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Wagner (non solo) in jazz

wagner a veneziaUri Caine ensemble: Wagner e Venezia (Winter & Winter – 1997)

Registrato al Caffè Quadri in piazza San Marco a Venezia con un’”orchestrina” che al pianoforte affianca due violini, violoncello, contrabbasso e fisarmonica, questo disco è la seconda rilettura dei classici effettuata da Caine, dopo lo splendido Urlicht dedicato a Mahler. Il gruppo, particolarmente ispirato dall’atmosfera, dà una rilettura della musica di Wagner appassionata e lirica; Caine, pur rispettando le partiture, le estremizza con intelligenza, ironia e gusto per i particolari, senza toglier la loro profonda sensualità come nel Liebestod del Tristano e Isotta o nell’Overture del Lohengrin. Un disco per ascoltare Wagner sotto una luce nuova e sorprendente.


Luci ed ombre di un gran quintetto

copyright foto: Greenleaf music

Dave Douglas quintet: dal vivo 21/10/06 teatro Eden, Treviso

Partono gli appuntamenti della stagione concertistica dei Teatri di Treviso e partono alla grande con uno degli appuntamenti più attesi della rassegna, ovvero il concerto di Dave Douglas che, non è un mistero per nessuno, è considerato uno dei jazzisti più importanti della scena attuale. Il trombettista e compositore di Montclair (New Jersey) sbarca a Treviso con un quintetto che è lo stesso – con l’eccezione di Scott Colley che sostituisce James Genus al contrabbasso – con il quale ha inciso il suo ultimo disco Meaning and mystery.
Il quintetto appare subito una compagine solida e ben affiatata caratterizzato dal suono liquido del piano elettrico di Uri Caine – timbricamente simile a quanto ascoltato nei gruppi elettrici del Miles Davis sul finire degli anni ’60, pur con l’ovvia rivisitazione in chiave contemporanea – e da una particolare presenza e ricerca del senso del blues. Douglas e i suoi compagni operano, seppur in maniera piuttosto libera, in un ambito che è decisamente di stampo classico dove c’è poco spazio per le esplorazioni d’avanguardia alle quali ci ha abituato il leader nelle sue varie formazioni; è possibile far risalire la fonte ispirativa del quintetto ai gruppi hard-bop come quello di Lee Morgan o di Joe Henderson, senza però rinunciare a strizzare l’occhio ad esperienze più recenti come quella di Tim Berne pur in una struttura formale più definita.

Oltre alla poliedricità del leader, perfetto sia negli stacchi repentini che nelle vellutate ballad, il punto di forza della formazione è senza dubbio il Fender Rhodes di Caine il cui suono vintage è usato come collante per l’interplay collettivo, essendo capace di fornire un groove costante e propulsivo in perfetto accordo con le vivaci ed efficaci poliritmie di Clarence Penn, batterista solido e particolarmente fantasioso. Il punto debole, a mio parere, sta nel tenore di Donny McCaslin che, seppur abbia dato buona prova di sé proprio in Meaning and mystery, dal vivo fa ampiamente rimpiangere l’ottimo Chris Potter; McCaslin, forse non in ottima serata, sfoggia un timbro non particolarmente espressivo, un suono scialbo e senza spessore, con una dinamica limitata al registro medio dello strumento. Se la cosa può funzionare quando suona all’unisono con il trombettista, i suoi intereventi solistici non mi paiono particolarmente efficaci, soprattutto quando si lascia andare a dubbi interventi vaudeville. Altra nota parzialmente negativa è la poco appariscenza del contrabbasso di Colley – strumentista di ottimo valore – non dovuta ad imperizia, ma ad un’amplificazione non proprio ottimale.

