolazioni elettroniche del leader in un lavoro minore solo per il minutaggio, ma in realtà di una profondità musicale e spirituale tra le più alte espresse da Sylvian.


Ambient music: un (tentativo di) compendio

Volendo dare una descrizione di “musica ambient” – sempre ammesso che la cosa sia possibile considerando tutte le sue derivazioni -  le parole più calzanti sono quelle (non a caso!) di Brian Eno, ovvero: “musica che scompare nel sottofondo, ma che se vuoi ascoltarla è interessante anche in primo piano. E questo è davvero difficile da fare bene“. E’ innegabile, infatti, che essa possieda questa doppia valenza: musica da ascoltare se si ha voglia di farlo, ma anche musica che passa “silenziosamente” in secondo piano senza “disturbare” troppo se si è concentrati a fare qualcos’altro.
Ciò potrebbe farle assumere una connotazione negativa o far pensare che sia musica banale, poco importante o – peggio! – che possa essere accomunata a tanta muzak: al contrario, proprio per la sua duale intrinseca natura di musica d’ascolto e musica da sottofondo, è interessante da affrontare e conoscere, almeno nei suoi autori più importanti. Nel fare questo sarà utile e necessario tralasciare le varie degenerazioni che l’affliggono, prima fra tutte l’idea che sia una musica di facile costruzione, così da portare un (fin) troppo fitto nugolo di musicisti a cimentarsi con essa, purtroppo con esiti scarsi.

Se la definzione di “ambient” come genere musicale in cui le atmosfere assumono maggiore importanza delle singole note è, ancora una volta, di Brian Eno – che dopo la pubblicazione nel 1978 di Ambient #1 / Music for airport può esserne considerato il nume tutelare – il concetto è, invece, sicuramente di più vecchia data: già ai primi del ’900, infatti, Erik Satie produceva quella che lui chiamava “musique d’ameublement” (musica d’arredamento), ovvero “musica che non ha  bisogno di essere ascoltata“, secondo le sue parole. Opere quali le celebri Gnossienne (1890), le 3 Gymnopédie (1888), o le 20 ore di Vexations (1893) non sono altro che il tentativo – riuscito  – di rendere la musica quanto più eterea possibile, di dare un vestito al silenzio.
Chi ha fatto tesoro di questa esperienza, l’ha sviluppata e vi ha introdotto la componente elettronica – che sarà fondamentale per il futuro – è il compositore americano John Cage con lavori quali Imaginary landscape no.1 (1939) nei quali egli ha la possibilità di “fare uscire il compositore dalla sua individualità, restituendo ai suoni la libertà di essere se stessi“. Da questi primi esperimenti è possibile trovare influenze “ambient” in moltissime opere dei più diversi autori: nel minimalismo di Terry Riley (In C – 1969, A rainbow in curved air - 1970) o di Steve Reich (Music for 18 musicians – 1976), nel jazz-rock di Miles Davis (In a silent way – 1969), nella Kosmische Music dei Tangerine Dream (Phaedra – 1974) o dei Popol Vuh, i cui Affenstunde (1970) e In den garten pharaos (1971) sono considerati i primi dischi di ambient elettronica. Non va, inoltre, dimenticata l’importanza della musica ambient nella nascita della New-age – poi degenerata in quell’odierno calderone senza particolare interesse – con dischi seminali di sperimentazione quali New age of earth (1976) degli Ashra, alter-ego del chitarrista Manuel Göttsching, o Novus magnificat (1986) di Constance Demby.
Influenze “ambient” non sono presenti solamente nella musica colta, ma si possono trovare anche nei lavori di moltissimi gruppi quali i New Order, i Depeche Mode, i Kraftwerk e più recentemente i Tortoise, i Sigur Ros o di musicisti come David Sylvian, Mark Isham (Tibet – 1989) o Moby, tanto per citarne alcuni agli antipodi.
Anche leggendo questi nomi è evidente come la musica ambient abbia la capacità di travalicare i generi e le tendenze musicali impregnandole con le proprie istanze; ancora più interessante è, allo stesso tempo, la sua capacità di distillare e includere in se stessa elementi provenienti dalle esperienze più disparate quali serialismo, minimalismo, aleatorietà,  fino alla world music (Jon Hassell, Laraaji), riuscendo ad amalgamarli assieme in modo convincente e fruttuoso.

Con il progredire dell’esplorazione musicale l’ambient si è suddiviso in numerosi rivoli e sottogeneri – troppo spesso vittime di pedanti categorizzazioni – ciascuno caratterizzato dalle proprie peculiarità: dall’ambient-techno con l’uso massiccio di drum-machine e sequencer (Drexciya, alcuni lavori di Aphex Twin), all’industrial-ambient caratterizzato da suoni metallici e dal rumore percussivo delle macchine (Susumu Yokota, Coil), alla space-music con le sue atmosfere ariose fatte di trame sonore molto spesso dalla ritmica inesistente (Michael Hedges, Tangerine Dream), o alle ritmiche spezzate e psichedeliche dell’ambient-house (The Orb), ai toni cupi e ansiogeni della dark-ambient, fino a sfiorare la musica isolazionista giocata sulla ripetizione di cluster microtonali (Robert Fripp con le sue Soundscapes), il chillout e via catalogando…
E’ evidente che i confini della musica ambient sono davvero vasti e labili, pertanto è parecchio complicato tracciarne una storia organica e proporre dei dischi che siano del tutto spuri da contaminazioni, anzi, proprio in virtù della sua natura ciò non è possibile. Quella che segue è una mia personale lista, volutamente limitata nel numero, di una quindicina di dischi – molto spesso vere e proprie pietre miliari del genere – che possono introdurre a questo mondo tanto sfaccettato quanto affascinante e dai quali partire per scoprire tanti altri nomi, titoli e suggestioni.

Brian Eno: Ambient 1: Music for airports (EG – 1978)

Se si cerca un disco da riconoscere come l’archetipo della musica ambient, senza dubbio il primato va di diritto a questo lavoro di Brian Eno; è, infatti, proprio dopo la sua pubblicazione che viene coniata la definizione di “ambient”, così da riconoscerlo come un nuovo modo di concepire la musica, come prodotto di estrema sintesi di quel percorso musicale descritto in precedenza. Definibile come “sinfonia immobile” Music for airports è musica che non descrive, che non offre immagini, che si ritrae in se stessa e nella sua impenetrabilità di suoni slegati e ridotti alla loro essenza minima.
Gli elementi usati da Eno sono quasi esclusivamente un pianoforte (suonato da Robert Wyatt) dalla consistenza liquida, un piano elettrico, sintetizzatori e voci femminili debitamente scomposti e ricostruiti, con i quali ha creato loop che paiono galleggiare nei silenzi eloquenti con i quali si alternano. Così il musicista inglese procedendo per sottrazione e lavorando sulle ripetizioni sulle micro-variazioni tonali e su ritmi rallentati, crea musica privata di struttura armonica e melodia, adatta a riempire gli spazi vuoti delle sale d’attesa, delle hall, confondendosi con i rumori senza la pretesa di imporsi ad essi, cercando di vestire gli ambienti e generare una sensazione di calma e di riduzione dello stress. Un disco seminale, dalla impalpabile bellezza e intramontabile fascino, capace di aprire un’era.

