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Decennio "zero"… 30 dischi 30

Pare che sia necessario fare il bilancio del decennio, dicono. Pare che si debbano mettere dei punti fissi, dei riferimenti, delle àncore di salvezza. 10 dischi del decennio… è un gioco, certo, ma non è mica facile sceglierli tra le centinaia (il migliaio è passato di sicuro!) di dischi sentiti, ascoltati, ri-ascoltati, mandati a memoria, cantati, amati, gettati, schifati.
Allora facciamo così, tagliamo le cose con l’accetta: 10 dischi jazz-oriented, 10 dischi rock-oriented e 10 dischi classical-oriented.  Forse non i migliori in assoluto, sicuramente tra quelli che più di tutti mi hanno colpito e continuerò ad ascoltare; al contrario di come piace a me, non ci metto commenti, altrimenti mi passa il decennio!
Due le regole: 1) dischi usciti nel decennio 2) non ristampe… e buona pace per gli esclusi che sono tanti e tanto validi.
Fine del cazzeggio, vediamo i titoli:

Jazz

  • Cuong Vu: Come play with me (Knitting factory) 2001
  • Kenny Werner: Beat degeneration (Night bird music) 2002
  • Enrico Rava quartet: Montreal diary/A (Label bleu) 2002
  • Bad plus: These are the vistas (Columbia) 2002
  • Antonio Faraò: Far out (Cam jazz) 2003
  • Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear) 2003
  • Electric Masada: 50th birthday celebration – vol.4 (Tzadik) 2004
  • Nik Bartsch’s Ronin: Stoa (ECM) 2006
  • Terje Rypdal: Vossabrygg (ECM) 2006
  • Brad Mehldau trio: Trio live (Nonesuch) 2008

Rock

  • Vinicio Capossela: Canzoni a manovella (East wind) 2000
  • Blaine L. Reininger: The more I learn the less I know (FM records) 2000
  • Signur ros: ( ) (FatCat) 2002
  • Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed) 2003
  • Joe Strummer & the Mescaleros: Streetcore (Hellcat) 2003
  • Christian Fennesz: Venice (Touch) 2004
  • Wilco: A ghost is born (Nonesuch) 2004
  • Kraftwerk: Minimum/Maximum (EMI) 2005
  • Ali Farka Toure: Savane (World circuit) 2006
  • Portishead: Third (Island) 2008

Classica

  • Alexander Scriabin: Preludi – vol.1 (Zarafiants) – Naxos 2000
  • Antonio Vivaldi: Le quattro stagioni (Carmignola) – Sony 2000
  • Johann Sebastian Bach: L’arte della fuga (Savall) – Aliavox 2001
  • Wolfgang Amadeus Mozart: Quartetti dedicati ad Haydn (q. Mosaique) – Astrée 2001
  • Philipp Heinrich Erlebach: Zeichen im Himmel – Alpha 2004
  • Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg (Bahrami) – Decca 2004
  • Gyorgy Ligeti: The Ligeti project – vol.5 – Teldec 2004
  • Sylvius Leopold Weiss: Tombeau (Eguez) – E lucean le stelle 2004
  • Frederic Chopin: Notturni (Pollini) – Deutsche Grammophon 2005
  • Arvo Part: Lamentate – ECM 2005

… una postilla nel prossimo post.


Una musica assoluta

una musica costante

Può l’amore per la musica essere così totalizzante da influenzare e condurre la propria vita? Può essere una presenza costante – appunto – di una vita, tanto da diventare un punto di riferimento, un rifugio, una consolazione, un dolore?

Ovviamente la risposta è “sì” ed è contenuta in questo splendido libro nel quale si intrecciano le storie di un violinista, del suo quartetto e del suo strumento, tanto amato quanto mai veramente posseduto, di una pianista che nasconde un segreto che tocca lei e la sua musica fino nel profondo. Le loro storie – o la loro storia – si dipanano in tre città magiche, tra frammenti musicali persi e ritrovati, un quintetto di Beethoven apparso misteriosamente, il rigore formale dell’Arte della fuga e la gioiosa tristezza della musica di Schubert. E dieci anni che non dovevano esserci, e un incontro casuale – di quel genere di “caso” che viene piegato dal destino -fortemente cercato e un addio, una fuga mai spiegati, neppure a se stessi…
Questo libro parla di sfide, di amicizie, di rapporti ma soprattutto dell’amore per una donna, per un uomo, per la musica; un amore assoluto che tutto avvolge e che condiziona e determina la vita.

