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Tra i mari tempestosi dello spirito e della musica

Vinicio Capossela: dal vivo 15/12/2011 basilica dei Frari, Venezia

dal vivo a Verona (dal sito www.viniciocapossela.it)

Partiamo, innanzitutto, con le note negative così mi tolgo il pensiero: va bene la basilica dei Frari, va bene la location prestigiosa e l’afflato mistico, ma viene da chiedersi se è davvero opportuno proporre un concerto in questo luogo, soprattutto in considerazione del fatto che Vinicio nei suoi spettacoli punta molto anche sulla dimensione scenica/teatrale. Perché è proprio questa che è venuta a mancare - vista la presenza del coro ligneo a centro basilica che impedisce, di fatto, la visione dell’altare maggiore – almeno per tutti coloro che sono stati costretti (a un prezzo non proprio “popolare”) a vedere gran parte del concerto tramite i maxi-schermi. Per fortuna al momento dei bis tutti si sono potuti assembrare nella zona più favorevole e godersi almeno una parte del concerto senza alcuna mediazione video.
Detto questo e non criticando per nulla – anzi! – la magnifica bellezza della chiesa veneziana e neppure la discreta acustica (non è per niente facile amplificare i suoni in uno spazio sostanzialmente vuoto lungo 100 metri e alto 25!) passiamo alla cronaca vera e propria di quanto ascoltato giovedì sera.

Era ovvio aspettarsi che buona parte del concerto fosse incentrato sull’ultimo lavoro discografico di Capossela, ovvero Marinai, profeti e balene, uscito ad aprile di quest’anno e decisamente adatto per essere riproposto dal vivo come un grande concept-album, soprattutto in virtù della sua compattezza, più letteraria e d’ispirazione che musicale, a dire il vero. E così è stato. L’altare maggiore della basilica dei Frari, dominato dalla sfolgorante Assunta del Tiziano, viene così scenograficamente trasformato nella tolda di un vascello ottocentesco, da cui capitan Vinicio e la sua improbabile ciurma musicale –  complice anche l’austerità gotica della basilica – possono dare una deriva spirituale / marinaresca a quello che, più che un concerto, assomiglia ad un viaggio all’interno di noi stessi. Un viaggio che rappresenta le nostre paure, che ci fa sfiorare quella che è la dannazione, ma che subito ce ne affranca e ci fa intravvedere che c’è una salvezza e indicandocene la strada nel rivolgersi ad un essere superiore (in qualsiasi modo noi vogliamo chiamarlo) disposto a darci almeno un po’ della sua grazia.
E’ lo stesso Capossela a ripeterlo diverse volte: il concerto è il viaggio, e il viaggio è il rapporto dell’uomo con le cose più grandi di sé e in questo percorso - e conseguentemente nelle canzoni che il cantautore ha scelto per rappresentarlo – c’è sì la dimensione della sua perigliosità, ma anche la tranquillità che alla fine la speranza c’è sempre.

Dal punto di vista musicale è evidente che Capossela abbia perso un po’ della sua lucida follia e una buona parte della sua simpatica cialtroneria, mettendo da parte l’amore per i ritmi latini e tropicali e dando maggiore risalto ad elementi presi dalla musica europea, sia essa tradizionale o di derivazione colta, con echi classici piuttosto accesi. Quello che, comunque, colpisce è il filo logico che lega i brani tra di loro, quasi a sottolineare che a elementi testuali comuni debbano corrispondere anche elementi musicali, in una sottile concatenazione che dà unitarietà al concerto, suonato senza interruzioni o intervalli per non spezzare la tensione e per impedire al pubblico di riemergere dal mare fatato popolato di mostri marini, di fantasmi, di traditori e peccatori.
Nella penombra di luci bianche e blu e di innumerevoli candele accese, il concerto, per lo più costruito con le canzoni di Marinai, profeti e balene inizia con le note grevi de Il grande Leviatano, quasi un preludio a quanto sarebbe poi seguito: L’oceano oilalà e Dalla parte di Spessotto (da Ovunque proteggi) inframmezzati dalla lettura di un brano del Moby Dick, danno una nota giocosa prima di immergersi nelle claustrofobie di Lord Jim, nei neri racconti Ebenezer, Enoch, Elìa e Edna di La faccia della terra (da Da solo e ottimamente resa dal vivo), nel delirio religioso di Non trattare (ancora da Ovunque proteggi), nel fatalismo di Billy Budd, fino a toccare il punto più oscuro di tutto il concerto con il trittico terribile di La bianchezza della balena, I fuochi fatui e le lamentazioni di Job.
Se la bandistica Goliath e i divertissment di Polpo d’amor e Pryntyl (da non perdere il riferimento all’attualità con le sirene che festeggiano le dimissioni di tale re Nettuno!) danno una nota di movimento al concerto, presto esso si impantana in una bonaccia limacciosa e onirica con La Madonna delle conchiglie (molto suggestivi gli interventi di Mauro Ottolini con varie conchiglie), La lancia del Pelide, il coro Lasciatemi morire dal Lamento di Arianna di Monteverdi (sepolto proprio in una cappella della basilica), Le pleiadi, e Dimmi Tiresia. Si emerge da questo immobilismo conradiano solo alla fine del concerto con Nostos – trasposizione del dantesco canto di Ulisse – e con la splendida S.S. dei naufragati, legame evidentissimo tra l’ultimo lavoro e Ovunque proteggi.

A questo punto il concerto termina e al cantautore, pianista, chitarrista –  ma soprattutto narratore – e alla sua band non resta che liberarsi dei panni marinareschi e, acclamati a suon di applausi, donare qualche bis: si parte con la gioiosa L’uomo vivo, quasi a sottolineare la rinascita ad una nuova condizione, la sempre splendida Ovunque proteggi e Il ballo di San Vito, ripescata dalla “preistoria” (“ma sempre di un santo si tratta” dice Capossela presentandola). Dopo l’ennesimo richiamo in scena resta il tempo per  quietare gli animi con Le sirene e Non c’è disaccordo nel cielo (ancora da Da solo) che chiudono la serata con una scia di tiepida e lucente poesia: “grazie a voi che siete il mare profondo dove questa barca può prendere il largo“. E ancora una volta chapeau monsieur Capossela, chapeau.