Harold Budd: The serpent (in quicksilver) / Abandoned cities (Opal records – 1981/1984 – 1989)

Altro musicista fondamentale per lo sviluppo della musica ambient è il californiano Harold Budd; cresciuto nel deserto del Mojave, luogo che – a detta sua – l’ha ispirato con il mormorio del vento attraverso i cavi del telefono. Timido e riservato di carattere, Budd – che è anche un buon pianista – ha un ruolo di tutto rispetto nell’ambito dell’avanguardia, ma sono molto interessanti anche le sue incursioni nel pop (Cocteau Twins, Hector Zazou, John Foxx, Daniel Lanois, David Sylvian, lo stesso Brian Eno) contraddistinte da uno dei suoi tratti più caratteristici, ovvero la dimensione introspettiva.
Questo disco raccoglie due EP – usciti rispettivamente nel 1981 e nel 1984 – che sono l’essenza perfetta del suo fare musica: Budd punta sull’intimità, in un modo che non è eccessivo definire pudico: la sua visione delle cose è onirica, vissuta quasi come la vivrebbero gli occhi di un bimbo. Ecco allora che in The serpent (in quicksilver) troviamo il delicato e costante dialogo tra pianoforte e piano elettrico in una dimensione evanescente di echi e rarefazioni di rara brillantezza. All’opposto in Abandoned cities (due tracce da circa 20 minuti ciascuna, Dark star e la title-track) sono le atmosfere cupe a farla da padrone: tastiere pressanti che si intrecciano con una irriconoscibile stratocaster, suonata da Eugene Bowen. Tutto appare immoto, schiacciato da una cappa oppressiva, ma che, tuttavia, lascia aperte vie di fuga di sottile speranza.

Robert Rich: Trances / Drones (Relapse records – 1983/1994)

Famoso per i suoi “sleep concert”, ovvero concerti notturni di diverse ore durante i quali gli ascoltatori (muniti dei loro sacchi a pelo) erano invitati ad addormentarsi al suono della musica, il californiano Robert Rich è, oltre che un precocissimo musicista, uno studioso di psico-acustica. Tra i suoi primi – e più importanti – lavori, vanno sicuramente menzionati questi due dischi usciti in cassetta entrambi nel 1983 e raccolti in un doppio cd nel 1994 (assieme al primo lavoro Sunyata) che, oltre che essere il riassunto ideale della sua concezione musicale, sono una perfetta esemplificazione di ambient music.
Per la sua musica – da ascoltare in dormiveglia secondo le idee dell’autore – Rich usa melodie dall’andamento lentissimo che variano impercettibilmente durante le ripetizioni; suoni impalpabili, privi del tutto di ritmo, una sorta di stream of consciousness sonoro senza soluzione di continuità, una stasi prolungata che induce ad uno stato di trance.
Il doppio CD contiene 4 lunghe suite la cui strumentazione è totalmente elettronica (anche se Rich – come in Seascapes -  introduce registrazioni ambientali, in particolare il suono delle onde del mare) e la cui costruzione è tutta giocata sulla reiterazione di bordoni (drones) a generare una sorta di effetto pittorico ed estraniante, esplicitando in modo ottimale il concetto – caro a Eno – di fare musica senza fare musica.

Steve Roach: Dreamtime return (Fortuna records – 1988)

Altro californiano (di San Diego), altro paladino dell’elettronica, Steve Roach è un nome fondamentale nel panorama della musica contemporanea. Inizialmente ispirato dalla Kosmische Music tedesca, Roach, dopo l’incontro con Jon Hassell e la sua forth-world music, pian piano ha evoluto la sua ricerca verso una sorta di musica elettronica da camera con forti connotazioni etniche, muovendosi attorno ai dualismi misticismo/subconscio, tecnologia/primitivismo. Già con Quiet music (1986) Roach ha iniziato ad avere un approccio più introspettivo alla composizione, in cui l’aspetto ritmico resta sempre ben presente, anche se non è più creato con i sequencer bensì basato su strumenti etnici (Hassell dicevamo…), primo passo d’aperta verso la world-music.
Dreamtime return è l’opera che incarna tutto questo al meglio: Roach – affascinato dall’Australia, dai sui cicli vitali e dai rituali degli aborigeni – unendo ai sintetizzatori diversi strumenti tradizionali tra cui il digeridoo, crea un doppio “concept album” che si muove in luoghi misteriosi e magici, un’epica e metafisica esplorazione di un mondo interiore basata su colti sonore fluttuanti, a volte punteggiate da effetti elettronici o da percussioni acustiche, a volte lasciate libere di costruire spazi mentali immaginari che si dissolvono nel volgere di un pensiero. Un’opera ancestrale e modernissima allo stesso tempo, un complesso e riuscito lavoro di astrazione e sintesi dei suoni primordiali e del subcoscio.

Aphex Twin: Selected ambient works volume II (Warp records – 1994)

Classe 1971, definito come una delle menti più carismatiche della musica contemporanea, l’irlandese Aphex Twin – al secolo Richard David James – è quello che si definisce un “enfant prodige”, avendo iniziato già a 12 anni a comporre musica di ottimo livello. Interessatosi all’elettronica fin dall’inizio della sua carriera, ha iniziato a muoversi nell’ambito della trance-dance, molto in voga nei rave d’oltremanica negli anni ’90, pubblicando i primi dischi sotto numerosi pseudonimi (AFX, GAK, Poygon Windows, Universal Indicator). Del 1992 è il volume I di Selected ambient works con il quale James pone le basi della sua ricerca musicale, disco che viene accolto entusiasticamente dalla critica tanto da essere definito una svolta fondamentale per la musica ambient. Del 1994, invece, è questo Selected ambient works volume II dove il lavoro svolto nel primo disco si sviluppa in modo ulteriore virando maggiormente verso atmosfere più distese, senza comunque rinunciare in molti brani alle ritmiche ipnotiche tipiche della trance music; i ritmi, pur non essendo incalzanti, sono spesso ossessivi con ripetizioni di droni e si innestano su tappeti sonori cangianti e spaziosi.
L’ambient di James non è quello di Eno: mentre il musicista inglese crea atmosfere austere  e narcolettiche, James stratifica, deforma, distilla la ritmica, i suoni, le armonie fino a creare una materia densa, spesso dall’aspetto ludico o bizzarro, a volte decisamente oscuro, ottenendo un amalgama di suoni impressionante e aprendo strade nuove nel connubio tra musica ambient e techno.

