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Un po’ di sano vecchio jazz

Sono di ritorno da una bella serata al “Vapore” di Marghera dove si è esibito Bobby Watson e il suo quartetto. Ed è stata davvero una grande performance quella del saxofonista di Kansas City, definito il più grande sax alto degli ultimi decenni: un set di tre quarti d’ora circa, infuocati di bop e blues, sempre giocato sul filo di un ritmo incessante che non lascia respiro.
Ottimo Watson che lascia libero il suo alto di creare assoli torrenziali ma sempre lucidi e a tratti insolitamente melodici, come sempre ottimo anche il batterista cubano Francisco Mela – vecchia conoscenza per averlo sentito più volte con Kenny Barron – anche se questa sera ha contenuto la sua esuberanza, buona la solida accoppiata tutta italiana di Lorenzo Conte al contrabbasso e Matteo Alfonso al pianoforte che si sono messi a disposizione del leader, pur non facendosi mancare buoni spazi solistici.love remains
Davvero dell’ottimo jazz stasera, solido, scintillante, carico di energia.

Se avete voglia di ascoltarvi Watson in un suo buon – anzi un eccellente – disco, vi consiglio senza alcun dubbio questo Love remains pubblicato nel 1988 dalla Red Records con un quartetto stellare con il grande John Hicks, con Curtis Lundy e Marvin Smith.


20 dischi jazz

Questa è una lista strabica. E mi è costata un’enorme fatica.
Dunque, il “gioco” – involontariamente iniziato da Shakib con un post nel suo bel blog Stelle Cadenti – era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch’io avrei fatto la mia.

Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l’includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che – piacendomi in modo particolare – hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi “top” che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina… e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del “gioco” vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po’ ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di “roba” buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)…

With the Oscar Peterson trio

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve – 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)

Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto “Pres”, ovvero “President”) aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio “muscolare”, il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can’t give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell’ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Brilliant corners

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside – 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)

Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l’aveva confinato, senza – comunque – mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco “difficile” ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l’asimmetria dei temi, per l’esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d’insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Pithecanthropus erectus

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic – 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Un altro personaggio isolato, un altro genio… sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il “bastardo” (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento – o meglio – li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l’hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell’improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d’insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella & Louis

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve – 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)

Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l’Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba – dolce e autorevole allo stesso tempo – si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c’è lo swing, l’amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l’emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che – pur prendendosi importanti momenti solistici – quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l’isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Kind of blue

Miles Davis: Kind of blue (Columbia – 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian “Cannonball” Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)

Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l’intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l’importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l’ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l’amore che ho per la sua musica.

The shape of jazz to come

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic – 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)

Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell’evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso – come vorrebbe qualcuno – che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le “forme del jazz futuro”.
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Waltz for Debby

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)

Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 – così come l’altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l’ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d’auto. L’interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Out to lunch

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note – 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)

Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico – supportato in questo dall’innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l’equilibrio di fondo.

The sidewinder

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note – 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)

Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz – intelligente e per nulla banale – divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l’attenzione dell’ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all’epoca e – purtroppo per Morgan – divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz “disimpegnato”, quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

The heliocentric world of Sun Ra

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando – di fatto – una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth – suonata da un’orchestra quasi in trance – è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un’altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l’astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo – musicale o meno – sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L’approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

A love supreme

John Coltrane: A love supreme (Impulse! – 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l’ascoltai mi misi a piangere travolto dall’intensità emotiva espressa.

Belonging

Keith Jarrett: Belonging (ECM – 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Prima uscita del cosiddetto “quartetto europeo” di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo – algido e siderale – dei sax di Jan Garbarek che, assieme all’accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata ‘Long as you know you’re living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

The pilgrim and the stars

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM – 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Primo disco inciso per l’ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del “quartetto europeo” di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani – tutti di sua composizione – spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l’emozione profonda in ogni brano.

