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La top-ten!!!

Robba da non crederci eh? Qui, un po’ per noia un po’ per gioco, si rispolvera nientepopodimenoche la vetusta top-ten per darsi un tono!
Comunque sia (o non sia) questi sono – in una lista che ha dell’approssimativo e dell’instabile – i dieci dischi del 2008 che jazzer ha apprezzato di più tra i pochissimi che ho ascoltato:

Buena Vista Social Club: At Carnegie Hall (World Circuit)

Vecchietti e meno vecchietti, dall’isola con l’embargo più antico di sempre, sul palco più importante della città tempio del consumismo… e riscuotono un successo senza precedenti! Basterebbe questo per far amare questo disco, ma – per fortuna loro – ci pensano, soprattutto, le 2 ore abbondanti di musica dal fascino inossidabile. E chi riesce a tenere fermo il piede si faccia controllare orecchie e battito cardiaco.

Portishead: Third (Island)

Visti da vivo a Milano, i Portishead confermano che se non ci fossero stati loro una buona parte della musica degli anni ’90 non sarebbe stata scritta. A ritornare a più di 10 anni di distanza dall’ultimo disco in studio si corre un grosso rischio: scontentare i vecchi fan(s) con le orecchie appannate dalla nostalgia, oppure rinvigornirne l’adorazione. Loro hanno sicuramente preso la seconda strada. “The rip” canzone dell’anno.

The Cinematic Orchestra: Live at the Royal Albert Hall (Ninja Tune)

Alla prova dal vivo, l’orchestrona di Jason Swinscoe fornisce una prova superba della sua maestria: dopo tre dischi in studio dalla perfezione sublime, ecco che l’orchestra mette in campo tutte le sue potenzialità senza (apparentemente) il “comfort” dello studio di registrazione e, al solito, convince con la sua miscela di atmosfere jazzy e post-rock “da camera”. Gran disco, piacevole e scorrevole, ma non privo di un gusto raffinato.

Vinicio Capossela: Da solo (Atlantic)

Che dire ancora su questo disco? Che, tanto per cambiare, Vinicio tira fuori un disco originale, profondo e coinvolgente. E di questi tempi non è poco. Tra storie di sconfitti e quelle di calzini spaiati, tra ballate strappalacrime e solipsismi (non male questa eh?), tra malinconia contagiosa e sprazzi di gioia dolce-amara, Vinicio ci racconta le sue storie e la sua visione della vita. E noi siamo ancora qui ad aspettarlo, come un vecchio amico.

Nik Bartsch’s Ronin: Holon (ECM)

Se con Stoa di due anni fa, Bartsch e i suoi Ronin si facevano notare come novità assoluta nel concepire il jazz, con questo Holon confermano tutte le loro potenzialità di ensemble capace di dare una lettura del tutto personale del fare musica, riuscendo a contaminare ciò che prima era inconcepibile, ovvero il jazz – con la sua carica di improvvisazione – e il minimalismo con il suo fondamentale immobilismo. Ciò che se ne ottiene è una miscela affascinante, un magna brillante e translucido che, al momento, non ha paragoni.

Esbjorn Svensson Trio: Leucocyte (ACT)

E’ con estrema malinconia che parlo di questo disco, considerata la grave perdita che il jazz e la musica hanno subito quest’anno con la scomparsa di Svensson. Fa davvero male pensare quanto ancora poteva dare questo splendido musicista, visto e considerato la bellezza di questo Leucocyte che appare sì un disco interlocutorio, ma che allo stesso tempo è un nuovo passo in quel costante cammino di rinnovamente intrapreso da trio. Chiamiamolo allora il disco delle potenzialità espresse e non compiute, il disco del rimpianto e del ricordo.

Sigur Ros: Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (EMI)

Dentro la copertina più brutta tra quelle dei Sigur Ros (ma che sederi flaccidi ‘sti islandesi!) e uno dei titoli più belli (trad:”Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito“) si nasconde un disco double-face. La prima parte, infatti, è spiazzante: mai si sono sentiti i Sigur Ros così poppeggianti e poco eterei, pur non rinunciando alle loro famose armonie; nella seconda, invece, ritroviamo tutto il campionario della band islandese. Qualcuno ne sarà scontento… non è un problema… del resto, che può fare una band che fin dall’esordio ha fatto dell’originalità il suo marchio di fabbrica?

Brad Mehldau Trio: Trio live (Nonesuch)

Non c’è nulla da fare, Mehldau mi piace incondizionatamente. Sarà tutto quello che volete, ma se io penso ad un pianista jazz che possa incarnare perfettamente gli ultimi due decenni, penso a lui: musicista dalla tecnica fantastica che sa applicare nell’interpretazione magistrale sia degli standard jazz più noti, sia nelle famose riproposizioni di brani rock che lui piega a suo piacimento. Capace di intimismi profondi e di scintillanti cavalcate, Mehldau e il suo trio (e ricordiamo anche che Lerry Grenadier è uno dei migliori contrabassisti di oggi) non allentano mai la tensione affascinando dalla prima all’ultima nota.

Giovanni Guidi Quartet: The house behind this one (Cam jazz)

Pianista giovanissimo e appena affacciatosi alla ribalta del jazz, ma già capace di farsi notare non solo per la bravura, ma anche per la particolare “cura” con la quale propone la sua musica. Punto di forza di questo disco sono le atmosfere che via via Guidi e il suo quartetto riescono a dare: la rarefazione nordica della title-track, il blues, la ribellione tipica del free-jazz, la dolcezza dell’Umbria natia. Questo è un disco che prende piano piano, che si fa amare e conoscere e che rivela un talento e ne apre le porte.

Ketil Bjornstad + Terje Rypdal: Life in Leipzig (ECM)

Da due vecchi marpioni ECM come Bjornstad e Rypdal, profeti della musica rarefatta ci si poteva aspettare 70 minuti di noia mortale e invece… i due riescono a far dialogare i propri strumenti, chitarra e pianoforte, in modo magistrale, con un occhio alle consuete atmosfere nordiche, e con l’altro alla completa compenetrazione dei suoni, ottenendo un concerto davvero godibile, piacevolissima musica intellettuale, ma non intellettualoide (io mi sono capito… non so voi). C’è vita a Lipsia, ma anche in questo disco.