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10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


Stefano Bollani: Piano solo

Stefano Bollani: Piano solo (ECM 2006)

Milanese di nascita, toscano d’adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani  da tempo si è lasciato alle spalle l’etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all’estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D’Andrea e Luca Flores, dopo un’iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione – tuttora attiva – con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods…
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.

Chiunque – come il sottoscritto – ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante – con risultati tutt’altro che disprezzabili – come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l’apprezzamento per le capacità tecniche, l’obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l’atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues – ispirato dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau – o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il “quello che si fa” con il “quello che si è”.
Ma siamo poi così sicuri che questo “progetto” ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l’incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un’intervista su Repubblica; dice Bollani “A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l’unica musica che contempla l’idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male“. Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.

Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi “frequentatori”, i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l’empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d’introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don’t talk, “cover” dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall’irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano – già interpretata da Gardel – intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.

Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccoli finalmente accontentati i desiderosi del “progetto”!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po’ di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

  1. Antonia
  2. Impro I
  3. Impro II
  4. On a theme by Sergey Prokofiev
  5. For all we know
  6. Promenade
  7. Impro III
  8. A media luz
  9. Impro IV
  10. Buzzillare
  11. Do you know what it means to miss New Orleans
  12. Còmo fue
  13. On the street where you live
  14. Maple leaf rag
  15. Sarcasmi
Stefano Bollani: pianoforte



I miei dieci dischi del 2005

Chi mi conosce sa che le classifiche non mi piacciono, così come non mi piace dare i voti ai dischi di cui scrivo; ma si avvicina la fine dell’anno, tempo di bilanci e di classifiche, e anch’io vorrei indicare dei dischi usciti nel 2005 che reputo di valore. E’ difficile parlare di un’opera (disco, libro, quadro che sia) uscita recentemente – e un anno in questo caso è da considerarsi “recente” – perché manca il conforto del tempo che, con brutale franchezza, contribuisce a farla diventare grande o almeno duratura, o a gettarvi sopra il velo dell’oblio.
Così, soprattutto per divertimento, questa volta una classifica la voglio stilare io. Classifica particolare però: senza posizioni di merito ma semplicemente indicando una decina – numero obbligato per questo genere di cose – tra i dischi più belli usciti appunto nel 2005, senza nessuna ambizione di completezza (indichierò ovviamente solo cose che ho ascoltato, quindi molto poche) od oggettività (indicherò solo cose che, bontà mia, sono piaciute a me). La scelta è stata impegnativa e ho dovuto lasciare fuori album altrettanto meritori.
Se a qualcuno può essere utile, bene. Altrimenti sarà servito solo a me come appunto. Ecco le dieci scelte in rigoroso ordine di pubblicazione:

Charles Lloyd - Jumping the creek

05/04/05 Charles Lloyd: Jumping the creek (ECM)

Dal suo ritorno sulle scene, il vecchio maestro ha inciso una serie di ottimi dischi. In questo, Lloyd esplora le varie melodie fino nel profondo, alternando tensione e rilassatezze in un percorso che sa essere ascetico ma anche di profonda concretezza. E il suo sax tra dolore e gioia sa emozionare.

Stefano  Bollani trio - Gleda

03/05/05 Bollani + Bodilsen + Lund: Gleda (Stunt)

Pianista formidabile e intrattenitore fantasioso, Stefano Bollani trova due partner danesi ed incide (finora) un paio di dischi: il primo era dedicato alle canzoni italiane, il secondo – questo – a delle canzoni danesi. Con eleganza, raffinatezza e il giusto pathos, privilegiando il dialogo e smussando le asperità.

Keith Jarrett - Radiance

03/05/05 Keith Jarrett: Radiance (ECM)

Ultima prova solista del pianista più amato e odiato dei nostri tempi. Una lunga performance per esplorare la creatività e la concentrazione di un musicista le cui capacità tecniche sono indiscusse. A tratti lirico, a tratti dissonante, a tratti liberatorio. Sempre interessante. Una recensione completa qui

Jon Hassell - Maarifa street

17/05/05 Jon Hassell: Maarifa street (Label bleu)

Disco che segna il ritorno del geniale trombettista e compositore, che prosegue la sua ricerca delle “musiche del quarto mondo” tra la riscoperta di tradizioni antiche e l’uso della tecnologia più moderna. In costante bilico tra spiritualità e concretezza dei suoni. Una recensione completa qui

Ry Cooder - Chavez Ravine

07/06/05 Ry Cooder: Chavez ravine (Nonesuch)

Cooder rievoca le storie e i luoghi di Chavez Ravine, misero quartiere di Los Angeles abitato per lo più da sud-americani, raso al suolo negli anni ’50. Ne riporta alla luce la musica di quel tempo, le piccole e grandi storie di felicità e povertà, e lo fa con energia e dolcezza, dimostrando soprattutto un profondo amore.

Kraftwerk - Minimum / Maximum

07/06/05 Kraftwerk: Minimum / Maximum (Kling Klang)

Doppio disco dal vivo per una delle formazioni cult degli ultimi 30 anni. Suoni del passato e futuribili, rumore che diventa suono, energia che si materializza in questo disco dove riascoltare una serie di pezzi classici tirati a lucido con classe e nonostante tutto ancora modernissimi.

