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Il musicista del decennio "zero"

esbjorn svensson trio

Nel penultimo post ho indicato quelli che sono i dischi che hanno caratterizzato il mio decennio; la scelta è stata davvero difficile  ma appositamente ho lasciato fuori quelli di un musicista che credo possa essere indicato come il musicista di questi dieci anni “zero” appena conclusi. Lui è Esbjörn Svensson, leader dell’omonimo trio.
Svensson il 14 giugno 2008 ci ha lasciato a 44 anni per un assurdo – e ancora inspiegato – incidente durante un’immersione; con lui il jazz e la musica intera hanno perso una delle figure più innovative, carismatiche e emozionanti.
Svensson, assieme ai suoi compagni Magnus Oestrom e Dan Berglund, ha saputo dare un indirizzo del tutto originale ed inedito al classico trio jazz piano/contrabbasso/batteria; operando un approccio del tutto personale alla composizione e sviluppo dei brani  e, introducendo – con moderazione ed intelligenza – scampoli di elettronica, ha saputo creare una miscela esplosiva fatta da una solida base improvvisativa di stampo jazzistico sulla quale ha innestato riff di matrice rock, elementi presi dalla musica colta del ’900, dalla tradizione nordica, annullando confini e stili con un percorso di costante evoluzione, ben evidente scorrendo la sua discografia che riporto alla fine di questo post.
Per me è sua la musica del decennio passato. Lui è IL musicista e l’uomo – del quale ho conosciuto la squisita gentilezza e disponibilità – che ricorderò con maggiore forza ed emozione. Grazie, ovunque tu sia.

Discografia completa dell’Esbjörn Svensson Trio

  • When everyone has gone (Dragon) 1993
  • Play Monk (Act) 1996
  • Winter in Venice (Act) 1997
  • From Gagarin’s point of view (Act) 1999
  • Good morning Susie Soho (Act) 2000
  • E.S.T. – live ’95 (Act) 2001
  • Strange place for snow (Act) 2002
  • Seven days of falling (Act) 2003
  • Viaticum (Act) 2005
  • Tuesday wonderland (Act) 2006
  • Live in Hamburg (Act) 2007
  • Leucocyte (Act) 2008

La top-ten!!!

Robba da non crederci eh? Qui, un po’ per noia un po’ per gioco, si rispolvera nientepopodimenoche la vetusta top-ten per darsi un tono!
Comunque sia (o non sia) questi sono – in una lista che ha dell’approssimativo e dell’instabile – i dieci dischi del 2008 che jazzer ha apprezzato di più tra i pochissimi che ho ascoltato:

Buena Vista Social Club: At Carnegie Hall (World Circuit)

Vecchietti e meno vecchietti, dall’isola con l’embargo più antico di sempre, sul palco più importante della città tempio del consumismo… e riscuotono un successo senza precedenti! Basterebbe questo per far amare questo disco, ma – per fortuna loro – ci pensano, soprattutto, le 2 ore abbondanti di musica dal fascino inossidabile. E chi riesce a tenere fermo il piede si faccia controllare orecchie e battito cardiaco.

Portishead: Third (Island)

Visti da vivo a Milano, i Portishead confermano che se non ci fossero stati loro una buona parte della musica degli anni ’90 non sarebbe stata scritta. A ritornare a più di 10 anni di distanza dall’ultimo disco in studio si corre un grosso rischio: scontentare i vecchi fan(s) con le orecchie appannate dalla nostalgia, oppure rinvigornirne l’adorazione. Loro hanno sicuramente preso la seconda strada. “The rip” canzone dell’anno.

The Cinematic Orchestra: Live at the Royal Albert Hall (Ninja Tune)

Alla prova dal vivo, l’orchestrona di Jason Swinscoe fornisce una prova superba della sua maestria: dopo tre dischi in studio dalla perfezione sublime, ecco che l’orchestra mette in campo tutte le sue potenzialità senza (apparentemente) il “comfort” dello studio di registrazione e, al solito, convince con la sua miscela di atmosfere jazzy e post-rock “da camera”. Gran disco, piacevole e scorrevole, ma non privo di un gusto raffinato.