Il grande Leviatano
L’oceano oilalà
- brano dal Moby Dick di Melville
Dalla parte di Spessotto
Lord Jim
La faccia della terra
Non trattare
Billy Budd
La bianchezza della balena
I fuochi fatui
Job
Goliath
Polpo d’amor
Pryntyl
La Madonna delle conchiglie
La lancia del Pelide
- Lasciatemi morire (dal Lamento di Arianna di Monteverdi)
Le Pleiadi
Dimmi Tiresia
Nostos
S.S. dei naufraghi
L’uomo vivo
Ovunque proteggi
Il ballo di san Vito
Le sirene
Non c’è disaccordo nel cielo
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, chitarra
Alessandro “Asso” Stefana: chitarre, banjo
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Vincenzo Vasi: percussioni, harmonium, theremin
Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, percussioni
Zeno De Rossi: batteria, percussioni
Coro degli Apòcrifi

 


Percorrendo i mari tempestosi dell’anima

Vinicio Capossela: Marinai, profeti e balene (La Cupa/Warner – 2011)

Davanti ad un disco come questo si corre un rischio. Un grosso rischio che potrebbe portare a scrivere delle cose che esulano dal disco stesso, ovvero cercare di andare a leggere, di recuperare materiale, di informarsi e/o far tornare alla memoria personaggi e situazioni. Chi è Lord Jim? Chi è Billy Budd? Chi è il/la sfuggente Tiresia? E l’aedo misterioso? E quel “calipso” si riferisce alla ninfa o a paradisi caraibici? Lungo quale mare burrascoso ci imbatteremo nel nostro Leviatano? Dove approderemo per incontrare (o non incontrare) le sirene? Sì, tutto questo è importante, è evidentemente collegato in modo stretto con quanto Capossela butta dentro in quest’ora e mezza di musica, è l’essenza dell’ispirazione di quello che può essere tranquillamente definito “concept-album”… ma non è tutto.

No, non questo errore non va fatto. L’unica strada possibile per cercare di dire qualcosa di questo Marinai, profeti e balene è ascoltarlo con le orecchie e la mente più “pure” possibili: ne vanno sentite le parole, ne vanno assaporati i suoni, bisogna immergersi nelle sue atmosfere e cercare di penetrarvi nelle profondità in modo da arrivare a comprendere che tutte le storie raccontate da capitan Vinicio, tutti i miti, tutte le gesta eroiche, si intrecciano per diventare un’unica Storia che parte da Omero, passa per Dante e arriva a Melville e a Conrad, ad un unico mito che tutti li raccoglie formando un’unica grande e affascinante epopea marinara (mare quantomai metaforico) senza tempo, nella quale i riferimenti letterari ci sono, ma scompaiono e si perdono in un fluire pressoché ininterrotto di suoni.
Sì, perché sono i suoni la prima cosa che colpisce di questo disco,  a partire dai cori “sinfonici” d’apertura nella cupa Il grande Leviatano, fino alla scarnificata Le sirene che chiude il doppio CD: in mezzo ci sta il diluvio, di acque certo, ma anche di strumenti – molto spesso molto poco ortodossi – dalle sfaccettature armoniche e timbriche ampissime e usati, proprio per questo, quasi sempre in chiave il più onomatopeica possibile.

L’ispirazione marina non è cosa nuova per Capossela: già nel bellissimo Canzoni a manovella (a proposito, sono passati già 11 anni da quel bellissimo disco e sembra ieri!) vi erano degli spunti seminali, così come se ne trovano disseminati negli album successivi. Il “colpo di grazia” deve averlo avuto qualche anno fa quando, da solo su di una barca, ha tenuto una sorta di concerto/reading nella Baia del Silenzio a Sestri Levante con il pubblico che l’ascoltava sulla spiaggia: quello spettacolo nel quale propose, oltre alle sue canzoni più legate al mare, delle letture di Coleridge e Melville, si intitolava Storie di marinai, balene e profeti, titolo che viene ripreso pari-pari in questo lavoro. Qui invece tutto trasuda salsedine, ogni riferimento, ogni suggestione deriva dalle agitate acque atlantiche popolate da mostri spaventosi o dalle tranquille e profumate acque mediterranee stillanti poesia e languore: l’effetto è proprio quello di un disco “epico, antropologico, mutevole all’ascolto come mutevole è il mare” così come lo descrive capitan Vinicio che conduce l’ascoltatore in un viaggio affascinante, fatto di suoni e di affabulazioni.
E’ evidente che quello che Capossela canta non è il mare reale, ma quello che è stato trasformato in mito e proprio la presenza massiccia della parte letteraria potrebbe far pensare che la componente musicale sia posta in secondo piano rispetto alla narrazione: niente di più sbagliato. Capossela riesce perfettamente nell’intento di dare pari importanza alle parole e ai suoni, mettendoli tra loro in un rapporto di perfetta simbiosi: la musica conduce la narrazione, ne detta i tempi, ne sottolinea i passaggi e allo stesso tempo le parole – cantate o recitate – imprimono forza alle note, fanno sì che le canzoni si riempiano di suoni particolari.

