Joe Henderson for dummies
E’ strano come nel parlare di Henderson io parta da un’assenza. Un’assenza di quelle che pesano perché trovo una notevole svista che in Jazz, ovvero il fondamentale manuale di Arrigo Polillo, il saxofonista non sia neppure una volta nominato (guardare l’indice dei nomi per conferma); ma forse questo è proprio il destino di questo straordinario musicista, quello di passare inosservato, tanto che – come spesso accade nell’ambiente jazzistico – gli avevano affibbiato il soprannome di ”the Phantom” per la sua capacità di scomparire tra gli altri musicisti. Un’umiltà e un senso della misura che l’hanno portato ad essere sottovalutato per buona parte della carriera e che l’hanno posto in secondo piano rispetto ai suoi coetanei.
Joseph (Joe) Henderson è nato a Lima, Ohio nel 1937; fin da piccolo si appassiona al jazz traendo la maggiore ispirazione dall’ascolto di Charlie Parker e venne incoraggiato dai genitori e dal fratello maggiore allo studio della musica e del sax tenore. Dopo l’esperienza con la banda dell’esercito – con la quale ebbe modo anche di suonare nell’Estremo Oriente e in Europa – si trasferì a New York dove nel 1962 iniziò, grazie ad un contratto con la Blue Note, la sua carriera professionistica. Sarà proprio con la prestigiosa etichetta di Alfred Lion e Francis Wolff che svolgerà la prima parte del suo percorso musicale incidendo un buon numero di dischi e collaborando con parecchi musicisti di gran classe anche in loro importanti registrazioni: tra gli altri sono da ricordare Horace Silver (Song for my father), Lee Morgan (The sidewinder), Art Blakey, Andrew Hill (Point of departure) Kenny Dorham (Una mas), McCoy Tyner (The real McCoy) e molti altri tra coloro che facevano parte di quella “squadra”.
Nel 1967 firma per la Milestone con la quale incide una serie di dischi fino alla metà degli anni ’70. In quel periodo, però, le strade del jazz stavano cambiando; il free-jazz e il nascente jazz elettrico hanno fatto sì che la carriera di Henderson, sicuramente legato a forme più tradizionali, si dirigesse verso un oblio fatto di poche registrazioni altalenanti con diverse etichette discografiche – tra cui l’italiana Red Records – e con la dubbia adesione alla fusion tramite la collaborazione con i Blood Sweat and Tears.
Henderson torna inaspettatamente al grande successo di pubblico e di critica nel 1992 quando firma con la Verve e pubblica una serie di dischi con i quali riesce anche a vincere premi prestigiosi.
Dal punto di vista stilistico Henderson si inserisce nel filone hard-bop: egli possiede una classe cristallina potendo produrre un suono vellutato alla maniera di Lester Young senza comunque rinunciare a certe ruvidezze anche di matrice blues; pur non raggiungendo intensità espressive quali quelle di John Coltrane o Sonny Rollins, nei suoi assoli sa essere incisivo nella giusta maniera e allo stesso tempo sa valorizzare la componente melodica dei brani; soprattutto nella seconda parte della sua carriera, è riuscito a costruirsi un “catalogo” di soluzioni tecniche ed espressive tali da rendere la sua voce unica e riconoscibile.
Henderson se n’è andato nel 2001 lasciando una discografia non troppo nutrita e un po’ disomogenea della quale – sempre nell’ottica “dummies” – credo siano comunque da conoscere i seguenti dischi che possono dare un’idea completa del musicista.

Page one (Blue Note – 1963)
con Kenny Dorham (tr), McCoy Tyner (p), Butch Warren (c), Pete LaRoca (b)
Nel suo primo disco inciso come leader, Henderson mostra subito quelle che sono le caratteristiche del suo sax: spiccata propensione per la resa melodica dei brani con una particolare attenzione a mantenere costantemente un suono pulito e cantabile. E’, ovviamente, soprattutto nelle ballad – come la suadente La mesha – che questo si avverte maggiormente, ma anche in un blues veloce come Homestretch dove appare qualche ruvidezza, il sax di Henderson non rinuncia alla scorrevolezza. Il disco contiene sei brani di cui quattro firmati dal leader; gli altri due, il famoso Blue bossa e il già citato La mesha sono di Kenny Dorham e come spesso accade con i brani scritti dal grande trombettista hanno un andamento latineggiante. La sezione ritmica, seppur non molto rodata, svolge un lavoro molto preciso con un McCoy Tyner che, forse per assecondare il leader, lascia da parte i suoi famosi cluster di note privilegiando la melodia. Tra i brani spicca Jinrikisha sia per lo splendido assolo iniziale di Henderson a cui fa eco quello perentorio di Dorham, sia per l’ottima intesa di tutto il quintetto.

Inner urge (Blue Note – 1964)
con McCoy Tyner (p), Bob Cranshaw (c), Elvin Jones (b)
Tra i numerosi dischi – peraltro tutti di buon livello - incisi per la Blue Note negli anni ’60 Inner urge occupa un posto di rilievo. All’epoca Henderson era uno dei musicisti di punta dell’etichetta anche se non aveva una vera sua formazione fissa; in questo disco in quartetto si fa accompagnare da due musicisti del gruppo di John Coltrane – McCoy Tyner ed Elvin Jones – e da Bob Cranshaw, sideman di Sonny Rollins. Quello che ne esce è un disco piuttosto movimentato dove Henderson mette da parte parecchia della sua proverbiale liricità per “sporcare” l’emissione sonora; nei cinque brani (tre dei quali sono del leader che si è sempre rivelato anche un buon compositore) infatti è evidente una maggiore muscolarità di matrice hard-bop. La title-track, brano molto amato da Hederson, rappresenta – proprio nelle sue parole – lo stimolo a vincere la frustrazione di trovare la propria strada nella confusione di New York; Henderson bene figura con un assolo potente e ricercato sorpattutto nel finale quando entra ed esce dal tema con disarmante naturalezza. Isotope è un blues spigoloso alla maniera di Monk, mentre El barrio risente dell’influenza della musica spagnola che all’epoca era di “moda” (non era passato tanto tempo da quando Tyner aveva inciso Olè Coltrane e si sente!). Chiudono il disco una rilassata You know I care molto adatta al sax di Henderson e una swingante Night and day, rivitalizzata dal quartetto grazie ad una buona prova collettiva e anche ad un superlativo assolo di Tyner.