Vinicio Capossela: Da solo (Atlantic)

Che dire ancora su questo disco? Che, tanto per cambiare, Vinicio tira fuori un disco originale, profondo e coinvolgente. E di questi tempi non è poco. Tra storie di sconfitti e quelle di calzini spaiati, tra ballate strappalacrime e solipsismi (non male questa eh?), tra malinconia contagiosa e sprazzi di gioia dolce-amara, Vinicio ci racconta le sue storie e la sua visione della vita. E noi siamo ancora qui ad aspettarlo, come un vecchio amico.

Nik Bartsch’s Ronin: Holon (ECM)

Se con Stoa di due anni fa, Bartsch e i suoi Ronin si facevano notare come novità assoluta nel concepire il jazz, con questo Holon confermano tutte le loro potenzialità di ensemble capace di dare una lettura del tutto personale del fare musica, riuscendo a contaminare ciò che prima era inconcepibile, ovvero il jazz – con la sua carica di improvvisazione – e il minimalismo con il suo fondamentale immobilismo. Ciò che se ne ottiene è una miscela affascinante, un magna brillante e translucido che, al momento, non ha paragoni.

Esbjorn Svensson Trio: Leucocyte (ACT)

E’ con estrema malinconia che parlo di questo disco, considerata la grave perdita che il jazz e la musica hanno subito quest’anno con la scomparsa di Svensson. Fa davvero male pensare quanto ancora poteva dare questo splendido musicista, visto e considerato la bellezza di questo Leucocyte che appare sì un disco interlocutorio, ma che allo stesso tempo è un nuovo passo in quel costante cammino di rinnovamente intrapreso da trio. Chiamiamolo allora il disco delle potenzialità espresse e non compiute, il disco del rimpianto e del ricordo.

Sigur Ros: Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (EMI)

Dentro la copertina più brutta tra quelle dei Sigur Ros (ma che sederi flaccidi ‘sti islandesi!) e uno dei titoli più belli (trad:”Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito“) si nasconde un disco double-face. La prima parte, infatti, è spiazzante: mai si sono sentiti i Sigur Ros così poppeggianti e poco eterei, pur non rinunciando alle loro famose armonie; nella seconda, invece, ritroviamo tutto il campionario della band islandese. Qualcuno ne sarà scontento… non è un problema… del resto, che può fare una band che fin dall’esordio ha fatto dell’originalità il suo marchio di fabbrica?

Brad Mehldau Trio: Trio live (Nonesuch)

Non c’è nulla da fare, Mehldau mi piace incondizionatamente. Sarà tutto quello che volete, ma se io penso ad un pianista jazz che possa incarnare perfettamente gli ultimi due decenni, penso a lui: musicista dalla tecnica fantastica che sa applicare nell’interpretazione magistrale sia degli standard jazz più noti, sia nelle famose riproposizioni di brani rock che lui piega a suo piacimento. Capace di intimismi profondi e di scintillanti cavalcate, Mehldau e il suo trio (e ricordiamo anche che Lerry Grenadier è uno dei migliori contrabassisti di oggi) non allentano mai la tensione affascinando dalla prima all’ultima nota.

Giovanni Guidi Quartet: The house behind this one (Cam jazz)

Pianista giovanissimo e appena affacciatosi alla ribalta del jazz, ma già capace di farsi notare non solo per la bravura, ma anche per la particolare “cura” con la quale propone la sua musica. Punto di forza di questo disco sono le atmosfere che via via Guidi e il suo quartetto riescono a dare: la rarefazione nordica della title-track, il blues, la ribellione tipica del free-jazz, la dolcezza dell’Umbria natia. Questo è un disco che prende piano piano, che si fa amare e conoscere e che rivela un talento e ne apre le porte.

Ketil Bjornstad + Terje Rypdal: Life in Leipzig (ECM)

Da due vecchi marpioni ECM come Bjornstad e Rypdal, profeti della musica rarefatta ci si poteva aspettare 70 minuti di noia mortale e invece… i due riescono a far dialogare i propri strumenti, chitarra e pianoforte, in modo magistrale, con un occhio alle consuete atmosfere nordiche, e con l’altro alla completa compenetrazione dei suoni, ottenendo un concerto davvero godibile, piacevolissima musica intellettuale, ma non intellettualoide (io mi sono capito… non so voi). C’è vita a Lipsia, ma anche in questo disco.


