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Buena Vista Social Club alla Carnegie Hall

buona vista social club / bandiera

Ricordate il Buena Vista Social Club? Sì, certo che li ricordate, come si fa a dimenticare “quel” disco, “quel” film, quell’atmosfera, quella incredibile ventata di novità e di vitalità che ci hanno portato quel gruppo di splendidi musicisti?

Bene, ora a distanza di 10 anni (dieci!) esce un doppio CD con la registrazione del concerto del 01/07/1998 (parzialmente immortalato nel film) alla Carnegie Hall di New York, CD che ci restiuisce in pieno la magia di quella serata e di quella musica. Buena Vista Social Club at Carnegie Hall diventa anche un dovuto e appassionato omaggio a coloro che di quel gruppo ci hanno lasciato, Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Rubén Gonzalez (ma sentitelo cosa fa con quel piano!!!)

Ma che fate? Siete ancora qui?


Omara Portuondo a Mestre

buena vista social club Sembra ieri, ma sono trascorsi oramai 10 anni (era esattamente il settembre 1997) dall’uscita dal disco Buena Vista Social Club, delicato omaggio a Cuba di quel formidabile scopritore di musiche e musicisti che è Ry Cooder. Ricordo che quando acquistai quel disco ancora non era scoppiato il fenomeno della musica cubana; non conoscevo nessuno dei musicisti che vi suonano – eccetto Cooder, ovviamente – e come spesso accade lo presi perché mi piaceva la copertina. Quel disco e il successivo film di Wim Wenders mi ha semplicemente stregato: ho scoperto una band formidabile formata da musicisti fantastici. Mi sono fatto trasportare dalla voce carica di Eliades Ochoa, mi sono meravigliato della vitalità dell’ottantanovenne Compay Segundo con il suo “panama” perennemente calato sul viso, mi sono lasciato affascinare dai bolero cantati da Ibrahim Ferrer con la sua voce malinconica ma profonda, mi sono commosso nel vedere rinascere dalla propria artrite un pianista straordinario come Ruben Gonzalez, mi ha fatto sognare Joachim Cooder che suona le sue percussioni davanti al mare burrascoso.
A distanza di dieci anni, purtroppo, parecchi dei personaggi che hanno animato quel disco balzando – finalmente! – all’attenzione di una pubblico internazionale, non ci sono più; per noi che li abbiamo conosciuti solo così e così tardi, restano di loro un pugno di dischi e le immagini di un film. Ma, nonostante tutto, è ancora possibile rivivere – e in maniera diretta – quelle belle sensazioni: lunedì prossimo, infatti, a Mestre si esibirà un’altra protagonista di quel disco, di quella stagione e della grande musica cubana: Omara Portuondo.omara portuondo
Non nascondo la mia emozione nel riuscire a sentire e vedere dal vivo quella che – con Cesaria Evora e Mercedes Sosa – si può definire una delle grandi interprete della musica popolare mondiale. Sentitela anche nella stupenda Silencio nel disco di Ibrahim Ferrer o ascoltate il suo Buena Vista Social Club presents Omara Portuondo, entrambi usciti per l’etichetta World Circuit, e capirete di trovarvi davanti ad un’interpete genuina, profonda e rispettosa della propria tradizione, della propria patria (commovente nel finale del film di Wenders la sua entrata sul palco con la bandiera cubana tra le braccia). Una cantante che sa dare emozione, che sa mettere la sua voce al servizio della musica.


Ibrahim Ferrer

Ieri sera un altro degli splendidi musicisti che a Cuba hanno animato il Buena Vista Social Club ci ha lasciato. Questa volta è toccato ad Ibrahim Ferrer, voce appassionata e commovente del gruppo. E’ sicuramente nell’ordine delle cose, vista la non proprio verde età, ma dispiace questa perdita così come quella dei suoi compagni – Francisco “Compay Segundo” Repilado e Rubén Gonzalez – e dispiace ancora di più di non averli conosciuti prima, di averne scoperto il magico mondo musicale solo in tarda età. Per questo dobbiamo ringraziare Wim Wenders e Ry Cooder che ce li hanno fatti conoscere tramite un film ed un disco bellissimi.

