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Tra i mari tempestosi dello spirito e della musica

Vinicio Capossela: dal vivo 15/12/2011 basilica dei Frari, Venezia

dal vivo a Verona (dal sito www.viniciocapossela.it)

Partiamo, innanzitutto, con le note negative così mi tolgo il pensiero: va bene la basilica dei Frari, va bene la location prestigiosa e l’afflato mistico, ma viene da chiedersi se è davvero opportuno proporre un concerto in questo luogo, soprattutto in considerazione del fatto che Vinicio nei suoi spettacoli punta molto anche sulla dimensione scenica/teatrale. Perché è proprio questa che è venuta a mancare - vista la presenza del coro ligneo a centro basilica che impedisce, di fatto, la visione dell’altare maggiore – almeno per tutti coloro che sono stati costretti (a un prezzo non proprio “popolare”) a vedere gran parte del concerto tramite i maxi-schermi. Per fortuna al momento dei bis tutti si sono potuti assembrare nella zona più favorevole e godersi almeno una parte del concerto senza alcuna mediazione video.
Detto questo e non criticando per nulla – anzi! – la magnifica bellezza della chiesa veneziana e neppure la discreta acustica (non è per niente facile amplificare i suoni in uno spazio sostanzialmente vuoto lungo 100 metri e alto 25!) passiamo alla cronaca vera e propria di quanto ascoltato giovedì sera.

Era ovvio aspettarsi che buona parte del concerto fosse incentrato sull’ultimo lavoro discografico di Capossela, ovvero Marinai, profeti e balene, uscito ad aprile di quest’anno e decisamente adatto per essere riproposto dal vivo come un grande concept-album, soprattutto in virtù della sua compattezza, più letteraria e d’ispirazione che musicale, a dire il vero. E così è stato. L’altare maggiore della basilica dei Frari, dominato dalla sfolgorante Assunta del Tiziano, viene così scenograficamente trasformato nella tolda di un vascello ottocentesco, da cui capitan Vinicio e la sua improbabile ciurma musicale –  complice anche l’austerità gotica della basilica – possono dare una deriva spirituale / marinaresca a quello che, più che un concerto, assomiglia ad un viaggio all’interno di noi stessi. Un viaggio che rappresenta le nostre paure, che ci fa sfiorare quella che è la dannazione, ma che subito ce ne affranca e ci fa intravvedere che c’è una salvezza e indicandocene la strada nel rivolgersi ad un essere superiore (in qualsiasi modo noi vogliamo chiamarlo) disposto a darci almeno un po’ della sua grazia.
E’ lo stesso Capossela a ripeterlo diverse volte: il concerto è il viaggio, e il viaggio è il rapporto dell’uomo con le cose più grandi di sé e in questo percorso - e conseguentemente nelle canzoni che il cantautore ha scelto per rappresentarlo – c’è sì la dimensione della sua perigliosità, ma anche la tranquillità che alla fine la speranza c’è sempre.

Dal punto di vista musicale è evidente che Capossela abbia perso un po’ della sua lucida follia e una buona parte della sua simpatica cialtroneria, mettendo da parte l’amore per i ritmi latini e tropicali e dando maggiore risalto ad elementi presi dalla musica europea, sia essa tradizionale o di derivazione colta, con echi classici piuttosto accesi. Quello che, comunque, colpisce è il filo logico che lega i brani tra di loro, quasi a sottolineare che a elementi testuali comuni debbano corrispondere anche elementi musicali, in una sottile concatenazione che dà unitarietà al concerto, suonato senza interruzioni o intervalli per non spezzare la tensione e per impedire al pubblico di riemergere dal mare fatato popolato di mostri marini, di fantasmi, di traditori e peccatori.
Nella penombra di luci bianche e blu e di innumerevoli candele accese, il concerto, per lo più costruito con le canzoni di Marinai, profeti e balene inizia con le note grevi de Il grande Leviatano, quasi un preludio a quanto sarebbe poi seguito: L’oceano oilalà e Dalla parte di Spessotto (da Ovunque proteggi) inframmezzati dalla lettura di un brano del Moby Dick, danno una nota giocosa prima di immergersi nelle claustrofobie di Lord Jim, nei neri racconti Ebenezer, Enoch, Elìa e Edna di La faccia della terra (da Da solo e ottimamente resa dal vivo), nel delirio religioso di Non trattare (ancora da Ovunque proteggi), nel fatalismo di Billy Budd, fino a toccare il punto più oscuro di tutto il concerto con il trittico terribile di La bianchezza della balena, I fuochi fatui e le lamentazioni di Job.
Se la bandistica Goliath e i divertissment di Polpo d’amor e Pryntyl (da non perdere il riferimento all’attualità con le sirene che festeggiano le dimissioni di tale re Nettuno!) danno una nota di movimento al concerto, presto esso si impantana in una bonaccia limacciosa e onirica con La Madonna delle conchiglie (molto suggestivi gli interventi di Mauro Ottolini con varie conchiglie), La lancia del Pelide, il coro Lasciatemi morire dal Lamento di Arianna di Monteverdi (sepolto proprio in una cappella della basilica), Le pleiadi, e Dimmi Tiresia. Si emerge da questo immobilismo conradiano solo alla fine del concerto con Nostos – trasposizione del dantesco canto di Ulisse – e con la splendida S.S. dei naufragati, legame evidentissimo tra l’ultimo lavoro e Ovunque proteggi.

