Torna Nick Cave con il suo personale blues
Nick Cave & the Bad Seeds: Abattoir blues / The lyre of Orpheus (Mute – 2004)
Premessa
Considero Nick Cave uno dei grandi cantautori degli ultimi 20 anni. Quando ho iniziato a scrivere ho cercato di parlare solo di Abattoir blues / The lyre of Orpheus, ma confesso non ce l’ho fatta: troppe suggestioni, troppe cose da dire… Così ho diviso in due parti quella che è qualcosa di più di una recensione: nel “Il passato” trovate una panoramica della carriera di Cave, chi non volesse leggerla può limitarsi a “Il presente” dove parlo solo dell’ultimo CD.
Credo che ogni album di Nick Cave sia un’entità a sé stante, un episodio da prendere come se fosse chiuso in sé stesso pur nella logica evoluzione storica e di sensibilità del proprio autore. Ogni disco una storia, ogni storia un nuovo passo nel personale cammino del cantautore di Melbourne. Un cammino interiore non certo facile, tribolato, fatto di ascese e cadute, denso di esperienze che scalfiscono nel profondo; dalla ricerca ossessiva – partendo dai propri demoni – della parte corrotta che vive nella mente di ogni uomo, attraverso la caduta continua, la dannazione tanto da sfiorare l’autodistruzione e poi la redenzione, un processo lento e doloroso fino al risorgere in un’epoca nuova, fatta di speranza, misticismo e amore per la vita. Un percorso che si è fatto sentire direttamente sulla musica e sulla poetica di Cave segnando confini e passaggi, dettando regole e cesellando spazi, suoni, parole, immagini.
Il passato
Il Cave degli esordi costruisce i suoi Birthday Party su frenetiche sonorità punk-dark fortemente connotate, ma la sua sensibilità muta una volta giunto in Europa. Qui, prima si stabilisce a Londra e poi a Berlino dove con Blixa Bargeld – chitarrista degli Einstuerzende Neubauten, gruppo industriale-sperimentale che si esibiva al grido di “Tanz Den Untergang” (“danziamo l’apocalisse”) – fonda i “Semi cattivi”, lo straordinario gruppo che lo accompagna, pur con vari cambi di formazione, dal 1984. Cave sposta il baricentro della sua musica alimentandosi del blues più apocalittico e disperato, un blues epico, ruvido e sabbioso che racconta di demoni, di dolore, di condannati a morte, di Elvis Presley e di Cristo in due dischi (From her to eternity e The firstborn is dead) che colpiscono come pugni per intensità con brani come Avalanche (cover di Leonard Cohen), From her to eternity, Tupelo, Knockin’ on Joe. Poeta della desolazione esistenziale, egli riesce a imprimere il suo inconfondibile marchio anche in un disco quale Kicking against the pricks (imperdibile!) fatto di cover che nelle sue mani, o meglio, attraverso la sua voce diventano profondamente sue.
In Tender prey le cose cambiano, appare quello che sarà da ora in poi il marchio di fabbrica di Cave: il caos sonoro è ancora presente (es. The mercy seat sulla pena di morte), ma si fa avanti la ricerca della melodia con ballate tormentate e suggestive (Watching Alice, Slowly goes the night, New morning) che parlano di amori perduti, impossibili, disperati. Del resto è proprio Cave a dire di credere che “la canzone d’amore deve essere una canzone triste. E’ il rumore del dolore stesso”. Tutto questo lo troviamo in The good son del 1990, forse uno dei dischi più belli di Cave – che nel frattempo si è trasferito a San Paolo in Brasile – impregnato di nostalgia e costruito su struggenti melodie lente e solenni. Un disco in cui Cave si mette a nudo come in nessun altro con brani quali Foi na cruz, Sorrow’s child, The ship song, The hammer song e nel quale sono presenti in fieri i semi della redenzione.
Ma è già tempo di cambiare e tornare alla musica febbrile dei successivi Henry’s dream, Let love in e dell’oscuro Murder ballads (“ballate omicide”, 10 canzoni 66 vittime) nei quali ritroviamo ancora il blues distorto (Brother, my cup is empty), atmosfere che ricordano Morricone (Let love in) o Kurt Weill (The curse of Millhaven) ma anche splendide ballate come Ain’t gonna rain anymore, Straight to you o il duetto in cui “assassina” Kylie Minogue Where the wild roses grow.