Il concerto alterna momenti brillanti ad altri un po’ sottotono: ottimo il secondo brano, un blues lento nel quale Douglas improvvisa una lunga linea melodica molto evocativa dal lirismo misurato seguita da quella altrettanto efficace di Caine; toccante Thomas un tema molto fluido e malinconico dedicato ad un amico del trombettista scomparso, esaltante l’ultimo brano in programma con un Douglas che convince con la velocità e la perentorietà del suo assolo. Molto ben costruita la gioiosa Little Penn, così intitolata in onore della figlia del batterista, dove sarà proprio quest’ultimo ad incantare con la sua concezione ritmica.
Si esce da teatro consapevoli di aver assistito ad una buona performance che però necessità di alcuni piccoli aggiustamenti tramite i quali questi cinque musicisti possano sfruttare a pieno tutte le proprie potenzialità che meritano davvero di emergere in maniera più brillante.

Dave Douglas: tromba
Donny McCaslin: sax tenore
Uri Caine: pianoforte
Scott Colley: contrabbasso
Clarence Penn: batteria



Uri Caine trio

Ieri sera ho assistito a Mogliano Veneto al concerto del trio di Uri Caine con Drew Gress al contrabbasso e Ben Perowsky alla batteria. L’impressione generale del concerto è sicuramente buona essendo quello di Caine un trio molto ben affiatato, inventivo e solido. Forse questa solidità è risultata la nota stonata: “troppo” solido verrebbe da dire, con l’accentuazione dei tempi veloci, dell’andamento percussivo a volte veramente troppo pesante. E’ mancata al trio la leggerezza, la capacità – soprattutto dello stesso Caine – di proporre i temi e gli assoli in maniera meno “brutale”, concedendo più spazio allo swing, cosa che il pianista sa peraltro fare benissimo.


La delicata armonia della nu-bossa

Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed – 2003)

Negli ultimi tempi, diciamo da quando è uscito l’ottimo Buena Vista Social Club, la musica latina è stata dominata da Cuba e dai suoi musicisti che sono riusciti a mettere in secondo piano la musica proveniente dagli altri paesi del Centro e Sud America. In particolar modo il Brasile, che è sempre stato ai primi posti nelle preferenze degli ascoltatori di questa parte dell’oceano, era quasi scomparso, forse anche a causa di prodotti non sempre curati e all’altezza.
Sarà una questione di moda, sarà perché molti musicisti non brasiliani – fra tutti Ryuichi Sakamoto, Yo-Yo Ma, Uri Caine e David Byrne – hanno cominciato ad interessarsi a queste sonorità o sarà perché effettivamente il livello della produzione è qualitativamente aumentato, ora sembra che il Brasile sia tornato in auge con nuove proposte. Così accanto ad artisti oramai affermati che da anni stanno portando avanti un loro personale discorso musicale, si affianca ora una nuova schiera di giovani promesse come Joyce, Cibelle, Bebel Gilberto. Questi musicisti presentano delle proposte innovative e allo stesso tempo fortemente debitrici verso la grande tradizione musicale del loro paese che non si limitano a riproporre, ma che riescono a far divenire qualcosa di nuovo, tanto che oramai si parla di “nu-bossa”.