Bill Frisell - East / West

09/08/05 Bill Frisell: East / West (Nonesuch)

Doppio disco dal vivo che contiene due concerti (a Oakland e a New York) con due diversi trii. Più bluesy il primo, più intimo e cupo il secondo. Due splendidi esempi di trio chitarristico con buoni brani originali di Frisell e con l’ottima rilettura di classici, uno fra tutti I heard it through the grapevine già cantanta da Marvin Gaye.

Arvo Part - Lamentate

30/08/05 Arvo Part: Lamentate (ECM)

Ultima prova discografica del maestro estone, carica di disperazione e speranza. Lamentate è un’opera che lascia basiti per la sua forza e potenza descrittiva. Una meditazione sulla modernità e sui suoi rischi vissuta con un continuo passaggio di stati d’animo. Una recensione completa qui.

Nine horses - Snow borne sorrow

11/10/05 Nine horses: Snow borne sorrow (Samadhi sound)

Nuovo progetto per David Sylvian che richiama il passato – quello da solista fino al lavoro con i Japan – ma che guarda al futuro tra sperimentazioni elettroniche e una vigorosa spinta pop. Canzoni curatissime nelle quali immergersi e lasciarsi condurre dalla voce di Sylvian. Una recensione completa qui .

Nils Petter Molvaer - Er

01/11/05 Nils Petter Molvaer: Er (Sula records)

Dalla fredda Norvegia arriva il suono caldo e glaciale della tromba di Molvaer sospesa tra la spinta innovativa dell’elettronica e la tradizione jazz. Un viaggio affascinante, mai scontato, destinato a scrivere nuove pagine di musica in perfetta simbiosi, spesso imitato ma raramente eguagliato.


Stefano Bollani “danish” trio

Ieri è stato la volta di un altro trio pianoforte/contrabbasso/batteria, quello di Stefano Bollani e dei due danesi Jesper Bodilsen (cb) e Morten Lund (b). Bollani oramai lo conosciamo, sappiamo del suo eclettismo, del suo modo onnivoro di intendere la musica e della sua notevole abilità alla tastiera. Incuriosito da un disco “anomalo” (per lui) dove presenta degli standard quali Nature boy (splendida la sua resa dal vivo!) o How deep is the ocean dove egli in qualche modo deve “frenare” la sua verve, ho voluto sentire come questo trio funziona dal vivo. Devo dire che mi è piaciuto molto: la loro musica è bella, scorrevole, priva di quell’intellettualismo a tutti i costi (che ha contraddistinto invece il concerto di Uri Caine di cui al post precedente); era evidente che i tre musicisti si stavano divertendo a suonare e il loro fine era proprio questo: divertire il pubblico divertendosi, senza abbassare l’alto livello della performance. Buono l’interplay e la creatività negli assoli, ottima la resa di due classici della canzone italiana come Mi ritorni in me di Battisti e Se non avessi più te già cantata da Morandi – diventati a tutti gli effetti anch’essi degli standard, molto rilassati e disponibili i musicisti a scambiare quattro chiacchiere a fine concerto. Spero vivamente di aver modo di partecipare ad altre serate come questa.


Bollani, esuberanza senza freni

foto di Agnese Piantoni

Bollani / Tavolazzi / Paoli: dal vivo 28/01/03 Salzano (VE) – Jazz café Delizia

…ovvero: le tante facce di Stefano Bollani.
Questo concerto è stata un’ennesima conferma della bravura di Stefano Bollani, artista e musicista dalla sensibilità ed eclettismo sviluppati al massimo, nel desiderio – quasi onnivoro – di racchiudere nella propria musica tutte le musiche possibili, di appropriarsi di gusti e sentimenti altrui, filtrarli con i propri per ricrearli ed elaborarli, restituendoli agli ascoltatori in una veste rinnovata. Operazione certamente non nuova nel jazz dove sostanzialmente la riproposizione degli standard serve proprio a questo, ma nel caso di Bollani l’operazione si allarga: se è vero che il pianista, soprattutto quando si esibisce da solo o con il suo trio, propone alcuni standard “storici”, è altrettanto vero che ne inventa di “nuovi”.

Cosa sono in fondo gli standard, se non vecchi brani della tradizione statunitense della prima metà del ’900? A questo punto perché non recuperare vecchie canzoni italiane, parte del nostro patrimonio musicale, per farne dei nuovi veicoli per l’improvvisazione?
Fondamentalmente mi pare questa l’intenzione di Bollani: un tentativo di unire indissolubilmente la cultura europea, italiana in questo caso, con la tradizione della musica afro-americana; ecco allora che canzoni come Averti tra le braccia, Se non avessi più te e soprattutto la poetica Arrivederci diventano delle ballad che nulla hanno da invidiare per lirismo e coinvolgimento emotivo a tanti standard. Bisogna dire che Bollani ci mette molto del suo: la sua bravura non si discute sia nella genuina resa dei brani più ispirati, sia nei pezzi più veloci dove davvero sfoggia una tecnica eccellente, come in Azzurro che dopo l’esposizione della strofa diventa pretesto per un’improvvisazione dalla velocità vertiginosa che si conclude nel ritornello. E’ evidente anche la sua voglia di giocare, variare e camuffare i temi come in Un giorno dopo l’altro trasformato in tango lento, o nel pezzo di Porter – What is this thing called love? – che chiude con uno sgangherato ritmo caraibico, dove riesce ad inserire il riff di Profondo rosso.

