Lei è Lucy Vodden e nel 1967 era compagna d’asilo di Julian; un giorno Julian fece un disegno che raffigurava Lucy e lo portò a casa da suo padre: “è Lucy nel cielo con i diamanti” gli disse. Il padre di Julian si chiamava John, John Lennon, e da quel disegno, da quel titolo prese spunto per scrivere una delle più belle canzoni dei Beatles, pubblicata in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Ora succede che Lucy si è ammalata e il vecchio compagno di classe Julian ha deciso di darle una mano. Niente di che, una storia semplice ma delicata. Ed è emozionante vedere il viso – anche a distanza di 40 anni – di chi ha ispirato una bella canzone.
Letto su: Repubblica
| giugno 8th, 2009. Un commento... »
rubriche: ricordando. musicisti: beatles, lennon_john.
Se a voi piacciono i Beatles quanto al sottoscritto vi consiglio di dare un’occhiata a questo sito: thebeatlesrockband, soprattutto per le splendide animazioni nella homepage (questa in particolare è fenomenale!). Il gioco? Poco mi importa a dire il vero!
| giugno 3rd, 2009. Un commento... »
rubriche: appunti, web. musicisti: beatles.

40 anni fa, esattamente oggi, il 1° giugno 1967 usciva questo capolavoro. Non voglio spendere nemmeno una parola per celebrare il disco che – al di là dei suoi meriti artistici – ha cambiato per sempre la musica pop / rock facendola divenire un oggetto e un soggetto culturale. Non ne vale la pena. Piuttosto vale la pena ascoltarlo, magari con le orecchie di chi l’ascoltò quarant’anni fa.
| giugno 1st, 2007. 4 commenti... »
rubriche: ricordando. musicisti: beatles.
Conoscete tutti la copertina di Abbey Road dei Beatles, vero?
Bene in questo sito trovate un po’ di buontemponi che si sono divertiti ad imitarla (con alcuni risultati piuttosto carini!)

| giugno 5th, 2006. 8 commenti... »
rubriche: web. musicisti: beatles.
John Lennon (09/10/40 – 08/12/80)
25 anni fa uno squilibrato uccise a New York John Lennon. Ricordo quel giorno, o meglio quello successivo quando la notizia si seppe qui da noi. Ricordo l’incomprensione per quel gesto, l’incredulità mia e di quel paio di compagni di classe – ero alle medie all’epoca – che come me erano cresciuti a pane e Beatles. C’entrava poco la politica, il personaggio contraddittorio, gli atteggiamenti anticonformistici: a me tredicenne, a noi, ci avevano tolto l’autore delle canzoni che più amavamo e poco ci importava del resto.
E oggi mentre scrivo e mi riascolto un suo “Best of” mi chiedo cosa sarebbe stato oggi Lennon. E me lo chiedo con il sentimento del fan riconoscente, senza troppo curarmi delle varie critiche a lui rivolte, perché quando si parla di Lennon la mia memoria non può che andare a tutti gli splendidi momenti che con la sua musica egli mi ha saputo dare. E mi rimane solo di ringraziare.
| dicembre 8th, 2005. 3 commenti... »
rubriche: ricordando. musicisti: beatles, lennon_john.
Brad Mehldau: Live in Tokyo (Nonesuch – 2004)
Si rassegnino coloro che a sentire certi nomi storcono il naso, o coloro i quali ce l’hanno storto “a prescindere”. Si rassegnino pure coloro che fanno il gioco degli accostamenti, per i quali un musicista deve essere comunque messo a confronto – per perderlo, ovvio! – con i soliti, inarrivabili maestri. Così in questa recensione non si parlerà di Bill Evans, né di Keith Jarrett, né di Oscar Peterson o di tutti gli altri grandi pianisti che hanno fatto la storia del jazz, perché, se sarà pur vero che Brad Mehldau all’inizio ha tratto ispirazione da questi grandi interpreti, è altrettanto vero che oramai a quasi dieci anni dal debutto egli ha raggiunto una maturità tale che non sono più necessari confronti per descrivere e cercare di capire la sua arte.
