King Crimson: Larks’ tongues in aspic (Virgin – 1973)
(articolo gentilmente concesso da Luca)
Nel 1972 Fripp subì una crisi intellettuale che lo portò a distruggere e ricreare la band che rappresentava il suo stesso pensiero e il suo stesso modo di creare musica, i King Crimson. Per il progetto dei nuovi Crimson, chiamò il bassista/cantante di estrazione rock John Wetton, il batterista degli Yes Bill Bruford, il violinista David Cross, ed il geniale pazzoide percussionista Jamie Muir della Music Improvisation Company. Ciò che ne segui fu un mutamento stilistico che passò dalle sonorità epiche e classicheggianti, ormai divenute un cliché tanto grande da portarsi appresso una schiera di gruppi tale da far parlare di vero e proprio genere (quello che sarà chiamato rock sinfonico), a sonorità aspre puramente jazz-rock, vicine a quell’onda elettrica nata da Miles e sviluppatasi nei vari Weather Report e (soprattutto) Mahavishnu Orchestra, fatte coesistere alle tecniche contrappuntistiche di Bartok ed agli sperimentalismi dell’avanguardia classica nella sua interezza (Steve Reich su tutti) con richiami esotici e improvvisazioni free jazz alla Derek Bailey (infatti il percussionista Jamie Muir fu suo gregario nella sua Music Improvvisation Company).
Questo mutamento stilistico fu parallelo ad un mutamento più profondo di carattere “filosofico”: dai vecchi testi caratterizzati da favole cavalleresche adatte alla filosofia hippy del “con un sorriso possiamo salvare il mondo“, a testi più concreti ma dal significato ugualmente universale, conseguenza di una consapevolezza maggiore rispetto al passato. Ma anche lo stesso mutamento stilistico è sintomo del pensiero frippiano secondo il quale la portata universale della musica è tale che, una volta che l’artista sia venuto a conoscenza della sacralità della propria arte – indipendentemente dai contenuti più facilmente decifrabili (come i già citati testi, o un esplicito schieramento politico) e dall’immagine dell’artista dipinta dall’industria rock – essa possa veramente cambiare lo stato delle cose, senza essere per questo ricondotta a degli stereotipi come quelli imposti dal movimento hippy.
Ma la forza del disco sta nel fatto che la rivoluzione non è gridata o sfacciata come quella dei vari Zappa, né colonna portante del disco, ma finemente celata, riuscendo così a non rinunciare ad esprimersi attraverso melodie fruibili o cliché già in uso dai vecchi King Crimson. Da questo spirito nascono ballate malinconiche come Book of Saturday, splendida gemma dalla durata di 3 minuti, o la lunga Exiles, in cui è in luce il lirismo dell’intera band, esse sono pure dimostrazioni di come la semplicità apparente, la grande potenza evocativa, l’orecchiabilità, e la concretezza dei testi possano far coesistere la grande carica rivoluzionaria. Più esplicita è l’esotica Easy Money, la cui forza innovativa è all’apice durante l’ assolo di Fripp, che condivide la parte solista pur facendola da padrone con le percussioni funamboliche di Jamie Muir e il sottofondo accattivante della batteria di Bill Bruford.
Discorso a parte merita la traccia iniziale, Larks’ Tongues in Aspic pt. I, essa rappresenta l’apoteosi del mutamento intellettuale di Fripp, nonché il pezzo più bello della storia Cremisi ed a mio avviso il più bello della storia della musica: nella durata di 13 minuti la rivoluzionata formazione Crimson riesce a riassumere stili e tendenze dei 70 anni addietro fondendole con le innovazioni più avanguardiste del periodo: gli sperimentalismi reichiani del phasing percussivo iniziale fanno da introduzione al grande riff hard-rock della chitarra tagliente di Fripp e del basso distorto di Wetton, in cui la tensione emotiva sale fino ad esplodere. Un senso di angoscia viene più che mai suggeritoci dal violino di Cross. Le percussioni ci stordiscono fungendo da elemento di disturbo. Non sembra esserci possibile risoluzione… finché un arpeggio di Fripp spezza totalmente la tensione proiettandoci nelle più tipiche sonorità jazz-rock, in cui la coppia ritmica Muir/Bruford si esibisce nella più grande prova percussiva mai registrata: la raffinatezza e l’anticonvenzionalità di Bruford sono il perfetto sfondo alla sperimentazione free jazz di Muir, di modo che laddove uno ci trascini e ci travolga, l’altro ci possa sconvolgere con un colore e delle sfumature sinora mai sentite… essi diventano così i veri protagonisti, che però, senza risultare esasperanti, non coprono i fraseggi degli altri strumentisti. E proprio nel momento in cui si pensa che non ci sia soluzione di continuità per questa esplosione emotiva, il gruppo si ferma, lasciandoci un senso di incompiutezza che la seguente e lunga improvvisazione di violino manterrà fino al delicato finale in cui Fripp con i suoi placidi arpeggi ammaliatori, ipnotici sussurri incomprensibili, ed una delicata campanella rilasseranno la mente ormai stanca chiudendo definitivamente uno dei pezzi più alti della storia della musica.
Penultima traccia del disco The Talking Drum è un’ esotica ed ipnotizzante escalation musicale in cui Fripp e Cross dominano la scena sul fondo dell’ ossessivo basso di Wetton e della colorita sezione ritmica. Naturale risoluzione della trascinante carica del pezzo è la devastante ed innovativa Larks’ Tongues in Aspic pt. II, pezzo strumentale scritto dal solo Fripp dalle sonorità fortemente hard rock, che sarà successivamente ripresa nelle formazioni Cremisi future per la sua attualità e carica simbolica.
A mio avviso uno degli album più belli della storia, viene tuttora sottovalutato e considerato semplicemente un “bell’album” per la mitezza della sua rivoluzione, che, invece, dovrebbe rappresentare uno dei motivi per cui amarlo.
- Larks’ tongues in aspic, part one
- Book of Saturday
- Exiles
- Easy money
- The talking drum
- Larks’ tongues in aspic, part two
Robert Fripp: chitarra, mellotron e devices
David Cross: violino, viola, mellotron
John Wetton: basso e voce
Bill Bruford: batteria
Jamie Muir: percussioni