No, non “sono solo canzonette” come cantava Bennato molti anni fa: Marinai, profeti e balene è un disco “pesante”, difficile, per nulla immediato ma che, anzi, ha bisogno di essere seguito con costante attenzione. Sarà pur vero che, ad un primo ascolto, nel primo disco emergono quelli che – probabilmente – sono i brani più d’impatto: Il grande Leviatano con il coro che pare avvolgere tutto come un maelström, gorgo tremendo e liberatore, L’oceano oilalà, ballata che pare presa dalla tradizione irlandese e il cui testo è tratto da Moby Dick, la claustrofobica Lord Jim, il blues corale di Billy Budd (con Marc Ribot e Greg Cohen sugli scudi) fino agli episodi più leggeri come Pryntyl – che dietro la sua atmosfera da Sirenetta disneyiana però trasuda malinconia – e Polpo d’amor, niente più che un divertissment. Ad un ascolto più attento però sono altre le canzoni che colpiscono, ovvero la tremenda Job con le lamentazioni di Giobbe e La bianchezza della balena dove il colore bianco è associato al male.
Il secondo disco pare abbandonare la variegata verve del primo per stemperarsi in una bonaccia languida e pensierosa: allora è il momento del blues sghembo di Goliath, della dolcezza profonda e sognante de Le Pleiadi, dell’epicità sussurrata di Aedo e della misuratissima Dimmi Tiresia, indagine tra i dubbi senza soluzione di chi – una qualche figura mitologica o lo stesso Vinicio – indaga l’indovino, fino alla ballata conclusiva de Le sirene, forse un po’ troppo dimessa.

Un viaggio per mare quindi, ma sicuramente non un viaggio per diporto, anzi un viaggio-metafora per indagare il proprio animo, le proprie paure e aspirazioni. Viaggio che non si conclude se non con una tremenda e disperante nota, ovvero che non c’è una luce salvifica nel fondo, ma anzi che ciascuno di noi è divorato dal proprio “mostro”, dal proprio Leviatano personale, qualsiasi esso sia. Sta a noi capire quale e capire come – se non sconfiggerlo – almeno imparare a conviverci.

PS: ho iniziato questa “recensione” ad aprile quando è uscito il disco e l’ho finita solo ora. E solo ora mi rendo conto di quanto questo sia un disco invernale, un disco tenebroso che male si addice all’estate con il suo calore, le sue tonalità, il suo immaginario. Sì, questo è un disco che richiama il freddo, le tempeste – reali o dell’anima – che pretende profondità e rispetto. Forse non il miglior lavoro in assoluto di Capossela, ma sicuramente un lavoro importante, acuto, più teatrale che da concerto, un lavoro che lascia intravvedere, anzi che spalanca nuove dimensioni per uno dei cantautori più interessanti di oggi.

CD1 

  1. Il grande Leviatano
  2. L’oceano oilalà
  3. Pryntyl
  4. Polpo d’amor
  5. Lord Jim
  6. La bianchezza della balena
  7. Billy Budd
  8. I fuochi fatui
  9. Job
  10. La lancia del Pelide

CD2

  1. Goliath
  2. Vinocolo
  3. Le Pleiadi
  4. Aedo
  5. La Madonna delle conchiglie
  6. Calipso
  7. Dimmi Tiresia
  8. Nostos
  9. Le sirene
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, farfisa, mellotron, chitarra, ondoline, clavicembalo, kalimba – Giuseppe Ettorre: contrabbasso – Stefano Nanni: organo, armonium, pianoforte, celesta, piano preparato – Mirco Mariani: leviatano, campionatore, ondoline, effetti iceberg, celesta – Taketo Gohara: ondoline, tanburello, fischio, kalimba bassa, gong delle nuvole, santur, maracas, shaker, kashishi – Francesco Arcuri: sega, autoharp, campanelli, toy piano, kalimba, pentole, acqua, gamelan, steel drum, bicchieri, metallofoni, santoor – Alessandro Stefana: vox continental, banjo, chitarra elettrica, divan sazi – Vincenzo Vasi: tubular bells, nord micro modular, percussioni digitali, nettuno, tubo, lumachine di mare, giocattoli elettronici e meccanici, fischietti, flauti, kazoo, carillon, samples, theremin, shaker, gu zheng, tres, xilofono, marimba, tampura, teste di moro, triangolo, coro – Giuseppe Cacciola: marimba, teste di moro, piatti, timpani, vaso, pentolina, acqua, tamburo, boobam, xilofono, chimes, cimbalo, rullante – Mario Arcari: flauti, flautofono, oboe, oboe d’amore – Myriam Essayan: bodhràn, tamburello – Stephane Lavis: tin whistle – Guillaume Souweine: violino – Caroline Tallone: ghironda – Antonio Marangolo: saxofoni, washboard, marimba, glockenspiel, vibrafoni, xilifoni – Jimmy Villotti: chitarra – Ares Tavolazzi: contrabbasso – Luisa Prandina: arpa – Nadia Ratsimandresy: ondes martenot – Enrico Gabrielli: clarinetto basso, sax tenore – Greg Cohen: contrabbasso – Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, flicorno, susaphone – quartetto Edodea: archi – Alessio Pisani: fagotto, controfagotto – Zeno De Rossi: timpano, catene, batteria – Marc Ribot: chitarre, banjo, mandolino – Daniel Melingo: voce – CaboSanRoque: orchestra meccanica – Roger Aixut e Laia Torrents: delfin-banera – Psarantonis: lyra cretese, voce – Niki Xylouri: bendir, stamma, daouli, daoulaki – Haralambos Xylouris: boulgari – Yiorgis Xylouris: laouto, oud – Danilo Rossi: viola d’amore barocca, viola Maggini – Marco Gianotto: organo di barberia – Mauro Refosco: percussioni, udu, latta, vibrafono, marimba, glockenspiel, kalimba - Coro del Apòcrifi, Drunk Sailor choir, Le sorelle Marinetti: voci



Decennio "zero"… 30 dischi 30

Pare che sia necessario fare il bilancio del decennio, dicono. Pare che si debbano mettere dei punti fissi, dei riferimenti, delle àncore di salvezza. 10 dischi del decennio… è un gioco, certo, ma non è mica facile sceglierli tra le centinaia (il migliaio è passato di sicuro!) di dischi sentiti, ascoltati, ri-ascoltati, mandati a memoria, cantati, amati, gettati, schifati.
Allora facciamo così, tagliamo le cose con l’accetta: 10 dischi jazz-oriented, 10 dischi rock-oriented e 10 dischi classical-oriented.  Forse non i migliori in assoluto, sicuramente tra quelli che più di tutti mi hanno colpito e continuerò ad ascoltare; al contrario di come piace a me, non ci metto commenti, altrimenti mi passa il decennio!
Due le regole: 1) dischi usciti nel decennio 2) non ristampe… e buona pace per gli esclusi che sono tanti e tanto validi.
Fine del cazzeggio, vediamo i titoli:

Jazz

  • Cuong Vu: Come play with me (Knitting factory) 2001
  • Kenny Werner: Beat degeneration (Night bird music) 2002
  • Enrico Rava quartet: Montreal diary/A (Label bleu) 2002
  • Bad plus: These are the vistas (Columbia) 2002
  • Antonio Faraò: Far out (Cam jazz) 2003
  • Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear) 2003
  • Electric Masada: 50th birthday celebration – vol.4 (Tzadik) 2004
  • Nik Bartsch’s Ronin: Stoa (ECM) 2006
  • Terje Rypdal: Vossabrygg (ECM) 2006
  • Brad Mehldau trio: Trio live (Nonesuch) 2008

Rock

  • Vinicio Capossela: Canzoni a manovella (East wind) 2000
  • Blaine L. Reininger: The more I learn the less I know (FM records) 2000
  • Signur ros: ( ) (FatCat) 2002
  • Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed) 2003
  • Joe Strummer & the Mescaleros: Streetcore (Hellcat) 2003
  • Christian Fennesz: Venice (Touch) 2004
  • Wilco: A ghost is born (Nonesuch) 2004
  • Kraftwerk: Minimum/Maximum (EMI) 2005
  • Ali Farka Toure: Savane (World circuit) 2006
  • Portishead: Third (Island) 2008

Classica

  • Alexander Scriabin: Preludi – vol.1 (Zarafiants) – Naxos 2000
  • Antonio Vivaldi: Le quattro stagioni (Carmignola) – Sony 2000
  • Johann Sebastian Bach: L’arte della fuga (Savall) – Aliavox 2001
  • Wolfgang Amadeus Mozart: Quartetti dedicati ad Haydn (q. Mosaique) – Astrée 2001
  • Philipp Heinrich Erlebach: Zeichen im Himmel – Alpha 2004
  • Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg (Bahrami) – Decca 2004
  • Gyorgy Ligeti: The Ligeti project – vol.5 – Teldec 2004
  • Sylvius Leopold Weiss: Tombeau (Eguez) – E lucean le stelle 2004
  • Frederic Chopin: Notturni (Pollini) – Deutsche Grammophon 2005
  • Arvo Part: Lamentate – ECM 2005

… una postilla nel prossimo post.


Vinicio Capossela: Marajà

E’ arrivato sul pallone con il botto del cannone
E’ arrivato sul treruote con la gotta sulle gote
E’ arrivato in aerostato, coi forzuti del Caucaso
sul Mercedes cabinato è arrivato il Marajà

Col monocolo e il ciclofono
va in rivista il Marajà
s’alza l’asta del ginnasta
quando passa il Marajà
si sollevano i manubri
dei sollevatori bulgari
si spara l’uomo cannone
quando passa il faraone
apre il mazzo anche il pavone
se lo chiede il Marajà

si scompiscia si sganascia
si oscureggia il Marajà
raglia tutta la marmaglia
quando raglia il Marajà
sguaian forte i commensali
versan gli otri ed i boccali
il pascialato si stravacca
se stramazza il Marajà

ma zittiscono e squittiscono
se sternuta il Marajà
si stupiscono e svanisono
se si acciglia il marajà
i giannizzeri ottomani
fanno guardia ai suoi divani
col ventaglio e col serraglio
danno lustro al Marajà

la circassa su una stola
di ermellino si consola
gli occhi viola si ristora
sui cuscini di taftà
alle corse degli struzzi
fa la mostra dei suoi vizi
sognan tutti i suoi topazi
di diventare Marajà

Marajà! Marajà!

Astanblanfemininkutan
Melingheli stik e stuk
Malingut!

Con l’Uncino e la Phinanza
si rimpinza il Marajà
tutti accoglie tutti abbaglia
tutti ammalia il Marajà
fa da padre e da padrino
alza tutti al suo destino
non bisogna più pensare
pensa a tutto il marajà

ma t’attacca con riguardo
tutto il marcio del suo sguardo
se non credi più a nessuno
niente crede neanche a te

i miei sogni se li è presi
l’uomo nero e non li ha resi
l’uomo nero che li tiene
e ti trattiene un anno intero
m’han coperto tutto d’oro
e poi mi han lasciato solo
solo, solo qui a pensare
a diventare marajà

Marajà! Marajà!

Astanblanfemininkutan
Melingheli stik e stuk
Malingut!


A far finta di essere sani…

Il fatto che una canzone orribile come quella di Povia – sì quella che Luca era gay – abbia vinto il premio Mogol come migliore canzone dell’anno, mi lascia basito… che in finale insieme a quella ci fossero A te di Jovanotti, Tutto l’universo obbedisce all’amore di Battiato e soprattutto Il paradiso dei calzini di Vinicio Capossela mi schifa e mi conferma la totale inutilità del personaggio Mogol (dalla cui scuola, del resto, pare non sia uscito poi niente di così buono).

Ah… tenetevi pronti: pare che il suddetto personaggio (non Mogol, quell’altro) stia scrivendo una canzone su Eluana Englaro. Tremo già…

Link: Corriere


La top-ten!!!

Robba da non crederci eh? Qui, un po’ per noia un po’ per gioco, si rispolvera nientepopodimenoche la vetusta top-ten per darsi un tono!
Comunque sia (o non sia) questi sono – in una lista che ha dell’approssimativo e dell’instabile – i dieci dischi del 2008 che jazzer ha apprezzato di più tra i pochissimi che ho ascoltato:

Buena Vista Social Club: At Carnegie Hall (World Circuit)

Vecchietti e meno vecchietti, dall’isola con l’embargo più antico di sempre, sul palco più importante della città tempio del consumismo… e riscuotono un successo senza precedenti! Basterebbe questo per far amare questo disco, ma – per fortuna loro – ci pensano, soprattutto, le 2 ore abbondanti di musica dal fascino inossidabile. E chi riesce a tenere fermo il piede si faccia controllare orecchie e battito cardiaco.

