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Tuxedomoon on the road: Firenze

Tuxedomoon: dal vivo 05/07/2011 – anfiteatro delle Cascine, Firenze

Chi ha frequentanto questo mio spazio sa bene che per il sottoscritto parlare dei Tuxedomoon più che fare della critica musicale (sempre ammesso che io l’abbia mai fatto!) è una specie di professione di fede. Da troppo tempo, ormai, bazzico ed amo il mondo della luna in frac per poter descrivere con obiettività un loro concerto: al massimo posso usare il metro di giudizio di un appassionato che, già da primo contatto più di 25 anni fa con il loro primo disco è rimasto affascinato dalla loro musica, dai loro suoni, dal loro modo di presentarsi e di presentare il loro mondo variegato.
E’ questo ciò che mi colpisce di questa band: la loro capacità di essere passionali e glaciali allo stesso momento, di saper far condividere romanticismo e distacco, cinismo e voglia di trovare il bello in qualunque aspetto dell’esistenza. Tutto questo in un connubio musicale di alto livello che non ha punti di riferimento evidenti, ma che attinge alle più diverse ispirazioni – musica colta, rock, etnica, elettronica di ricerca – senza farsene un problema e senza esplicitarne nessuna, bensì ricreandole e ricomponendole a proprio piacimento, lasciando all’ascoltatore – se ne avesse l’esigenza – il compito di risalire alle origini. Me lo confermava qualche anno fa lo stesso Peter Principle: “alcune persone vogliono lavorare nelle categorie, ma sono affari loro; noi cerchiamo di lavorare sopra e attraverso di esse così è davvero difficile per la gente classificarci, così come è difficile per noi classificarci noi stessi. Quando qualcuno ci chiede a che tipo di musica assomiglia la nostra non saprei da dove cominciare a rispondere“.

I 4 Tuxedomoon (5 se contiamo il “factotum” Bruce Geduldig) non sono certo musicisti di primo pelo avendo attraversato oramai da più di 30 anni la storia della musica – dalla ribollente scena di San Francisco di fine anni ’70 dove incarnavano l’avanguardia più colta ed intelligente, fino alle ultime tendenze – muovendosi in una dimensione del tutto personale; così, verrebbe da chiedersi, cosa resta di originale ed innovativo nella musica della band? E di conseguenza: quanto di tutto questo si riflette nei concerti? Probabilmente tutto e niente. “Tutto” nel senso che i Tuxedomoon sono e restano loro stessi con il loro sound inconfondibile, le loro suggestioni, le loro aperture melodiche e le loro incursioni nel noise. “Niente” nel senso che gran parte della carica rivoluzionaria è andata perduta – ed è pure normale che sia così dopo 30 anni di attività! – per lasciare lo spazio ad una routine, seppure di alto e cristallino livello.
Allora concerto per soli fans, nostalgici degli anni che furono? Proprio per niente! Concerto sicuramente interessante e piacevolmente coinvolgente sia per chi conosce la band da anni, sia per chi li ha scoperti da poco, magari proprio in questa serata fiorentina: i primi hanno ritrovato tutto il mondo a cui sono abituati, seppur molto più “grezzo” rispetto alle ricercatezze sonore che si possono ascoltare nei dischi, i secondi si sono trovati di fronte ad un gruppo compatto, musicalmente di altissima qualità, capace di “aggredire” l’ascoltare con il loro suono tagliente, raffinato e piacevolmente retrò. E se chi li conosceva lo sapeva già della loro capacità di coinvolgimento assoluto dal vivo, gli altri hanno incontrato quattro musicisti di altissima caratura che giocano con la “forma canzone” stravolgendola e dandole via via nuova dimensione come una sorta di suite lunga le 2 ore di concerto.