Testu Inoue: Ambiant otaku (Fax – 1994)

Attivo prima in patria e poi a New York, il giapponese Tetsu Inoue vanta un’attività frenetica, visti i suoi numerosi progetti e le collaborazioni illustri come quelle con Bill Laswell, Jonah Sharp, Peter Namlook; è proprio per l’etichetta di quest’ultimo che – in un’edizione limitata a 1.000 copie – nel 1994 esce Ambiant otaku, suo album di debutto, poi ristampato ma comunque piuttosto difficile da trovare.  Quella di Inoue è un’ambient che deve molto al minimalismo, carica di pace e serenità, un luogo a-spaziale dove, nonostante si scatenino gli elementi, ci si sente al sicuro, come suggerisce l’embrione della copertina; un sorta di giardino zen in cui le emozioni vengono diluite in un continuum contemplativo del tutto particolare.
Ambiant otaku contiene 5 brani, nessuno sotto i 10 minuti di lungezza, costruiti come una sorta di toccata e fuga sui generis: nella prima parte Inoue sviluppa quello che potrebbe essere definito un tema, per poi sottilmente e progressivamente variarlo nel finale. Si passa dalle cascate luminose cangianti in perenne fluire di Karmic light, alle onde immobili di Low of vibration, alle ripetizioni sovrapposte di Ambiant otaku, fino ad approdare alle acque increspate di Holy dance – a mio parere la vetta di questo disco – e agli accordi prolungati e sognanti di Magnetic field. Un disco poco conosciuto forse, ma fondamentale perché fonte di ispirazione per molta parte del movimento.

Future Sound of London: Lifeforms (Astralwerks – 1994)

Nati nel 1988 a Manchester, i FSOL sono la più importante delle tante impersonificazioni di Garry Cobain e Brian Dougans, duo tanto enigmatico quanto difficile da catalogare considerando quante e quali sono le influenze che riversa nella propria musica. I FSOL sono comunque, insieme ad Aphex Twin agli Orb e a pochi altri, i veri protagonisti della musica elettronica inglese, spaziando tra la IDM, la drum ‘n’ bass, la musica techno, l’house e l’ambient senza mai essere totalmente etichettabili con l’uno o l’altro genere.
Il doppio Lifeforms è considerato tra i loro dischi più importanti, sicuramente è un “catalogo” della loro arte e delle loro capacità di musicisti e di manipolatori di suoni: qui i ritmi – di matrice drum ‘n’ bass – sono sempre ben presenti e cambiano repentinamente, alternandosi ad ariose aperture spaziali o ad echi che possono essere cupi e misteriosi o acidi e profondi. Seguendo questa pulsione ritmica sempre in divenire, si viene catapultati al centro di uno spazio sferico nel quale arrivano sollecitazioni da ogni parte perché gli spazi e gli ambienti sono sempre in costante mutazione creando una vivace dicotomia tra vuoti e pieni, tra giochi armonici e momenti di tensione.
Da segnalare Flak in cui c’è la presenza di Robert Fripp e degli Ozric Tentacles e Lifeforms con la voce di Elizabeth Fraser.

Global Communication: 76:14 (Dedicated/BMG – 1994)

La comunicazione mondiale è l’epressione emozionale trasmessa per mezzo di suono” questa è la finalità – dichiarata direttamente in una traccia del disco – del progetto Global Communication, creato nel 1992 dagli inglesi Mark Prichard e Tom Middleton (già collaboratore di Richard David James) per identificare i propri progetti di ambient music. Basandosi su di un uso sapiente dell’elettronica, il duo lavora nell’ottica di valorizzare le armonie, dilatando gli spazi e appianando qualsiasi asperità e ruvidezza, cercando di distillare una bellezza limpida ed emozionale, tutte caratteristiche queste che si ritrovano in 76:14, loro secondo album. Anch’essi, influenzati dalla Kosmische Music e dal minimalismo, distillano un suono etereo ma allo stesso tempo pregnante, una sorta di trance-dance che ondeggia come marea in spazi siderali impregnati di psichedelia elettronica, facendo collidere preghiere sussurrate in una lingua ancestrale, segnali pulsanti quasi lanciati verso altre civiltà, percussioni precise ma leggere.
76.:14 (che sono i minuti di durata del disco) contiene 10 brani (che hanno tutti il minutaggio per titolo) di rara intensità e coinvolgimento che, nonostante la matrice comune, hanno una loro integrità ed originalità tanto da far considerare da molte parti questo disco una delle vette del genere.

Biosphere: Substrata (All saints records – 1997)

Biosphere è lo pseudonimo del norvegese Geir Jenssen, musicista e poli-strumentista che si è fatto conoscere prima con il gruppo dei Bel Canto – ispirato a band come i New Order o i Cocteau Twins – poi con le sonorità ambient che qualcuno, con uno sforzo di fantasia, ha definito “arctic ambient“. Effettivamente ascoltando i dischi di Jenssen, in particolar modo questo Substrata, quello che si nota sono le atmosfere rarefatte di cui si viene avvolti, come in una sorta di viaggio in una terra ghiacciata e desolata dove, come fantasmi iridescenti, si affacciano rare forme di vita. I ritmi sono lenti e ripetitivi ma senza essere ossessivi, le note si intrecciano a voci sussurrate, a mantra ricorrenti, al soffiare del vento, allo scorrere dell’acqua, al cantare degli uccelli, a rumori inquietanti, al suono di campane. Ciò che ne deriva è una sensazione di straniamento, di perdita dei punti di riferimento temporali e spaziali, all’interno di un ambiente grande come un mondo gelido.
Non c’è oscurità in Substrata: la musica – dotata di una sottile capacità ipnotica – scorre luminosa e in costante divenire, quasi fosse dotata di una vita propria ed indipendente. Musica ambient molto studiata, non facile da penetrare, ma di assoluta e brillante fascino.

Boards of Canada: Music has the right to children (Warp records – 1998)

I due fratelli scozzesi Michael Sandison e Marcus Eoin (Sandison) iniziano fin da piccoli a suonare vari strumenti fino a concretizzare il loro lavoro nel 1989 formando questo gruppo, che deve il suo nome dai documentari del National Film Board of Canada, dalle cui colonne sonore i musicisti hanno ammesso di trarre ispirazione. I Boards of Canada, usando un mix di strumentazione analogica e digitale e una ricco catalogo di sampler, si muovono nel filone ambient-techno ispirato dai compagni di etichetta Autechre, anche se, rispetto al gruppo di Rochdale prediligono atmosfere più sognanti ed ovattate, pur mantenendo una costante pulsione ritmica a tratti irregolare, a tratti vero e proprio battito cardiaco essenziale.
Music ha the right to children è – insieme al successivo Geogaddi – il loro lavoro migliore in cui riescono a far convivere in modo convincente delicata psichedelia, le pulsazioni calde di un funk sui generis, i beat sincopati, le atmosfere eteree di partiture ariose con la fluidità di soluzioni ritmiche che danno una piacevole sensazione di rilassatezza vicina alla trance. Saranno le atmosfere sognanti o le delicate tessiture sonore, ma c’è qualcosa di innocente che pervade questo disco, qualcosa che richiama la nostalgia dell’infanzia, qualcosa che difficilmente passa inosservato.