A questo punto il concerto termina e al cantautore, pianista, chitarrista –  ma soprattutto narratore – e alla sua band non resta che liberarsi dei panni marinareschi e, acclamati a suon di applausi, donare qualche bis: si parte con la gioiosa L’uomo vivo, quasi a sottolineare la rinascita ad una nuova condizione, la sempre splendida Ovunque proteggi e Il ballo di San Vito, ripescata dalla “preistoria” (“ma sempre di un santo si tratta” dice Capossela presentandola). Dopo l’ennesimo richiamo in scena resta il tempo per  quietare gli animi con Le sirene e Non c’è disaccordo nel cielo (ancora da Da solo) che chiudono la serata con una scia di tiepida e lucente poesia: “grazie a voi che siete il mare profondo dove questa barca può prendere il largo“. E ancora una volta chapeau monsieur Capossela, chapeau.

Il grande Leviatano
L’oceano oilalà
- brano dal Moby Dick di Melville
Dalla parte di Spessotto
Lord Jim
La faccia della terra
Non trattare
Billy Budd
La bianchezza della balena
I fuochi fatui
Job
Goliath
Polpo d’amor
Pryntyl
La Madonna delle conchiglie
La lancia del Pelide
- Lasciatemi morire (dal Lamento di Arianna di Monteverdi)
Le Pleiadi
Dimmi Tiresia
Nostos
S.S. dei naufraghiL’uomo vivo
Ovunque proteggi
Il ballo di san VitoLe sirene
Non c’è disaccordo nel cielo

Vinicio Capossela: voce, pianoforte, chitarra
Alessandro “Asso” Stefana: chitarre, banjo
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Vincenzo Vasi: percussioni, harmonium, theremin
Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, percussioni
Zeno De Rossi: batteria, percussioni
Coro degli Apòcrifi



Percorrendo i mari tempestosi dell’anima

Vinicio Capossela: Marinai, profeti e balene (La Cupa/Warner – 2011)

Davanti ad un disco come questo si corre un rischio. Un grosso rischio che potrebbe portare a scrivere delle cose che esulano dal disco stesso, ovvero cercare di andare a leggere, di recuperare materiale, di informarsi e/o far tornare alla memoria personaggi e situazioni. Chi è Lord Jim? Chi è Billy Budd? Chi è il/la sfuggente Tiresia? E l’aedo misterioso? E quel “calipso” si riferisce alla ninfa o a paradisi caraibici? Lungo quale mare burrascoso ci imbatteremo nel nostro Leviatano? Dove approderemo per incontrare (o non incontrare) le sirene? Sì, tutto questo è importante, è evidentemente collegato in modo stretto con quanto Capossela butta dentro in quest’ora e mezza di musica, è l’essenza dell’ispirazione di quello che può essere tranquillamente definito “concept-album”… ma non è tutto.

No, non questo errore non va fatto. L’unica strada possibile per cercare di dire qualcosa di questo Marinai, profeti e balene è ascoltarlo con le orecchie e la mente più “pure” possibili: ne vanno sentite le parole, ne vanno assaporati i suoni, bisogna immergersi nelle sue atmosfere e cercare di penetrarvi nelle profondità in modo da arrivare a comprendere che tutte le storie raccontate da capitan Vinicio, tutti i miti, tutte le gesta eroiche, si intrecciano per diventare un’unica Storia che parte da Omero, passa per Dante e arriva a Melville e a Conrad, ad un unico mito che tutti li raccoglie formando un’unica grande e affascinante epopea marinara (mare quantomai metaforico) senza tempo, nella quale i riferimenti letterari ci sono, ma scompaiono e si perdono in un fluire pressoché ininterrotto di suoni.
Sì, perché sono i suoni la prima cosa che colpisce di questo disco,  a partire dai cori “sinfonici” d’apertura nella cupa Il grande Leviatano, fino alla scarnificata Le sirene che chiude il doppio CD: in mezzo ci sta il diluvio, di acque certo, ma anche di strumenti – molto spesso molto poco ortodossi – dalle sfaccettature armoniche e timbriche ampissime e usati, proprio per questo, quasi sempre in chiave il più onomatopeica possibile.