Voglio ricordare Ibrahim Ferrer con una canzone – Silencio – che mi dà una particolare emozione, un bolero intenso e commovente, come intense e commoventi sono le interpretazioni di Ibrahim e di Omara Portuondo. Lo potete ascoltare nel disco Ibrahim Ferrer oppure nel film di Wenders. Vi assicuro che sarà ben difficile dimenticarsene. Di seguito vi allego il testo.

Ibrahim Ferrer e Omara Portuondo (foto di Donata Wenders)

Silencio
di Rafael Hernandez

Duermen en mi jardin
las blancas azucenas, los nardos y las rosas.
Mi alma muy triste y pesarosa
a las flores quiere ocultar su amargo dolor.

Yo no quiero que las flores sepan
los tormentos que me da la vida.
Si supieran lo que estoy sufriendo
por mis penas llorarian tambien.

Silencio, que estan durmiendo
los nardos y las azucenas.
No quiero que sepan mis penas
porque si me ven llorando
moriran.

—————- perdonate: la traduzione è mia ——————-

Silenzio

Dormono nel mio giardino
i gigli bianchi, la lavanda e le rose.
La mia anima molto triste e cupa
vuole nascondere ai fiori il suo amaro dolore.

Non voglio che i fiori sappiano
i tormenti che mi infligge la vita.
Se essi sapessero quello che sto soffrendo
piangerebbero anche loro per le mie pene.

Silenzio, che stanno dormendo
la lavanda e i gigli
Non voglio che essi sappiano della mia pena
perché se mi vedono piangere
moriranno.

RIP


La delicata armonia della nu-bossa

Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed – 2003)

Negli ultimi tempi, diciamo da quando è uscito l’ottimo Buena Vista Social Club, la musica latina è stata dominata da Cuba e dai suoi musicisti che sono riusciti a mettere in secondo piano la musica proveniente dagli altri paesi del Centro e Sud America. In particolar modo il Brasile, che è sempre stato ai primi posti nelle preferenze degli ascoltatori di questa parte dell’oceano, era quasi scomparso, forse anche a causa di prodotti non sempre curati e all’altezza.
Sarà una questione di moda, sarà perché molti musicisti non brasiliani – fra tutti Ryuichi Sakamoto, Yo-Yo Ma, Uri Caine e David Byrne – hanno cominciato ad interessarsi a queste sonorità o sarà perché effettivamente il livello della produzione è qualitativamente aumentato, ora sembra che il Brasile sia tornato in auge con nuove proposte. Così accanto ad artisti oramai affermati che da anni stanno portando avanti un loro personale discorso musicale, si affianca ora una nuova schiera di giovani promesse come Joyce, Cibelle, Bebel Gilberto. Questi musicisti presentano delle proposte innovative e allo stesso tempo fortemente debitrici verso la grande tradizione musicale del loro paese che non si limitano a riproporre, ma che riescono a far divenire qualcosa di nuovo, tanto che oramai si parla di “nu-bossa”.