Dopo tante efferatezze nel 1997 Cave spiazza tutti con l’ispiratissimo The boatman’s call, un altro capolavoro. Cave è cambiato, è finalmente libero dalla schiavitù della droga, la sua vita si è stabilizzata (“The starry heavens above me / The moral law within / So the world appears”), ha trovato, se non la pace, almeno il conforto in una sua personale visione religiosa. Ovviamente ciò ha influito sulla sua arte: il suono e gli arrangiamenti si fanno più rarefatti, le canzoni diventano quasi intime preghiere, inni d’amore. Non c’è più nulla di frenetico, anzi il cantautore costruisce la tensione sui tempi lenti e sulla sua intensa, cupa voce baritonale. 12 brani a mio giudizio di altissimo livello, su tutti l’introduttiva Into my arms per solo piano e voce, ma anche la dolcissima Lime tree arbour, la profetica There is a kingdom, la drammatica Where do we go now but nowhere? e le disincantate People ain’t no good e Idiot payer. Cave e i sui Bad Seeds, ovviamente, non sono più gli stessi degli anni passati e la loro musica si è progressivamente placata degli ardori iniziali diventando più austera, più riflessiva ma non per questo meno drammatica.
Il rischio dopo un album come The boatman’s call era quello della ripetizione, invece Cave in No more shall we part trova una formula ancora interessante: il tono dell’album resta sobrio alternando ballate malinconiche come As I sat sadly by her side, la title-track o Love letter, cariche di pathos come God is in the house, a brani decisamente più movimentati come Fifteen feet of pure white snow o la tragica Oh my Lord (“The ladders of life that we scale merrely / Move mysteriously around / So that when you think you’re climbing up / In fact you’re climbing down”) quasi un ritorno al vecchio stile anche se musicalmente molto è mutato: le chitarre elettriche, già pressoché assenti nel disco precedente, non sono più taglienti come una volta se non in alcuni momenti (The sorrowful wife), e ciò che emerge maggiormente è il pianoforte del leader e il dolente violino di Warren Ellis. Il disco si chiude con Darker with the day in cui Cave appare sempre più solo e maliconico (“These streets are frozen now. / I come and go / Full of a longing for something I do not know”).
Il disco successivo Nocturama è il primo vero passo falso di Cave: registrato – in una settimana – e forse anche “pensato” in fretta non è al solito livello d’ispirazione. Nella mente del suo autore non ci sono più i demoni di una volta e i Bad Seeds suonano più “pop” se si eccettuano Dead man in my bed, peraltro non particolarmente interessante, o la frenetica e troppo prolissa Babe, I’m on fire. Alla fine restano un paio di brani degni di nota: le ballate He wants you e Rock of Gibraltar.
Il presente
Oggi Nick Cave è un serio ed elegante 47enne che vive a Hove nel sud dell’Inghilterra, capelli corvini, profondi occhi azzurri, l’espressione da “poeta maledetto” anche se, e sono sue parole, lui “fa di tutto per uscire da questo mito”. Completamente disintossicato si occupare del figlio Luke e scrive le sue canzoni e i suoi romanzi nel suo studio; una vita lontana dallo stereotipo della rock-star (sempre che ne esista uno!) che evidentemente giova alla sua musica. Anche coloro i quali erano rimasti perplessi da Nocturama – ed io sono tra quelli – non possono negare che con il doppio Abattoir blues / The lyre of Orpheus ci troviamo di fronte ad un’opera, forse non pari a suoi precedenti capolavori, ma di ben altro livello.
Due le novità più evidenti: l’abbandono di Blixa Bargeld che fin dall’inizio aveva condiviso l’avventura dei Bad Seeds (ora del nucleo originale resta il solo Mick Harvey) e che ultimamente era sempre meno coinvolto nel processo creativo e il fatto che, per la prima volta, l’album è doppio, o meglio sono due album distinti riuniti nello stesso elegante box.
Dice Cave che per la scelta di quali canzoni mettere su uno piuttosto che sull’altro si è basato sulla batteria: nel primo suona Jim Sclavunos che ha un approccio più arrembante, mentre nel secondo suona Thomas Wydler più leggero e jazzy. In effetti i due dischi, pur rispettando una unità di base, si presentano più energico ed oscuro Abattoir blues, più arioso, riflessivo e lirico The lyre of Orpheus. Scrive bene Enrico Sisti su Musica di Repubblica: “La confusione è solo apparente. Il ribelle e il mistico convivono nella saggezza dell’età adulta”. Comunque sia, l’album è la quintessenza del suono di Cave comprendendo molte delle sue fonti d’ispirazione e soprattutto, considerata la sua natura di “doppio”, non mi pare contenga dei cosiddetti riempitivi. Ma andiamo per ordine.
