articoli taggati come “cohen_greg”

Percorrendo i mari tempestosi dell’anima

Vinicio Capossela: Marinai, profeti e balene (La Cupa/Warner – 2011)

Davanti ad un disco come questo si corre un rischio. Un grosso rischio che potrebbe portare a scrivere delle cose che esulano dal disco stesso, ovvero cercare di andare a leggere, di recuperare materiale, di informarsi e/o far tornare alla memoria personaggi e situazioni. Chi è Lord Jim? Chi è Billy Budd? Chi è il/la sfuggente Tiresia? E l’aedo misterioso? E quel “calipso” si riferisce alla ninfa o a paradisi caraibici? Lungo quale mare burrascoso ci imbatteremo nel nostro Leviatano? Dove approderemo per incontrare (o non incontrare) le sirene? Sì, tutto questo è importante, è evidentemente collegato in modo stretto con quanto Capossela butta dentro in quest’ora e mezza di musica, è l’essenza dell’ispirazione di quello che può essere tranquillamente definito “concept-album”… ma non è tutto.

No, non questo errore non va fatto. L’unica strada possibile per cercare di dire qualcosa di questo Marinai, profeti e balene è ascoltarlo con le orecchie e la mente più “pure” possibili: ne vanno sentite le parole, ne vanno assaporati i suoni, bisogna immergersi nelle sue atmosfere e cercare di penetrarvi nelle profondità in modo da arrivare a comprendere che tutte le storie raccontate da capitan Vinicio, tutti i miti, tutte le gesta eroiche, si intrecciano per diventare un’unica Storia che parte da Omero, passa per Dante e arriva a Melville e a Conrad, ad un unico mito che tutti li raccoglie formando un’unica grande e affascinante epopea marinara (mare quantomai metaforico) senza tempo, nella quale i riferimenti letterari ci sono, ma scompaiono e si perdono in un fluire pressoché ininterrotto di suoni.
Sì, perché sono i suoni la prima cosa che colpisce di questo disco,  a partire dai cori “sinfonici” d’apertura nella cupa Il grande Leviatano, fino alla scarnificata Le sirene che chiude il doppio CD: in mezzo ci sta il diluvio, di acque certo, ma anche di strumenti – molto spesso molto poco ortodossi – dalle sfaccettature armoniche e timbriche ampissime e usati, proprio per questo, quasi sempre in chiave il più onomatopeica possibile.

L’ispirazione marina non è cosa nuova per Capossela: già nel bellissimo Canzoni a manovella (a proposito, sono passati già 11 anni da quel bellissimo disco e sembra ieri!) vi erano degli spunti seminali, così come se ne trovano disseminati negli album successivi. Il “colpo di grazia” deve averlo avuto qualche anno fa quando, da solo su di una barca, ha tenuto una sorta di concerto/reading nella Baia del Silenzio a Sestri Levante con il pubblico che l’ascoltava sulla spiaggia: quello spettacolo nel quale propose, oltre alle sue canzoni più legate al mare, delle letture di Coleridge e Melville, si intitolava Storie di marinai, balene e profeti, titolo che viene ripreso pari-pari in questo lavoro. Qui invece tutto trasuda salsedine, ogni riferimento, ogni suggestione deriva dalle agitate acque atlantiche popolate da mostri spaventosi o dalle tranquille e profumate acque mediterranee stillanti poesia e languore: l’effetto è proprio quello di un disco “epico, antropologico, mutevole all’ascolto come mutevole è il mare” così come lo descrive capitan Vinicio che conduce l’ascoltatore in un viaggio affascinante, fatto di suoni e di affabulazioni.
E’ evidente che quello che Capossela canta non è il mare reale, ma quello che è stato trasformato in mito e proprio la presenza massiccia della parte letteraria potrebbe far pensare che la componente musicale sia posta in secondo piano rispetto alla narrazione: niente di più sbagliato. Capossela riesce perfettamente nell’intento di dare pari importanza alle parole e ai suoni, mettendoli tra loro in un rapporto di perfetta simbiosi: la musica conduce la narrazione, ne detta i tempi, ne sottolinea i passaggi e allo stesso tempo le parole – cantate o recitate – imprimono forza alle note, fanno sì che le canzoni si riempiano di suoni particolari.