Nice guys

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM – 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)

L’AEoC è una delle formazioni più importanti – e longeve – della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester “doctor” Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell’improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest’ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell’ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell’AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker in Tokyo

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence – 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)

Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell’arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l’hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Love remains

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records – 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin “Smitty” Smith (b)

Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d’eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

People time

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes – 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)

Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era “the sound”, omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e “proteggere” l’amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall’altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all’amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Songs - the art of the trio

Brad Mehldau: Songs – the art of the trio, vol.3 (Warner Bros – 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)

Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l’esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau – all’epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà – ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire – For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia – dall’altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche… semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l’avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Solo live

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus – 1998)
Michel Petrucciani (p)

Quello che quest’uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell’incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l’intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti – Looking up, “guardando verso l’alto” che detto da lui assume un significato del tutto particolare – per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Let yourself go

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch – 1999)
Fred Hersch (p)

Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un’altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l’atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E’ successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente “lasciato andare” (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all’esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell’armonia che spiana i contrasti.

Extended play

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM – 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)

La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d’oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato – e ci è riuscito – con questo suo quintetto dall’impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d’avanguardia.
Per me: questo disco relativamente “giovane” rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all’orizzonte.

Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo… se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del “gioco”…


La carica espressiva di un eccelso pianista

Kenny Barron trio: dal vivo 30/10/06, Panic Jazz Club, Marostica (VI)

foto di astigmatic.it (clicca per ingrandire)

Kenny Barron fa parte di quel genere di musicisti che, pur muovendosi in un ambito sostanzialmente mainstream, riesce con la sua presenza a caratterizzare i lavori in cui si trova a suonare. Che si tratti di una delle sue numerosissime collaborazioni, di gruppi allargati, di quartetti (come gli Sphere), dell’amato piano-trio o di più intimi dialoghi (da ricordare due gemme come People time con Stan Getz e Night and the city con Charlie Haden) l’impronta del pianista di Philadelphia è precisa e ben identificabile: il suo stile di matrice boppistica è una sintesi particolarmente felice tra gli insegnamenti di Tommy Flanagan, da sempre riconosciuto maestro, e dell’approccio modale di McCoy Tyner fatto di voicing percussivamente ripetuti.
Anche se, forse per la sua modestia, non è particolarmente seguito dalla critica, sono in molti quelli che considerano Barron come uno dei migliori pianisti jazz in attività ed è un piacere assoluto averlo potuto re-incontrare in compagnia di due ottimi musicisti e in un jazz-club, il Panic, che ha fatto delle proposte musicali una questione d’eccellenza. I due compagni sono Kiyoshi Kitagawa, ottimo contrabbassista giapponese dotato di un approccio particolarmente lirico, e il poliedrico batterista cubano Francisco Mela.

Fin dalle prime battute di New York attitude – brano scritto dal leader – è chiaro l’andamento che prenderà il concerto: forte della propria dinamicità e di quella dei colleghi, Barron dà all’esibizione un’impronta estremamente vivace e vitale sfruttando a pieno la formula del trio a lui particolarmente congeniale: i suoi assoli sono sempre lucidi ed espressivi, essenziali e allo stesso tempo ricchi di spunti ed aromi diversi. Nelle trame intessute da pianista hanno libero gioco il suono secco e corposo ma mai impastato di Kitagawa e le poli-ritmie di Mela che però a tratti esagera in esuberanza anche quando essa non è richiesta. Dopo l’arrembante inizio, Barron si inoltra in un delicato brano ellingtoniano ovvero Prelude to a kiss nel quale conferma la sua particolare propensione per le ballad, affrontate e rese con un romanticismo che non diventa mai sdolcinato, anzi che riesce a mantenere l’energia e la solidità che stanno alla base del suo pianismo.
I thought about you è impreziosita da un sognante assolo di Kitagawa che riesce a far vibrare le corde del proprio strumento in modo particolarmente melodico tanto da creare al momento nuovi temi; seguono Um beijo – altro brano di Barron particolarmente ritmico e latineggiante – e Softly, as in morning sunrise dove il piano è reso in modo particolarmente percussivo con una serie propulsiva di block-chords.
Si ritorna a suonare dopo la pausa con un brano di Herbie Hancock, One finger snap, che Barron ironicamente definisce “too much free for me” e che, per non sbagliare, prende ad una velocità folle, cosa che consente a Mela di prodursi in un pregevole assolo che parte da un insistito gioco sul hit-hat; si prosegue con Nikara’s song, delicato brano dedicato da Barron alla nipote in cui ancora una volta si contraddistingue il bassista di Osaka per l’approccio melodico e con un brano – Song in 5/4 – una sorta di contaminazione tra un blues lento e un bolero cubano di cui Barron dice di non conoscere il titolo ma di aver suonato con Yusef Lateef.
Chiude il concerto The very thought of you nel quale Barron magistralmente crea un crescendo, musicale ed emozionale, aggiungendo via via nuovi elementi alla melodia fino a trasformarla in un complicato ed entusiasmante gioco di richiami cangianti. Ma non è tutto. Dopo due ore di concerto c’è ancora posto per la monkiana Well you needn’t in una versione tellurica capace di scuotere fin nel profondo i musicisti e gli ascoltatori.
Sarà un concerto che il pubblico del Panic ricorderà certamente più che positivamente, una lezione di grande jazz da parte di uno dei suoi interpreti più formidabili e allo stesso tempo più umilmente grandi.

