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Geometrie rock complesse e sfaccettate

King Crimson: Discipline (EG Records – 1981)

Primo frutto della rifondazione dei King Crimson voluta da Fripp dopo sette anni d’oblio, Discipline è un prodotto che rasenta la perfezione, formale e concettuale. E non si poteva pretendere di meno dalla collaborazione di mostri di bravura come Fripp, Belew, Levin e Bruford! I quattro, infatti, confezionano un meccanismo dove tutto funziona al meglio, dove le sonorità sono pensate con matematica precisione ma, soprattutto, dove l’emotività che ne deriva è ben lontana dalle logiche che attraversano le sette tracce, tutto di livello eccelso, sia che siano le lisergiche visioni di Matte kudasai e di The sheltering sky, o le gabbie geometriche di Elephant talk e Frame by frame. Su tutte l’anarchia controllata di Indiscipline, vero capolavoro nel capolavoro.


Una pietra miliare della storia del rock (e non solo)

King Crimson: Larks’ tongues in aspic (Virgin – 1973)

(articolo gentilmente concesso da Luca)

Nel 1972 Fripp subì una crisi intellettuale che lo portò a distruggere e ricreare la band che rappresentava il suo stesso pensiero e il suo stesso modo di creare musica, i King Crimson. Per il progetto dei nuovi Crimson, chiamò il bassista/cantante di estrazione rock John Wetton, il batterista degli Yes Bill Bruford, il violinista David Cross, ed il geniale pazzoide percussionista Jamie Muir della Music Improvisation Company. Ciò che ne segui fu un mutamento stilistico che passò dalle sonorità epiche e classicheggianti, ormai divenute un cliché tanto grande da portarsi appresso una schiera di gruppi tale da far parlare di vero e proprio genere (quello che sarà chiamato rock sinfonico), a sonorità aspre puramente jazz-rock, vicine a quell’onda elettrica nata da Miles e sviluppatasi nei vari Weather Report e (soprattutto) Mahavishnu Orchestra, fatte coesistere alle tecniche contrappuntistiche di Bartok ed agli sperimentalismi dell’avanguardia classica nella sua interezza (Steve Reich su tutti) con richiami esotici e improvvisazioni free jazz alla Derek Bailey (infatti il percussionista Jamie Muir fu suo gregario nella sua Music Improvvisation Company).

Questo mutamento stilistico fu parallelo ad un mutamento più profondo di carattere “filosofico”: dai vecchi testi caratterizzati da favole cavalleresche adatte alla filosofia hippy del “con un sorriso possiamo salvare il mondo“, a testi più concreti ma dal significato ugualmente universale, conseguenza di una consapevolezza maggiore rispetto al passato. Ma anche lo stesso mutamento stilistico è sintomo del pensiero frippiano secondo il quale la portata universale della musica è tale che, una volta che l’artista sia venuto a conoscenza della sacralità della propria arte – indipendentemente dai contenuti più facilmente decifrabili (come i già citati testi, o un esplicito schieramento politico) e dall’immagine dell’artista dipinta dall’industria rock – essa possa veramente cambiare lo stato delle cose, senza essere per questo ricondotta a degli stereotipi come quelli imposti dal movimento hippy.
Ma la forza del disco sta nel fatto che la rivoluzione non è gridata o sfacciata come quella dei vari Zappa, né colonna portante del disco, ma finemente celata, riuscendo così a non rinunciare ad esprimersi attraverso melodie fruibili o cliché già in uso dai vecchi King Crimson. Da questo spirito nascono ballate malinconiche come Book of Saturday, splendida gemma dalla durata di 3 minuti, o la lunga Exiles, in cui è in luce il lirismo dell’intera band, esse sono pure dimostrazioni di come la semplicità apparente, la grande potenza evocativa, l’orecchiabilità, e la concretezza dei testi possano far coesistere la grande carica rivoluzionaria. Più esplicita è l’esotica Easy Money, la cui forza innovativa è all’apice durante l’ assolo di Fripp, che condivide la parte solista pur facendola da padrone con le percussioni funamboliche di Jamie Muir e il sottofondo accattivante della batteria di Bill Bruford.