Se volete innamorarvi di un personaggio, se volete vivere le sue gioie e piangere le sue disperazioni, se volete percorrere le sue stesse strade e sedervi negli stessi suoi luoghi, se volete sentire con le vostre orecchie la sua musica quando imbraccia il violino non vi resta che prendere questo libro e lasciarvi condurre da lui per le sue 460 pagine che vi affannerete a finire. E non abbiate paura che sia un libro per musicofoli: chi conosce ed ama la musica classica ne trarrà suoni e “odori” intensi e risentirà note e melodie conosciute, chi invece non la conosce bene ne verrà affascinato e potrà iniziare a capirne le dinamiche e afferrare alcuni dei suoi misteri.

ho letto questo libro con piacere, con curiosità, con interesse e non posso non ringraziare il mio amico Giuseppe che me l’ha consigliato.


Bach e bidoni


Solitamente sono piuttosto attratto dai vari musicisti che si esibiscono nelle strade e piazze delle nostre città; mi fermo spesso ad ascoltarli anche perché capita davvero di sentire dei buoni musicisti, magari in curiosi ensemble. Ieri in un giretto per Venezia ho avuto modo di incontrare questo ragazzo della foto che con due lamine metalliche opportunamente sagomate e con delle bacchette riusciva a suonare la 3a suite orchestrale di Bach (quella con la famosa “Aria”). Davvero fenomenale per la qualità del suono – corposo anche senza amplificazione – per la capacità di riprodurre perfettamente le note, per la grande bravura come musicista e, non ultimo, per l’ingegnosità nella costruzione dello strumento. Bravo, davvero bravo.
Niente a che vedere con i “falsi indiani d’America” che dimorano davanti alla Stazione FS: sono più prosaici peruviani che, visto che la musica andina non “tira” più come una volta, si travestono da pellirossa e si producono in quantomai improbabili musiche delle tribù nord-Americane. Una pena. Che però pare attirare molta gente.


Una convincente interpretazione di un classico bachiano

Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg BWV 988 / Ramin Bahrami (Decca – 2004)

E’ difficile parlare delle Variazioni Goldberg di Bach ed è praticamente impossibile farlo senza nominare Glenn Gould, cioè colui che le ha sostanzialmente tolte dall’oblio in cui erano cadute. Così, oggi come oggi, chiunque avesse la ventura di inserirsi in mezzo a questi due giganti, anzi tre – le Goldberg, Bach e Gould – davvero rischierebbe di fare una figura meschina, schiacciato dall’arte sublime del compositore tedesco, dalla austerità e arditezza tecnica dell’opera e dalla imprescindibile lettura datane dal pianista canadese. Per fortuna qualcuno ogni tanto ci prova e riesce a “confezionare” un’interpretazione non solo degna di essere menzionata, ma che in prospettiva diverrà probabile elemento di confronto per successive incisioni. L’interpretazione in questione è quella riportata in questo disco ed è curioso ed interessante osservare come questo “qualcuno” sia un pianista dalla storia particolare come Ramin Bahrami.

Bahrami è nato in Iran nel 1976. Fuggito da Teheran all’età di 11 anni durante la guerra con l’iraq, ha compiuto i suoi studi a Milano dove, con il maestro Piero Rattalino, si è diplomato al Conservatorio Verdi con il massimo dei voti e la lode. Ora vive vicino a Stoccarda. Per la sua formazione musicale, soprattutto circa la conoscenza dell’opera del Kantor alla quale finora ha dedicato gran parte delle sue energie, oltre che la sua partecipazione ai seminari di interpreti quali Andràs Schiff e Robert Levin è stato fondamentale l’incontro con Rosalyn Tureck che, indubbiamente, come autorità in campo bachiano è imprescindibile: nessuno, infatti, come la pianista statunitense ha consacrato così profondamente la sua vita professionale ad un singolo autore facendone conoscere l’opera nella sua interezza. Accomunandosi in questo a Gould, che ha sempre considerato la Tureck suo punto di riferimento, Bahrami non fa nulla per mascherare questo collegamento, anzi: questo disco è dedicato proprio a lei, che Bahrami stesso definisce “la voce di Bach”. Così nell’ascolto è evidente come egli abbia saputo far propri gli insegnamenti di questi due grandi maestri, pur riuscendo a trovare la propria strada originale.

