Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg BWV 988 / Ramin Bahrami (Decca – 2004)
E’ difficile parlare delle Variazioni Goldberg di Bach ed è praticamente impossibile farlo senza nominare Glenn Gould, cioè colui che le ha sostanzialmente tolte dall’oblio in cui erano cadute. Così, oggi come oggi, chiunque avesse la ventura di inserirsi in mezzo a questi due giganti, anzi tre – le Goldberg, Bach e Gould – davvero rischierebbe di fare una figura meschina, schiacciato dall’arte sublime del compositore tedesco, dalla austerità e arditezza tecnica dell’opera e dalla imprescindibile lettura datane dal pianista canadese. Per fortuna qualcuno ogni tanto ci prova e riesce a “confezionare” un’interpretazione non solo degna di essere menzionata, ma che in prospettiva diverrà probabile elemento di confronto per successive incisioni. L’interpretazione in questione è quella riportata in questo disco ed è curioso ed interessante osservare come questo “qualcuno” sia un pianista dalla storia particolare come Ramin Bahrami.
Bahrami è nato in Iran nel 1976. Fuggito da Teheran all’età di 11 anni durante la guerra con l’iraq, ha compiuto i suoi studi a Milano dove, con il maestro Piero Rattalino, si è diplomato al Conservatorio Verdi con il massimo dei voti e la lode. Ora vive vicino a Stoccarda. Per la sua formazione musicale, soprattutto circa la conoscenza dell’opera del Kantor alla quale finora ha dedicato gran parte delle sue energie, oltre che la sua partecipazione ai seminari di interpreti quali Andràs Schiff e Robert Levin è stato fondamentale l’incontro con Rosalyn Tureck che, indubbiamente, come autorità in campo bachiano è imprescindibile: nessuno, infatti, come la pianista statunitense ha consacrato così profondamente la sua vita professionale ad un singolo autore facendone conoscere l’opera nella sua interezza. Accomunandosi in questo a Gould, che ha sempre considerato la Tureck suo punto di riferimento, Bahrami non fa nulla per mascherare questo collegamento, anzi: questo disco è dedicato proprio a lei, che Bahrami stesso definisce “la voce di Bach”. Così nell’ascolto è evidente come egli abbia saputo far propri gli insegnamenti di questi due grandi maestri, pur riuscendo a trovare la propria strada originale.
E’ difficile parlare delle Variazioni Goldberg perché tante cose, forse troppe, sono state dette e scritte su questo capolavoro. Vale la pena accennarne la storia: scritta attorno al 1740 l’Aria con variazioni varie per clavicembalo a due tastiere (questo è il titolo originale) è contenuta in un più ampio Clavierübung che raccoglie diversi esercizi per tastiera, come delle Partite per cembalo, le overture note come Concerto italiano, le Suite francesi e altri brani per organo. Quanto al nome, esso deriva da quello di un allievo di Bach, Johann Gottlieb Goldberg che suonava le variazioni al conte Keyserlingk – ambasciatore di Russia in Sassonia – per combattere la sua insonnia; l’attribuzione appare tuttavia dubbia considerando che Goldberg all’epoca aveva meno di 14 anni ed è davvero improbabile che Bach avesse scritto una partitura di tale difficoltà per un ragazzino.
Comunque sia, se è innegabile che le Variazioni Goldberg sono una cattedrale sonora purissima, dalle impervie arditezze formali ed armoniche, è altrettanto vero che anche orecchie tecnicamente meno esperte ne percepiscono soprattutto la linearità e il solido impianto di base. Ed è proprio questo il segno del genio: riuscire a far sembrare semplice quello che effettivamente non lo è, trattando così profondamente la materia musicale da restituirne soprattutto l’aspetto emozionale piuttosto che la componente tecnica, in modo che l’opera possa essere gustata a più livelli. Bahrami intuisce ed afferra questo concetto e lo restituisce in un’interpretazione nella quale scompone e ricompone la partitura mettendosi al suo servizio, forse contribuendo a chiarire l’annoso dilemma se Bach possa essere eseguito sul pianoforte. Così, certo meno rigorosamente di Gould, egli tratta il pianoforte – pur senza rinunciare ad alcuna delle sue caratteristiche – in maniera quasi clavicembalistica accentuando il ritmo, eliminando “rubato” e “legato” e toccando appena il pedale. In questo modo ciò che emerge è l’essenza propria della scrittura bachiana, il rigoroso ma duttile contrappunto che ne organizza la struttura e la delicata cantabilità che ne leviga le asperità.
Rosalyn Tureck ebbe a dire delle Goldberg: “I don’t play this work as a tour de force, as a dazzling display of technique – I play it as a life experience.”*; con questo disco Bahrami, forse in ossequio alla sua maestra, dimostra di voler affrontare questo lavoro come un viaggio, nella vita e nell’arte. Un percorso che inizia con la magnifica ieratica Aria iniziale, prosegue, si sviluppa nelle 30 variazioni e si conclude con un gesto estremo, definitivo e determinante: la ripresa – che non è ripetizione – di quell’Aria generatrice dell’opera, simbolo della circolarità del tempo e della storia, della fine che è contenuta come un seme già nel principio. Il viaggio vale davvero la pena di essere fatto e Bahrami ne è capace e affascinante cicerone.
* “Non suono questo lavoro come un tour de force, come una abbagliante ostentazione di tecnica – lo suono come un’esperienza di vita.”
Variazioni Goldberg – BWV 988
Ramin Bahrami: pianoforte