Discorso a parte merita la traccia iniziale, Larks’ Tongues in Aspic pt. I, essa rappresenta l’apoteosi del mutamento intellettuale di Fripp, nonché il pezzo più bello della storia Cremisi ed a mio avviso il più bello della storia della musica: nella durata di 13 minuti la rivoluzionata formazione Crimson riesce a riassumere stili e tendenze dei 70 anni addietro fondendole con le innovazioni più avanguardiste del periodo: gli sperimentalismi reichiani del phasing percussivo iniziale fanno da introduzione al grande riff hard-rock della chitarra tagliente di Fripp e del basso distorto di Wetton, in cui la tensione emotiva sale fino ad esplodere. Un senso di angoscia viene più che mai suggeritoci dal violino di Cross. Le percussioni ci stordiscono fungendo da elemento di disturbo. Non sembra esserci possibile risoluzione… finché un arpeggio di Fripp spezza totalmente la tensione proiettandoci nelle più tipiche sonorità jazz-rock, in cui la coppia ritmica Muir/Bruford si esibisce nella più grande prova percussiva mai registrata: la raffinatezza e l’anticonvenzionalità di Bruford sono il perfetto sfondo alla sperimentazione free jazz di Muir, di modo che laddove uno ci trascini e ci travolga, l’altro ci possa sconvolgere con un colore e delle sfumature sinora mai sentite… essi diventano così i veri protagonisti, che però, senza risultare esasperanti, non coprono i fraseggi degli altri strumentisti. E proprio nel momento in cui si pensa che non ci sia soluzione di continuità per questa esplosione emotiva, il gruppo si ferma, lasciandoci un senso di incompiutezza che la seguente e lunga improvvisazione di violino manterrà fino al delicato finale in cui Fripp con i suoi placidi arpeggi ammaliatori, ipnotici sussurri incomprensibili, ed una delicata campanella rilasseranno la mente ormai stanca chiudendo definitivamente uno dei pezzi più alti della storia della musica.
Penultima traccia del disco The Talking Drum è un’ esotica ed ipnotizzante escalation musicale in cui Fripp e Cross dominano la scena sul fondo dell’ ossessivo basso di Wetton e della colorita sezione ritmica. Naturale risoluzione della trascinante carica del pezzo è la devastante ed innovativa Larks’ Tongues in Aspic pt. II, pezzo strumentale scritto dal solo Fripp dalle sonorità fortemente hard rock, che sarà successivamente ripresa nelle formazioni Cremisi future per la sua attualità e carica simbolica.
A mio avviso uno degli album più belli della storia, viene tuttora sottovalutato e considerato semplicemente un “bell’album” per la mitezza della sua rivoluzione, che, invece, dovrebbe rappresentare uno dei motivi per cui amarlo.

  1. Larks’ tongues in aspic, part one
  2. Book of Saturday
  3. Exiles
  4. Easy money
  5. The talking drum
  6. Larks’ tongues in aspic, part two
Robert Fripp: chitarra, mellotron e devices
David Cross: violino, viola, mellotron
John Wetton: basso e voce
Bill Bruford: batteria
Jamie Muir: percussioni



Red: un disco visionario che ha chiuso un’epoca

King Crimson: Red (EG records – 1974)