Monolake: Gobi. The desert EP (Imbalance computer music – 1999)

La sigla Monolake nata a Berlino nei primi anni ’90 era inizialmente identificata in un duo formato da Gerhard Behles e Robert Henke, ma ora – dopo che il socio ha fondato una software-house che si occupa di programmi per fare musica – è portata avanti solo dal secondo. Saldamente inseriti nell’ambito della musica elettronica – la strumentazione usata da Henke è formata quasi esclusivamente da computer controllati da una console di sua creazione – i Monolake si contraddistinguono per una produzione molto raffinata e di alto livello che spazia da tracce trance/dub all’ambient più puro ed impalpabile, caratterizzato da un suono glaciale di raro e coinvolgente fascino.
Gobi, che a detta di Henke è il loro disco di maggiore successo, è una lunga suite (circa 37 minuti) che trasporta l’ascoltare in un mondo desolato dal paesaggio mono-tono, ma non monotono. L’andamento è lento e meditativo ed è caratterizzato da una sorta di granulizzazione dei suoni, quasi un disturbo costante che richiama il verso notturno di grilli e cicale. Sopra questa polvere elettronica che tutto ricopre, si espande un drone ricorrente che amplifica gli spazi e la loro percezione, così che il deserto – quello figurato del titolo e quello sonoro – diventa spazio infinito. Gobi è un ottimo lavoro, notturno, contemplativo, con un fascino personalissimo e coinvolgente.

William Basinski: Melancholia (2062 – 2003)

William Basinski, texano classe 1958, ha inziato ad avvicinarsi alla musica tramite lo studio del clarinetto e del sax in chiave sperimentazione jazz ma, affascinato dal minimalismo di Steve Reich, ha ben presto evoluto il suo linguaggio usando in modo massiccio i nastri magnetici con i quali ottienere dei droni da far collidere o integrare gli uni con gli altri, diventando un maestro della tecnica del loop. Tecnica semplice da descrivere, difficile da fare bene (e Basinski è un maestro dicevo): il loop è uno spezzone sonoro che si aggancia a se stesso e viene ripetuto; non c’è una melodia vera e propria, ma è il loop stesso che, ripetendosi all’infinito, genera una texture che pian piano si disperde e allo stesso tempo si offre come trama per costruire altra materia sonora.
Basinski fin dal 1983 produce i suoi lavori in cd-r dalla tiratura limitatissima ma – pur avendo una ristretta cerchia di fedelissimi – rimane sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico, almeno fino a quando nel 2001 pubblica il primo dei 4 Disintegration Loops, la cui disgregazione sonora racconta della tragedia dell’11 settembre.
Di altra ispirazione e natura è questo Melancholia: 14 composizioni registrate in una decina d’anni dall’andamento lento e sognante, dove le note di un pianoforte liquido (che deve molto ad Harold Budd) si distendono su trame elettroniche di rara intensità e riflessività, creando una calma risacca sonora che colpisce con la dolce forza della schiuma del mare. Ambient allo stato dell’arte, puro e affascinante come pochi.

Carbon Based Lifeforms: Hydroponic garden (Ultimae Records – 2003)

Altro duo, questa volta formato dagli svedesi Johannes Hedberg e Daniel Segerstad, i Carbon Based Lifeforms si muovono in un mondo sonoro del tutto particolare ed affascinante, caratterizzato com’è da melodie cupe ma avvolgenti, fredde come il ghiaccio ma con la capacità di scaldare l’anima. E’ il loro particolare suono che caratterizza i lavori dei C.B.L., suono che – senza riprodurli direttamente – ricorda quello di elementi naturali come il soffiare del vento, lo scorrere dell’acqua, il crepitare del fuoco che vengono inseriti in una ritmica costante ed ipnotica. Strumento principale per arrivare a questo è il vecchio ma affidabile Roland TB-303 Bass Line, un synth/sequencer – in varie versioni modificate ma pur sempre genuinamente analogiche – al quale il duo affida il compito di costruire e sostenere le linee di basso delle composizioni.
Il “giardino idroponico” dei C.B.L. rappresenta così un luogo di inafferrabile bellezza, completamente isolato dal mondo esterno, dove la natura vive in perfetta armonia ed è intoccata dall’uomo. Mai come in questo disco i suoni profondi, ricchi e raffinati vengono percepiti come ambienti, luoghi diversi della stessa realtà sfaccettata e multiforme, aperture spaziali illusoriamente infinite ma di fatto conchiuse.

Aglaia: Three organic experiences (Hic sunt leones – 2003)

Aglaia (che delle Tre Grazie rappresenta lo “splendore”) è il progetto che raccoglie ancora un altro duo, questa volta italiano, formato dal terapista, scrittore, pittore e musicista Gino Fioravanti e da Gianluigi (John) Toso musicista classico ed insegnante. I due hanno un approccio musicale -  totalmente elettronico – del tutto particolare: il loro intento, infatti, è quello di creare delle lunghe suite, nelle quali apparentemente regna l’immobilità e dove invece il movimento sottile e costante viene dato da micro-variazioni, da pulsazioni impercettibili, da un’infinita serie di sfumature che si elidono l’una con le altre fino a formare un moto fluido dove non sono separabili l’inizio e la fine. I passaggi sonori sono così stratificati da risultare indistinguibili, come un magma in continuo divenire. I suoni sono eteri, impalpabili, anche se a volte affiorano sonorità riconoscibili (es: una sorta di sitar), come se si fosse immersi nel liquido amniotico o in un oceano di scintillante splendore.
Ognuna delle 3 suite di cui è composto Three organic experiences, diventa un viaggio nel proprio essere interiore, alla scoperta di sensazioni e percezioni che solo la complessa semplicità della musica riescono a svelare, soprattutto in maniera così profonda.

Fennesz: Venice (Touch – 2004)

Christian Fennesz è un musicista austriaco molto attivo nell’ambito della musica elettronica e d’avanguardia e può vantare collaborazioni importanti tra le quali vanno segnalate quelle con Ryuichi Sakamoto, con David Sylvian (qui presente in Transit) e con il mago dell’improvvisazione elettroacustica Keith Rowe.
Fennesz lavora processando il suono della chitarra elettrica attraverso una serie di effetti controllati da un laptop: non c’è limite alla fantasia e alla tecnica e con esse il musicista riesce ad ottenere droni, pioggia di crepitii e di rumori, aperture sonore spaziali ed evocative, onde concentriche, armonie dissonanti ma allo stesso tempo in perfetta integrazione. Elemento ispirativo ricorrente, ma non limitante, è lo sfruttamento dei glitch, ovvero errori digitali non prevedibili – una sorta di fruscio o interferenza – generati o registrati, spesso con cadenza ritmica.
Fennesz ci racconta una Venezia spettrale, dove le nebbie invernali penetrano fino nelle ossa e dove gli echi si frangono sulle onde della laguna o si riflettono in mille riverberi tra gli stretti passaggi tra le calli; il suo racconto dalla superficie densa ma instabile, si rivela ottimamente iconografico pur mantenendo la mirabile astrattezza di movimento cristallizzato.

Un buon ascolto a tutti e un grazie a chi è arrivato a leggere fin qui.


10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


Rare magie sonore

jon

Non ringrazierò mai abbastanza quest’uomo per ogni singola nota uscita dalla sua mente e dalla sua tromba.
Fresco fresco di stampa sto ascoltando ora il suo ultimo Last Night The Moon Came Dropping Its Clothes In The Street uscito per l’ECM e come sempre si rinnova la magia di una musica straordinaria.
Se riemergo sano da questa lucente bellezza forse – ma forse – ne riuscirò anche a parlare… intanto mi beo.