Quella di Firenze è stata la prima tappa del mini-tour europeo 2011 per la presentazione del disco Unearthed (già contenuto del cofanetto 77o7tm del 2007), ovvero  una raccolta di demo e tracce live provenienti dal ventennio 1977-1997. Proprio in quest’ottica rientra la scaletta del concerto che contiene solo tre tracce dall’ultimo disco in studio (Vapour trails – 2007), ovvero Muchos colores, Still small voice e Dizzy e una sola, Baron Brown da Cabin in the sky del 2004. Il resto dei brani proviene da registrazioni storiche del gruppo, in molti casi non molto frequentati dal vivo, a sottolineare questo legame tra il passato e la sua riproposizione nel moderno. Unica – e dolorosa – esclusione i pezzi da Desire (1980).
Il concerto inizia con una classica apertura anni ’80, ovvero Prélude/Allemande bleue seguito da Courante marocaine che mette subito in evidenza – se ce n’era ancora bisogno – l’istrionismo di Reininger al canto e al violino; tocca poi a Brown raffreddare gli animi con un rilassata Muchos colores prima di immergersi nella prima parte di Boxman, incubo metropolitano di un uomo inghiottito da una scatola trovata per strada, affidata alla voce e ai filmati di un ottimamente ritrovato Bruce Geduldig. Everything you want (singolo proveniente dalla rara compilation Subterranean modern del 1979) e Still small voice hanno il compito di scaldare nuovamente gli animi invitando al movimento con i loro ritmi pulsanti; da Half mute arrivano in sequenza le classiche Fifth column e Tritone (Musica diablo) sottolineate da splendide immagini animate tratte dai quadri di Hieronymus Bosch, seguite da entrambi i brani dall’EP Time to lose / Blind che – con il loro fare ipnotico e assieme alla seconda parte di Boxman – fanno piombare l’audience in un’atmosfera surreale che spetta alla successiva Baron brown dissolvere. The waltz ha, come sempre, il compito di gelare la platea con il suo incedere glaciale prima della sorpresa, ovvero una Joeboy (the electronic ghost), b-side del primo singolo della band, particolarmente acida. La chiusura del concerto è stata affidata ad una bellissima Atlantis (da Ship of fools – 1986), dalla terza parte di Boxman e dalla lunga improvvisazione di stampo jazzistico di Dizzy.
“Archeologia” anche per i bis chiamati a gran voce: bella Waterfont seat (sempre dalla compilation Subterranean modern) con il muro sonoro di chitarra distorna e sax, sempre piacevoli gli intarsi su di un ostinato pedale di Litebulb overkill – uno dei primi brani della premiata ditta Brown/Reininger – e degna fine con Some guys, una delle perle dell’ottimo Holy wars (1985).

Concerto molto partecipato, sia dal pubblico che ha chiamato a gran voce i propri beniamini, sia dai musicisti che pur suonando “a memoria” riescono comunque a far percepire la voglia e la forza di far musica assieme, con una capacità di coinvolgimento emotivo e intellettuale decisamente fuori dal comune. Se il buon giorno si vede dal mattino, considerato quanto si è visto e sentito in questo primo incontro del tour, le successive date non potranno che essere una conferma del valore di questa band.

Prélude/Allemande bleue
Courante marocaine
Muchos colores
Boxman (mr. Niles)
Everything you want
Still small voice
Fifth column
Tritone (musica diablo)
Blind
Boxman (the city)
Time to lose
Baron brown
The waltz
Joeboy (the electronic ghost)
Atlantis
Boxman (home)
Dizzy

Waterfront seat
Litebulb overkill
Some guys

Steven Brown: sax contralto e soprano, tastiere, pianoforte, voce
Blaine L. Reininger: violino, chitarra elettrica, drum machine, voce
Peter Principle: basso elettrico, effetti
Luc Van Lieshout: tromba, tromba pocket, armonica
Bruce Geduldig: voce, video, messa in scena



