articoli della rubrica “live report”

Improvvisazione vocale, concretezza strumentale

Norma Winstone trio: dal vivo 10/02/2007 teatro Eden, Treviso


Impressioni contrastanti quelle che accompagnano gli spettatori all’uscita del teatro Eden dopo questo concerto; pur non potendo certo parlare di delusione – perché in effetti la performance non è stata tale – credo si possa accennare ad “aspettative mancate”. Aspettative che, considerato il valore della Winstone, c’erano tutte.
La vocalist inglese, infatti, rappresenta, già a partire dalla fine degli anni ’60, una sorta di punto di riferimento del movimento jazzistico d’avanguardia londinese avendo intrapreso e sviluppato un personale cammino di sperimentazione vocale applicata all’improvvisazione jazz. Le sue collaborazioni sono numerose e notevoli per importanza: le più note sono soprattutto quelle con i connazionali John Taylor e Kenny Wheeler con i quali alla fine degli anni ’70 ha fondato il gruppo degli Azymuth, ma vanno sicuramente ricordate anche quelle con Dave Holland, Peter Erskine, Fred Hersch e Steve Swallow per il quale ha anche scritto diversi testi. Tra i dischi più interessanti vanno sicuramente ricordato in modo particolare Well kept secret inciso con il pianista Jimmy Rowles e Live at Rocella Jonica inciso con un sestetto particolarmente dinamico e lirico.

La Winstone non possiede una voce particolarmente potente, ma questa carenza viene del tutto compensata dalla sinuosità che la rende invece espressiva ed elastica e per questo adatta all’improvvisazione; è evidente la particolare propensione per i salti di tonalità e per la resa ritmica che rende il suo canto articolato. Proprio questo, secondo me, è mancato in questa serata trevigiana: vuoi per un repertorio magari troppo uniforme e troppo levigato su una routine che non si addice ad una sperimentatrice come lei, vuoi – forse – per qualche problema fisico, la Winstone non ha convinto del tutto: bella l’impostazione, la grinta con cui ha affrontato i brani, ma non del tutto efficace, soprattutto nei brani di matrice jazz come quelli a firma di Kenny Wheeler o di Ralph Towner.
Non sono mancati comunque i momenti emozionanti tra cui vanno ricordati la solare interpretazione di Diana di Wayne Shorter, il blues della bella San Diego serenade magicamente estratta da The heart of Saturday night, secondo disco di Tom Waits o, nel finale del concerto, l’ironica Ladies in Mercedes di Steve Swallow e una appassionata composizione di Glauco Venier.

Senza togliere nulla alla performance vocale che nel complesso resta positiva, vanno elogiati in particolar modo i due comprimari: Glauco Venier si rivela ancora una volta per quello che è, ovvero un pianista molto dotato dal punto di vista tecnico e allo stesso tempo capace di accompagnare con grazia. Piace davvero il suo pianismo fatto di ampi spazi lirici, ma anche di fulminee accelerazioni ed interessanti anche i brani da lui composti. Julian Siegel si rivela musicista attento ed ispirato: il suo sax tenore è morbido e flessuoso, particolarmente adatto ad accompagnare una cantante come la Winstone, mentre con il clarinetto basso riesce a riempire perfettamente gli spazi tonali ai quali la voce non arriva. Dall’impasto di queste tre voci si ottiene una piacevole uniformità che meriterebbe forse un repertorio capace di evidenziarne maggiormente la duttilità.

Norma Winstone: voce
Glauco Venier: pianoforte
Julian Siegel: sax tenore, sax soprano e clarinetto basso



Parole in musica: i Sillabari di Parise

Parole e musica: i Sillabari di Parise 23/01/07 teatro Eden, Treviso

Quando penso a qualcuno degli scrittori che maggiormente sento che rappresentano il “mio” Veneto sono solitamente tre i nomi che mi vengono in mente: Dino Buzzati con la sua vena surrealista, Luigi Meneghello e il suo umorismo amaro e Goffredo Parise con la sua ironia critica e il suo innato senso della poesia fatta di piccole cose.
E proprio di Parise apprezzo in particolar modo il soggetto di questo spettacolo, i Sillabari – che molti considerano il suo capolavoro – ovvero una raccolta di racconti brevi che narrano di sentimenti più che di cose, di suggestioni e di evocazioni piuttosto che degli eventi stessi. Delle “poesie in prosa” le definiva il suo autore, da leggere in solitudine, ma anche adatte a far sentire la loro forza a voce alta.