New York attitude
Prelude to a kiss
I thought about you
Um beijo
Softly, as in morning sunrise
One finger snap
Nikara’s song
Song in 5/4
The very thought of you
Well you needn’t
Kenny Barron: pianoforte
Kiyoshi Kitagawa: contrabbasso
Francisco Mela: batteria



I due Kenny

I due Kenny sono due jazzisti che rappresentano quanto di meglio si possa ascoltare al giorno d’oggi nel pianismo jazz. Li accomuna il nome di battesimo, il fatto che sono entrambi statunitensi e che è con il trio che danno il meglio di se stessi. Pur muovendosi entrambi in un ambito sostanzialmente mainstream le loro affinità sono pressoché finite: il primo è nero, è nato nel 1943 a Philadelphia e sfoggia un pianismo molto dinamico ed esuberante di matrice Tyneriana, il secondo è bianco, nato a Brooklyn nel 1951, dal carattere più introverso e meditativo ha fatto sua la lezione di Bill Evans e l’ha elaborata in modo originale e personale.
Forse l’avrete già capito da soli: il primo è Kenny Barron e il secondo è Kenny Werner.
Se del secondo ho già parlato più volte su jazzer recensendo un paio di suoi album Unprotected music, Beat degeneration e una strepitosa performance dell’anno scorso al Panic di Marostica, del primo non ne ho – colpevolmente – fatto menzione, ma credo che la cosa verrà presto risolta. Un’altra cosa che accomuna i due Kenny è che entrambi quest’anno si esibiranno ancora al Panic per la gioia dei propri aficionados in terra veneta: domani sera toccherà a Barron, il 13 dicembre a Werner.
Barron si presenta con il buon contrabbassista giapponese Kiyoshi Kitagawa e con il giovane batterista cubano – a me sconosciuto – Francisco Mela, che però pare promettere bene e che, soprattutto, sembra adatto alla concezione musicale del leader. Peccato non riuscire ad ascoltarlo con quello che considero il suo miglior trio in assoluto, ovvero con Ray Drummond e Ben Riley.
Werner, invece, ritorna con il suo classico trio con Johannes Weidenmueller e Ari Hoenig che aveva tanto entusiasmato nel 2003.
Le premesse sono molto buone.


John Hicks

Brutta, brutta notizia nel mondo del jazz: ieri ci ha lasciato un altro suo grande protagonista, ovvero il pianista John Hicks.Nato ad Atlanta nel 1942, ha passato la sua infanzia dapprima a Los Angeles e poi a St. Louis dimostrando fin da giovane la sua inclinazione per la musica, suonando anche con il coro della chiesa metodista della quale suo padre era il pastore.
Dopo aver studiato alla Lincoln University del Missouri e alla prestigiosa Berklee School, intorno al 1963 Hicks ha iniziato una carriera di musicista freelance che si è interrotta solo ieri con la sua morte e lo ha portato a suonare – sia da leader che da sideman – con un numero impressionante di musicisti, molti dei quali occupano posti importantissimi nella storia della musica afro-americana.