Tuxedomoon on the road: Venezia

Tuxedomoon: dal vivo 30/06/05 – teatro del parco di San Giuliano, Mestre

Potrebbe sembrare inutile, a distanza di appena un paio di mesi dal concerto di Ferrara, parlare ancora dei Tuxedomoon: stessi musicisti, ovviamente, e stessa scaletta con l’esclusione di Libebulb overkill e la concessione di Again come ultimo bis. Certo molte cose si ripetono, ma vale davvero la pena di accennare brevemente a questo concerto veneziano perché, se ad un esame superficiale può sembrare che non vi siano stati cambiamenti, la sostanza è ben diversa; per farlo voglio partire proprio dalla fine, ovvero da Again perché questo brano da brivido, cantato da Reininger seduto per l’occasione alle tastiere, si può considerare la “summa” perfetta del concerto con la sua partecipazione emotiva intensissima, come mai avevo sentito prima.
Proprio questa credo sia stata la caratteristica che ha fatto di questo un grande concerto: sicuramente incoraggiati dal pubblico veneziano – non troppo numeroso ma caldissimo nell’accogliere e supportare i musicisti che hanno dimostrato di gradire molto – i quattro Tuxedomoon hanno affrontato questo concerto con un atteggiamento nuovo, diverso, privilegiando il calore e lasciando parzialmente in secondo piano l’algidità che contraddistingue da sempre la loro musica. Più cuore e meno cervello, quindi, per conferire ai brani la capacità e la potenza necessarie per un maggiore coinvolgimento del pubblico.

The waltz con il suo incedere marziale resta ottima per introdurre il concerto, è evidente poi che i brani tratti da Cabin in the sky sono perfettamente rodati e fanno del tutto parte del bagaglio “live” della band: Baron brown e Luther Blisset sanno trascinare con il loro ritmo, mentre Cagli five-O e A home away trasportano l’ascoltatore in territori assolutamente personali. In Diario di un’egoista Reininger può dar libero sfogo al suo istrionismo, e Annuncialto migliora – se possibile – ogni volta che ho l’opportunità di riascoltarla. Mi ha colpito una versione particolarmente scarna di Desire ed una abbastanza elaborata Loneliness. Belli i bis: si va dalla raffinatezza di Some guys alla scatenata Nurr Al Hajj fino alla meraviglia di Again di cui ho già detto. L’unica nota parzialmente negativa viene dal fatto che George Kakanakis – causa la conformazione dello schermo dietro al palco – non avesse a disposizione tutto lo spazio sufficiente per presentare tutti i suoi effetti e filmati, ottenuti dal vivo in maniera davvero eccellente con una piccola videocamera digitale.
Un concerto davvero intenso e molto partecipato di un gruppo che sembra non perdere smalto nonostante il passare degli anni e la quantità di concerti fatti; gruppo che si è rivelato generoso verso un pubblico che davvero ha fatto di tutto per dimostrare quanto i Tuxedomoon siano mancati in terra veneta. Noi ovviamente speriamo in un ritorno, perché – come dicevamo con un paio di amici a fine concerto – siamo orgogliosi che i Tuxedomoon siano il nostro gruppo preferito.

The waltz
Luther Blisset
Annuncialto
Baron Brown
Cagli five-O
Here ’til X-mas
Desire
Diario di un egoista
This beast
A home away
Dark companion
Loneliness
Some guys
Nurr Al Hajj (Courante marocaine)
Again
Steven Brown: voce, tastiere, sax contralto e soprano, clarinetto
Blaine L. Reininger: voce, chitarra elettrica, violino
Peter Principle: basso, programmazione
Luc van Lieshout: tromba, flicorno, armonica
George Kakanakis: live video