E’ difficile parlare delle Variazioni Goldberg perché tante cose, forse troppe, sono state dette e scritte su questo capolavoro. Vale la pena accennarne la storia: scritta attorno al 1740 l’Aria con variazioni varie per clavicembalo a due tastiere (questo è il titolo originale) è contenuta in un più ampio Clavierübung che raccoglie diversi esercizi per tastiera, come delle Partite per cembalo, le overture note come Concerto italiano, le Suite francesi e altri brani per organo. Quanto al nome, esso deriva da quello di un allievo di Bach, Johann Gottlieb Goldberg che suonava le variazioni al conte Keyserlingk – ambasciatore di Russia in Sassonia – per combattere la sua insonnia; l’attribuzione appare tuttavia dubbia considerando che Goldberg all’epoca aveva meno di 14 anni ed è davvero improbabile che Bach avesse scritto una partitura di tale difficoltà per un ragazzino.
Comunque sia, se è innegabile che le Variazioni Goldberg sono una cattedrale sonora purissima, dalle impervie arditezze formali ed armoniche, è altrettanto vero che anche orecchie tecnicamente meno esperte ne percepiscono soprattutto la linearità e il solido impianto di base. Ed è proprio questo il segno del genio: riuscire a far sembrare semplice quello che effettivamente non lo è, trattando così profondamente la materia musicale da restituirne soprattutto l’aspetto emozionale piuttosto che la componente tecnica, in modo che l’opera possa essere gustata a più livelli. Bahrami intuisce ed afferra questo concetto e lo restituisce in un’interpretazione nella quale scompone e ricompone la partitura mettendosi al suo servizio, forse contribuendo a chiarire l’annoso dilemma se Bach possa essere eseguito sul pianoforte. Così, certo meno rigorosamente di Gould, egli tratta il pianoforte – pur senza rinunciare ad alcuna delle sue caratteristiche – in maniera quasi clavicembalistica accentuando il ritmo, eliminando “rubato” e “legato” e toccando appena il pedale. In questo modo ciò che emerge è l’essenza propria della scrittura bachiana, il rigoroso ma duttile contrappunto che ne organizza la struttura e la delicata cantabilità che ne leviga le asperità.

Rosalyn Tureck ebbe a dire delle Goldberg: “I don’t play this work as a tour de force, as a dazzling display of technique – I play it as a life experience.”*; con questo disco Bahrami, forse in ossequio alla sua maestra, dimostra di voler affrontare questo lavoro come un viaggio, nella vita e nell’arte. Un percorso che inizia con la magnifica ieratica Aria iniziale, prosegue, si sviluppa nelle 30 variazioni e si conclude con un gesto estremo, definitivo e determinante: la ripresa – che non è ripetizione – di quell’Aria generatrice dell’opera, simbolo della circolarità del tempo e della storia, della fine che è contenuta come un seme già nel principio. Il viaggio vale davvero la pena di essere fatto e Bahrami ne è capace e affascinante cicerone.

*Non suono questo lavoro come un tour de force, come una abbagliante ostentazione di tecnica – lo suono come un’esperienza di vita.

Variazioni Goldberg – BWV 988
Ramin Bahrami: pianoforte



Come ti frantumo la magia…

Alcuni giorni fa ho acquistato il DVD della EMI Glenn Gould – The alchemist che non ho avuto occasione di vedere prima. Oggi l’ho inserito nel lettore con l’intenzione di vederne qualche minuto, così tanto per verificare di che cosa si tratta. Decisamente minimale la scena: campo totalmente bianco, Steinway a grand coda nero, e Gould seduto sulla sua famosa sedia “adattata” (le aveva segato le gambe per essere più basso rispetto alla tastiera). Così l’intenzione è presto svanita: dopo aver visto – e sentito! – Gould suonare i 4 minuti della pavana Lord of Salisbury di Orlando Gibbons e seguito lo svolgimento sulle espressioni del suo volto, non ho potuto far altro che ascoltare, praticamente ipnotizzato dall’assoluta bellezza e dal totale coinvolgimento della musica e dell’interpretazione, quasi tutti i 20 minuti della partita n.6 di Johann Sebastian Bach. Perché quasi tutti? Perché verso la metà della giga conclusiva crolla tutto il castello di note quando suona il telefono – con il suo noioso trillo – dove una gentile signorina della ditta vattelapesca si premurava di informarmi che se volevo comprare un certo prodotto loro sono i leader planetari; non ho capito il nome della tizia, né quello della ditta e nemmeno cosa vendono, ma vi assicuro che in quel momento ero molto, molto seccato e non ero certo nell’animo di comprare alcunché (cosa che comunque non farei mai per telefono). Questo episodio, stupido finché volete, mi ha fatto pensare ancora una volta quanto difficile sia costruire qualcosa di sublime e quanto poco ci voglia per rovinare il tutto.
Non sono proprio riuscito a riprendere con Gould. La prossima volta stacco il telefono, il cellulare, il citofono…