No, non “sono solo canzonette” come cantava Bennato molti anni fa: Marinai, profeti e balene è un disco “pesante”, difficile, per nulla immediato ma che, anzi, ha bisogno di essere seguito con costante attenzione. Sarà pur vero che, ad un primo ascolto, nel primo disco emergono quelli che – probabilmente – sono i brani più d’impatto: Il grande Leviatano con il coro che pare avvolgere tutto come un maelström, gorgo tremendo e liberatore, L’oceano oilalà, ballata che pare presa dalla tradizione irlandese e il cui testo è tratto da Moby Dick, la claustrofobica Lord Jim, il blues corale di Billy Budd (con Marc Ribot e Greg Cohen sugli scudi) fino agli episodi più leggeri come Pryntyl – che dietro la sua atmosfera da Sirenetta disneyiana però trasuda malinconia – e Polpo d’amor, niente più che un divertissment. Ad un ascolto più attento però sono altre le canzoni che colpiscono, ovvero la tremenda Job con le lamentazioni di Giobbe e La bianchezza della balena dove il colore bianco è associato al male.
Il secondo disco pare abbandonare la variegata verve del primo per stemperarsi in una bonaccia languida e pensierosa: allora è il momento del blues sghembo di Goliath, della dolcezza profonda e sognante de Le Pleiadi, dell’epicità sussurrata di Aedo e della misuratissima Dimmi Tiresia, indagine tra i dubbi senza soluzione di chi – una qualche figura mitologica o lo stesso Vinicio – indaga l’indovino, fino alla ballata conclusiva de Le sirene, forse un po’ troppo dimessa.

Un viaggio per mare quindi, ma sicuramente non un viaggio per diporto, anzi un viaggio-metafora per indagare il proprio animo, le proprie paure e aspirazioni. Viaggio che non si conclude se non con una tremenda e disperante nota, ovvero che non c’è una luce salvifica nel fondo, ma anzi che ciascuno di noi è divorato dal proprio “mostro”, dal proprio Leviatano personale, qualsiasi esso sia. Sta a noi capire quale e capire come – se non sconfiggerlo – almeno imparare a conviverci.

PS: ho iniziato questa “recensione” ad aprile quando è uscito il disco e l’ho finita solo ora. E solo ora mi rendo conto di quanto questo sia un disco invernale, un disco tenebroso che male si addice all’estate con il suo calore, le sue tonalità, il suo immaginario. Sì, questo è un disco che richiama il freddo, le tempeste – reali o dell’anima – che pretende profondità e rispetto. Forse non il miglior lavoro in assoluto di Capossela, ma sicuramente un lavoro importante, acuto, più teatrale che da concerto, un lavoro che lascia intravvedere, anzi che spalanca nuove dimensioni per uno dei cantautori più interessanti di oggi.

CD1 

  1. Il grande Leviatano
  2. L’oceano oilalà
  3. Pryntyl
  4. Polpo d’amor
  5. Lord Jim
  6. La bianchezza della balena
  7. Billy Budd
  8. I fuochi fatui
  9. Job
  10. La lancia del Pelide

CD2

  1. Goliath
  2. Vinocolo
  3. Le Pleiadi
  4. Aedo
  5. La Madonna delle conchiglie
  6. Calipso
  7. Dimmi Tiresia
  8. Nostos
  9. Le sirene
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, farfisa, mellotron, chitarra, ondoline, clavicembalo, kalimba – Giuseppe Ettorre: contrabbasso – Stefano Nanni: organo, armonium, pianoforte, celesta, piano preparato – Mirco Mariani: leviatano, campionatore, ondoline, effetti iceberg, celesta – Taketo Gohara: ondoline, tanburello, fischio, kalimba bassa, gong delle nuvole, santur, maracas, shaker, kashishi – Francesco Arcuri: sega, autoharp, campanelli, toy piano, kalimba, pentole, acqua, gamelan, steel drum, bicchieri, metallofoni, santoor – Alessandro Stefana: vox continental, banjo, chitarra elettrica, divan sazi – Vincenzo Vasi: tubular bells, nord micro modular, percussioni digitali, nettuno, tubo, lumachine di mare, giocattoli elettronici e meccanici, fischietti, flauti, kazoo, carillon, samples, theremin, shaker, gu zheng, tres, xilofono, marimba, tampura, teste di moro, triangolo, coro – Giuseppe Cacciola: marimba, teste di moro, piatti, timpani, vaso, pentolina, acqua, tamburo, boobam, xilofono, chimes, cimbalo, rullante – Mario Arcari: flauti, flautofono, oboe, oboe d’amore – Myriam Essayan: bodhràn, tamburello – Stephane Lavis: tin whistle – Guillaume Souweine: violino – Caroline Tallone: ghironda – Antonio Marangolo: saxofoni, washboard, marimba, glockenspiel, vibrafoni, xilifoni – Jimmy Villotti: chitarra – Ares Tavolazzi: contrabbasso – Luisa Prandina: arpa – Nadia Ratsimandresy: ondes martenot – Enrico Gabrielli: clarinetto basso, sax tenore – Greg Cohen: contrabbasso – Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, flicorno, susaphone – quartetto Edodea: archi – Alessio Pisani: fagotto, controfagotto – Zeno De Rossi: timpano, catene, batteria – Marc Ribot: chitarre, banjo, mandolino – Daniel Melingo: voce – CaboSanRoque: orchestra meccanica – Roger Aixut e Laia Torrents: delfin-banera – Psarantonis: lyra cretese, voce – Niki Xylouri: bendir, stamma, daouli, daoulaki – Haralambos Xylouris: boulgari – Yiorgis Xylouris: laouto, oud – Danilo Rossi: viola d’amore barocca, viola Maggini – Marco Gianotto: organo di barberia – Mauro Refosco: percussioni, udu, latta, vibrafono, marimba, glockenspiel, kalimba - Coro del Apòcrifi, Drunk Sailor choir, Le sorelle Marinetti: voci