Tuxedomoon on the road: Ferrara

Tuxedomoon: dal vivo 16/04/05 allo Zoo Animal Sound, Ferrara

A distanza di quasi un anno dal concerto fiorentino di presentazione dell’ultimo lavoro Cabin in the sky ho l’occasione di ascoltare ancora i Tuxedomoon in uno dei primi appuntamenti della tournée europea 2005. Ovviamente i paragoni con quel concerto del 2004 sono inevitabili, soprattutto perché – tutto sommato – la proposta live dalla band non è cambiata dall’anno scorso. Confrontando la scaletta, infatti, si nota che i brani proposti sono sostanzialmente gli stessi e questa è forse l’unica pecca per un gruppo che ha all’attivo centinaia di brani, tutti potenzialmente buoni per essere proposti dal vivo. Ho apprezzato molto l’inserimento della splendida Some guys, peraltro eccellente dal vivo, ho atteso invano – e chiesto a gran voce – l’ipnotica The cage e mi sarei comunque aspettato l’inserimento di grandi classici quali Volo vivace, L’entranger, Jinx o la mai scontata What use?; ma si sa, se fosse per i fan non basterebbero tre ore per sentire tutto il repertorio ed un concerto è giusto che duri di meno.

Rispetto a quel concerto del 2004 si notano soprattutto due aspetti positivi: se in quell’occasione le canzoni dell’ultimo CD erano risultate in qualche modo contratte, non ancora ben rodate – ovviamente visto che erano presentate dal vivo per la prima volta – ora esse, avendo perso una certa spigolosità, hanno acquisito la giusta maturità e funzionano come i vecchi cavalli di battaglia, rappresentando a pieno lo stile e il suono Tuxedomoon. Così Luther Blisset, Baron Brown ed A home away sono oramai diventati dei classici che, con le loro melodie travolgenti sfruttano al meglio i dialoghi tra i vari strumenti, violino, tastiere, tromba, sax, ritmando un concerto che si pone in un delicato equilibrio tra il famoso suono glaciale del gruppo e la sua intensa forza passionale. Una menzione particolare va data alla magnifica Annuncialto, la lenta ed ossessiva traccia strumentale che, momento altamente emozionale di Cabin in the sky, diventa a sua volta vero cuore pulsante del concerto con la sua grandissima carica di suggestione.
L’altra nota positiva è vedere come i Tuxedomoon non siano più un trio con l’aggiunta di un musicista, ma che nell’economia del gruppo il trombettista belga Van Lieshout sia oramai indispensabile: la sua tromba non è più di contorno ma è sostanziale e si integra perfettamente con gli altri strumenti con la sua sonorità profonda e riflessiva. Con essa, con il flicorno e l’armonica egli sa creare dei momenti assolutamente personali e particolarmente intensi tanto che anche Desire senza la sua armonica sembrerebbe un’altra cosa.
Vedendo ed ascoltando il concerto nella sua interezza appare chiaro come sempre più il gruppo voglia apparire un ensemble, concentrandosi maggiormente sulla musica fino quasi ad estraniarsi da essa per lasciarla vivere in modo indipendente. La presenza scenica è ridottissima: Principle è come al solito immobile con il suo basso a dispensare note secche e precise mentre i compagni si alternano ai vari strumenti; è l’istrione Reininger a presentare i brani e a dialogare con il pubblico fino ad accennare col violino il riff di No tears. La luce non illumina quasi mai direttamente i musicisti ed appare evidente come essi vogliano valorizzare soprattutto la loro musica e le immagini proiettate alle loro spalle che la sottolineano. Questa volta la parte visiva non è curata come al solito da Bruce Geduldig ma ottenuta – davvero ottimamente – dal vivo da George Kakavakis, veramente abile nello sfruttare tutte le potenzialità di una piccola telecamera digitale e di una serie di oggetti dando un carattere suggestivo ai vari brani.
Concludendo mi pare si possa dire che Brown e compagni stiano dando una connotazione precisa alla loro musica, almeno nella sua dimensione live, facendola diventare – se è possibile – ancor più cerebrale ed evidenziando lo sforzo di semplificazione compiuto per rendere le loro canzoni scarne ed essenziali. Se si eccettuano alcuni interventi di basi percussive – comunque presenti solo in pochi brani – tutto è suonato dal vivo: sulla costante base pulsante del basso di Principle i fiati e il piano di Brown, la chitarra e il violino di Reininger, ma anche la tromba e l’armonica di Van Lieshout, creano la melodia e allo stesso tempo se ne staccano interagendo ed inventando nuove sonorità, nuovi spunti armonici. Eccellente in questo la resa di brani quali Loneliness, Litebulb overkill o This beast. Un’operazione di semplificazione, quindi, sulla quale costruire la propria musica in maniera ancora più convincente. Ancora una volta i Tuxedomoon ci parlano. Ancora una volta la loro musica ci incanta.