Quasi dieci anni – dicevo – dal primo lavoro a proprio nome, quel Introducing Brad Mehldau del 1995 che l’ha fatto conoscere al mondo; da allora si sono susseguiti sei dischi con il proprio trio – assieme a Larry Grenadier e Jorge Rossy – uno (Places) con brani in solo e in trio, un altro (Largo) con un ensemble più ampio, e il personalissimo piano-solo Elegiac cycle. Considerando questi lavori e le numerose collaborazioni che hanno visto Mehldau affiancare jazzisti d’esperienza quali Lee Konitz e Charles Lloyd o giovani come Joshua Redman, Kurt Rosenwinkel, Mark Tuner è evidente il processo di maturazione intrapreso e il progressivo affinamento di tecnica e capacità espressiva. Così partendo dai suoi studi classici e dopo aver perfezionato i metodi jazzistici ed improvvisativi con maestri quali Fred Hersch, Junior Mance e Kenny Werner, Mehldau, sfruttando la sua grande abilità tecnica e il suo carattere introverso, è arrivato ad uno stile molto personale costruito soprattutto sulla resa lirica dei brani e sulla fondamentale disposizione romantica con cui affronta le loro esecuzioni. Tutto questo gli ha riservato un’attenzione e un rispetto particolari sia da parte del pubblico – soprattutto europeo – sia da parte della critica, che nulla ha avuto da obiettare sul fatto che abbia intitolato senza alcuna presuntuosità cinque dei suoi album in trio “The art of the trio“.
Tutto il mondo di Mehldau è presente in questo suo ultimo Live in Tokyo che cattura un concerto tenuto il 15 febbraio 2003 alla Sumida Triphony Hall nella capitale nipponica e che si può considerare una sorta di summa dell’arte del pianista di Jacksonville (Florida). Sarà l’austero pubblico giapponese che sappiamo essere non solo molto amante del jazz ma anche piuttosto esperto in materia, sarà la dimensione del piano-solo dove il musicista si trova, appunto, da solo a confrontarsi con sé stesso e con la musica, in questo disco Mehldau ha espresso al massimo le sue potenzialità. Mi pare come di vederlo: seggiolino basso, testa infossata nelle spalle, quasi raggomitolato sul pianoforte così da rappresentare una sorta di icona del tormentato musicista romantico, che lascia fluire attraverso sé stesso la musica.
Il brano di apertura, Things behind the sun, fa capire subito lo “stato dell’arte” del pianista e quelle che saranno le peculiarità del concerto: intensità espressiva, pathos, un sostanziale equilibrio tra libertà interpretativa e resa melodica. Il brano, composto dallo sfortunato Nick Drake, si sviluppa da un reiterato giro della mano sinistra su cui si distende la melodia presto doppiata e variata da Mehldau ma senza mai allontanarsi troppo dal tema. Il pianista non è nuovo nel rendere in jazz melodie di provenienza pop-rock; nei suoi dischi precedenti aveva già usato canzoni dei Beatles (Blackbird, Dear Prudence), di Paul Simon (Still crazy after all these years) dei Radiohead (la splendida Exit music che nelle sue mani diventa quasi un notturno di Chopin) e dello stesso Nick Drake. L’operazione non è certo originale dato che sono in molti a compierla, ma la cosa interessante in quanto fa Mehldau è che questa sua opera di “revisione” non è una forzatura; Mehldau non vuole far diventare jazz quello che di fatto jazz non è, non spezza gli equilibri interni dei brani, ma li restituisce così come sono senza trasformarli in “altro”, senza stravolgerli e sforzandosi di mantenere intatte le loro prerogative.
Il brano che segue, l’unico composto dal pianista, non è altro che una delle sue famose introduzioni, Intro appunto; una riflessione in musica funzionale al successivo Someone to watch over me che a mio giudizio è il centro emozionale di questo disco. Mehldau dà del brano di Gershwin una lettura molto lineare, utilizzando soprattutto la mano destra per esporne la melodia mentre con l’altra ne fornisce quasi un contrappunto. La sensazione è di intensa pace, di scoperta, di cose piacevoli che devono arrivare; bellissimo il finale con un pedale travolgente della mano sinistra. From this moment on di Cole Porter è trattato in modo quasi rapsodico; il ritmo è dilatato e Mehldau sfrutta a pieno l’indipendenza delle mani quasi a sviluppare due melodie parallele, ma mantenendo sempre lucido il riferimento di base.
Con Monk’s dream ci addentriamo in uno campo minato per i pianisti, ovvero i ruvidi temi del compositore del North Carolina, che Mehldau risolve con maestria ed umiltà, facendo propria la musica senza voler imitare Monk, caricando la sua interpretazione di blues e soprattutto dando sfoggio della sua tecnica strepitosa. Da un classico del jazz si passa ad un brano decisamente più moderno come Paranoid android dei Radiohead che diventa una lunga suite di quasi venti minuti; quasi ipnotica nelle ripetizioni, la costruzione edificata su un potente crescendo percussivo ottenuto per sovrapposizione di temi, viene stemperata nel cantabile della struggente melodia. Chiudono il disco un altro brano di Gershwin, How long has this been going on?, in cui il pianista riversa tutto il suo romanticismo e River man, ancora di Nick Drake, oramai pezzo stabile nei concerti che con la sua melodia tormentata bene si addice al sentire di Mehldau. Interessante il finale nel quale, dopo un insistere di note, il brano è chiuso da un paio di accordi che hanno il potere di aumentare la tensione invece che diminuirla.