Dal mondo sintetico del silicio suoni da gustare col cervello e col cuore

Biosphere: Dropsonde (Touch – 2006)

Stiano alla larga da questo disco coloro che pensano che con l’elettronica non si possa fare musica o coloro che non credono che il computer possa avere la stessa dignità riservata agli altri strumenti musicali. Sì perché questo Dropsonde è un disco di “musica elettronica”, pressoché interamente pensato, prodotto, suonato e confezionato al computer.
Qualcuno potrebbe essere convinto – sbagliando, a mio parere – che produrre musica al computer sia più facile che farlo con gli strumenti “tradizionali”; forse lo è in parte a livello tecnico – indubbiamente la tecnica necessaria per suonare, ad esempio, un sax è superiore a quella che serve per un pc – ma non è detto che lo sia sul piano delle conoscenze musicali. Infatti, se mettere assieme dei suoni in modo decente tramite software è in definitiva abbastanza facile, cosa che ha permesso ad un più vasto numero di persone di avvicinare la materia musicale e proporre le proprie composizioni (o almeno di provarci, con risultati tra i più altalenanti), farlo in modo convincente, credibile e magari con una buona dose di innovazione non è certo alla portata e nelle capacità di tutti, soprattutto dovendo evitare la ripetitività e l’appiattimento che sono i più grossi rischi connessi a questo tipo di approccio musicale. Ed è proprio questo, la qualità, il discrimine che distingue lo smanettone dal vero musicista.
L’applicazione dell’elettronica in musica o per “fare musica” è lunga e piuttosto ramificata e non è questo il luogo per fare della storia, anche perché le derive riscontrabili nella musica di oggi sono assai difficili da analizzare e da enumerare. Parlando di Dropsonde, però, è quasi d’obbligo scomodare la definizione di ambient-music – definizione che, come quasi tutte le etichette di genere applicate alla musica, può solo identificare in linea di massima uno stile – in quanto effettivamente nel disco troviamo tutte le caratteristiche che solitamente si assegnano a questo genere e che servono da argomento ai suoi denigratori per bocciarlo come monotono. I ritmi rallentati, la ripetizione, i suoni liquidi e sfuggenti, la particolare attenzione alla spazialità del suono, fino alla sostanziale assenza melodica fusi assieme dalla sensibilità musicale di Jenssen, sono proprio gli elementi che fanno di questo un disco bello e particolare, tutt’altro che statico ma anzi improntato ad un percorso in costante divenire, tale da viaggiare lungo il duplice binario di musica da sottofondo – in fin dei conti di “ambiente” si tratta! – ma anche di musica da ascoltare con attenzione, in grado di emozionare fosse pure con la sua algidità.

Dropsonde è la settima prova discografica del progetto solistico di Geir Jenssen: norvegese, già componente dell’ottimo gruppo new-wave Bel Canto, se ne distacca verso la fine degli anni ’80 per intraprendere la sua carriera solista con lo pseudonimo Biosphere. Inizia, quindi, a compiere la fusione tra le sperimentazioni sonore di Brian Eno – considerato un po’ il padre dell’ambient-music essendone stato uno dei suoi primi teorizzatori – o di Jon Hassell e le ritmiche techno, diventandone di fatto un caposcuola assieme agli Orb, ad Aphex Twin e a Steve Roach; poi con il tempo la sua musica ha perso parte delle sue ruvidezze addentrandosi in atmosfere più rarefatte e siderali, senza far venir meno una delle componenti più importanti, ovvero il ritmo che seppur più rallentato è sempre presente e identificabile. Dropsonde rappresenta un ulteriore passo avanti, perché introduce ulteriori elementi di arricchimento presi dal jazz, ovvero i riff che non sono altro che brevi – a volte brevissime – cellule melodiche che funzionano con uno schema a chiamata e risposta; ciò che nell’ ambient si contrappone ai riff sono i cosiddetti loop, ovvero delle chiamate a cui non segue una risposta e che quindi si susseguono con un effetto ripetitivo. Non è la prima volta che si prova a far lavorare assieme questi due elementi – basti pensare a quanto fatto dalla Cinematic Orchestra o da Bill Laswell nei suoi Oscillations – ma nulla che possa essere paragonato con questo lavoro di Jenssen nel quale essi collimano, si integrano, si sovrappongono con una perfezione maniacale.
Il disco allora con i suoi campionamenti di suoni sintetici ed acustici diventa un susseguirsi di ambiti sonori, quasi tangibili nello spazio, nei quali le matrici originarie dell’elettronica e del jazz diventano un tutt’uno rivelandosi via via all’ascoltatore: i loop di Birds fly by flapping their wings rivelano la sua natura modale, come modale è In triple time che stordisce con la sua dinamicità e dove la componente jazzistica è particolarmente messa a nudo. Ma basta un niente per cambiare atmosfera ed altitudine come in Altostratus dove la sintesi elettronica e i glitch pare ci facciano percepire la rarefazione dell’aria, o come nell’ossessiva Daphnis 26 nella quale si alternano pesantezze industriali e libertà percussive, o nell’algida Warmed by the drift che avvolge l’ascoltatore con le sue coltri tenebrose. Manifesto – anche programmatico – del disco non possono che essere From a solid to a liquid che si propone di trasformare la/le solida/e forma/e jazzate in qualcosa di impalpabile, sfuggevole, in una materia che sublima presto in qualcosa di gassoso, che sfugge alla fruizione e il vortice emozionale di Fall in fall out nel quale è impossibile non lasciarsi andare.

Biosphere con Dropsonde pubblica un disco che non fatico a credere resterà un punto di riferimento per questo genere musicale, non avendo davvero punti deboli: ipnotico ma non ossessivo, gelido ma allo stesso tempo coinvolgente, generatore di centripeti movimenti circolari ma che lascia la libertà di seguire la forza centrifuga e prendere la propria direzione. Elettronica gelida prodotta dal lavoro di entità sintetiche, ma anche dal lavoro fatto con intelligenza e cuore, e altrettanto destinata al cervello e al sentimento degli ascoltatori, musica astratta e diafana ma anche egregiamente concreta. E sicuramente, se i computer sono macchine senza intelligenza, è l’uomo che sa usarli al meglio come in questo disco e chi ancora non ne è convinto, pazienza, non sa cosa si è perso.