Tra questi chi lo riesce a fare in modo egregio è Celso Fonseca, classe 1956, non proprio l’ultimo arrivato sulla scena musicale brasiliana visto che è dall’età di 19 anni che si dedica professionalmente alla musica. Fonseca ha collaborato praticamente con tutti i grandi musicisti del suo paese – l’elenco è del tutto inutile – suonando sia in studio sia dal vivo in Brasile e all’estero, scrivendo canzoni, arrangiando e producendo per loro numerosi dischi. Un talento molto sviluppato quindi, a cui mancava solo il debutto come solista che arriva con questo Natural, primo disco interamente a suo nome sulla scena internazionale.
Il titolo non poteva essere più appropriato: tutto nel disco è proprio “naturale”, non ci sono forzature, la musica scorre pulita e affascinante così com’è nata, un limpido rinfrescante torrente di montagna che scende al mare. Non crediate che questo significhi piattezza: Fonseca, mischiando con intelligenza e sensibilità generi diversi, rinnova la tradizione e presenta una serie di canzoni dalla bellezza sfaccettata. Inoltre si rivela essere un ottimo e attento musicista: il suono della sua chitarra acustica è pieno e cristallino e la sua voce carezzevole e sensuale è velata appena di tristezza, senza mai cadere nel facile sentimentalismo. Gli strumenti che lo accompagnano sono usati con la massima parsimonia in modo da non sovraccaricare l’ascolto; l’elettronica, soprattutto applicata alle percussioni, è usata con il contagocce, appena per dare un tocco di atmosfera, mai predominante o invadente. La ridotta dimensione del gruppo, che nelle varie combinazioni al massimo si presenta come un quintetto, influisce a rendere ancora più intimo il clima musicale e dimostra che Fonseca ha un approccio quasi minimalista ai brani. I ritmi sono perlopiù lenti e riflessivi e derivano evidentemente dalla bossa e dal samba meno esuberante e definiscono perfettamente quelle che sono semplici canzoni d’amore, di stupore per la bellezza della natura, di invito a trovare la felicità nelle piccole cose, come nella splendida A origem da felicidade (“l’allegria è l’origine della felicità / credo che il samba sia il Creatore“).
La bellezza e la forza di questo Natural sta proprio qui: Fonseca, quasi timoroso di disturbare, non è mai sopra le righe, riesce a emozionare l’ascoltatore con un pugno di canzoni in bilico tra bossa, samba, jazz, arrangiate e suonate con una delicatezza rara e soprattutto senza concedere nulla, e sarebbe facile, al commerciale; canzoni come Bom sinal, A origem da felicidade, Meu samba torto, Febre, Slow motion bossa nova restano impresse nella mente e, sono sicuro, potranno diventare altrettanti “classici” come è successo con tanti altri brani oramai famosi.

Non sono molto esperto di musica brasiliana e nemmeno un vero e proprio appassionato, ma mi ha sempre affascinato l’intima tristezza – la famosa saudade – della bossa nova, soprattutto quando si mischia al jazz, così nella famosa isola deserta (chiunque credo abbia il complesso di Nick Hornby) accanto allo splendido e storico Getz / Gilberto ci vedrei benissimo questo Natural: forse non sarò troppo originale, ma credo che, pur con le loro differenze, il secondo sia altrettanto rappresentativo, bello ed importante del primo.

Fonseca è uno dei segreti meglio tenuti del Brasile: come compositore, chitarrista e arrangiatore egli ha lavorato con Gilberto Gil, Caetano Veloso, Marisa Monte e Bebel Gilberto; la sua musica comunque resta uno dei tesori nascosti della scena musicale brasiliana.
crammed.be

  1. Bom sinal
  2. Sem resposta
  3. A origem da felicidade
  4. The night we called it a day
  5. Meu samba torto
  6. Febre
  7. Consolação
  8. Ela é carioca (she’s a carioca)
  9. Teu sorriso
  10. Slow motion bossa nova
  11. Minha Dalva de Oliveira
  12. Butéco 2
Celso Fonseca: voce, chitarre, programmazione, percussioni e arrangiamenti
Daniel Jobim: pianoforte (1-4-6-10)
Robertinho Silva: batteria e percussioni (3-7-9-11)
Ramiro Musotto: percussioni (12)
Jessé Sadock: flicorno (6)
Jorginho Gomes: batteria (6)
Cibelle: voce (8)
Sacha Amback: tastiere (4-6)
Jorge Helder: basso acustico (1-3-5)



Atmosfere anni ’60 per il jazz più moderno

Dave Douglas: The infinite (Bluebird – 2002)