Portishead: Third (Island)

Visti da vivo a Milano, i Portishead confermano che se non ci fossero stati loro una buona parte della musica degli anni ’90 non sarebbe stata scritta. A ritornare a più di 10 anni di distanza dall’ultimo disco in studio si corre un grosso rischio: scontentare i vecchi fan(s) con le orecchie appannate dalla nostalgia, oppure rinvigornirne l’adorazione. Loro hanno sicuramente preso la seconda strada. “The rip” canzone dell’anno.

The Cinematic Orchestra: Live at the Royal Albert Hall (Ninja Tune)

Alla prova dal vivo, l’orchestrona di Jason Swinscoe fornisce una prova superba della sua maestria: dopo tre dischi in studio dalla perfezione sublime, ecco che l’orchestra mette in campo tutte le sue potenzialità senza (apparentemente) il “comfort” dello studio di registrazione e, al solito, convince con la sua miscela di atmosfere jazzy e post-rock “da camera”. Gran disco, piacevole e scorrevole, ma non privo di un gusto raffinato.

Vinicio Capossela: Da solo (Atlantic)

Che dire ancora su questo disco? Che, tanto per cambiare, Vinicio tira fuori un disco originale, profondo e coinvolgente. E di questi tempi non è poco. Tra storie di sconfitti e quelle di calzini spaiati, tra ballate strappalacrime e solipsismi (non male questa eh?), tra malinconia contagiosa e sprazzi di gioia dolce-amara, Vinicio ci racconta le sue storie e la sua visione della vita. E noi siamo ancora qui ad aspettarlo, come un vecchio amico.

Nik Bartsch’s Ronin: Holon (ECM)

Se con Stoa di due anni fa, Bartsch e i suoi Ronin si facevano notare come novità assoluta nel concepire il jazz, con questo Holon confermano tutte le loro potenzialità di ensemble capace di dare una lettura del tutto personale del fare musica, riuscendo a contaminare ciò che prima era inconcepibile, ovvero il jazz – con la sua carica di improvvisazione – e il minimalismo con il suo fondamentale immobilismo. Ciò che se ne ottiene è una miscela affascinante, un magna brillante e translucido che, al momento, non ha paragoni.

Esbjorn Svensson Trio: Leucocyte (ACT)

E’ con estrema malinconia che parlo di questo disco, considerata la grave perdita che il jazz e la musica hanno subito quest’anno con la scomparsa di Svensson. Fa davvero male pensare quanto ancora poteva dare questo splendido musicista, visto e considerato la bellezza di questo Leucocyte che appare sì un disco interlocutorio, ma che allo stesso tempo è un nuovo passo in quel costante cammino di rinnovamente intrapreso da trio. Chiamiamolo allora il disco delle potenzialità espresse e non compiute, il disco del rimpianto e del ricordo.

Sigur Ros: Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (EMI)

Dentro la copertina più brutta tra quelle dei Sigur Ros (ma che sederi flaccidi ‘sti islandesi!) e uno dei titoli più belli (trad:”Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito“) si nasconde un disco double-face. La prima parte, infatti, è spiazzante: mai si sono sentiti i Sigur Ros così poppeggianti e poco eterei, pur non rinunciando alle loro famose armonie; nella seconda, invece, ritroviamo tutto il campionario della band islandese. Qualcuno ne sarà scontento… non è un problema… del resto, che può fare una band che fin dall’esordio ha fatto dell’originalità il suo marchio di fabbrica?

Brad Mehldau Trio: Trio live (Nonesuch)

Non c’è nulla da fare, Mehldau mi piace incondizionatamente. Sarà tutto quello che volete, ma se io penso ad un pianista jazz che possa incarnare perfettamente gli ultimi due decenni, penso a lui: musicista dalla tecnica fantastica che sa applicare nell’interpretazione magistrale sia degli standard jazz più noti, sia nelle famose riproposizioni di brani rock che lui piega a suo piacimento. Capace di intimismi profondi e di scintillanti cavalcate, Mehldau e il suo trio (e ricordiamo anche che Lerry Grenadier è uno dei migliori contrabassisti di oggi) non allentano mai la tensione affascinando dalla prima all’ultima nota.

Giovanni Guidi Quartet: The house behind this one (Cam jazz)

Pianista giovanissimo e appena affacciatosi alla ribalta del jazz, ma già capace di farsi notare non solo per la bravura, ma anche per la particolare “cura” con la quale propone la sua musica. Punto di forza di questo disco sono le atmosfere che via via Guidi e il suo quartetto riescono a dare: la rarefazione nordica della title-track, il blues, la ribellione tipica del free-jazz, la dolcezza dell’Umbria natia. Questo è un disco che prende piano piano, che si fa amare e conoscere e che rivela un talento e ne apre le porte.

Ketil Bjornstad + Terje Rypdal: Life in Leipzig (ECM)

Da due vecchi marpioni ECM come Bjornstad e Rypdal, profeti della musica rarefatta ci si poteva aspettare 70 minuti di noia mortale e invece… i due riescono a far dialogare i propri strumenti, chitarra e pianoforte, in modo magistrale, con un occhio alle consuete atmosfere nordiche, e con l’altro alla completa compenetrazione dei suoni, ottenendo un concerto davvero godibile, piacevolissima musica intellettuale, ma non intellettualoide (io mi sono capito… non so voi). C’è vita a Lipsia, ma anche in questo disco.