Proprio da questo credo che gli ideatori (Roberto Citran e Stefano Bellon) di questo spettacolo siano partiti: prendere la prosa piana, sonora, secca di Parise e farne un qualcosa da leggere in pubblico affiancandoci della musica.: nasce così questo progetto alla cui anteprima abbiamo potuto assistere ieri sera a Treviso. Parole e musica, quindi, dove entrambe nell’economia dello spettacolo hanno pari importanza pur non integrandosi molto – se non in un brano – l’una con l’altra. Ma ciò non vuol dire che entrambe non siano state all’altezza o poco significative.
Prima la parola: Vitaliano Trevisan – scrittore vicentino, ma anche sceneggiatore ed attore – ha rielaborato alcuni dei racconti dei Sillabari per adattarli al teatro e lo ha fatto scarnificando ancora di più la prosa di Parise per renderne maggiormente evidente la forza evocativa; con la sua bella voce dal delicato accento vicentino, a tratti quasi declamando o con voce persuasiva per accentuarne la dolcezza, ha reso partecipi gli spettatori della profondità e delle sfumature della scrittura di Parise, in modo particolare nei brani nei quali lo scrittore insiste nella sua quasi incapacità di scrivere oltre.
Di contro, la musica sembra seguire la profondità del testo. La Thelonious Monk Big Band di Dolo è senza dubbio un’orchestra jazz – anzi è una delle più interessanti che ci sono in Italia – ma per gli ascoltatori era evidente che la musica proposta, tutta di brani scritti appositamente per lo spettacolo, era il risultato di due stili diversi come due sono i suoi autori: l’impronta jazzistica più improvvisativa l’ha data Marcello Tonolo, apprezzato pianista e compositore e da alcuni anni alla guida dell’orchestra stessa, quella più “classica” è frutto del lavoro del compositore Stefano Bellon. Le due anime musicali hanno il pregio di amalgamarsi alla perfezione in una compiutezza orchestrale senza sbavature anche se, a tratti, l’esposizione è parsa ingessata più del dovuto in troppo rigidi aspetti formali.

L’orchestra – che vale la pena ricordare annovera tra le sue file buoni musicisti come Michele Polga, Nicola Fazzini, Piergiorgio Caverzan, Mauro Bordignon e Maurizio Scomparin – si è dimostrata molto dinamica, in ottima sintonia e capace di passare dallo swing a situazioni astratte risultando sempre convincente senza particolari problemi o cali di tensione, anche in considerazione del fatto che la musica proposta è molto difficile zeppa com’è di cambi di tempo, di tonalità e di intrecci tra le diverse voci strumentali, ai quali hanno contribuito anche due solisti di rango come Marco Tamburini e Pietro Tonolo.

A fine esibizione, scambiando due parole con uno dei musicisti, ho appreso che era la prima volta in assoluto che le musiche venivano proposte ad un pubblico; visto il buon risultato e l’intensa partecipazione emotiva che ha coinvolto anche gli ascoltatori, si può affermare con convinzione che la Thelonious Monk Big Band ha dato un’ottima prova del suo valore, che Vitaliano Trevisan ha un carisma non comune e che complessivamente lo spettacolo è ben riuscito, sia musicalmente sia nel voler presentare in una veste inedita l’opera, o almeno alcuni spunti, di un autore importante. Uno spettacolo per far riflettere con le parole e allo stesso tempo far divertire con una musica brillante e propulsiva. Davvero complimenti a tutti.

da un’idea di Roberto Citran e Stefano Bellon
Marcello Tonolo dirige la Thelonious Monk Big Band
Vitaliano Trevisan: voce recitante
Marcello Tonolo e Stefano Bellon: musiche originali
Titino Carrara: regia