La prima formazione di cui ha fatto parte sono stati gli Art Blakey’s Jazz Messengers, poi il gruppo di Betty Carter, quello di Woody Herman per poi instaurare delle profique collaborazioni con Lester Bowie, Charles Tolliver, David Murray, Arthur Blythe, Pharoah Sanders, Bobby Watson e molti altri esponenti dei più diversi stili jazzistici in virtù del fatto di poter far valere una forte personalità e una versatilità tale da consentirgli di sentirsi a proprio agio con il be-bop, l’hard-bop, il free.

A proprio nome può vantare una notevole – sia in qualità che quantità – serie di dischi attraverso i quali è possibile ritrovare tutta la sua arte; riguardo a quelli che conosco, consiglio sicuramente i seguenti:
Naima’s love song
(1988 Diw) in gruppo con altri tre grandi musicisti come Victor Lewis, Curtis Lundy e Bobby Watson, disco che offre un jazz dinamico e Hicks time (1998 Passin’ thru) piano-solo nel quale Hicks è da apprezzare anche come autore. Beyond expectations (1994 Reservoir) il suo disco che mi piace di più con quello che è forse il suo trio migliore (con Ray Drummond e Marvin “Smitty” Smith con il quale ripropone una buona serie di famosi brani della tradizione jazz come Bouncing with Bud, Stella by starlight, Turn out the stars, There is no greater love e molti altri.
Newklear music (1997 Milestone) uscito con il nome della formazione “Keystone trio” formato con George Mraz e Idris Muhammed. Il disco rivisita otto brani di Sonny Rollins con un rigore e un rispetto invidiabili, ma anche con una vitalità davvero emozionante.
Assolutamente da citare anche la sua partecipazione a quel capolavoro che è Love remains di Bobby Watson, o a Habana della Roy Hargrove Crisol, o al duo pianistico di Rhythm-a-ning con quell’altra figura di pianista mai troppo celebrato che è Kenny Barron.

Mi mancherà Hicks con la sua versatilità, il suo senso dello swing, la sua umiltà di essere grande e non farlo troppo vedere se non con la grandissima qualità della sua musica.


Di Battista: suonare “con” Bird

Stefano Di Battista: Parker’s mood (Blue Note – 2004)

Quest’anno sono 50 anni che Charlie Parker ci ha lasciato. Inutile raccontare cosa questo musicista abbia rappresentato e rappresenti ancora per la musica, come è superfluo – e piuttosto oneroso – indicare quanti e quali musicisti si siano a lui ispirati e gli abbiano dedicato brani e dischi. Questo Parker’s mood di Stefano Di Battista vuole essere proprio questo: un omaggio ad un grande del passato e un modo per far rivivere ancora la sua musica.
Così il saxofonista romano – uno che Parker l’ha davvero dentro – ha riunito attorno a sé un quartetto/quintetto di altissimo livello, non tanto per suonare “come” Bird, né tantomeno per compiere la deleteria azione di “attualizzarlo”, ma piuttosto per suonare “con” Bird lasciandosi guidare da lui, dalle sue luci ed ombre, dalle sue suggestioni e geniali intuizioni. Per fare questo ha scelto un repertorio parkeriano e ha chiamato i fidati Rosario Bonaccorso e Flavio Boltro (presente in quattro brani), Herlin Riley – virtuoso ed inventivo batterista della corte di Wynton Marsalis – e uno dei più grandi pianisti di oggi, ovvero quel Kenny Barron mai troppo elogiato. Ne esce un gruppo molto affiatato e particolarmente efficace nel far rivivere con molta semplicità e divertimento un mood troppo affascinante per essere dimenticato.
Assolutamente da ascoltare la smagliante versione di Night in Tunisia, il blues trattenuto di Parker’s mood dove Barron dà il meglio di sé, Confirmation con il bel dialogo tra sax e tromba, la conclusiva splendida Round midnight e la dolcissima ballad Embraceable you. Questi brani e gli altri che non ho citato, fanno di questo disco un’opera molto piacevole, decisamente interessante e coraggiosa soprattutto per Di Battista che ha accettato il confronto con un ideale irraggiungibile quale è Parker, pur sapendo di non poterlo vincere. La soddisfazione per lui è averci provato e aver fornito una prova magnifica per interpretazione, coerenza, intelligenza e coinvolgimento emozionale.