  1. Dissolving clouds
  2. Birds fly by flapping their wings
  3. Warmed by the drift
  4. In triple time
  5. From a solid to a liquid
  6. Arafura
  7. Fall in fall out
  8. Daphnis 26
  9. Altostratus
  10. Sherbrooke
  11. People are friends
Geir Jenssen



I miei dieci dischi del 2005

Chi mi conosce sa che le classifiche non mi piacciono, così come non mi piace dare i voti ai dischi di cui scrivo; ma si avvicina la fine dell’anno, tempo di bilanci e di classifiche, e anch’io vorrei indicare dei dischi usciti nel 2005 che reputo di valore. E’ difficile parlare di un’opera (disco, libro, quadro che sia) uscita recentemente – e un anno in questo caso è da considerarsi “recente” – perché manca il conforto del tempo che, con brutale franchezza, contribuisce a farla diventare grande o almeno duratura, o a gettarvi sopra il velo dell’oblio.
Così, soprattutto per divertimento, questa volta una classifica la voglio stilare io. Classifica particolare però: senza posizioni di merito ma semplicemente indicando una decina – numero obbligato per questo genere di cose – tra i dischi più belli usciti appunto nel 2005, senza nessuna ambizione di completezza (indichierò ovviamente solo cose che ho ascoltato, quindi molto poche) od oggettività (indicherò solo cose che, bontà mia, sono piaciute a me). La scelta è stata impegnativa e ho dovuto lasciare fuori album altrettanto meritori.
Se a qualcuno può essere utile, bene. Altrimenti sarà servito solo a me come appunto. Ecco le dieci scelte in rigoroso ordine di pubblicazione:

Charles Lloyd - Jumping the creek

05/04/05 Charles Lloyd: Jumping the creek (ECM)

Dal suo ritorno sulle scene, il vecchio maestro ha inciso una serie di ottimi dischi. In questo, Lloyd esplora le varie melodie fino nel profondo, alternando tensione e rilassatezze in un percorso che sa essere ascetico ma anche di profonda concretezza. E il suo sax tra dolore e gioia sa emozionare.

Stefano  Bollani trio - Gleda

03/05/05 Bollani + Bodilsen + Lund: Gleda (Stunt)

Pianista formidabile e intrattenitore fantasioso, Stefano Bollani trova due partner danesi ed incide (finora) un paio di dischi: il primo era dedicato alle canzoni italiane, il secondo – questo – a delle canzoni danesi. Con eleganza, raffinatezza e il giusto pathos, privilegiando il dialogo e smussando le asperità.

Keith Jarrett - Radiance

03/05/05 Keith Jarrett: Radiance (ECM)

Ultima prova solista del pianista più amato e odiato dei nostri tempi. Una lunga performance per esplorare la creatività e la concentrazione di un musicista le cui capacità tecniche sono indiscusse. A tratti lirico, a tratti dissonante, a tratti liberatorio. Sempre interessante. Una recensione completa qui

Jon Hassell - Maarifa street

17/05/05 Jon Hassell: Maarifa street (Label bleu)

Disco che segna il ritorno del geniale trombettista e compositore, che prosegue la sua ricerca delle “musiche del quarto mondo” tra la riscoperta di tradizioni antiche e l’uso della tecnologia più moderna. In costante bilico tra spiritualità e concretezza dei suoni. Una recensione completa qui

Ry Cooder - Chavez Ravine

07/06/05 Ry Cooder: Chavez ravine (Nonesuch)

Cooder rievoca le storie e i luoghi di Chavez Ravine, misero quartiere di Los Angeles abitato per lo più da sud-americani, raso al suolo negli anni ’50. Ne riporta alla luce la musica di quel tempo, le piccole e grandi storie di felicità e povertà, e lo fa con energia e dolcezza, dimostrando soprattutto un profondo amore.

Kraftwerk - Minimum / Maximum

07/06/05 Kraftwerk: Minimum / Maximum (Kling Klang)

Doppio disco dal vivo per una delle formazioni cult degli ultimi 30 anni. Suoni del passato e futuribili, rumore che diventa suono, energia che si materializza in questo disco dove riascoltare una serie di pezzi classici tirati a lucido con classe e nonostante tutto ancora modernissimi.

Bill Frisell - East / West

09/08/05 Bill Frisell: East / West (Nonesuch)

Doppio disco dal vivo che contiene due concerti (a Oakland e a New York) con due diversi trii. Più bluesy il primo, più intimo e cupo il secondo. Due splendidi esempi di trio chitarristico con buoni brani originali di Frisell e con l’ottima rilettura di classici, uno fra tutti I heard it through the grapevine già cantanta da Marvin Gaye.

Arvo Part - Lamentate

30/08/05 Arvo Part: Lamentate (ECM)

Ultima prova discografica del maestro estone, carica di disperazione e speranza. Lamentate è un’opera che lascia basiti per la sua forza e potenza descrittiva. Una meditazione sulla modernità e sui suoi rischi vissuta con un continuo passaggio di stati d’animo. Una recensione completa qui.

Nine horses - Snow borne sorrow

11/10/05 Nine horses: Snow borne sorrow (Samadhi sound)

Nuovo progetto per David Sylvian che richiama il passato – quello da solista fino al lavoro con i Japan – ma che guarda al futuro tra sperimentazioni elettroniche e una vigorosa spinta pop. Canzoni curatissime nelle quali immergersi e lasciarsi condurre dalla voce di Sylvian. Una recensione completa qui .

Nils Petter Molvaer - Er

01/11/05 Nils Petter Molvaer: Er (Sula records)

Dalla fredda Norvegia arriva il suono caldo e glaciale della tromba di Molvaer sospesa tra la spinta innovativa dell’elettronica e la tradizione jazz. Un viaggio affascinante, mai scontato, destinato a scrivere nuove pagine di musica in perfetta simbiosi, spesso imitato ma raramente eguagliato.


Sylvian torna con il pop intelligente e fuori degli schemi

Nine horses: Snow borne sorrow (Samadhi Sound – 2005)

Un piede ben ancorato nel passato e l’altro altrettanto saldamente puntato verso il futuro, ecco come si presenta oggi il nuovo David Sylvian. Sì perché sarà anche vero che questo disco è accreditato al sodalizio Nine Horses, ma è altrettanto vero che dei tre titolari, ovvero Steve Jansen, Burnt Friedman e lo stesso Sylvian, è proprio la personalità di quest’ultimo che emerge anche se egli ha partecipato alla stesura della musica di solo quattro dei nove brani, pur avendone scritto tutti i testi e gli arrangiamenti. Lascio agli amanti della statistica e della classificazione il giudicare se questo disco vada annoverato nella discografia del musicista inglese; dal punto di vista musicale lo è di sicuro in quanto in esso sono ben presenti le caratteristiche che fin dal 1984 con Brilliant trees, primo disco a proprio nome, l’ex-Japan ha continuato a sviluppare nei propri lavori: una produzione raffinata che guarda alla sperimentazione ma anche alla genuinità della musica pop, che armonizza al meglio la componente acustica con quella elettrica ed elettronica e che accentua la levigatezza dei suoni privilegiando atmosfere rarefatte, sonorità ricercate e spesso orientaleggianti, senza mai rinunciare – se non in qualche caso – alla “forma canzone”.