L’apertura non poteva essere più deflagrante: Get ready for love è un bel pezzo rock adrenalinico con le chitarre lanciate in un riff insistente sottolineato dalle voci del coro, impossibile da ascoltare fermi e seduti. Con Cannibal’s hymn ci addentriamo in una ballata blues dove a dispetto del titolo è l’ironia la chiave di lettura (“But if you’re gonna dine with them cannibals / Sooner or later, darling, you’re gonna get eaten”) e nella quale si apprezza il lavoro di Harvey e del nuovo acquisto Johnston. Hiding all away è sempre blues ma decisamente più sporco e cattivo, caratterizzato dalla chitarra ruvida e dai cori gospel, elemento quest’ultimo che ritroveremo ancora nel disco, soprattutto nel primo. Proseguendo troviamo Messiah ward, uno dei brani più belli dell’album, sia per il canto di Cave che sembra un crooner d’altri tempi, sia per la suadente melodia, poi l’energetico gospel There she goes, my beautiful world in cui convivono Karl Marx, Dylan Thomas, Gaugin e Nabokov che, passando per il power-pop Nature boy – forse non la canzone più bella ma scelta giustamente come primo singolo in quanto è quella più accattivante – introduce ad Abattoir blues (il “Blues del mattatoio”) nel quale il senso di claustrofobia (“It’s there someway out of there?”) dato dal drumming ossessivo e dalla voce volutamente piatta di Cave, è mitigato dal coro. Chiudono questo CD Let the bell rings, dedicata a Johnny Cash, e Fable of the brown ape, inquietante favola simbolista che nell’incedere ricorda addirittura i temi di From her to eternity.
The lyre of Orpheus si apre con l’omonima traccia e l’atmosfera non cambia: un blues deragliante, ipnotico, cantato in modo quasi sadico che fa rivivere il mito di Orfeo con il violino di Ellis usato come per ferire. Dopo tanta pesantezza colpisce il folk di Breathless, introdotto dal flauto, in cui le cose si quietano come nella strascicata ballad Baby, you turn me on. La successiva Easy money è uno degli altri pezzi forti dell’album: bella melodia introdotta del piano per una canzone molto personale e, a giudicare dall’intensità usata da Cave, anche molto vissuta. Una canzone sul disincanto del vivere quotidiano (“All the things for which my heart yearns / Gives joy in diminishing returns”) resa ancor più malinconica dalla sezione d’archi in sottofondo. Da questa malinconia si viene subito scossi dall’alcolica Supernaturally, che ricorda alcune cose di Tender prey con il violino di Ellis sugli scudi; dopo una non proprio riuscita Spell che sa troppo di “già sentito”, il disco si chiude con l’ottima Carry me, sorta di preghiera costruita sulla voce di Cave a cui risponde il coro, e O children dove è ancora il gospel a dare suggestioni ma che, nonostante l’apparente andamento gioioso, lascia nell’ascoltatore uno strano sentimento d’inquietudine.
Concludendo questa recensione-fiume, il giudizio su Abattoir blues / The lyre of Orpheus non può che essere positivo; un disco che ripropone Cave come uno dei grandi cantautori dei nostri tempi, capace di unire poesia e musica – e che musica! – in modo invidiabile e capace di qualità interpretative eccellenti: del resto con una voce come la sua si può veramente fare quello che si vuole. Un disco di buon livello – magari senza grandi picchi – nato dalla sofferenza e dall’introspezione, che non stupisce ma che conferma la bravura del suo autore e dei musicisti che l’accompagnano. E non è poco.
Ancora una volta: thank you Mr. Cave.
1. Get ready for love
2. Cannibal’s hymn
3. Hiding all away
4. Messiah ward
5. There she goes, my beautiful world
6. Nature boy
7. Abattoir blues
8. Let the bells ring
9. Fable of the brown apeThe lyre of Orpheus
1. The lyre of Orpheus
2. Breathless
3. Babe, you turn me on
4. Easy money
5. Supernaturally
6. Spell
7. Carry me
8. O children
Martyn P. Casey: basso
Warren Ellis: violino, mandolino, bouzouki, flauto
Mick Harvey: chitarre
James Johnston: organo
Conway Savage: piano
Jim Sclavunos: batteria e percussioni
Thomas Wydler: batteria e percussioni