Da non perdere la ghost-track con un simpatico dialogo tra i musicisti.

  1. Salt peanuts
  2. Embraceable you
  3. Night in Tunisia
  4. Parker’s mood
  5. Confirmation
  6. Donna Lee
  7. Laura
  8. Hot house
  9. Congo blues
  10. Round midnight
Stefano Di Battista: sax contralto e soprano
Kenny Barron: pianoforte
Rosario Bonaccorso: contrabbasso
Herlin Riley: batteria
Flavio Boltro: tromba (1, 3, 5 e 8 )



Il suono carezzevole di un sax memorabile

Stan Getz: Bossas and ballads – the lost sessions (Verve – 2003)

Stan Getz è un musicista che non ha sicuramente bisogno di presentazioni essendo entrato a pieno diritto nella storia del jazz e, pur sottovalutato da alcuni, vi ha ricavato una sua personale posizione, senza venire a compromessi o a mutare le proprie caratteristiche strumentali, tanto che basterebbe il suo soprannome “The sound” per far capire come il suono del suo sax sia uno dei più belli mai ascoltati.
Limitandomi ad alcuni accenni, vale la pena di ricordare che la sua prima vera influenza è stato Lester Young, ma a partire dalla big band di Jack Teagarden, a quelle di Stan Kenton e Benny Goodman, passando per i Four-Brothers di Woody Herman, Getz ha fin dagli anni ’50 affinato la sua tecnica e la sua sensibilità fino a ottenere un suono assolutamente personale e perfettamente identificabile. Fortemente legato all’estetica West Coast, sono stati fondamentali per lui due incontri: il primo con il jazz della corte di Lennie Tristano, il secondo nei primi anni ’60 con la bossa nova di Joao Gilberto e Antonio Jobim. Anche in un momento in cui, soprattutto i saxofonisti, andavano alla ricerca della de-costruzione informale, Getz ha mantenuto costante – con il suo suono vellutato e sensuale – il suo essere musicista coinvolgente, impetuoso e lirico allo stesso momento. In una parola il suo essere cool, che, se come essenza estetica nella storia del jazz ha una parentesi temporale limitata nel tempo, si mantiene in alcuni interpreti – e uno fra questi è proprio il saxofonista di Philadelphia – elemento vivo d’ispirazione e di espressione.

Questo Bossas and ballads, registrato due anni prima della sua scomparsa, testimonia un periodo molto positivo della carriera musicale di Getz, seppur difficile sul piano personale; vinta la battaglia della tossicodipendenza, sereno pur sofferente per la malattia che lo condurrà alla morte, Getz trova nella musica la forza per continuare a vivere, con lucidità, determinazione ed intensità. Un aspetto della sua vita assolutamente esplicito in questo disco, come nel doppio splendido People time in duo con Kenny Barron, una sorta di testamento spirituale e artistico. Appare alquanto strano il fatto che i pezzi di questo Bossas and ballads siano rimasti a lungo inediti data la loro bellezza e perfezione.
Oltre ad uno Stan Getz in forma smagliante è possibile ascoltare altri tre musicisti di altissimo livello, tanto da formare un quartetto assolutamente senza alcun difetto. Getz suona con una fluidità e poesia impressionanti, sia nelle ballad più delicate come Joanne Julia o The wind sia nei brani più impetuosi come Spiral o suadenti come il latineggiante El sueno. Barron – “the other half of my musical heart” lo ha definito Getz – accompagna, crea i contrappunti, improvvisa con la classe di sempre di cui speriamo prima o poi qualcuno “che conta” si accorga per tributargli il suo vero valore. Il quartetto è completato dal contrabbasso di George Mraz che vibra e pulsa instancabile nel marcare il tempo – concedendosi anche dei momenti improvvisativi importanti – e dalla batteria di Victor Lewis che fornisce un accompagnamento puntuale, mai invadente, molto spesso facendo uso delle spazzole.