Tutto questo lo ritroviamo anche in Snow borne sorrow e forse più profondamente che nelle ultime prove discografiche, e mi riferisco soprattutto al non brillantissimo Dead bees on a cake (che comunque conteneva brani notevoli come Krishna blue, I surrender, Wanderlust e The shining of things) ultimo disco uscito per la Virgin prima che Sylvian decidesse di fondare la propria etichetta discografica, la Samadhi Sound. E’ proprio con Blemish, primo disco uscito nel 2003 per quest’ultima che Sylvian produce, spiazzando critica e pubblico, il lavoro che – seppur controverso – è senza dubbio il più intenso e introspettivo della sua carriera, forse perché finalmente libero dalle imposizioni di una major. Ciò che contraddistingue Blemish è senza dubbio il pressoché totale abbandono delle pulsioni pop per abbracciare una ricerca sonora che, grazie soprattutto all’elettronica, si configura anche come ricerca all’interno di se stesso. La lunga suite di Blemish, affrontata praticamente in solitudine – senza la solita ottima schiera di ottimi collaboratori e in compagnia del simbiotico fratello – rappresenta a tutti gli effetti una cesura nella produzione musicale di Sylvian, certo non di facile lettura, ma affascinante come le opere che si svelano molto lentamente per pochi elementi alla volta.

Cosa fare dopo un lavoro del genere non deve essere stata una scelta semplice: continuare sulla strada dell’ermetismo e del ripiegamento su se stessi avrebbe prodotto un’opera troppo simile alla precedente e rischiava di essere ripetitivo, cosa che Sylvian nella sua carriera non è mai stato. Meglio allora optare per un nuovo approccio lasciandosi alle spalle Blemish come una parentesi, importante e necessaria. Il processo era già iniziato con il mini CD World Citizen ma qui si concretizza con un nuovo progetto a tre, con una schiera di nuovi collaboratori – mai così numerosi in un solo disco – e nuove suggestioni musicali in parte provenienti dal passato, in parte derivanti dalla contaminazione sempre più marcata tra i generi.
Dal punto di vista musicale ciò che si ascolta in Snow borne sorrow è innanzitutto un marcato ritorno alla melodia, ma soprattutto la fusione di pop, jazz, avanguardia ed ambient che solo superficialmente appare “facile” ma che in realtà ha origini ben più profonde. La cosa che colpisce in modo particolare è quanto convincente è questa fusione costruita con naturalezza, senza strappi, senza compromessi, sfruttando gli strumenti acustici al meglio e usando come denominatore comune l’elettronica con cui Friedman – controllore attento e mai prevaricante – ottiene tappeti sonori leggeri e cangianti, limitando al minimo i propri interventi di “disturbo” come glitch e noise. E su tutto questo la solita inarrivabile calda voce di Sylvian in perenne sospensione tra corporeità e immaterialità ed irrimediabilmente destinata ad emozionare. Dal punto di vista dei testi Snow borne sorrow prende le mosse dal già citato World citizen e si differenzia dalla passata produzione di Sylvian: “Canzoni di conflitto, di dubbio, di chiarimento” le ha definite il suo autore. Canzoni che parlano di pace, di corsa agli armamenti, di guerra e di religione che crea conflitti (“Your gods don’t look like god to me* è un verso esemplare di The banality of evil), argomenti “sociali” difficilmente toccati in precedenza.

In Snow borne sorrow sono contenuti nove brani e, sinceramente, faccio fatica a trattenermi dal parlare di ognuno di essi, tanto sono interessanti presentando ciascuno caratteristiche degne di essere ricordate: è doveroso almeno un accenno al mantra elettrico della title-track, al pop di The day the earth stole heaven, alla dance stile Japan di Serotonin, alle atmosfere jazzy della corale e complessa The banality of evil dove si incrociano i vibrafoni, il suono fosco del clarinetto e i due sax. Decisamente sorprendente il brano di apertura: una cosa come Wonderful world non si era mai sentita in un disco di Sylvian. L’inizio è tenebroso con il pressante contrabbasso di Keith Lowe – già accompagnatore del nostro nel tour 2001 – che innesca subito uno swing morbido ed originale ben coadiuvato da Steve Jansen che, messo da parte il suo stile solitamente composto da figurazioni circolari, spinge la sua batteria in un territorio poco frequentato. Sylvian riempie la scena e dialoga con la voce di fanciulla di Stina Nordenstam. Il brano è bello, cattura l’attenzione e predispone al meglio per l’ascolto dell’intero disco. La successiva Darkest birds è una delle perle del disco: la canzone è un monito sull’uso delle armi che non servono a costruire la pace e a dispetto della malinconia che pervade la canzone e dell’argomento non certo leggero, il ritornello è quanto di più limpidamente pop l’ex-Japan poteva scrivere: impossibile non farsi coinvolgere e far muovere il piede! Molto bello anche l’intervento, soprattutto nel bridge, della tromba di Arve Henriksen, membro dei Supersilent: come sempre all’interno dei dischi di Sylvian la presenza della tromba è molto significativa e anche questo non fa eccezione. Il trombettista norvegese senza far rimpiangere troppo i suoi predecessori – Jon Hassell, Kenny Wheeler e Mark Isham, mica gente qualunque quindi! – dona a Snow borne sorrow una sonorità sognante e misteriosa.
Altri brani da menzionare sono Atom and cell – assieme con l’ultimo uno dei brani più sensuali del CD – condotta dal liquido pianoforte di Sakamoto, dalla percussione leggera di Jansen e dai pegevolissimi interventi di Henriksen sui quali Sylvian e la Nordenstam intonano un lento e trattenuto gospel. La successiva History of holes è forse la vetta del disco: la chitarra introduce un accompagnamento quasi funky, ma ancora una volta sono i sax e il vibrafono di Gronvad a condurre con eleganza una brano che ricorda cose del passato, anche di quello remoto dei Japan. Infine l’allarmante The librarian (“Keep you head down / While they’re firing low / You’re too young child / To know the difference**) che con i suoi sottili droni elettronici e percussivi, con il dolente suono del clarinetto, la liquidità del vibrafono e la cantilena della voce chiude un disco che trova Sylvian al meglio della sua ispirazione e che, fosse anche solo per questo, è un disco da avere.

* “I vostri dei non assomigliano a dio per me”
** “Tieni bassa la testa / Perché stanno sparando ad altezza uomo / Sei troppo giovane / Per sapere la differenza”

  1. Wonderful world
  2. Darkest birds
  3. The banality of evil
  4. Atom and cell
  5. A history of holes
  6. Snow borne sorrow
  7. The day the earth stole heaven
  8. Serotonin
  9. The librarian
David Sylvian: tastiere, chitarre, voce
Steve Jansen: batteria, percussioni, tastiere, sample
Burnt Friedman: tastiere, programmazione, sequencer, pianoforte giocattolo, synth, vocoder

Ryuichi Sakamoto: pianoforte
Keith Lowe
: contrabbasso, basso
Arve Henriksen
: tromba
Neal Sutherland
, Daniel Schroeter: basso
Riff Pike III
, Tim Motzer, Tim Elsenburg, Joseph Sucky: chitarra
Morten Grønvad
, Carsten Skøv: vibrafono
Hayden Chisholm
: clarinetto
Thomas Hass
: sax
Theo Travis
: sax, flauto
Stina Nordenstam
: voce
Marcina Arnold
, Eska G. Mtungwazi, Tommy Blaize, Derek Green, Beverlei Brown, Andrea Grant: cori



Nature boy

Poche canzoni mi affascinano come Nature boy, brano scritto da quella figura assolutamente particolare che era Eden Ahbez, anzi “ahbez” come voleva essere chiamato, considerando la lettera maiuscola un attributo divino.