Joe Henderson in Japan (Milestone – 1971)
con Hideo Ichikawa (p), Kunimitsu Inaba (c), Motohiko Hino (b)
Brutti tempi per il jazz gli inizi degli anni ’70… tra il nascente jazz-rock (o fusion che dir si voglia) complici ed ispiratori Bitches brew di Davis e i Weather Report e le sfuriate del free-jazz, poco spazio rimaneva per i musicisti come Henderson tanto da doversi adattare a suonare con musicisti non certo di grido. Ma non tutto il male viene per nuocere: questo disco dal vivo in Giappone, infatti, sorprendentemente si rivela essere molto significativo, nonostante gli accompagnatori giapponesi non siano così affermati. L’inizio del disco è davvero vibrante con Henderson che introduce in solitudine ’round midnight con una lentezza misurata per farne assaporare a pieno la melodia per poi accelerarla all’entrata della ritmica fino ad un assolo memorabile. Il brano seguente – Out ‘n’ in – è una composizione del leader molto dinamica e giocata soprattutto su delle serie di scale dove il saxonista ha modo di prodursi in un torrenziale assolo. Blue bossa è una vecchia conoscenza dal fragrante sapore latin dove non sfigura il piano di Ichikawa e una ritmica davvero superlativa; Junk blues, altro originale di Henderson, ha un marcato sapore hard-bop che ricorda alcune cose fatte da Coltrane e chiude un disco che rappresenta una piacevole sorpresa nella discografia di Henderson.

The state of the tenor (Blue Note – 1985)
con Ron Carter (c), Al Foster (b)
Dopo un lungo periodo di alti e bassi a livello professionale durante il quale non ha praticamente registrato da leader, Henderson ritorna all’etichetta che l’aveva lanciato per incidere questo unico disco. Il doppio CD raccoglie entrambi gli LP originali registrati dal vivo al Village Vanguard di New York con una formazione a tre, quasi ad emulare quanto fatto quasi trent’anni prima da uno dei suoi ispiratori, ovvero Sonny Rollins, nel suo A night at the “Village Vanguard”. Il trio è per un saxofonista un impegno considerevole e ci vuole uno strumentista davvero in forma per mantenere alta la tensione; Henderson ci riesce costantemente e in tal modo dimostra che lo “stato del tenore” è davvero buono, dimostrazione che vale non solo per il sax, ma anche per i due accompagnatori considerato cosa fanno sentire Al Foster e soprattutto un Ron Carter particolarmente ispirato. I temi scelti – sette per disco – oltre ad alcuni originali di Henderson sono di Thelonious Monk, Charles Mingus, Duke Ellington, Charlie Parker, Sam Rivers, Horace Silver e due standard come Stella by starlight e All the things you are: la varietà delle provienze consente al trio una buona varietà di variazioni sia a livello tonale che ritmico: si passa allora dalla sorniona Beatrice agli accenti quasi free di Isotope, al lirismo di Portrait fino al bop nervoso di Cheryl. Un disco questo che scorre in modo piacevole e che offre uno spaccato davvero completo dell’arte di Henderson.

So near, so far (musings for Miles) (Verve – 1993)
con John Scofield (g), Dave Holland (c), Al Foster (b)
Dopo un’ennesimo periodo d’oblio dalle scene, Henderson nel 1991 approda alla prestigiosa etichetta Verve con cui pubblica l’album Lush life nel quale si dedica alla ripresa di brani di Billy Strayhorn. Il disco ha un’ottima accoglienza da parte del pubblico e della critica e vince anche importanti premi, così – finalmente - viene tributato il giusto riconoscimento a questo musicista lasciato fin troppo in disparte. Ancora più significativo di Lush life è il successivo So near, so far: anche in questo caso ci troviamo davanti ad un concept-album visto che vi sono contenute – eccetto la title-track - tutte composizioni di Miles Davis con il quale il saxofonista aveva suonato per un breve periodo nel 1967. Il sax di Henderson è particolarmente adatto ai brani del trombettista vista la sua scorrevolezza e versatilità; bella la riproposizione di pezzi difficili quali Milestone o Miles ahead che viene presentato con un arrangiamento del tutto particolare, davvero notevole la liricità di Circle e la frenesia di Teo che evidenziano in un gioco di contrasti la profonda arte di questo saxofonista. Meritano senza dubbio una menzione anche gli accompagnatori: Holland e Foster forniscono un apporto ritmico preciso, affidabile e sufficientemente fantasioso, mentre Scofield è perfetto nel fungere da controcanto al leader senza riunciare a gustosi momenti solistici.
Tra le ultime registrazioni di Henderson va senza dubbio menzionato anche il disco del 1997 Porgy and Bess dove troviamo il saxofonista alle prese con l’opera di Gerswhin con la consueta classe e che sicuramente rappresenta il suo canto del cigno.