L’ispirazione marina non è cosa nuova per Capossela: già nel bellissimo Canzoni a manovella (a proposito, sono passati già 11 anni da quel bellissimo disco e sembra ieri!) vi erano degli spunti seminali, così come se ne trovano disseminati negli album successivi. Il “colpo di grazia” deve averlo avuto qualche anno fa quando, da solo su di una barca, ha tenuto una sorta di concerto/reading nella Baia del Silenzio a Sestri Levante con il pubblico che l’ascoltava sulla spiaggia: quello spettacolo nel quale propose, oltre alle sue canzoni più legate al mare, delle letture di Coleridge e Melville, si intitolava Storie di marinai, balene e profeti, titolo che viene ripreso pari-pari in questo lavoro. Qui invece tutto trasuda salsedine, ogni riferimento, ogni suggestione deriva dalle agitate acque atlantiche popolate da mostri spaventosi o dalle tranquille e profumate acque mediterranee stillanti poesia e languore: l’effetto è proprio quello di un disco “epico, antropologico, mutevole all’ascolto come mutevole è il mare” così come lo descrive capitan Vinicio che conduce l’ascoltatore in un viaggio affascinante, fatto di suoni e di affabulazioni.
E’ evidente che quello che Capossela canta non è il mare reale, ma quello che è stato trasformato in mito e proprio la presenza massiccia della parte letteraria potrebbe far pensare che la componente musicale sia posta in secondo piano rispetto alla narrazione: niente di più sbagliato. Capossela riesce perfettamente nell’intento di dare pari importanza alle parole e ai suoni, mettendoli tra loro in un rapporto di perfetta simbiosi: la musica conduce la narrazione, ne detta i tempi, ne sottolinea i passaggi e allo stesso tempo le parole – cantate o recitate – imprimono forza alle note, fanno sì che le canzoni si riempiano di suoni particolari.

No, non “sono solo canzonette” come cantava Bennato molti anni fa: Marinai, profeti e balene è un disco “pesante”, difficile, per nulla immediato ma che, anzi, ha bisogno di essere seguito con costante attenzione. Sarà pur vero che, ad un primo ascolto, nel primo disco emergono quelli che – probabilmente – sono i brani più d’impatto: Il grande Leviatano con il coro che pare avvolgere tutto come un maelström, gorgo tremendo e liberatore, L’oceano oilalà, ballata che pare presa dalla tradizione irlandese e il cui testo è tratto da Moby Dick, la claustrofobica Lord Jim, il blues corale di Billy Budd (con Marc Ribot e Greg Cohen sugli scudi) fino agli episodi più leggeri come Pryntyl – che dietro la sua atmosfera da Sirenetta disneyiana però trasuda malinconia – e Polpo d’amor, niente più che un divertissment. Ad un ascolto più attento però sono altre le canzoni che colpiscono, ovvero la tremenda Job con le lamentazioni di Giobbe e La bianchezza della balena dove il colore bianco è associato al male.
Il secondo disco pare abbandonare la variegata verve del primo per stemperarsi in una bonaccia languida e pensierosa: allora è il momento del blues sghembo di Goliath, della dolcezza profonda e sognante de Le Pleiadi, dell’epicità sussurrata di Aedo e della misuratissima Dimmi Tiresia, indagine tra i dubbi senza soluzione di chi – una qualche figura mitologica o lo stesso Vinicio – indaga l’indovino, fino alla ballata conclusiva de Le sirene, forse un po’ troppo dimessa.

Un viaggio per mare quindi, ma sicuramente non un viaggio per diporto, anzi un viaggio-metafora per indagare il proprio animo, le proprie paure e aspirazioni. Viaggio che non si conclude se non con una tremenda e disperante nota, ovvero che non c’è una luce salvifica nel fondo, ma anzi che ciascuno di noi è divorato dal proprio “mostro”, dal proprio Leviatano personale, qualsiasi esso sia. Sta a noi capire quale e capire come – se non sconfiggerlo – almeno imparare a conviverci.

PS: ho iniziato questa “recensione” ad aprile quando è uscito il disco e l’ho finita solo ora. E solo ora mi rendo conto di quanto questo sia un disco invernale, un disco tenebroso che male si addice all’estate con il suo calore, le sue tonalità, il suo immaginario. Sì, questo è un disco che richiama il freddo, le tempeste – reali o dell’anima – che pretende profondità e rispetto. Forse non il miglior lavoro in assoluto di Capossela, ma sicuramente un lavoro importante, acuto, più teatrale che da concerto, un lavoro che lascia intravvedere, anzi che spalanca nuove dimensioni per uno dei cantautori più interessanti di oggi.