Regenorchester XII: collisione di menti

Regenorchester XII: dal vivo 11/12/2006, teatro Fondamenta Nuove, Venezia



Quello che si è presentato ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia per la rassegna Risonanze 2006/2007 è da considerarsi un vero e proprio supergruppo della scena d’avanguardia, sia per le grandi esperienze maturate dai suoi componenti, sia per la provenienza degli stessi. La Regenorchester è un progetto in evoluzione costante che si è formato a Londra nel 1995 e che attualmente vede militare nelle sue file cinque tra i più importanti sperimentatori di oggi: guida la formazione il compositore austriaco Franz Hautzinger che esplora con febbrile mobilità le possibilità espressive della tromba a quarti di tono, usandola nel modo meno convenzionale per ricavarne suoni inusuali, ma senza rinunciare a momenti di spiccato lirismo.
Tra i cinque, il nome forse più noto al grande pubblico è quello di Christian Fennesz, musicista viennese di spiccata intelligenza, che nasce chitarrista ma che ha evoluto il suo mondo musicale con l’utilizzo dei laptop, riuscendo con essi a creare melodie, increspature e scenari sonori di grande pathos utilizzando gli scarti e gli errori digitali – glitch, fruscii, disturbi di frequenza – in un intreccio tra analogico e digitale di rara bellezza e partecipazione emotiva (basti come esempio lo splendido Venice, presentato proprio in questo teatro nel 2004). Altro acuto sperimentatore è il chitarrista giapponese Otomo Yoshihide, in bilico tra jazz e punk ed attivissimo nella scena d’avanguardia del suo paese, che con la sua chitarra e i giradischi si rivela un manipolatore attento e particolarmente efficace, soprattutto nella costante operazione di perturbazione dei suoni. Completa la formazione una sezione ritmica al cardiopalma composta dal belga Luc Ex, già collaboratore di jazzisti free quali Han Bennink o di noise-band come i Sonic Youth e dal formidabile batterista australiano Tony Buck, membro di uno dei più interessanti e creativi trii jazz in circolazione ovvero i Necks, e collaboratore di tantissimi musicisti della scena avant-jazz quali John Zorn, Peter Brotzmann e Wayne Horowitz.

I cinque della Regenorchester hanno offerto, in questa ultima data del loro mini-tour europeo, un concerto denso e partecipato, sia per l’alta qualità della musica suonata, sia per l’intenso coinvolgimento emotivo espresso da loro stessi e dal pubblico che ha seguito le evoluzioni sonore con viva attenzione. E’ difficile descrivere la musica prodotta dalla formazione, tanto essa è mutevole e carica delle più diverse ispirazioni e derivazioni: improvvisazione di stampo jazz, sperimentazione, elettronica, rock vengono intrecciati assieme in modo così indissolubile da assumere una compattezza straordinaria e, soprattutto, raggiungendo un’originalità davvero notevole. Sicuramente il loro approccio compositivo ed improvvisativo procede per strati: da una parte la percussione modulare reiterata di Buck – cosa non nuova per lui visto il suo lavoro con i Necks – dall’altra le lame sonore della chitarra di Yoshihide e le cortine di suoni del laptop di Fennesz. Su tutto la pulsazione irregolare del basso di Ex e i grappoli lucenti di note e i riff saettanti della tromba di Hautzinger.
La musica appare come un continuo evolversi, quasi un partire da una materia primordiale che viene via via modellata fino a raggiungere un parossismo controllato che pare sempre sull’orlo di scivolare nel caos puro. Momenti di gran foga, quindi, ma anche tranquilli non-luoghi di quiete, quasi di trance, guidati da Fennesz o da Yoshihide che martirizza in ogni modo i suoi vinili, come nell’ultimo brano in programma dove da una cellula sonora piuttosto ambient si arriva ad atmosfere progressive decisamente energiche, in stile King Crimson degli ultimi anni.

Buona prova quella della Regenorchester nella quale si percepisce lo sforzo di andare verso una ricerca che superi il manierismo e la freddezza che spesso l’accompagna, ma anzi proponendo soluzioni interessanti e coinvolgenti senza per questo rinunciare ad una coerenza programmatica.