Parlare di questo disco oggi, a distanza di quasi 30 anni dalla sua pubblicazione, può sembrare anacronistico e superato visto cosa sono diventati ora i King Crimson e quale direzione ha preso la loro musica, ma non è così. Anche se la musica di Red non esiste più nella mente dei suoi creatori e anzi oggi dei King Crimson del 1974 rimane solo il padre/padrone Robert Fripp, questo disco riascoltato casualmente in questi giorni rivela tutta la sua attualità e bellezza.
Red occupa un posto particolare nella discografia dei King Crimson rappresentando l’ultimo lavoro – eccettuato il live U.S.A. – della prima incarnazione del gruppo in questo caso ridotto ad un trio più degli ospiti; all’uscita del disco, infatti, nonostante esso fosse stato accolto con favore da pubblico e critica, Fripp annunciò lo scioglimento della band. Il Re Cremisi si risveglierà solo a distanza di sette anni con una formazione rinnovata non solo nell’organico – vi troveremo solo l’inossidabile Robert Fripp e Bill Bruford – ma anche nelle idee musicali.
In questo modo Red, oltre che essere uno dei più interessanti loro album, finisce per rappresentare il canto del cigno dei primi King Crimson, e per alcuni anche quello del progressive rock, definizione quantomai fantomatica che più volte è stata appiccicata a questo gruppo nonostante esso percorresse ben più ampi orizzonti musicali. Certo è che Red appare come una specie di “summa” dell’arte dei King Crimson, tanto che vi possiamo trovare, magari in maniera meno appariscente che in altri lavori, tutte le caratteristiche create e sviluppate nei dischi precedenti; qui non abbiamo l’esplosione allucinata di 21st century schizoid man o la raffinatezza melodica di Epitaph del disco d’esordio, la libera esplorazione in ambito jazz-rock di Lizard, o gli incastri sonori di Larks’ tongues in aspic, ma tutte queste componenti si fondono mirabilmente nelle cinque tracce – nessuna inferiore ai 6 minuti – del disco.
Così la title track strumentale, suonata esclusivamente dal trio e guidata da un potente ed evocativo riff di Fripp, rappresenta, per la sua architettura barocca e per la intensa connessione tra il basso di Wetton e la batteria di Bruford, l’anima più progressive del gruppo. Aspetto che si ritrova anche in One more red nightmare dove il riff di Red viene variato per creare un brano tirato, ma con un’apertura inaspettata nel solo di Ian McDonald. Fallen angel punta sulla melodia inventata dall’acustica di Fripp e dall’oboe di Robin Miller pur virata d’acido, soprattutto nel ritornello, dalla chitarra elettrica e i dai sax. Providence è decisamente la traccia più sperimentale e “libera” anche se l’improvvisazione dei King Crimson è ben contenuta in rigide geometrie. Il pezzo si apre con il dialogo tra il violino di David Cross e le percussioni; è Fripp con i suoni lancinanti della sua chitarra a far salire il brano mentre Bruford esplora complesse poli-ritmie.
Un capolavoro assoluto – forse la cosa migliore scritta dal Re Cremisi – è la conclusiva Starless una suite visionaria e lisergica dal respiro strumentale dilatato. Si apre con l’evocativa frase di Fripp e il canto di Wetton in costante dialogo con il sax di Mel Collins; dopo un momento riflessivo inizia la travolgente cavalcata strumentale, un crescendo a cui partecipano tutti i musicisti e guidato dall’ossessiva chitarra di Fripp. Non è facile descrivere l’irresistibile, quasi dolorosa tensione nell’attesa dell’esplosione parossistica di Bruford e McDonald, tra le lame elettriche di Fripp e la potenza devastante del basso di Wetton, che conduce alla ripresa della melodia iniziale.
Red è l’unico disco targato King Crimson dove i musicisti appaiono in copertina, quasi a volersi mettere a nudo, forse solo per questa volta, svelando tutta la profondità della loro sensibilità, senza mascherarsi dietro ad un raffinato tecnicismo o ad un elitario intellettualismo. Un disco che anche oggi ha ancora tante cose da dire, che è una perla, non solo nella discografia di questa band, ma anche nella storia più generale del rock: ascoltatelo, non ve ne pentirete.

  1. Red
  2. Fallen angel
  3. One more red nightmare
  4. Providence
  5. Starless
Robert Fripp: chitarre – mellotron
John Wetton: basso – voce
Bill Bruford: batteria – percussioni

David Cross: violino
Mel Collins: sax soprano
Ian McDonald: sax contralto
Robin Miller: oboe
Marc Charig: cornetta