Ancora Vinicio

da solo / capossela

Ed eccola l’altra faccia di Vinicio, o forse è sempre la stessa vista da un’angolazione diversa, una faccia che rispecchia quegli occhi buoni che guardano lontano e che – forse per timidezza – cercano di suggerire piuttosto che essere espliciti. L’altra faccia di Vinicio è quella più intimistica che guarda dentro se stessa, che scava nei sentimenti e li porta alla luce, perché – diciamolo – ci piace Vinicio quando sul palco si muove da tarantolato con le corna da minotauro, ci diverte, ci fa uscire un sorriso di compiacimento per le sue bizzarrie, ma quando si siede al pianoforte e chinandosi sulla tastiera ci apre il cuore e butta fuori tutta la sua malinconia, allora davvero ci stende.
E allora ben venga questo Da solo: dove Ovunque proteggi era pirotecnico e a tratti sguaiato, questo è intimistico e malinconico, quasi che Vinicio avesse sentito un bisogno di mitigare l’asprezza del precedente disco con una fragranza dolce-amara che pervade ogni anfratto e che conduce per mano l’ascoltatore; ma attenzione, non è per nulla triste o uniforme questo disco: musicalmente è parecchio vario a partire dall’assurda gaiezza di Una giornata perfetta dove pare di vedere il protagonista passeggiare in un mondo che sorride ad ogni suo passo, quello che però è evidente è la malinconia latente che sa celarsi anche dietro il piglio bandistico dell’introduttiva Il gigante e il mago, oppure nella melodia gioiosa di Vetri appannati d’America con il racconto di uno spaesato emigrante.

Da solo è – nelle parole del suo autore – un disco di pianoforte e di strumenti inconsistenti: piano e voce sono, infatti, bene in evidenza ed intorno ad essi, come delle presenze più accennate che manifeste, si materializzano via via i vari strumenti che fanno da accompagnatori, da controcanto, da ambiente, da trine: orchestrine dell’Esercito della Salvezza, bicchieri, pianoforti giocattolo, theremin, glockenspiel, semplici rumori, tutto serve per sottolineare “quel” momento, “quella” sensazione che Vinicio vuole farci provare. Allora lasciate tranquillamente che una squinternata orchestra mariachi sottolinei le truci storie di omicidi ne La faccia della terra, o che il pugnale nel costato del violoncello di Mario Brunello renda ancora più dolenti le parole delle Lettere di soldati che sono tutto ciò che resta delle vite strappate in guerra. Lasciate che Vinicio con la sua musica e le sue parole vi prenda per mano e vi porti tra i sogni perduti e gli amori infranti di In clandestinità o di Orfani ora (che tanto ricorda quelle ballate del disco d’esordio di quasi vent’anni fa) con quel micidiale cambio di accordi con rullo di tamburi e con il theremin che costruisce atmosfere da brividi. Ed infine, lasciate che vi si formi un groppo in gola ascoltando Il paradiso dei calzini, metafora per le anime perse e maltrattate dalla vita, con gli splendidi strumenti giocattolo di quel genietto che è Pascal Comelade e il cristallarmonio di Gianfranco Grisi.

Un disco molto maturo questo Da solo; più omogeneo dell’ultimo Ovunque proteggi, che di suo conteneva pezzi splendidi, ma anche più profondo, più vissuto. Forse non raggiunge la vetta di Canzoni a manovella, ma credo sia uno dei dischi migliori di Vinicio, quello dove maggiormente si è messo a nudo, dove appunto è “da solo” con la sua musica e con se stesso più che con le sue storie e il suo mondo.
E ancora una volta ritrovo un amico, un musicista ed un artista vero che non delude e che sa emozionare.

Chapeau monsieur Capossela, chapeau…


I miei 10 (+1) dischi del 2006

Fine anno, tempo di bilanci. Allora, come si usa fare in questi casi e come ho fatto l’anno scorso, segnalo i migliori dischi usciti nel 2006. Le condizioni sono sempre le stesse: nessuna ambizione di completezza (quindi indicherò solo le cose che sono riuscito ad ascoltare), nessuna oggettività (indicherò solo cose che sono piaciute a me), nessuna classifica, che tanto non la riesco a fare (elencherò i dischi secondo l’ordine di pubblicazione… anche se Vinicio…). Un elenco tra il suggerire della musica e l’appuntarsi delle sensazioni, ben conscio di averne lasciate fuori altre altrettanto meritevoli. Un elenco come al solito eterogeneo, mal assortito e démodé.
Una nota: deliberatamente non ho menzionato un paio di dischi meritevoli di cui parlerò più diffusamente prossimamente. Giusto per non rovinare la sorpresa.

20/01 Vinicio Capossela: Ovunque proteggi (Warner bros)

Erano sei anni che si aspettavano nuove da Capossela e l’attesa non è andata vana, perché con questo disco Vinicio torna alla grande con le sue storie tormentate e la follia di sempre. Un disco carico di passioni e visioni e dei più disparati spunti musicali. Una assoluta conferma. Qui una recensione completa.

21/02 Biosphere: Dropsonde (Touch)

Ovvero “anche i computer hanno un’anima” se chi li manovra ha le capacità e la sensibilità di Geir Jenssen, titolare della sigla Biosphere, che confeziona un disco di rara lucidità e bellezza: ipnotico ma non ossessivo, gelido e caldo assieme, capace di parlare al cuore ma anche di colpire il cervello. Qui una recensione completa.

21/02 Eels: Live at Town Hall (Vagrant)

Mark Oliver Everett (in arte “E”) scrive ballad dolenti ed intimiste ma ironiche e le canta con quella sua voce roca, sofferta e calda: in questo live di soli strumenti acustici i brani assumono una nuova asciuttezza, alternando malinconia ed allegria tra limpide chitarre, archi ariosi, inquietanti carillon e percussioni secche.

01/03 Cuong Vu: It’s mostly residual (Auand)

Al consueto acido magma sonoro prodotto dal trio tromba / basso / batteria, il vietnamita Vu aggiunge la pulsione della chitarra di Bill Frisell che apporta tensione ed inquietudine, lì dove non ce n’era. Così nei sei lunghi brani tra sperimentazioni e abbandoni melodici convivono nevrosi e dolcezze in inaspettata armonia.