The waltz
Luther Blisset
Annuncialto
Baron Brown
Cagli five-O
Here ’til X-mas
Desire
This beast
Diario di un egoista
A home away
Dark companion
Loneliness 

Some guys
Litebulb overkill
(No tears)
Courante marocaine

Steven Brown: voce, tastiere, sax contralto e soprano, clarinetto
Blaine L. Reininger: voce, chitarra elettrica, violino
Peter Principle: basso, programmazione
Luc van Lieshout: tromba, flicorno, armonica
George Kakavakis: live video

Tuxedomoon: Firenze, il concerto


Tuxedomoon: Firenze, sound check


Tuxedomoon, un ritorno (convincente) dopo 21 anni

speciale Tuxedomoon

Tuxedomoon: Cabin in the sky (Cramboy – 2004)

Cabin in the sky gira nel lettore e subito irrompe la linea di basso dal timbro familiare di A home away; seguono la chitarra e il riff del sax e ben prima di udire la voce di Steven Brown è facile avere tutti gli elementi per capire che questo è indiscutibilmente un disco dei Tuxedomoon. Passano gli anni, passano le mode, sono nate nuove tendenze musicali e altre si sono esaurite ma i Tuxedomoon – come dei vecchi amici – non deludono e la loro musica con il suo peculiare suono ossessivo, glaciale e appassionato torna a materializzarsi com’era nei giorni migliori, aggiornata ai tempi attuali ma radicalmente propria tanto da generare affascinanti deja-vu.
Se escludiamo Joeboy in Mexico del 1997 che è una sorta di progetto parallelo, sono trascorsi 14 anni dall’ultimo album in studio a nome Tuxedomoon e addirittura 21 dalle ultime registrazioni del trio fondatore i cui membri hanno comunque continuato a collaborare assieme in vari progetti. Ora Steven Brown, Blaine Reininger e Peter Principle si sono nuovamente riuniti sotto la vecchia sigla e, recuperato il trombettista Luc van Lieshout già con la formazione dal 1985, sono tornati ad incidere. Cosa troviamo allora in Cabin in the sky dopo questo lungo periodo? Semplicemente una cosa: tutto il mondo Tuxedomoon – il più europeo tra i gruppi americani – fatto di anarchia, romanticismo, ironia e fascino per una musica trasversale ancora e sempre in equilibrio tra avanguardia, pop e jazz.

Così il CD si sviluppa da A home away con il basso di Principle preso di peso da Half mute e la bella interiezione di sax e tromba, passa per il quasi-bolero Baron brown che in tipico Tuxedo-style fonde l’esposizione jazzistica della melodia da parte del sax sul tappeto pulsante del basso e l’insistere del violino fino a giungere a quello che è il centro emozionale del disco, ovvero Annuncialto, lenta traccia strumentale dall’andamento ossessivo racchiusa nelle geometrie di Reininger e Brown. Di ben altro genere è Diario di un egoista dove l’istrione Reininger canta in italiano una ironica storia d’amore sui generis sopra un’incalzante ritmica elettronica. L’atmosfera torna a farsi pensosa con La più bella che è la registrazione presa per strada a Cagli di un canto popolare su cui Reininger inventa una breve e struggente melodia al violino accompagnato dal piano (fortunatamente ampliata nella “reprise”) e con la successiva Cagli five-O in cui il pianoforte ripete la stessa scala fino all’esplosione del sax e degli effetti noise. Seguono Here ’till X-mas e Chinese Mike sospese tra jazz, effetti rumoristici e ritmiche serrate che conducono all’ambientale The island e all’altro punto focale del CD la liquida Misty blue guidata dalla voce di Reininger. Nel finale troviamo la ritmica Luther Blisset valorizzata dalla bella tromba con sordina e dall’irresistibile ritornello dance e un remixaggio di Annuncialto che chiude in bellezza un disco sincero, moderno e altrettanto profondamente radicato nell’essenza propria di un gruppo che dal proprio punto di vista personale ha contribuito alla storia della musica.
I Tuxedomoon sono tornati, o non se n’erano mai andati… non importa. Quello che conta è che hanno prodotto un disco bello e intelligente come Cabin in the sky: bentornati, ci mancavate.