Che dire di più di un disco che già dal primo ascolto appare eccellente, un esempio di quello che possono fare quattro musicisti alle prese con il materiale a loro più congeniale, cosa possono creare, quali suggestioni generare nell’ascoltatore? Bossas and ballads è semplicemente un disco da avere per conoscere un grande saxofonista e il suo quartetto, per capire che l’estetica del jazz, magari di quello più tradizionale slegato da mode o smanie di novità, è un qualcosa che non muore, che si rinnova costantemente. Il jazz viaggia ad un livello superiore, signori, e tanto di cappello a musicisti come questi che ce lo ricordano.

  1. Sunshower
  2. Yours and mine
  3. Joanne Julia
  4. Soul eyes
  5. Spiral
  6. Beatrice
  7. The wind
  8. El sueno
  9. Feijoada
Stan Getz: sax tenore
Kenny Barron: pianoforte
George Mraz: contrabbasso
Victor Lewis: batteria

Registrazione: 26-28-29 marzo 1989 A&M recording Studios, Hollywood



Un quartetto solido e ispirato

Sphere: (Kenny Barron-Gary Bartz-Ben Riley-Buster Williams): Sphere (Verve -1998)

Il quartetto Sphere, il cui nome deriva dal secondo nome di battesimo di Thelonious Sphere Monk, è da considerare una sorta di “super-gruppo” come si usa dire in ambito rock quando suonano assieme dei musicisti di alto livello che solitamente militano in altre formazioni. Lo stesso quartetto, con la differenza che al sax c’era Charlie Rouse, aveva già prodotto nei primi anni ’80 diverse registrazioni e concerti dal vivo, ma quello che è stato definito da un critico “uno dei migliori piccoli gruppi nella storia del jazz” nel 1986 si sciolse e la morte di Rouse nel 1988 sembrò porre fine definitivamente al progetto.

Nel 1998 i tre – con l’aggiunta dell’ottimo Gary Bartz al sax – decidono di runirsi per produrre un altro disco, che oltre a presentare dell’ottima musica, è una bella testimonianza di un combo formato da quattro personaggi davvero importanti nella scena jazz, ognuno dei quali, sia per conto proprio o affiancati dai più noti musicisti hanno scritto delle pagine indimenticabili.
Tra i sette brani incisi troviamo due pezzi di Monk (We see e Hornin’ in) un pezzo di Strayhorn (Isfahan), un classico di Hammerstein e Rodgers (The surrey with the fringe on top), due originali di Bartz (Uncle Bubba e Buck and wing) e la splendida Twilight di Barron.
Il quartetto si presenta con una forte immagine di unità e compattezza: il suono è pulito e ben definito e i musicisti danno l’impressione di voler produrre un disco di classe, senza alcuna smagliatura. Il suono di Bartz è brillante, evocativo anche se qualche volta potrebbe osare un po’ di più negli assoli. Bello il suo lavoro nella monkiana Hornin’ in. Barron passa disinvoltamente dallo swing più veloce di We see alla tranquillità di pezzi come Isfahan sfoggiando il suo solito pianismo fatto di energia e di lirismo che si compenetrano tra loro, sino a formare il suo personalissimo stile. Molto interessante la delicata Twilight arricchita dal un bel duetto con il sax di Bartz. L’apporto della sezione ritmica è sempre puntuale e di alto livello anche se non troppo creativo, soprattutto nella batteria di Riley; interessante l’assolo di Williams in Uncle Bubba.

  1. We see
  2. Isfahan
  3. Uncle Bubba
  4. Hornin’ in
  5. Buck and wing
  6. Twilight
  7. The surrey with the fringe on top
Kenny Barron: pianoforte
Gary Bartz: sax alto e soprano
Ben Riley: batteria
Buster Williams: contrabbasso