Se c’è un musicista dal quale non sai cosa aspettarti nell’ultima uscita discografica è proprio Dave Douglas. Il trombettista di Montclair, New Jersey, è senza dubbio un’anima irrequieta, capace di intraprendere numerose collaborazioni e pubblicare nello stesso periodo di tempo una notevole quantità di CD con altrettante formazioni e progetti. Anche per questo, qualche critico ha contrapposto Douglas a Wynton Marsalis: dove quest’ultimo rappresenta il rifarsi alle origini del jazz, il primo si inserisce in quel gruppo di nuovi jazzisti, con base a New York, che fanno interagire il jazz con elementi provenienti da altre culture, ovvero la musica classica, la world-music, il klezmer.
Attualmente Douglas opera una decina di formazioni, diverse per ispirazione, strumentazione e numero dei componenti, a partire dal Tiny Bell Trio con chitarra e batteria con il quale esegue musiche balcaniche, proseguendo con due quartetti: uno tradizionale con sax, contrabbasso e batteria e l’altro più innovativo con la fisarmonica di Guy Klucevsek, il violino di Mark Feldman e il contrabbasso di Greg Cohen (da tempo collaboratore di Tom Waits e membro del quartetto Masada). Salendo per numero di componenti troviamo un quintetto “d’archi” (lo String group) con violino, violoncello, contrabbasso e batteria dove convivono l’anima classica (Stravinskij e Webern) e l’anima jazzistica (soprattutto Ellington), il sestetto, composto da Uri Caine al piano, Joshua Roseman al trombone, James Genus al basso, Joey Baron alla batteria e Chris Speed o Greg Tardy ai sassofoni, dedicato da Douglas a programmi più specificatamente jazzistici e una sorta di doppio quartetto alla maniera di Ornette Coleman, dove il free jazz è re-inventato in chiave moderna grazie anche all’uso dell’elettronica.
Se oltre a tutte queste formazioni che non sembrano affatto occasionali, ma destinate a durare nel tempo, consideriamo le collaborazioni di Douglas con gruppi di altri (Uri Caine, il quartetto Masada di John Zorn ecc…) ci rendiamo conto che il trombettista è davvero impegnato a largo raggio con una maniacale cura per il lavoro, una vorace curiosità e voglia sempre nuova di scoprire e sperimentare soluzioni e ambientazioni musicali.

The infinite è ad oggi l’ultima uscita discografica di Dave Douglas che è riuscito nuovamente a sorprendere tutti con lo stile sfoggiato in questo CD. Dopo alcuni dischi decisamente free, l’ultimo dei quali è l’ottimo Witness, il trombettista torna alle atmosfere anni ’60 del quintetto di Miles Davis che è ampiamente ringraziato nell’interno della copertina, dandogli una dimensione del tutto attuale. Riunendo attorno a sé un quintetto davvero d’eccezione, Douglas esplora le sonorità di quel periodo, aiutato in questo dal suono del fender rhodes di Caine, rileggendo alcune pop-songs (Poses, Crazy games e Unison di Bjork) ed integrandole con sue composizioni.
Le cose più interessanti, a mio parere, sono la sognante Poses dalla bella linea melodica esposta dalla tromba, la scintillante The infinite dove si possono ascoltare due bei assoli da parte di Douglas e Potter, la veloce Yorke dove brillano Caine e il leader e Unison trasformata in classico standard jazz.
Douglas utilizza la sua grande capacità tecnica per affinare il suono del suo strumento che è pulito, appena increspato da un leggero vibrato, ed estremamente lirico anche nei tempi più veloci. Potter sia al sax, usato soprattutto nel registro più basso, che al clarinetto basso (splendido in Unison) supporta bene il leader e lo completa in unisono, trovando comunque degli spazi in cui muoversi ed improvvisare liberamente. L’accompagnamento della sezione ritmica, pur avendo i suoi momenti per mettersi in evidenza, è discreto, mai invadente con Caine che fornisce un bel tappeto con il caratteristico suono liquido del fender rhodes.
Un disco davvero interessante, espressione di quello che deve essere oggi il jazz: innovazione e ricerca senza rinnegare, anzi integrando, la tradizione.

  1. Poses
  2. The infinite
  3. Penelope
  4. Crazy games
  5. Waverly
  6. Yorke
  7. Unison
  8. Deluge
  9. Argo
Dave Douglas: tromba
Chris Potter: sax tenore – clarinetto basso
Uri Caine: piano fender rhodes
James Genus: contrabbasso
Clarence Penn: batteria