  1. A home away
  2. Baron brown
  3. Annuncialto
  4. Diario di un egoista
  5. La più bella
  6. Cagli five-0
  7. Here ’til X-mas
  8. Chinese Mike
  9. La più bella reprise
  10. The island
  11. Misty blue
  12. Luther Blisset
  13. Annuncialto redux
Steven Brown: voce, pianoforte, tastiere, sax soprano e contralto, clarinetto
Peter Principle: basso, programmazione, cori chitarra elettrica, white noise, percussioni
Blaine L. Reininger: voce, violino, viola, chitarra elettrica, sintetizzatore, programmazione, registrazioni per strada
Luc van Lieshout: tromba, flicorno, armonica
Bruce Geduldig: messa in scena, cori
ospiti: Marc Collin, DJ Hell, Aksak Maboul, Juryman, John McEntire,Tarwater



L’inconfondibile stile dei Tuxedomoon

speciale Tuxedomoon

Tuxedomoon: dal vivo 13/05/04 – Stazione Leopolda, Firenze

Il palco è avvolto da una cupa penombra quando quattro figure prendono posto e imbracciano i loro strumenti. Immobili mentre il solo Bruce Geduldig taglia il buio – illuminandoli a turno con una lampada tenuta in mano proiettando grandi ombre sullo schermo bianco alle loro spalle – i musicisti iniziano a suonare la più gelida versione di The waltz che io abbia mai sentito. Così i Tuxedomoon si sono presentati al pubblico fiorentino nel concerto di anteprima della loro ultima fatica discografica, questo Cabin in the sky da tempo atteso ed ora finalmente una realtà.
La location del concerto è assolutamente perfetta per l’occasione: nell’atrio poco illuminato della vecchia stazione Leopolda, dismessa da molti anni, è stata ricavata un’ampia sala suddivisa da tubi e reti industriali, che nell’insieme assume un aspetto decadente, adatto ad introdurre la musica dei Tuxedomoon. Musica che – sempre coerente con lo stile che il gruppo si è dato – rimane fedele a se stessa e non dimostra davvero il passare degli anni anche nei pezzi più datati.