10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


La musica-centrifuga del quartetto Masada

Masada: First live 1993 (Tzadik – 2002)

John Zorn è un nome a cui è bene avvicinarsi con prudenza e con una buona dose di apertura mentale, in quanto la sua musica non è certo semplice e di immediata comprensione; inoltre il saxofonista è impegnato in una serie di progetti e collaborazioni così vasta e disparata nella quale è difficile districarsi. La discografia che nasce da questa attività schizofrenica è una delle più complicate ed eterogenee: tra registrazioni a proprio nome, con piccole formazioni, formazioni allargate (come la Masada Chamber Ensemble), lavori per il cinema e lavori orchestrali, viene espressa tutta la poetica di Zorn, ma anche tutto il suo corrosivo spirito  iconoclasta e l’intento di sperimentazione spinta a livelli così estremi da risultare a volte pretenziosa e fine a sè stessa.
Tra i progetti più interessanti – e più ascoltabili – c’è lo storico quartetto Masada in cui Zorn e compagni sono riusciti a fondere in maniera mirabile le spinte musicali d’avanguardia con la tradizione musicale non solo jazzistica, ma anche della musica “colta” europea. Il quartetto è in attività dal 1993 e ha alle spalle una decina di dischi in studio; ora che è giunto alla fine della sua attività, Zorn – che ci sa fare anche dal punto di vista commerciale – ha deciso di pubblicare, tramite la sua etichetta Tzadik, una serie di registrazioni live effettuate in varie città e vari anni. Sono così usciti in CD i concerti di Middleheim, di Taipei del 1995, di Gerusalemme del 1994,  al Tonic di New York 2001 (ultima registrazione live, forse la più notevole di tutte) e questo First live del 1993 che si può considerare la pietra su cui si fonda la storia del quartetto.

Tutto iniziò quella notte! Così è indicato nella copertina del CD che contiene un concerto del 2/09/1993 al Knitting factory, ma non un concerto qualsiasi, bensì la prima esibizione live del quartetto Masada. Questa è la prima volta in assoluto, avvertono sempre le note di copertina, che Zorn, Douglas, Cohen e Baron hanno suonato la musica che ha poi reso celebre il quartetto. E già in questa prima registrazione ci sono tutti quegli elementi che saranno le caratteristiche peculiari della loro musica nei vari anni di attività: la base su cui vengono costruiti i pezzi è un solido bop che viene integrato e trasformato da elementi presi dal folklore ebraico, il tutto inserito in una completa libertà espressiva che ricorda da vicino le sonorità del famoso quartetto di Ornette Coleman e Don Cherry.
Il quartetto si presenta solidissimo fin dalle prime battute, ed effettivamente essendo i quattro degli specialisti ciascuno del proprio strumento possono dedicare le loro energie al collettivo senza “preoccuparsi” della tecnica individuale. Emerge, pertanto, un insieme davvero spettacolare dall’impatto trascinante e sconvolgente, quattro teste capaci di convivere in perfetto sincronismo, ma di viaggiare ciascuna in assoluta indipendenza sfoderando degli assoli fulminanti o suadenti, sempre incalzati dalla tensione ritmica creata da Cohen e Baron (ascoltare l’introduttiva Piram). Il CD si svolge tra temi lirici come Sansanah e Hadasha con un prezioso assolo di Cohen, e temi più ritmicamente accentuati come Ziphim e Zebdi. Gli assoli dei quattro sono sempre di assoluto livello: Douglas sorprende per la sua brillante naturalezza e Zorn per l’ispirazione, soprattutto quando lascia libertà alla sua vena più jazzistica.
Un disco assolutamente da avere, sia come testimonianza di una delle formazioni più interessanti degli anni ’90, sia come esperienza musicale in quanto tale.