Nato a New York nel 1908, cresciuto in un orfanatrofio, Ahbez è quello che si può tranquillamente definire una sorta di “hippy anzitempo”; fino all’età di 35 anni ha girato a piedi gli USA sperimentando varie forme di misticismo orientale dopo di che, con la moglie Anna, si è stabilito a Los Angeles dormendo in un sacco a pelo nel Griffith Park e vivendo con tre dollari alla settimana. Poi il colpo di fortuna. Nel 1947 Ahbez incontra il manager di Nat “King” Cole ed insiste perché il pianista e cantante visionasse il manoscritto proprio di Nature boy . Le cose sono presto dette: a Cole la canzone piacque e la incise, sia lui che Ahbez ci fecero dei soldi anche se quest’ultimo ha continuato a vivere sotto le stelle senza una fissa dimora, o meglio sotto la prima “L” della famosa scritta “HOLLYWOOD”, almeno così narra la leggenda.

Fin qui la storia di quest’uomo. La storia della canzone, invece, è completamente diversa. Dopo la prima incisione di Nat “King” Cole non si contano le versioni successive, come non si contano i vari interpreti che si sono cimentati con questo brano.
Per quanto mi riguarda ho incontrato per la prima volta Nature boy nel disco The John Coltrane quartet plays, forse uno dei dischi meno belli in quartetto di Trane; mi rendo conto ora che è passata quasi inosservata, forse per il modo di suonare di Trane che tende sempre alla complessità armonica, alla stratificazione, cosa che alla fine nuoce al brano.

Nature boy è un brano adatto alla tromba, ed infatti sono proprio le versioni per questo strumento ad affascinarmi di più. Il primo colpo al cuore l’ho avuto con uno dei più originali musicisti che io conosco: Jon Hassell. La sua versione rarefatta in Fascinoma è in pratica un duetto tra la sua tromba – carica di eco e velata dagli effetti elettronici – e il bansuri di Ronu Majumdar. Hassell ci porta in un sogno, in un viaggio etereo di 3 minuti scarsi tra la profondissima malinconia di una melodia impalpabile che senti sgocciolare dentro, piano. Una leggerezza e dolcezza quasi insostenibili.

Poi bisogna nominare Enrico Rava, il cui suono pulito ed incisivo è particolarmente adatto al brano. L’ho sentito diverse volte suonare Nature boy, sia dal vivo che su disco e credo che la versione più profonda e toccante si trovi in Duo en noir con il pianista Ran Blake. Ancora un duo, ancora rarefazione, perché Nature boy non ha bisogno di nulla più della sua melodia, va suonata sottraendo invece che aggiungendo, lasciandola scorrere.

Altra versione interessante è quella di Miles Davis in Blue moods (disco che ho acquistato proprio per sentire Miles alle prese col brano). La formazione è piuttosto fuori dagli schemi usuali tanto che non è stata più usata da Miles: trombone, vibrafono, contrabbasso e batteria, oltre alla tromba naturalmente. I musicisti sono bravi a non farsi “prendere la mano” e si pongono in secondo piano rispetto alla canzone, improvvisando molto lievemente; la melodia è guidata dal vibrafono, mentre trombone e tromba suonano a basso volume su un tappeto squisitamente ovattato creato dal contrabbasso di Mingus e dalle spazzole della batteria.

In attesa di recuperare proprio quella di Nat “King” Cole, per ora l’unica versione cantata che possiedo è di Aaron Neville, contenuta nel suo bellissimo disco di standard del 2003. Perfetta la voce di Neville con il suo falsetto e vibrato accattivante che bene si sposa con la fisarmonica di Gil Goldstein e la chitarra di Anthony Wilson. Emozionante.

Chiudo citando un’altra versione da avere, ovvero quella contenuta in Straight life di uno sfatto Art Pepper in cui il saxofonista californiano – ben supportato dal mai troppo celebrato Tommy Flanagan – butta tutta la sua amarezza e disillusione, così da trasformare la canzone in un canto alla vita, ma alla vita che piano piano sfugge dalle mai come sabbia finissima ed impalpabile.

NATURE BOY
(di Eden Ahbez)

There was a boy
A very strange enchanted boy
They say he wandered very far, very far
Over land and sea
A little shy and sad of eye
But very wise was he

And then one day
A magic day he passed my way
And while we spoke of many things
Fools and kings
This he said to me
“The greatest thing you’ll ever learn
Is just to love and be loved in return”

(perdonate, la traduzione è mia):

C’era un ragazzo
Un ragazzo stranamente affascinante
Diceva di aver girovagato molto lontano, molto lontano
Attraverso la terra e il mare
Aveva un po’ di timidezza e tristezza negli occhi
Ma sembrava molto saggio

E poi un giorno
Un giorno magico ci siamo incontrati
E mentre parlavamo di tante cose
Buffoni e re
Lui mi disse
“la cosa più importante che tu possa imparare
è semplicemente amare ed essere contraccambiato”


I 20 dischi della vita

In uno dei forum dove mi diverto a scrivere qualcuno ha proposto questo gioco: indicare i 20 dischi soggettivamente più importanti. Io, limitandomi al pop/rock, ho proposto i miei, che sono solo alcuni di quelli che mi hanno cambiato la vita (musicalmente parlando). Li propongo, in ordine casuale, anche ai miei lettori per vedere cosa ne nasce:

The Clash: London calling: perché nel 1979 avevo 12 anni e oggi non più, ma da allora non ha mai smesso di accompagnarmi

Tuxedomoon: Half mute: per i Tuxedomoon

Opal: Happy nightmare baby: perché mi ha ipnotizzato facendomi diventare suo schiavo

The Beatles: The Beatles (White album): perché mi ha fatto capire che i Beatles non erano solo Love me do

Syd Barrett: Barrett: perché a Syd andava stretto questo pianeta

Tim Bukley: Dream letter: vedi sopra

C.S.I.: In quiete: perché la poesia a volte può far male

Wim Mertens: Integer valor: perché se non commuove questo, siamo proprio dei sassi

Joy Division: Unknown pleasures: perché mi ha curato dalle mie paranoie

Fabrizio De Andrè: Anime salve: perché è la summa di una vita d’arte

AA.VV.: Fuck your dreams, this is heaven: perché mi ha folgorato… e basta

Celso Fonseca: Natural: perché l’anno scorso mi ha affascinato e tuttora continua a farlo

Nick Cave: Tender prey: perché mi sono chiesto come mai non avessi conosciuto prima un musicista simile

Tom Waits: Rain dogs: perché non ci sono parole per dire quanto Tom sia grande

The Smiths: The queen is dead: perché per ore non ho smesso di ballare (e chi mi conosce sa cosa vuol dire…)

Jon Hassell: Dream theory in Malaya: perchè esiste qualcosa che va oltre la nostra normale percezione

Pat Metheny: Still life (talking): perché se c’è da viaggiare questo è il disco giusto

Tortoise: Millions now living will never die: perché ha cambiato le mie prospettive sul rock

David Sylvian: Brilliant trees: perché ha aperto una bella storia che non si è ancora conclusa

Joe Jackson: Night and day: perché è un disco troppo intelligente per essere dimenticato