Chi si aspettava un concerto che seguisse la falsa riga del bellissimo Live in S.Petersburg si è sbagliato. I Tuxedomoon riescono ancora a sorprendere: là dove quel concerto era giocato sulla compenetrazione dei suoni negli spazi di silenzio, sulla dilatazione dei brani ri-arrangiati in maniera acustica, quello di Firenze è stato un concerto nervoso, tirato, underground. Reininger e compagni hanno puntato più su di un approccio aggressivo ai pezzi rinunciando magari a qualche “raffinatezza”; quindi poche tastiere – Reininger ha appena toccato la sua Casio privilegiando la chitarra elettrica e il violino – basi ritmiche molto accentuate nei brani che le richiedono, il basso di Principle che dispensa note secche come legnate, Brown che soffia nei suoi sax in modo più acido e tagliente del solito (tra parentesi nel sound-check aveva provato una delicata My favorite things).
E’ comunque la musica ciò che i Tuxedomoon vogliono privilegiare: la teatralità del gruppo, cosa per la quale esso è pure famoso, è affidata al solo Geduldig, che – oltre alle performance come mimo – fornisce i filmini che verranno proiettati alle spalle del gruppo durante lo spettacolo. I musicisti stessi, quasi mai illuminati dalla luce diretta, sembrano quasi ritrarsi, volendo lasciare il posto alle immagini proiettate e fornirvi solo una colonna sonora; Brown appare distaccato alla sinistra del palco, concentrato al pianoforte e ai fiati, così come Van Lieshout che si limita ai suoi interventi strumentali, peraltro ottimamente amalgamati nel contesto generale. Principle fa della staticità un vero e proprio modo di presentarsi, immobile per tutto il concerto lascia che siano solo le dita a muoversi percuotendo le corde del suo basso ed è il solo Reininger, istrione nato, ad accentuare scenograficamente il gesto del suonare il violino e soprattutto ad accattivarsi il pubblico con le sue interpretazioni vocali tra cui una gigionesca Diario di un egoista cantata in italiano.

Per quanto riguarda i brani è giusta la scelta di proporne almeno metà dal nuovo disco, ma forse sbagliato posizionarli quasi tutti all’inizio del concerto: l’essere nuovi per il pubblico e ancora acerbi per gli stessi musicisti ha raffreddato l’atmosfera che comunque si è presto infuocata con il classico Desire con uno ipnotico Reininger al violino. Bellissimi i bis finali con una scatenata Courante Marocaine, una granitica Nazca e una mai così appassionata Again che ha chiuso un ottimo concerto che sicuramente non ha scontentato i fan di nuova e vecchia data e ha dimostrato che la proposta musicale del gruppo, anche nella dimensione live, ha ancora tante cose da dire.

The waltz
Luther Blisset
Annuncialto
Baron Brown
Cagli five-O
Here ’til X-mas
Desire
Diario di un egoista
A home away
Dark companion
Loneliness

Courante marocaine
Litebulb overkill
Nazca

Again

Steven Brown: voce, pianoforte, tastiere, sax contralto e soprano, clarinetto
Blaine L. Reininger: voce, chitarra elettrica, violino, sintetizzatore
Peter Principle: basso
Luc van Lieshout: tromba, flicorno, armonica
Bruce Geduldig: messa in scena



Canzoni vecchie, nuove emozioni! Tuxedomoon live

Tuxedomoon: Live in St. Petersburg (Neo Acustica – 2002)

Vi confesso che ho faticato molto nello scrivere questa recensione; non tanto perché non avessi argomenti, al contrario perché sono troppe le cose da dire. Da sempre i Tuxedomoon sono il mio nume tutelare – musicalmente parlando – e un loro nuovo disco dopo tanti anni è davvero una grande emozione.
I Tuxedomoon sono ritornati… o forse non se n’erano mai andati! Per qualcuno si erano già dissolti nel 1985 quando Blaine Reininger ha lasciato il gruppo, per qualcun altro sono spariti con l’ultimo album in studio (You del 1987), ma effettivamente la parola fine sulla storia del glorioso gruppo non è stata ancora apposta. Ecco allora che nel 1988 riappare il trio Brown / Reininger / Principle, con i vecchi compagni Paul Zahl e Bruce Geduldig, per una tournée celebrativa dei 10 anni di attività; da quella data e dal relativo doppio album live Ten years in one night il nome Tuxedomoon non si era più sentito. I vari componenti sono stati impegnati in progetti solistici e collaborazioni ma sempre a proprio nome o con pseudonimi (vedi Joeboy in Mexico o Ninerain) e comunque mai tutti e tre insieme.
Nel 2000 circola la notizia: il trio Brown / Reininger / Principle, oramai sparso per il mondo tra Messico (Brown), Grecia (Reininger) e Belgio e Usa (Principle), è in giro per una serie di concerti nuovamente con il nome Tuxedomoon! E da uno dei concerti di questa tournèe, quello di San Pietroburgo appunto, è stato estratto questo doppio CD che raccoglie per intero tutta la performance, bis compresi, e che dimostra quanto ancora abbiano da dire questi tre musicisti.