Si rassegnino quindi gli scettici: qui siamo di fronte ad arte vera, onesta e profonda. Ancora una volta e forse più che in altri dischi, Mehldau si rivela essere un ottimo musicista capace di far suonare anche il silenzio tra le note, un interprete attento, colto e sincero. E per niente banale.
- Things behind the sun
- Intro
- Someone to watch over me
- From this moment on
- Monk’s dream
- Paranoid android
- How long has this been going on?
- River man
Brad Mehldau: pianoforte
Registrato dal vivo il 15/02/03 a Tokyo
| dicembre 1st, 2004. Un commento... »
rubriche: dischi raccontati. musicisti: beatles, drake_nick, hersch_fred, konitz_lee, lloyd_charles, mance_junior, mehldau_brad, radiohead, redman_joshua, rosenwinkel_kurt, simon_paul, turner_mark, werner_kenny.
There are places I’ll remember
All my life though some have changed
Some forever not for better
Some have gone and some remain
All these places have their moments
With lovers and friends
I still can recall
Some are dead and some are living
In my life I’ve loved them all
But of all these friends and lovers
There is no one compares with you
And these memories lose their meaning
When I think of love as something new
Though I know I’ll never lose affection
For people and things that went before
I know I’ll often stop and think about them
In my life I love you more
——– perdonate, la traduzione è mia ——–
Ci sono luoghi che ricorderò
Per tutta la vita anche se alcuni sono cambiati
Qualcuno per sempre non in meglio
Alcuni sono andati altri sono rimasti
Per ciasuno di questi posti c’è il suo momento
Che posso ancora ricordare
Con amanti ed amici
Alcuni sono morti e altri sono vivi
Nella mia vita li ho amati tutti
Ma tra tutti questi amici ed amanti
Non c’è nessuno paragonabile con te
E questi ricordi perdono il loro significato
Quando penso all’amore come qualcosa di nuovo
Anche se so che non perderò mai l’affetto
Per la gente e le cose che sono passate
So che spesso mi fermo a pensare a loro
Nella mia vita ti amo di più
| novembre 16th, 2004. Nessun commento... »
rubriche: singing a song. musicisti: beatles.
In uno dei forum dove mi diverto a scrivere qualcuno ha proposto questo gioco: indicare i 20 dischi soggettivamente più importanti. Io, limitandomi al pop/rock, ho proposto i miei, che sono solo alcuni di quelli che mi hanno cambiato la vita (musicalmente parlando). Li propongo, in ordine casuale, anche ai miei lettori per vedere cosa ne nasce:
The Clash: London calling: perché nel 1979 avevo 12 anni e oggi non più, ma da allora non ha mai smesso di accompagnarmi
Tuxedomoon: Half mute: per i Tuxedomoon
Opal: Happy nightmare baby: perché mi ha ipnotizzato facendomi diventare suo schiavo
The Beatles: The Beatles (White album): perché mi ha fatto capire che i Beatles non erano solo Love me do
Syd Barrett: Barrett: perché a Syd andava stretto questo pianeta
Tim Bukley: Dream letter: vedi sopra
C.S.I.: In quiete: perché la poesia a volte può far male
Wim Mertens: Integer valor: perché se non commuove questo, siamo proprio dei sassi
Joy Division: Unknown pleasures: perché mi ha curato dalle mie paranoie
Fabrizio De Andrè: Anime salve: perché è la summa di una vita d’arte
AA.VV.: Fuck your dreams, this is heaven: perché mi ha folgorato… e basta
Celso Fonseca: Natural: perché l’anno scorso mi ha affascinato e tuttora continua a farlo
Nick Cave: Tender prey: perché mi sono chiesto come mai non avessi conosciuto prima un musicista simile
Tom Waits: Rain dogs: perché non ci sono parole per dire quanto Tom sia grande
The Smiths: The queen is dead: perché per ore non ho smesso di ballare (e chi mi conosce sa cosa vuol dire…)
Jon Hassell: Dream theory in Malaya: perchè esiste qualcosa che va oltre la nostra normale percezione
Pat Metheny: Still life (talking): perché se c’è da viaggiare questo è il disco giusto
Tortoise: Millions now living will never die: perché ha cambiato le mie prospettive sul rock
David Sylvian: Brilliant trees: perché ha aperto una bella storia che non si è ancora conclusa
Joe Jackson: Night and day: perché è un disco troppo intelligente per essere dimenticato
| agosto 3rd, 2004. Nessun commento... »
rubriche: appunti. musicisti: barrett_syd, beatles, buckey_tim, cave_nick, clash, csi, de andrè_fabrizio, fonseca_celso, hassell_jon, jackson_joe, metheny_pat, opal, smiths, sylvian_david, tortoise, tuxedomoon, waits_tom.