07/03 Donald Fagen: Morph the cat (Reprise)

Da uno che in 24 anni fa uscire solo 3 dischi non ci si può aspettare altro che la perfezione e qui quasi ci siamo. Fagen ci dona il consueto pop intelligente di altissimo livello dove gli intrecci tra gli strumenti sono rasoiate e la musica scorre piacevolmente intensa senza mai perdere di pathos. Qui una recensione completa.

04/04 Cassandra Wilson: Thunderbird (Blue Note)

Nessuna tra le vocalist in circolazione riesce ad avere un’indiscutibile credibilità come la Wilson: che si confronti con il jazz, con il blues o con il folk lei riesce sempre, con la sua voce ruvida ed avvolgente, ad ottenere il meglio. E, senza strafare, affascina a pieno. Cassandra è così, prendere o lasciare.

27/06 Brad Mehldau trio: House on hill (Nonesuch)

Registrato nel 2002 – quindi ancora con Jorge Rossy alla batteria – questo disco è l’ennesima conferma dell’altissimo livello di interplay raggiunto dal trio. I brani sono affrontati con un piglio decisamente battagliero senza indugiare in inutili cavillosità ma senza rinunciare al consueto splendido scintillante lirismo.

10/07 Rita Marcotulli: The light side of the moon (Le chant du monde)

Questo della Marcotulli è un piano-solo brillante e ben ispirato anche se lontano dalla più pura tradizione jazzistica. Un disco in cui è spiccata la ricerca sulle atmosfere oniriche e sulle intime connessioni delle melodie ed illuminato dalla luce pura di un’arte impalpabile e concreta. Un bel viaggio al quale abbandonarsi sereni.

12/09 Yo La Tengo: I’m not afraid of you and I will beat your ass (Matador)

Come ogni disco della band di Hoboken che da 20 anni anima la scena “indie”, anche questo riserva piacevoli sorprese: sfruttando il consueto eclettismo, gli YLT mischiano neopsichedelia, atmosfere jazzate, languido pop e le loro famose ballad lisergiche in modo convincente ed emozionante.

26/09 Keith Jarrett: The Carnegie Hall concert (ECM)

Frutto della sua nuova vitalità, questo concerto si conferma essere una delle cose più belle sentite da Jarrett: perfezione tecnica, magnetismo e profondissimo amore per la melodia si sposano con la costante sperimentazione, un lirismo senza pari e con il senso del blues. Un capolavoro, senza nemmeno una caduta di tono.

+

21/11 Tom Waits: Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards (Anti)

3 dischi 54 brani per quella che non è una semplice raccolta di uno dei grandi cantautori di sempre. Waits riunisce blues rauchi e sguaiati, ballad selvaggiamente romantiche, country, sperimentazioni, canzoni “di estasi e malinconia” per farci entrare nel suo mondo di travolgenti passioni.


Vinicio Capossela: Ovunque proteggi

Non dormo e ho gli occhi aperti per te
guardo fuori e guardo intorno
com’è gonfia la strada
di polvere e vento
nel viale del ritorno

E quando arrivi
quando verrai per me
guarda l’angolo del cielo
dov’è scritto il tuo nome
ed è scritto nel ferro
del cerchio di un anello

E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così
adesso e per quando
tornerà l’incanto…

E se mi trovi stanco
e se mi trovi spento
se il meglio è già venuto
e non ho saputo tenerlo dentro me

I vecchi già lo sanno il perché
e anche gli alberghi tristi
che troppo è per poco
e non basta ancora
ed è una volta sola

Ancora proteggi
la grazia del mio cuore
adesso e per quando
tornerà l’incanto
l’incanto di te
di te vicino a me

Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore
freddo nel sole
e non bastan le parole

Mi spiace se ho peccato
mi spiace se ho sbagliato
se non ci sono stato
se non sono tornato

Ma ancora proteggi
la grazia del mio cuore
adesso e per quando
tornerà nel tempo
il tempo di partire
il tempo di restare…
il tempo di lasciare
il tempo di abbracciare

In ricchezza e in fortuna
in pena e in povertà
nella gioia e nel clamore
nel lutto e nel dolore
nel freddo e nel sole
nel sonno e nel rumore

Ovunque proteggi
la grazia del mio cuore
ovunque proteggi
la grazia del tuo cuore

Ovunque proteggi
proteggimi nel male
ovunque proteggi
la grazia del tuo cuore


Capossela, rinnova la magia anche dal vivo

Vinicio Capossela: dal vivo 29/03/06, teatro Toniolo, Mestre – Venezia

E’ la terza volta che ho la fortuna di vedere dal vivo Vinicio Capossela; nella prima – era il 1990/1991 dopo l’uscita del primo album All’una e trentacinque circa – era un giovanotto di bella presenza e belle speranze, con un repertorio che a malapena riusciva ad essere sufficiente per un concerto di un’ora e mezza, ma che fece intravedere un luminoso futuro. Nella seconda, una decina di anni fa all’uscita del suo Il ballo di San Vito, la trasformazione del personaggio-Capossela e della sua musica aveva già intrapreso una strada di piena originalità ed incoscienza che si è perfettamente concretizzata in quella splendida opera che è Canzoni a manovella e ancor di più nell’ultima fatica Ovunque proteggi.
Ovviamente il percorso artistico seguito dal cantautore nelle proprie uscite discografiche non poteva non riflettersi anche nelle sue performance dal vivo; così da schivo intrattenitore, timidamente seduto dietro al suo pianoforte quasi da ricercarne la protezione, è divenuto abile front-man capace di esternare completamente ciò che le canzoni raccontano e di calarsi nei personaggi, nelle situazioni. A comprova di questo, infatti, l’ultima proposta dal vivo si avvicina molto al teatro, soprattutto nella prima parte che è interamente dedicata all’ultima fatica discografica.