CD1 

  1. Il grande Leviatano
  2. L’oceano oilalà
  3. Pryntyl
  4. Polpo d’amor
  5. Lord Jim
  6. La bianchezza della balena
  7. Billy Budd
  8. I fuochi fatui
  9. Job
  10. La lancia del Pelide

CD2

  1. Goliath
  2. Vinocolo
  3. Le Pleiadi
  4. Aedo
  5. La Madonna delle conchiglie
  6. Calipso
  7. Dimmi Tiresia
  8. Nostos
  9. Le sirene
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, farfisa, mellotron, chitarra, ondoline, clavicembalo, kalimba – Giuseppe Ettorre: contrabbasso – Stefano Nanni: organo, armonium, pianoforte, celesta, piano preparato – Mirco Mariani: leviatano, campionatore, ondoline, effetti iceberg, celesta – Taketo Gohara: ondoline, tanburello, fischio, kalimba bassa, gong delle nuvole, santur, maracas, shaker, kashishi – Francesco Arcuri: sega, autoharp, campanelli, toy piano, kalimba, pentole, acqua, gamelan, steel drum, bicchieri, metallofoni, santoor – Alessandro Stefana: vox continental, banjo, chitarra elettrica, divan sazi – Vincenzo Vasi: tubular bells, nord micro modular, percussioni digitali, nettuno, tubo, lumachine di mare, giocattoli elettronici e meccanici, fischietti, flauti, kazoo, carillon, samples, theremin, shaker, gu zheng, tres, xilofono, marimba, tampura, teste di moro, triangolo, coro – Giuseppe Cacciola: marimba, teste di moro, piatti, timpani, vaso, pentolina, acqua, tamburo, boobam, xilofono, chimes, cimbalo, rullante – Mario Arcari: flauti, flautofono, oboe, oboe d’amore – Myriam Essayan: bodhràn, tamburello – Stephane Lavis: tin whistle – Guillaume Souweine: violino – Caroline Tallone: ghironda – Antonio Marangolo: saxofoni, washboard, marimba, glockenspiel, vibrafoni, xilifoni – Jimmy Villotti: chitarra – Ares Tavolazzi: contrabbasso – Luisa Prandina: arpa – Nadia Ratsimandresy: ondes martenot – Enrico Gabrielli: clarinetto basso, sax tenore – Greg Cohen: contrabbasso – Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, flicorno, susaphone – quartetto Edodea: archi – Alessio Pisani: fagotto, controfagotto – Zeno De Rossi: timpano, catene, batteria – Marc Ribot: chitarre, banjo, mandolino – Daniel Melingo: voce – CaboSanRoque: orchestra meccanica – Roger Aixut e Laia Torrents: delfin-banera – Psarantonis: lyra cretese, voce – Niki Xylouri: bendir, stamma, daouli, daoulaki – Haralambos Xylouris: boulgari – Yiorgis Xylouris: laouto, oud – Danilo Rossi: viola d’amore barocca, viola Maggini – Marco Gianotto: organo di barberia – Mauro Refosco: percussioni, udu, latta, vibrafono, marimba, glockenspiel, kalimba - Coro del Apòcrifi, Drunk Sailor choir, Le sorelle Marinetti: voci



Capossela, rinnova la magia anche dal vivo

Vinicio Capossela: dal vivo 29/03/06, teatro Toniolo, Mestre – Venezia

E’ la terza volta che ho la fortuna di vedere dal vivo Vinicio Capossela; nella prima – era il 1990/1991 dopo l’uscita del primo album All’una e trentacinque circa – era un giovanotto di bella presenza e belle speranze, con un repertorio che a malapena riusciva ad essere sufficiente per un concerto di un’ora e mezza, ma che fece intravedere un luminoso futuro. Nella seconda, una decina di anni fa all’uscita del suo Il ballo di San Vito, la trasformazione del personaggio-Capossela e della sua musica aveva già intrapreso una strada di piena originalità ed incoscienza che si è perfettamente concretizzata in quella splendida opera che è Canzoni a manovella e ancor di più nell’ultima fatica Ovunque proteggi.
Ovviamente il percorso artistico seguito dal cantautore nelle proprie uscite discografiche non poteva non riflettersi anche nelle sue performance dal vivo; così da schivo intrattenitore, timidamente seduto dietro al suo pianoforte quasi da ricercarne la protezione, è divenuto abile front-man capace di esternare completamente ciò che le canzoni raccontano e di calarsi nei personaggi, nelle situazioni. A comprova di questo, infatti, l’ultima proposta dal vivo si avvicina molto al teatro, soprattutto nella prima parte che è interamente dedicata all’ultima fatica discografica.