Tra questi chi lo riesce a fare in modo egregio è Celso Fonseca, classe 1956, non proprio l’ultimo arrivato sulla scena musicale brasiliana visto che è dall’età di 19 anni che si dedica professionalmente alla musica. Fonseca ha collaborato praticamente con tutti i grandi musicisti del suo paese – l’elenco è del tutto inutile – suonando sia in studio sia dal vivo in Brasile e all’estero, scrivendo canzoni, arrangiando e producendo per loro numerosi dischi. Un talento molto sviluppato quindi, a cui mancava solo il debutto come solista che arriva con questo Natural, primo disco interamente a suo nome sulla scena internazionale.
Il titolo non poteva essere più appropriato: tutto nel disco è proprio “naturale”, non ci sono forzature, la musica scorre pulita e affascinante così com’è nata, un limpido rinfrescante torrente di montagna che scende al mare. Non crediate che questo significhi piattezza: Fonseca, mischiando con intelligenza e sensibilità generi diversi, rinnova la tradizione e presenta una serie di canzoni dalla bellezza sfaccettata. Inoltre si rivela essere un ottimo e attento musicista: il suono della sua chitarra acustica è pieno e cristallino e la sua voce carezzevole e sensuale è velata appena di tristezza, senza mai cadere nel facile sentimentalismo. Gli strumenti che lo accompagnano sono usati con la massima parsimonia in modo da non sovraccaricare l’ascolto; l’elettronica, soprattutto applicata alle percussioni, è usata con il contagocce, appena per dare un tocco di atmosfera, mai predominante o invadente. La ridotta dimensione del gruppo, che nelle varie combinazioni al massimo si presenta come un quintetto, influisce a rendere ancora più intimo il clima musicale e dimostra che Fonseca ha un approccio quasi minimalista ai brani. I ritmi sono perlopiù lenti e riflessivi e derivano evidentemente dalla bossa e dal samba meno esuberante e definiscono perfettamente quelle che sono semplici canzoni d’amore, di stupore per la bellezza della natura, di invito a trovare la felicità nelle piccole cose, come nella splendida A origem da felicidade (“l’allegria è l’origine della felicità / credo che il samba sia il Creatore“).
La bellezza e la forza di questo Natural sta proprio qui: Fonseca, quasi timoroso di disturbare, non è mai sopra le righe, riesce a emozionare l’ascoltatore con un pugno di canzoni in bilico tra bossa, samba, jazz, arrangiate e suonate con una delicatezza rara e soprattutto senza concedere nulla, e sarebbe facile, al commerciale; canzoni come Bom sinal, A origem da felicidade, Meu samba torto, Febre, Slow motion bossa nova restano impresse nella mente e, sono sicuro, potranno diventare altrettanti “classici” come è successo con tanti altri brani oramai famosi.

Non sono molto esperto di musica brasiliana e nemmeno un vero e proprio appassionato, ma mi ha sempre affascinato l’intima tristezza – la famosa saudade – della bossa nova, soprattutto quando si mischia al jazz, così nella famosa isola deserta (chiunque credo abbia il complesso di Nick Hornby) accanto allo splendido e storico Getz / Gilberto ci vedrei benissimo questo Natural: forse non sarò troppo originale, ma credo che, pur con le loro differenze, il secondo sia altrettanto rappresentativo, bello ed importante del primo.

Fonseca è uno dei segreti meglio tenuti del Brasile: come compositore, chitarrista e arrangiatore egli ha lavorato con Gilberto Gil, Caetano Veloso, Marisa Monte e Bebel Gilberto; la sua musica comunque resta uno dei tesori nascosti della scena musicale brasiliana.
crammed.be

  1. Bom sinal
  2. Sem resposta
  3. A origem da felicidade
  4. The night we called it a day
  5. Meu samba torto
  6. Febre
  7. Consolação
  8. Ela é carioca (she’s a carioca)
  9. Teu sorriso
  10. Slow motion bossa nova
  11. Minha Dalva de Oliveira
  12. Butéco 2
Celso Fonseca: voce, chitarre, programmazione, percussioni e arrangiamenti
Daniel Jobim: pianoforte (1-4-6-10)
Robertinho Silva: batteria e percussioni (3-7-9-11)
Ramiro Musotto: percussioni (12)
Jessé Sadock: flicorno (6)
Jorginho Gomes: batteria (6)
Cibelle: voce (8)
Sacha Amback: tastiere (4-6)
Jorge Helder: basso acustico (1-3-5)