Esbjorn Svensson 16/04/64 – 14/06/08

esbjorn svensson
Purtroppo questa volta non si tratta del solito necrologio di un vecchio jazzista che molti magari credevano già morto. Putroppo questa volta ad andarsene è un giovane pianista di 44 anni che non ci farà sentire più la propria voce. In un incidente durante un’immersione al largo della sua Svezia Esbjorn Svensson ci ha lasciati. Il jazz, la musica tutta hanno perso una delle figure più interessanti, innovative ed emozionanti dell’ultimo decennio.
Con il suo trio – E.S.T. – Svensson e i suoi compagni, Magnus Oestrom e Dan Berglund, hanno saputo dare un indirizzo completamente diverso ed inedito al classico trio jazz, creando una miscela assolutamente originale fatta da una solida base improvvisativa di stampo jazz alla quale hanno aggiunto elementi di elettronica, riff rockeggianti, annullando di fatto confini e stili.
Dal 1993, data di uscita del loro primo disco “When Everyone Has Gone” fino al recente “Live in Hamburg”, il trio ha prodotto 11 dischi nei quali è evidente il percorso di costante ricerca di sonorità e ispirazione. Ora questo filo si è spezzato; attenderemo, forse, il prossimo disco “Leucocyte” di cui, seppur già pronto, non è sicura l’uscita.
Mi piace ricordare Svensson con un fatto personale: nel 2002 ho avuto modo di fare due chiacchiere con lui prima di un concerto e mi ha colpito la gentilezza, l’umiltà e la disponibilità con cui si è presentato, ma soprattutto il suo domandarmi – dopo a fine concerto – cosa ne pensassi.
Abbiamo perso un grande musicista e un grande uomo. Ascoltate la sua musica per capire il primo, leggete cosa ne dicono in giro per capire il secondo. Personalmente è come se se fosse andato un amico, perché tale è chi ti tiene così tanta compagnia con la sua musica.


Un ipnotico viaggio nel jazz senza definizione degli EST

E.S.T. (Esbjörn Svensson Trio): Seven days of falling (Act – 2003)

Seven days of falling… ovvero “della maturità”. Con questo lavoro, gli svedesi E.S.T. pubblicano il loro settimo disco per la Act, quello che sicuramente è da considerarsi il loro disco più maturo, più intenso e più sfaccettato. Fino ad ora almeno.
Sarà necessario d’ora in poi definire questo trio non più come il trio di Esbjörn Svensson, ma direttamente con il proprio nome collettivo – E.S.T. appunto – in quanto, mai come in questo loro CD e nelle ultime esibizioni dal vivo, la formazione appare compatta, un’unica entità formata da tre teste pensanti distinte, ma perfettamente in sintonia quando si tratta di creare, sviluppare e perseguire gli itinerari musicali programmati.