I due accompagnatori, a mio giudizio, non sono pienamente all’altezza: Paoli ha un drumming misurato e fantasioso, è abile nello spezzare il ritmo, scomponendolo in definite cellule tonali a cui fanno eco i break pianisitici; Tavolazzi invece l’ho trovato poco personale, con un suono sporco soprattutto nelle note alte e forse non del tutto a suo agio con l’esuberanza del leader. Si limitano ad accompagnare, peraltro in modo buono, ma davvero è difficile contenere l’imprevedibilità di Bollani che usa tutte le possibilità della tastiera, improvvisa per scale, per blocchi di accordi e inanellando note in stile free, in pratica non fa mai quello che ti aspetti.

Averti tra le braccia
Angela
Un giorno dopo l’altro
What is this thing called love?
Prima o poi io e te faremo l’amore
Azzurro
Arrivederci
Bandoleros
Se non avessi più te
Stefano Bollani: pianoforte
Ares Tavolazzi: contrabbasso
Walter Paoli: batteria



La classe inarrivabile di un quartetto d’elite

Enrico Rava quartet: dal vivo 03/07/02 “la Rocca” – Noale (VE)

In una cornice a dir poco suggestiva, ovvero l’antica rocca Tempesta, in una serata fresca e minacciosa di pioggia visti i lampi in lontananza, Noale ha vissuto l’avvenimento più atteso ed intenso della rassegna Ubi-Jazz 2002: il concerto del quartetto di Enrico Rava.
La formazione è senz’altro prestigiosa: alla batteria Roberto Gatto, al contrabbasso Rosario Bonaccorso, al pianoforte l’ex-giovane promessa ed oramai affermata conferma Stefano Bollani e ovviamente alla tromba e al flicorno il leader. Sono quattro musicisti ed artisti dalla forte e caratterizzante personalità che, pur conservando ciascuno le proprie peculiarità, sono riusciti, anche in virtù della non occasionale frequentazione reciproca, ad integrarsi ottimamente tra loro e a produrre dell’ottima musica valorizzando al contempo l’insieme e il singolo.
Il trombettista torinese ma triestino di nascita, sembra non sentire per nulla i suoi 62 anni e sfoggia una classe e una verve davvero invidiabili; conquista fin dall’inizio il pubblico, numeroso ed entusiasta, invitandolo ad avvicinarsi al palco, dato che le sedie erano parecchio lontane, per poi intonare una scoppiettante Fran dance di Miles Davis. E’ subito chiaro quale sarà il registro del concerto: Rava e i suoi riescono ad instaurare un clima vivace e allo stesso tempo lirico ed ispirato, trovando un perfetto equilibrio, senza eccessi o manierismi, tra lo scherzo (divertenti gli scambi di battute tra il leader e Bollani) e la professionalità.

Il concerto si svolge alternando degli standard a composizioni originali di Rava su cui spiccano: Cromosomi che lo stesso trombettista annuncia come un pezzo da lui scritto, ma ancora inedito e dal titolo provvisorio. Si tratta di un brano lento che si apre con una lunga linea melodica dal sapore sognante e malinconico, sviluppata prima dalla tromba e poi ripresa dal pianoforte, per sfociare in un movimentato finale decisamente in contrasto con l’atmosfera precedente. Interessante anche Happiness is to win a big prize scritta dal trombettista in occasione della sua recente vittoria del prestigioso Jazzpar Prize di Copenhagen; il sapore latino della composizione è rafforzato dal bel assolo di Gatto che dopo aver percosso in tutti i modi la sua batteria non trova di meglio che usare direttamente le mani. Splendide infine Nature boy resa con una tensione palpabile e Dear old Stockholm dove si apprezza il lavoro d’insieme e il corale rilanciarsi delle improvvisazioni.
La bellezza di questo concerto sta qui: sul palco suonavano quattro musicisti dalla tecnica e sensibilità fenomenali messe al servizio dell’ascoltatore per coinvolgerlo semplicemente nella musica, non per stupirlo con il virtuosismo fine a sé stesso. Quattro musicisti che, era ben evidente, hanno suonato per il piacere di farlo, divertendosi e divertendo il pubblico, facendo ottimo jazz e regalando un paio d’ore di magia.

Fran-dance
Bandolero
The way you look tonight
Cromosomi
Happiness is to win a big prize
Nature boy
Dear old Stockholm
Theme for Jessica

It ain’t necessarily so
Le solite cose

Enrico Rava: tromba e flicorno
Stefano Bollani: pianoforte
Rosario Bonaccorso: contrabbasso
Roberto Gatto: batteria