Capossela aveva avvertito: “il concerto non rappresenta l’autore del disco ma il suo mondo” ed infatti è proprio un mondo intero quello che lui porta sul palco, un mondo fatto prima di tutto di figure di riferimento che appaiono e scompaiono così come ne appare e scompare la loro evocazione musicale, un mondo di storie che si creano e si dissolvono con l’indossare e il togliere di una maschera che sia quella di “boves” di Brucia Troia a simboleggiare un mitologico minotauro, quella della Medusa, il colbacco da militare dell’armata rossa in Moskavalza, o il frac di Nel blu, il costume colorato dell’Opera di Pechino per Maraja, o quello sbrindellato del capitano scellerato di S.S. dei naufragati (“un comandante che non si cura di portare alla rovina il suo vascello e l’equipaggio a causa di un odio personale, metafora che pare sempre attuale” l’introduce, con ovvio riferimento all’attuale situazione politica).
Ma ciò che alla fine è più importante, è che dietro questo gioco di (solo apparente) esteriorità, per di più reso ancora più drammatico dalla sostanziale penombra del palco e dal gioco di ombre cinesi sul telone alle spalle dei musicisti, c’è la solidità della proposta musicale sia delle composizioni, sia dei musicisti sul palco. Ottima la chitarra di Stefana che corre sulla lama sottile di accompagnamento/assolo, prezioso Vasi che oltre che supportare le atmosfere elettroniche ha incantato tutti con il suo theremin dal quale non ha tratto solo suoni d’accompagnamento o di “disturbo”, ma vere e proprie melodie ed armonie. Mentre Vignali è rimasto un po’ in ombra – anche per la sua posizione defilata – si sono messi in buona evidenza il drumming fantasioso di De Rossi e soprattutto lo splendido suono, profondo ed incisivo, del contrabbasso di Zuppiroli che aveva il compito piuttosto difficile di dettare i tempi e tenere assieme il gruppo.

Il concerto in un teatro tutto esaurito si è praticamente diviso in due parti: nella prima Capossela ha inanellato tutte le canzoni dell’ultimo disco tra poesia carnale e surrealità (con una significativa eccezione); non vorrei aggiungere molto rispetto alla mia recensione di febbraio se non che le canzoni mi sono parse ben rese anche dal vivo, in modo particolare Dove siamo rimasti a terra Nutless, inno all’amicizia perduta efficacemente resa usando gli effetti di una telefonata e Pena del alma, sorta di malinconica milonga che con Capossela al piano e il solo accompagnamento di Anna Garano alla chitarra classica riesce a coinvolgere emotivamente l’intera platea. Continuano a non convincermi del tutto Moskavalza e Nel blu, ma a questo punto sembra un problema mio viste le reazioni del pubblico, acquistano invece valore Lanterne rosse cantata sotto due classici lampioncini cinesi in un tripudio di rosso e – non credevo fosse possibile visto la sua bellezza su disco – S. S. dei naufragati con un Mario Brunello, accolto come una rockstar, che sa cavare dal suo violoncello dei suoni davvero spettrali e paurosi.

Nella seconda parte – dedicata alla città di Venezia e alla sua atmosfera decadente – Capossela rispolvera brani del suo passato più recente ovvero da Canzoni a manovella e Il ballo di san Vito: Marajà è divertente e scanzonata, ma già Con una rosa (come desideravo che suonasse questa canzone!) l’atmosfera si fa più intima, smarrita e tenera. Poi la sonnolenta Morna, la malinconica Solo mia, una dimessa Accolita dei rancorosi e una stranita Canzoni a manovella e il concerto finisce… ma si sa, manca qualcosa, manca il commiato, manca quell’ultima gemma. Il pubblico lo sa anche se non lo dice e lo sa anche Capossela…
Eccoli allora nuovamente sul palco con una sorpresa, ovvero il theremin di Vincenzo Vasi, il contrabbasso di Glauco Zuppiroli e ancora Mario Brunello a presentare due rime di Michelangelo Buonarroti musicate da Philippe Eidel: le parole sono affascinanti e la musica è decisamente adatta (“un pugnale nel costato” definirà il violoncello Capossela). Alla compagnia si aggiunge il mezzosoprano Romina Basso – una delle cantanti più interessanti nell’ambito del repertorio barocco – per cantare Lascia ch’io pianga, struggente aria dal Rinaldo di Händel che, grazie alla sua voce calda e brunita assume una connotazione del tutto particolare.
Applausi, inchini, saluti e accendersi delle luci. Ma quell’assenza è lì sempre più evidente, finché Capossela rientra e a luci accese – “ci si saluta e abbraccia meglio alla luce che al buio” – ci regala l’ultima magia di Ovunque proteggi, intensa, intensissima canzone tenera e delicata che dopo più di due ore e mezza ci lascia liberi di uscire con il cuore leggero nella notte mestrina chiudendo un concerto davvero partecipato da entrambe le parti del palcoscenico, che dimostra come Capossela sia sempre capace di donare dell’ottima musica e di incantare il pubblico con il quale ha un rapporto d’amore assolutamente ben ricambiato.

Non trattare
Brucia Troia
Dalla parte di Spessotto
Medusa cha cha cha
Moskavalza
Nel blu
Dove siamo rimasti a terra Nutless
Pena del alma
Lanterne rosse
S.S. dei naufragati
Ecclesiaste / Il rosario della carne
L’uomo vivo
Al Colosseo

Marajà
Con una rosa
Morna
Solo mia
L’accolita del rancorosi
Canzoni a manovella

Altra figura (dalle Rime di Michelangelo)
Fuggite amanti (dalle Rime di Michelangelo)
Lascia ch’io pianga (Händel)
Ovunque proteggi

Vinicio Capossela: voce, pianoforte, tastiere, harmonium, chitarra, percussioni
Alessandro Stefana: chitarre eletterica e classica, banjo
Vincenzo Vasi: theremin, percussioni, xilofono, elettronica, gong delle nuvole
Michele Vignali: ance
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria, percussioni

Mario Brunello: violoncello
Anna Garano: chitarra classica
Romina Basso: mezzosoprano