Qual è la novità di E.S.T.? Credo che la cosa che colpisce per prima nel progetto musicale di questo gruppo sia l’aver inserito in un contesto sostanzialmente tradizionale per il jazz, ovvero il trio pianoforte / contrabbasso / batteria, elementi di novità ottenuti con particolari accorgimenti tecnici che integrano, senza assolutamente intaccare o contrastare, il classicismo di fondo del gruppo. E.S.T. utilizzano strumenti acustici, ma l’uso del distorsore applicato al contrabbasso, l’inserire oggetti tra le corde del pianoforte che a volte vengono direttamente percosse con le mani, la particolare ripresa sonora della batteria lo arricchiscono senza peraltro stravolgerne la natura; E.S.T. così non si può definire un trio acustico, ma nemmeno un trio elettrico tout court, casomai è una specie di ibrido, dove gli elementi meno formali non sono predominanti, ma asserviti all’espressione musicale.
Questo Seven days of falling, pur essendo a tutti gli effetti un disco di stampo E.S.T., è indubbiamente diverso dai precedenti, ma per chi ha seguito il percorso artistico di questi musicisti appare come un logico sviluppo della loro musica, con un lento ma progressivo allontanamento dai canoni jazzistici tradizionali per spingersi in una nuova dimensione dove il jazz è quasi un pretesto per creare del nuovo, mascherandolo e mischiandolo con elementi quali il drum & bass o il rock alternativo (quello dei Radiohead per capirci). Rispetto al precedente Strange place for snow dove i brani erano costruiti su solide basi armoniche di temi ben strutturati, è ora evidente che agli E.S.T. piace semplificare – magari solo in apparenza – la loro musica, ma non per questo farla diventare meno evocativa; i temi sono essenziali, costruiti con poche note, su giri armonici – che spesso diventano dei pedali – scanditi dal pianoforte su cui hanno buon gioco le divagazioni visionarie del contrabbasso di Berglund e il drumming non convenzionale di Oström. L’elemento elettrico non ha mai il sopravvento sull’improvvisazione che è ben presente, sia nel pianoforte, sia negli assoli spesso fuori dagli schemi del contrabbasso, quasi delle cavalcate distorte, come quello prettamente chitarristico di Elevation of love.
La batteria merita un discorso a parte: Oström non è un batterista rigorosamente jazz, ama mischiare le carte, spaziare tra gli stili accompagnando leggero con le spazzole come in Why she couldn’t come, guidando il trio su territori rock in Did they ever tell Cousteau? o funzionando da perfetto metronomo come in In my garage o Mingle in the mincing-machine consentendo ai compagni ampia libertà di improvvisazione.

Così con questo ultimo loro lavoro gli E.S.T. ci fanno compiere un ennesimo viaggio nel loro mondo sonoro fatto di melodie malinconiche come nell’introduttiva Ballad for the unborn, nei brani costruiti per contrasti tra vuoto e pieno, come in Seven days of falling dove alla melodia orecchiabile esposta dal piano fa eco il pedale di basso distorto su cui Svensson può improvvisare tra le esplosioni ritmiche della batteria. In perfetta contrapposizione tra loro sono anche la frenetica Mingle in the mincing-machine dove l’assolo di piano ha un sapore decisamente monkiano, e la dolcezza della ballad Believe, beleft, below, il cui tema sognante e cantabile viene anche usato nella traccia nascosta Love is real cantata da Josh Haden, figlio di Charlie, con cui Svensson ha collaborato negli ottimi Spain. Il disco si chiude con la visionaria O.D.R.I.P. in cui su un reiterato giro di basso, Svensson si lascia andare ad una cavalcata in puro stile jarrettiano.
Per concludere si può dire che questo CD, dalla bellezza intensa ed ipnotica, è un’ottima finestra sul lavoro degli E.S.T. e di un certo modo di intendere il jazz oggi; potrà piacere o meno ma senza dubbio è necessario confrontarsi con esso se non altro per capire la strada, o meglio una delle strade intraprese. Una cosa è certa: le idee non mancano, che ne dica chi si ostina a dire che il jazz è morto.

NB: da non perdere la ghost-track con la voce di Josh Haden, figlio di Charlie e leader degli Spain

  1. Ballad for the unborn
  2. Seven days of falling
  3. Mingle in the mincing-machine
  4. Evening in Atlantis
  5. Did they ever tell Cousteau?
  6. Believe, beleft, below
  7. Elevation of love
  8. In my garage
  9. Why she couldn’t come
  10. O.D.R.I.P.
  11. (Love is real)

Esbjörn Svensson: pianoforte
Dan Berglund: contrabbasso
Magnus Oström: batteria

Josh Haden: voce in Love is real



EST: sensibilità e perfezione di un trio straordinario

E.S.T. (Esbjörn Svensson Trio): dal vivo 30/04/02 Teatro Accademico – Castelfranco Veneto (TV)

Doveva succedere e finalmente è accaduto: la stella nascente del jazz europeo doveva passare prima o poi per il mio sito, così colgo l’occasione per parlare di Svensson, o meglio del suo trio, dopo aver assistito al concerto che ha dato inizio al tour europeo di quest’anno.
Innanzitutto premetto che non ho nessuna intenzione, come fanno in molti, di azzardare dei paragoni tra EST e un altro trio che va per la maggiore, ovvero quello di Brad Mehldau, né tantomeno con il trio di Jarrett al quale sembra sia fatto obbligo a tutti i pianisti di confrontarsi. Con i loro pregi e difetti, sono troppo differenti per sensibilità, cultura, repertorio, tipo di approccio al suono e alla musica tanto da non essere assolutamente rapportabili tra loro, volendo evitare una lunga lista di caratteristiche comuni e contrastanti.