Solennità ed incanto delle corali di Bach

foto di Michel Garnier

Collegium Vocale Gent, direttore Philippe Herreweghe – Treviso, tempio di San Nicolò 17/12/2001

“Evento memorabile” titolavano i quotidiani locali il giorno successivo al concerto e davvero di evento memorabile bisogna parlare riferendosi alla bellissima performance del fiammingo Collegium Vocale Gent diretto da Philippe Herreweghe a Treviso. In una città non certo musicofila, ha sorpreso la buona risposta del pubblico (peraltro costretto a scegliere tra due concerti nella stessa sera – l’altro era di Salvatore Accardo con i Solisti Veneti) che ha riempito la grande chiesa di San Nicolò e ha tributato caldissimi consensi.

Non sono necessarie troppe parole per presentare questo complesso, fondato nel 1970 proprio da Herreweghe: il suo repertorio è molto vasto fino a toccare la musica contemporanea, ma il vero punto di forza è la specializzazione nella musica polifonica rinascimentale e nella musica barocca tedesca, soprattutto quella di Bach. Per quanto riguarda Herreweghe sono moltissimi i suoi interessi musicali, le incisioni e i premi assegnatigli. Personalmente apprezzo moltissimo le sue interpretazioni della musica di Bach, di autori tedeschi pre-bachiani, del requiem di Mozart e della 9° sinfonia di Beethoven incisa con strumenti d’epoca.
Anche quest’ultimo fattore, secondo me, ha contribuito alla perfetta riuscita del concerto e delle incisioni in genere: l’utilizzo di strumentazione d’epoca, anziché indebolire, dona una nota in più alle performance. La ricerca storica e l’inserimento delle opere nella giusta ambientazione, senza diventare un maniacale mezzo per fare dell’accademia, rende alla musica la sua freschezza e leggerezza spogliandola di tutti gli inutili orpelli che ne mascherano la bellezza. Ecco quindi l’utilizzo di un numero ridotto di orchestrali e coristi, come era nelle possibilità delle chiese tedesche all’epoca di Bach, che porta trasparenza e agilità alle trame polifoniche su cui si elevano le voci dei solisti (tutti davvero molto bravi) e dell’oboe chiamato a sottolineare i passaggi più descrittivi.
Le quattro cantate, tutte del 1724, sono state scelte tra le innumerevoli scritte da Bach, opportunamente visto il periodo, tra quelle di Natale e si può dire si caratterizzano per degli elementi comuni: i solenni corali iniziali e finali, dove è più evidente il contrappunto tra le varie voci, e l’alternanza di arie e recitativi semplici nella loro severità e festosi nel carattere visto l’argomento trattato dai testi che vogliono celebrare la nascita del Salvatore. Personalmente, ma la cosa è del tutto soggettiva, ho apprezzato in particolar modo la terza cantata proposta (opera BWV121) per la particolare resa datane dai solisti.

Unica nota in parte negativa è l’acustica del grande tempio trevigiano che tende ad appiattire invece che ad esaltare l’esecuzione. Evento memorabile, comunque: per la bellezza e suggestione della musica proposta e per la perfetta esecuzione dell’intero ensemble e dei solisti. Credo dobbiamo ringraziare Herreweghe e il suo Collegium Vocale per l’ottima musica donata e per averci trasportato nell’atmosfera natalizia della Germania luterana del ’700, aiutato all’uscita dal vento gelido della serata e dalla neve, ricordo della recente nevicata.

Johann Sebastian Bach
Cantate di Natale
BWV62 “Nun komm, der Heiden Heiland”
BWV91 “Gelobet seist du, Jesu Christ”
BWV121 “Christum wir sollen loben schon”
BWV133 “Ich freue mich in dir”
Collegium vocale Gent
direttore Philippe Herreweghe
Solisti:
Dorothée Blotzky-Mields: Soprano
Ingeborg Danz: Contralto
Christoph Prègardien: Tenore
Peter Kooij: Basso