Così la “Luna in frac” con la formazione originaria, quella di Half mute per capirsi (disco che resta un caposaldo della new wave elettronica di ricerca degli anni ’80) torna a calcare le scene in una tournée nient’affatto di maniera, presentando sì materiale storico, ma ri-arrangiandolo completamente per dargli una nuova forma, una nuova sostanza e non semplicemente una spolveratina per togliere la polvere degli anni (sentite la splendida resa della classica What use). Certo i pezzi sono quelli di un tempo, tratti soprattutto da Half mute da Desire e dai primi EP della band, e il suono è il classico “tuxedo-sound” glaciale e passionale, ma grazie alla dimensione del trio, dall’essere dal vivo senza possibilità di sovraincisioni e, perché no?, all’indiscussa voglia di divertirsi suonando, i brani assumono un aspetto più rarefatto ed etereo, una leggerezza che è tenuta saldamente sulla terra dal potente suono del basso di Principle, che fa da collante tra le altre due anime più estroverse della band. Sono, infatti, molto evidenti le propensioni all’improvvisazione soprattutto di Reininger al violino e di Brown ai sax alto e soprano, ma anche al pianoforte (ascoltate Desire), che conferiscono un impronta piuttosto “jazzy”, certo molto sui generis, a delle composizioni che sono nate con ben altre caratteristiche, senza comunque rinunciare allo spirito iconoclasta che da sempre ha animato la band.
Credo che il punto di forza dei Tuxedomoon oggi sia proprio il fatto di essere un trio e che esso sia formato proprio da questi tre elementi con le loro precise caratteristiche: Steven Brown rappresenta l’anima più acustica, più classica, colui che vuole appianare le spigolosità, dare un suono più pulito e ordinato. Blaine Reininger è al contrario il creatore del disordine, l’istrione per eccellenza che usa la sua voce sorniona, il suono tagliente del violino e le stravaganze – “craziness” – (geniale il suo accompagnamento con una pistola spaziale in Nite and day di Cole Porter) per sdrammatizzare e per dispensare un po’ di sana follia senza rinunciare alla liricità come in Volo vivace o in Litebulb overkill. Peter Principle è l’anima silenziosa, il suono primordiale dei Tuxedomoon, colui che osserva i due compari e fornisce l’insostituibile base su cui possono esprimere le loro passioni.

Un disco da avere, assolutamente, perché, oltre a contenere della splendida musica, agli affezionati della band dimostra una volta ancora quanto grandi siano questi tre musicisti e ai nuovi ascoltatori fornisce un buon strumento per conoscere i Tuxedomoon oggi e magari li invoglierà a conoscere anche i dischi più vecchi.
Sinceramente mi auguro che questa tournèe e questo disco servano ai tre per ritrovarsi assieme e ricominciare a produrre album nuovi in studio con la consueta intelligenza e coinvolgimento.

“The story is never over. There is always some suprise waiting around the corner.”
Blaine L. Reininger – ottobre 2001

Disco 1
1. KM / Seeding the clouds
2. Desire
3. Fifth column
4. Tritone
5. James Whale
6. Again
7. Nite and day
8. Volo vivace
9. Loneliness
Disco 2
1. Nazca
2. 59 to 1
3. Nazca II
4. The cage
5. Litebulb overkill
6. Waterfront seat
7. What use
Steven Brown: voce, piano, tastiere, saxofoni
Blaine L. Reininger: voce, violino, chitarra, tastiere, craziness
Peter Principle: basso, chitarra, tapes, loops, programming 

Registrazione dal vivo del 27.11.2000 al Teatro di Stato di San Pietroburgo, Russia
Edizione a tiratura limitata: 5.000 copie.