Capossela aveva avvertito: “il concerto non rappresenta l’autore del disco ma il suo mondo” ed infatti è proprio un mondo intero quello che lui porta sul palco, un mondo fatto prima di tutto di figure di riferimento che appaiono e scompaiono così come ne appare e scompare la loro evocazione musicale, un mondo di storie che si creano e si dissolvono con l’indossare e il togliere di una maschera che sia quella di “boves” di Brucia Troia a simboleggiare un mitologico minotauro, quella della Medusa, il colbacco da militare dell’armata rossa in Moskavalza, o il frac di Nel blu, il costume colorato dell’Opera di Pechino per Maraja, o quello sbrindellato del capitano scellerato di S.S. dei naufragati (“un comandante che non si cura di portare alla rovina il suo vascello e l’equipaggio a causa di un odio personale, metafora che pare sempre attuale” l’introduce, con ovvio riferimento all’attuale situazione politica).
Ma ciò che alla fine è più importante, è che dietro questo gioco di (solo apparente) esteriorità, per di più reso ancora più drammatico dalla sostanziale penombra del palco e dal gioco di ombre cinesi sul telone alle spalle dei musicisti, c’è la solidità della proposta musicale sia delle composizioni, sia dei musicisti sul palco. Ottima la chitarra di Stefana che corre sulla lama sottile di accompagnamento/assolo, prezioso Vasi che oltre che supportare le atmosfere elettroniche ha incantato tutti con il suo theremin dal quale non ha tratto solo suoni d’accompagnamento o di “disturbo”, ma vere e proprie melodie ed armonie. Mentre Vignali è rimasto un po’ in ombra – anche per la sua posizione defilata – si sono messi in buona evidenza il drumming fantasioso di De Rossi e soprattutto lo splendido suono, profondo ed incisivo, del contrabbasso di Zuppiroli che aveva il compito piuttosto difficile di dettare i tempi e tenere assieme il gruppo.

Il concerto in un teatro tutto esaurito si è praticamente diviso in due parti: nella prima Capossela ha inanellato tutte le canzoni dell’ultimo disco tra poesia carnale e surrealità (con una significativa eccezione); non vorrei aggiungere molto rispetto alla mia recensione di febbraio se non che le canzoni mi sono parse ben rese anche dal vivo, in modo particolare Dove siamo rimasti a terra Nutless, inno all’amicizia perduta efficacemente resa usando gli effetti di una telefonata e Pena del alma, sorta di malinconica milonga che con Capossela al piano e il solo accompagnamento di Anna Garano alla chitarra classica riesce a coinvolgere emotivamente l’intera platea. Continuano a non convincermi del tutto Moskavalza e Nel blu, ma a questo punto sembra un problema mio viste le reazioni del pubblico, acquistano invece valore Lanterne rosse cantata sotto due classici lampioncini cinesi in un tripudio di rosso e – non credevo fosse possibile visto la sua bellezza su disco – S. S. dei naufragati con un Mario Brunello, accolto come una rockstar, che sa cavare dal suo violoncello dei suoni davvero spettrali e paurosi.

Nella seconda parte – dedicata alla città di Venezia e alla sua atmosfera decadente – Capossela rispolvera brani del suo passato più recente ovvero da Canzoni a manovella e Il ballo di san Vito: Marajà è divertente e scanzonata, ma già Con una rosa (come desideravo che suonasse questa canzone!) l’atmosfera si fa più intima, smarrita e tenera. Poi la sonnolenta Morna, la malinconica Solo mia, una dimessa Accolita dei rancorosi e una stranita Canzoni a manovella e il concerto finisce… ma si sa, manca qualcosa, manca il commiato, manca quell’ultima gemma. Il pubblico lo sa anche se non lo dice e lo sa anche Capossela…
Eccoli allora nuovamente sul palco con una sorpresa, ovvero il theremin di Vincenzo Vasi, il contrabbasso di Glauco Zuppiroli e ancora Mario Brunello a presentare due rime di Michelangelo Buonarroti musicate da Philippe Eidel: le parole sono affascinanti e la musica è decisamente adatta (“un pugnale nel costato” definirà il violoncello Capossela). Alla compagnia si aggiunge il mezzosoprano Romina Basso – una delle cantanti più interessanti nell’ambito del repertorio barocco – per cantare Lascia ch’io pianga, struggente aria dal Rinaldo di Händel che, grazie alla sua voce calda e brunita assume una connotazione del tutto particolare.
Applausi, inchini, saluti e accendersi delle luci. Ma quell’assenza è lì sempre più evidente, finché Capossela rientra e a luci accese – “ci si saluta e abbraccia meglio alla luce che al buio” – ci regala l’ultima magia di Ovunque proteggi, intensa, intensissima canzone tenera e delicata che dopo più di due ore e mezza ci lascia liberi di uscire con il cuore leggero nella notte mestrina chiudendo un concerto davvero partecipato da entrambe le parti del palcoscenico, che dimostra come Capossela sia sempre capace di donare dell’ottima musica e di incantare il pubblico con il quale ha un rapporto d’amore assolutamente ben ricambiato.