Il trio di Svensson arriva dalla Svezia e ha alle spalle già sette CD, considerando l’ultimo uscito quest’anno Strange place for snow da cui provengono la maggior parte dei pezzi suonati in questo concerto. Ho avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con i tre prima del concerto e ne ho riportato un’impressione di estrema modestia e serietà, un’umiltà che contrasta in parte con l’immagine, quasi da rock-star, con cui Svensson e compagni si propongono.
Dal punto di vista musicale il trio riesce a mischiare in maniera convincente e accattivante diversi stili: accanto al jazz, o meglio ad esso compenetrati, non si fatica a trovare echi di drum and bass, di ambient, di rock, di techno e perfino di musica classica, tanto che lo stesso Esbjörn dedica il brano Years of yearning al suo compositore preferito, cioè Bela Bartok! La musica proposta è abbastanza semplice ma di forte impatto sonoro e ritmico; il repertorio di EST è formato da riff pianistici spesso insistiti, melodie orecchiabili esposte dal basso o dal piano, cavalcate solistiche e momenti antitetici di puro “rumore” o pura quiete ottenuti utilizzando anche l’elettronica. Da questo punto di vista l’approccio alla musica del trio è davvero poco convenzionale: le corde del pianoforte sono a volte percosse direttamente con le mani, il contrabbasso si avvale di effetti per la distorsione e la batteria, o meglio le percussioni, sono spesso affidate all’elettronica o a oggetti vari.
Entrando nello specifico del concerto, non stupisca la scaletta di soli otto brani: la durata è stata comunque di due ore abbondanti tanto i brani sono dilatati. Il solo bis finale con un medley di due pezzi di Monk si è protratto per quasi 25 minuti con partecipazione sul finale del pubblico invitato a cantare la melodia.
Bisogna riconoscere a Svensson l’abilità di coinvolgere con facilità il pubblico, presentando i pezzi e commentandoli brevemente, togliendo quell’aura di sacralità che troppo spesso assumono i concerti jazz e non solo. E fa da controcampo a tale leggerezza la capacità di concentrazione, di coinvolgimento emotivo che conduce l’ascoltatore esattamente lì dove Svensson vuole, ovvero al centro della musica, del suono, dell’essenza di una melodia.

Visto dal vivo l’EST appare come un blocco compatto di tre musicisti dotati di ottima tecnica e sensibilità, con al centro un punto fermo di riferimento: il contrabbassista Dan Berglund, intenso, preciso, perfetto metronomo e vero ispiratore delle improvvisazioni, sia quelle del pianista, sia quelle corali dell’intero trio (splendida quella di Definition of a dog).
Nuovo jazz come dicono gli estimatori? Pop mascherato da jazz a sentire i detrattori del trio? Non lo so. A mio giudizio posso dire che Svensson con tutte le sue idee, con la sua musica intelligente e coinvolgente ha portato una ventata di aria nuova in un ambiente un po’ stantio, abitato a volte da personaggi in debito di ispirazione, e ha il merito di aver avvicinato al jazz anche una parte di quel pubblico giovanile che altrimenti non oserebbe accostarvisi.
Forse la definizione, se necessaria, è “nuova forma di jazz” (ricordate anche New conception of jazz di Bugge Wesseltoft?), non in antitesi al jazz tradizionale, ma come suo sviluppo ed evoluzione. Sentire un concerto, come un disco, di Svensson e compagni, comunque, è un’esperienza assolutamente da fare se non altro per comprendere dove il jazz è arrivato e dove potrebbe arrivare seguendo l’ispirazione di questi splendidi musicisti.

Strange place for snow
Definition of a dog
Serenade for the renegade
When God created the coffeebreak
Behind the yashmak
Years of yearning
Dodge the Dodo

‘Round midnight / Bemsha swing

Esbjörn Svensson: pianoforte
Dan Berglund: contrabbasso
Magnus Öström: batteria e percussioni