  1. Piram
  2. Sansanah
  3. Ziphim
  4. Zebdi
  5. Hadasha
  6. Rachab / Lebaoth
  7. Hazor
John Zorn: sax contralto
Dave Douglas: tromba
Greg Cohen: contrabbasso
Joey Baron: batteria

Registrato dal vivo il 2/09/93 al Knitting Factory di New York



Atmosfere anni ’60 per il jazz più moderno

Dave Douglas: The infinite (Bluebird – 2002)

Se c’è un musicista dal quale non sai cosa aspettarti nell’ultima uscita discografica è proprio Dave Douglas. Il trombettista di Montclair, New Jersey, è senza dubbio un’anima irrequieta, capace di intraprendere numerose collaborazioni e pubblicare nello stesso periodo di tempo una notevole quantità di CD con altrettante formazioni e progetti. Anche per questo, qualche critico ha contrapposto Douglas a Wynton Marsalis: dove quest’ultimo rappresenta il rifarsi alle origini del jazz, il primo si inserisce in quel gruppo di nuovi jazzisti, con base a New York, che fanno interagire il jazz con elementi provenienti da altre culture, ovvero la musica classica, la world-music, il klezmer.
Attualmente Douglas opera una decina di formazioni, diverse per ispirazione, strumentazione e numero dei componenti, a partire dal Tiny Bell Trio con chitarra e batteria con il quale esegue musiche balcaniche, proseguendo con due quartetti: uno tradizionale con sax, contrabbasso e batteria e l’altro più innovativo con la fisarmonica di Guy Klucevsek, il violino di Mark Feldman e il contrabbasso di Greg Cohen (da tempo collaboratore di Tom Waits e membro del quartetto Masada). Salendo per numero di componenti troviamo un quintetto “d’archi” (lo String group) con violino, violoncello, contrabbasso e batteria dove convivono l’anima classica (Stravinskij e Webern) e l’anima jazzistica (soprattutto Ellington), il sestetto, composto da Uri Caine al piano, Joshua Roseman al trombone, James Genus al basso, Joey Baron alla batteria e Chris Speed o Greg Tardy ai sassofoni, dedicato da Douglas a programmi più specificatamente jazzistici e una sorta di doppio quartetto alla maniera di Ornette Coleman, dove il free jazz è re-inventato in chiave moderna grazie anche all’uso dell’elettronica.
Se oltre a tutte queste formazioni che non sembrano affatto occasionali, ma destinate a durare nel tempo, consideriamo le collaborazioni di Douglas con gruppi di altri (Uri Caine, il quartetto Masada di John Zorn ecc…) ci rendiamo conto che il trombettista è davvero impegnato a largo raggio con una maniacale cura per il lavoro, una vorace curiosità e voglia sempre nuova di scoprire e sperimentare soluzioni e ambientazioni musicali.

The infinite è ad oggi l’ultima uscita discografica di Dave Douglas che è riuscito nuovamente a sorprendere tutti con lo stile sfoggiato in questo CD. Dopo alcuni dischi decisamente free, l’ultimo dei quali è l’ottimo Witness, il trombettista torna alle atmosfere anni ’60 del quintetto di Miles Davis che è ampiamente ringraziato nell’interno della copertina, dandogli una dimensione del tutto attuale. Riunendo attorno a sé un quintetto davvero d’eccezione, Douglas esplora le sonorità di quel periodo, aiutato in questo dal suono del fender rhodes di Caine, rileggendo alcune pop-songs (Poses, Crazy games e Unison di Bjork) ed integrandole con sue composizioni.
Le cose più interessanti, a mio parere, sono la sognante Poses dalla bella linea melodica esposta dalla tromba, la scintillante The infinite dove si possono ascoltare due bei assoli da parte di Douglas e Potter, la veloce Yorke dove brillano Caine e il leader e Unison trasformata in classico standard jazz.
Douglas utilizza la sua grande capacità tecnica per affinare il suono del suo strumento che è pulito, appena increspato da un leggero vibrato, ed estremamente lirico anche nei tempi più veloci. Potter sia al sax, usato soprattutto nel registro più basso, che al clarinetto basso (splendido in Unison) supporta bene il leader e lo completa in unisono, trovando comunque degli spazi in cui muoversi ed improvvisare liberamente. L’accompagnamento della sezione ritmica, pur avendo i suoi momenti per mettersi in evidenza, è discreto, mai invadente con Caine che fornisce un bel tappeto con il caratteristico suono liquido del fender rhodes.
Un disco davvero interessante, espressione di quello che deve essere oggi il jazz: innovazione e ricerca senza rinnegare, anzi integrando, la tradizione.

  1. Poses
  2. The infinite
  3. Penelope
  4. Crazy games
  5. Waverly
  6. Yorke
  7. Unison
  8. Deluge
  9. Argo
Dave Douglas: tromba
Chris Potter: sax tenore – clarinetto basso
Uri Caine: piano fender rhodes
James Genus: contrabbasso
Clarence Penn: batteria