Non trattare
Brucia Troia
Dalla parte di Spessotto
Medusa cha cha cha
Moskavalza
Nel blu
Dove siamo rimasti a terra Nutless
Pena del alma
Lanterne rosse
S.S. dei naufragati
Ecclesiaste / Il rosario della carne
L’uomo vivo
Al Colosseo

Marajà
Con una rosa
Morna
Solo mia
L’accolita del rancorosi
Canzoni a manovella

Altra figura (dalle Rime di Michelangelo)
Fuggite amanti (dalle Rime di Michelangelo)
Lascia ch’io pianga (Händel)
Ovunque proteggi

Vinicio Capossela: voce, pianoforte, tastiere, harmonium, chitarra, percussioni
Alessandro Stefana: chitarre eletterica e classica, banjo
Vincenzo Vasi: theremin, percussioni, xilofono, elettronica, gong delle nuvole
Michele Vignali: ance
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria, percussioni

Mario Brunello: violoncello
Anna Garano: chitarra classica
Romina Basso: mezzosoprano



Benvenuti nel magico mondo di Vinicio

Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Atlantic – 2006)

Ci sono molti modi per parlare di un disco come questo, ognuno giusto ed ognuno sbagliato allo stesso tempo. Ci sono tante interpretazioni, catene di pensieri da seguire, nei quali perdersi nel cercare di trovarne il filo, oppure lasciarsi andare all’apparente caos e alla selvaggia tensione che scorre lungo i suoi solchi (si diceva così quando i dischi erano dei delicati padelloni neri, no?). Io non so quale sia il giusto approccio da usare, ma so per certo che qualunque di essi non riuscirà a descrivere Ovunque proteggimi a pieno; troppe, troppe cose sono concentrate in questi 70 minuti di musica, troppi mondi, troppi suoni, rumori, clamori e clangori, troppe sensazioni sono state chiamate a raccolta da Capossela che le ha prese da una sorta di bazar del mondo e ficcate a forza dentro questo crogiolo denso e ribollente.
Due aspetti appaiono caratterizzanti fin dal primo ascolto: questo non è un disco di “normali” canzoni, questo è un disco dove il fantasma di Tom Waits è particolarmente presente ed “attivo”. E le due cose sono indissolubilmente legate tra loro. Che Capossela fin dal suo disco d’esordio e poi più esplicitamente negli ultimi Il ballo di San Vito e nello splendido Canzoni a manovella, si sia ispirato al cantautore di Pomona non è certo una novità, ma è altrettanto vero che la sua non è una pedissequa imitazione. Capossela, infatti, usa alcune delle soluzioni adottate dal collega statunitense e le rielabora aggiungendovi del proprio, attingendo ad un patrimonio culturale diverso da quello degli hipster della West-Coast; ecco allora che le sue canzoni mantengono la destrutturazione della melodia, l’andamento sghembo e l’insistita pulsazione tanto care a Waits, ma si arricchiscono anche di riferimenti letterari, tradizionali, barbari e poetici derivanti dalla sua esperienza di girovago ricercatore di stimoli. Non è un caso, allora, che questo disco sia stato registrato in ben dieci luoghi diversi e con un gran numero di musicisti provenienti dalle più diverse esperienze.

E c’è davvero di tutto dentro queste canzoni – “gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” per dirla con la presentazione che ne ha fatto il suo autore – ma anche passioni devastanti e devastatrici, crudeltà e miserie, invocazioni, ricordi, deliri, visioni e lamentazioni, il tutto amalgamato assieme con così tanti spunti musicali come solo un ottimo musicista può fare. A fronte di tutto questo eclettismo – di contenuti e di esecuzione – stupisce come Ovunque proteggi si presenti sostanzialmente come un disco compatto, solido seppur intricato da seguire. A conti fatti, proprio per districarsi nel modo migliore in questo disordinato dipinto a tinte forti, futuristico e profondamente legato ad un passato terroso, per cercare di trovarne – e non è detto che io vi riesca – le chiavi di lettura, sarà bene procedere canzone per canzone.
Non trattare: lo shofar – corno rituale della tradizione ebraica – ci introduce in una sorta di mantra tra Arabia e blues ben costruito dalla chitarra di Marc Ribot e dal dobro di Anna Garano; il testo è infarcito di citazioni bibliche che assumono a tratti i toni del delirio mistico (Non ammazzare / se non nel mio nome / o il sangue che hai versato ricada su di te). Potente e ossessivo. E già si capisce che l’ascolto non sarà agevole.
Brucia Troia: registrazione nelle grotte preistoriche di Ispignoli in Sardegna, strumentazione arcaica – balafon (una specie di marimba africana), campanacci, corna – e il canto gutturale dei Tenores di Mamoiada per una sorta di rievocazione del mito di Omero e un’evocazione del demonio stesso. Voce come carta vetrata, un testo che lascia intendere e sottointendere che pare nascere spontaneo dalla musica. Bellissima l’immagine Barbari della Colchide / i vapori s’alzano nell’ombra. E a fronte di tutta questa ferocia Capossela parlando del brano butta lì un “sarebbe stato perfetto per i programmi radiofonici di dediche”.
Dalla parte di Spessotto: una sorta di filastrocca che è un’ode all’infanzia vissuta da perdenti (siamo la stirpe di Zoquastro / i perenni votati all’impiastro / sulla stufa asciugano inchiostro / dei fogli caduti nel fosso salmastro), tra ricordi (con i peccati da regolare / le penitenze da sistemare / sei anni e sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto!) e iperboliche invenzioni (abbagliati dalla balena / nella pancia della falena). Bellissimo l’accompagnamento vocale dello “shaba dum dum” di sottofondo e quello della squinternata Banda della posta, la stessa che ha suonato al matrimonio dei genitori di Vinicio. E non è un caso che la canzone sia stata registrata a Calitri, paese natale del padre del nostro.
Moskavalza: primo divertissement del disco. Si tratta di una cialtronesca citazione russo/balcanica (presente il Bregovic di Kusturica?) tutta giocata sulle assonanze multi-linguistiche; dispiace un po’ la pesantezza della drum-machine su cui si regge il brano.
Al Colosseo: introdotta dalle fanfare simil-Ben Hur e scandita dal cupo risuonare dei timpani è una sorta di truculenta rievocazione delle barbarie dei giochi romani anche se il riferimento a “la legge della curva” fa pensare a tempi ben più recenti. La canzone è seguita dalla traccia fantasma Il rosario della carne, sorta di delirio mistico sulla carne e la sua degradazione con tanto di dissacrante ronzio di mosche.
L’uomo vivo: è forse la canzone con cui mi sento meno in sintonia. Giocata tutta sulla esuberanza del Corpo bandistico di Scicli, come in una specie di mistero buffo narra la storia di un Cristo di borgata che una volta risorto non gli resta che farsi trasportare per il paese a mangiare e bere (nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno / portato a mangiare…).
Medusa cha cha cha: l’altro divertissement prima che il disco cambi rotta. La chitarra “cubana” di Marc Ribot, gli assoli di teremin del geniaccio dell’elettronica Gak Sato e l’atmosfera anni ’50 carica di percussioni e fiati vanno a musicare un testo esilarante dove la mitologica Medusa diventa l’amante delusa perché riesce solo a pietrificare con lo sguardo ogni ragazzo che le sia avvicina (non guardarmi / negli occhi per favore, / già ti ho pietrificato il cuore? / gli occhi no, gli occhi no… / Oddio un altro baccalà!) Sicuramente il brano più esilarante e gustoso del disco.
Nel blu: improvvisamente tutto cambia, l’atmosfera si fa più riflessiva. Vinicio si siede al pianoforte e sforna un brano che non sfigurerebbe in certe commedie di Broadway con tanto di orchestra d’archi diretta da Mario Brunello. Dopo tante efferatezze una semplice canzone d’amore ariosa e dolciastra che però – onestamente – non mi pare molto ben riuscita.
Dove siamo rimasti a terra Nutless: nostalgia e rimpianti per una ballad in puro stile Capossela degli esordi. Il pianoforte e il “solito” Ribot in bella evidenza ed echi di Dixieland per passare dalle tristezze quotidiane (Dov’è che siamo rimasti soli… Nutless / Dov’è che i muri / si sono chiusi addosso? ) ai lampi di follia di un “glorioso” passato (Buttarci a piedi pari / nella vasca del Campari / abbattere la notte / a raffiche di Cordon Rouge). Uno dei vertici del disco.
Pena del alma: tratta dalla canzone tradizionale messicana Prenda del alma, è una serenata che – affine per atmosfera a Ultimo amore (da Modì) – si rivolge romanticamente all’amata lontana e ne rievoca e decanta la figura e l’indissolubile passione. Triste da far male.
Lanterne rosse: un sogno immobile. Il pianoforte che accenna degli accordi. Di cinese troviamo, oltre all’ambientazione, la strumentazione che l’accompagna (sheng, har hu, xun ovvero organo a bocca, violino e flauto cinesi) in una sorta di calma piatta. Riflessioni, apparizioni apparentemente senza un filo conduttore lungo una melodia esile come una trama nella quale lasciarsi andare.
S.S. dei naufragati: giù il cappello, signori! Questo è il capolavoro del disco. Capossela recita un testo – ispirato dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge e dal Moby Dick di Melville – che con una drammaticità crescente ci narra della fine di un gruppo di naufraghi prosciugati dalla sete, come in una sorta di disperato requiem tra legni sciabordanti e fantasmi malvagi. Impressionante per tensione l’invocazione “matri mia” alla Santissima dei naufragati. La strumentazione contribuisce non poco allo scopo: troviamo infatti il lugubre violoncello di Mario Brunello, il triste armonium di Stefano Nanni, il misterioso teremin di Vincenzo Vasi e il coro della Cappella di S.Maurizio di Milano. Da brividi.
Ovunque proteggi: Capossela chiude il disco con un altro tipico brano della sua produzione, tra la meraviglia dell’amore, la certezza di un’altra caduta e la speranza della redenzione. Brano bellissimo sia nel testo che nella musica, affascina per dolcezza e poesia. (E se mi trovi stanco / se mi trovi spento / se il meglio è già venuto / e non ho saputo / tenerlo dentro me // Ovunque proteggi / la grazia del mio cuore).

Molte, molte altre cose ci sarebbero da dire di un disco come questo e di un cantautore come Capossela che ci ha abituato a dischi di intensità e bellezza rari. E ancora una volta egli ci precipita nel suo mondo fatto di presenze, racconti, citazioni, visioni e profondo senso dell’appartenenza a qualcosa di speciale; e come ogni volta ne usciamo appagati e consci di aver compiuto un viaggio arricchente e mai, mai banale. E che il dio dei musicisti così ce lo custodisca e protegga.

  1. Non trattare
  2. Brucia Troia
  3. Dalla parte di Spessotto
  4. Moskavalza
  5. Al Colosseo
  6. L’uomo vivo
  7. Medusa cha cha cha
  8. Nel blu
  9. Dove siamo rimasti a terra Nutless
  10. Pena del alma
  11. Lanterne rosse
  12. S.S. dei naufragati
  13. Ovunque proteggi
Vinicio Capossela: voce, chitarra, farfisa, pianoforte, campanacci di Tonara, corna, gem, piano a muro, gong delle nuvole, duysen piano / Achille Succi: clarone, clarino / Alessandro “Asso” Stefana: banjo, dr. bohm rhythm machine, chitarra elettrica / Anna Garano: dobro / Ares Tavolazzi: contrabbasso / Banda della posta: Tuttacreta (fisarmonica) Matalena (violino) Rocco Briuolo (mandolino e mmoh) / Christofer Wonder “The big ta da”: scimmietta meccanica / Corpo bandistico “A Busacca di Scicli” / Dixie Jambalaya: six / Edodea string quartet di Edoardo De Angelis / Elia Galante: shofar / Enrico Bellani: corno francese / Fabio Prina: susafon / Fabrizio Cattaneo: tromba / Gaben Dabiré: balafon / Gabriel Tenorio: slide guitar / Gaetano Santoro: sax baritono / Gak Sato: elettronica, sonagli, shaba dum dum, thremin / Gavino Murgia: canto a tenores basso / Tre tenores di Mamoiada / Georgeanne Kalweit: medusa / Giorgio Giovannini: trombone / Glauco Zoppiroli: contrabbasso, guitarron / Ivan Gambini: timpani / Jacob Hernandez: bongo maracas, clave / Luciano Invernizzi: trombone / Marc Ribot: chitarre, banjo / Mario Brunello: violoncello / Massimo Mercer: tromba / Mauro Pagani: complicità / Roy Paci: tromba, grancassa / Sauro Berti: corno di bassetto, clarinetto basso / Stefano Nanni: armonio, piano / Vincenzo Vasi: basso, xilofono, fischi, cantante “occulto”, teremin / Vittorio Castelli: clarinetto / Wu Wei: har hu (violino cinese), sheng (cinese mouth organ), xun (flauto cinese) / Zeno De Rossi: Batteria, teste di morto, tamburo, grancassa, fischio da naso, mascella d’asino