Franz Hautzinger: tromba a quarti di tono
Cristian Fennesz: laptop, chitarra elettrica
Otomo Yoshihide: chitarra elettrica, giradischi
Luc Ex: basso elettrico
Tony Buck: batteria, percussioni



Brad Mehldau: dal vivo 02/11/2006, Treviso

foto di Michael Wilson

Brad Mehldau: dal vivo 02/11/2006 teatro Eden, Treviso

E’ un Mehldau parzialmente inedito quello che si è potuto ascoltare giovedì sera a Treviso, soprattutto per chi – come il sottoscritto – lo sta seguendo fin dai sui esordi. Se, infatti, riferendosi a Mehldau si è sempre parlato di un musicista particolarmente votato all’intimismo piuttosto che alla solarità, dopo aver ascoltato questa performance è necessario aggiustare il tiro e focalizzare il suo approccio musicale sotto un’altra luce che non sia solo quella alla quale solitamente si fa riferimento, ossia della lezione di Bill Evans che sicuramente egli ha fatta propria, ma che ha anche superato, riuscendo ad ottenere una formula del tutto personale.
La ricerca musicale è sempre in evoluzione e Mehldau è un musicista in ricerca che segue un suo particolare percorso che può essere tortuoso o lineare, che affronta tappe e conquiste che possono essere riutilizzate nel futuro o abbandonate come esperienze fatte; è successo a molti grandi del jazz ed è abbastanza evidente che ciò accada anche al giovane statunitense. Sono passati, infatti, solo tre anni dalla registrazione del concerto solitario a Tokyo, ma se si paragona quella performance con quanto ascoltato a Treviso – e si presume in tutta questa tournée autunnale – ci si rende conto del cambiamento intrapreso: se in quel disco erano privilegiati l’esposizione melodica e l’atmosfera dominante era quella di una soffusa malinconia, grazie ad una costruzione armonica che privilegia gli accordi in minore, in questa serata trevigiana ciò che è apparso predominante è una ricerca della dinamica – spesso esasperandola – intrinseca nei brani.
Ciò appare subito evidente nell’iniziale Exit music dei Radiohead (il fatto che Mehldau riproponga in chiave jazz brani del repertorio rock credo che oramai non sia più motivo di sorpresa) dove la componente armonica raggiunge un livello di complicazione davvero notevole; il raddoppio delle linee melodiche ottenuto grazie al percussivo ribattere delle singole note, trasforma il brano in un magma ribollente dove la nuda melodia suonata dalla mano destra affiora a tratti quasi lottando contro un mare in tempesta. Operazione alla quale Mehldau – dotato di tecnica straordinaria e di indipendenza di mani assoluta – sottoporrà anche altri brani in programma e che riesce alla perfezione anche se alla lunga risulta un po’ troppo ripetitiva e ridondante; peccato veniale, comunque, considerata l’alta qualità della performance. Ma, riflettendo, questa nuova forma di espressività non è altro che un nuovo tipo di introspezione tramite la quale il pianista contrappone lo sviluppo armonico alla semplice melodia, un modo per andare al cuore del brano partendo da un diverso presupposto.
Un altro gioco che Mehldau propone – anche con le sue famose “introduzioni” – è quello di mascherare il tema così profondamente, anche utilizzando citazioni esterne, tanto da renderlo irriconoscibile per poi palesarlo nella sua essenzialità: lo fa sia con la porteriana It’s all right with me, sia con temi più riflessivi come Retrato em blanco e preto di Jobim, dove, testa china sulla tastiera, lascia libero il suo pianoforte di esplorare i brani da ogni prospettiva, quasi osservasse un prisma sfaccettato, pur restando sempre coerente con il mood specifico dei vari brani. Ciò avviene anche con la delicata Secret love nella quale non c’è segno di complicazioni, ma dove la poesia pura ci fa scivolare sul velluto con la sensazione di trovarsi in un non-luogo che trascende la musica stessa.
La conclusione del concerto è affidata ad una lunga convincente suite in cui convivono My favorite things, che nelle mani di Mehldau – che sanno inventare un incrocio di melodia e contro-melodia davvero magico – diventa un inno gioioso, e le fulminanti ripetizioni dei riff di Paranoid android, esaltante nella sua energica resa e appassionata nella sua dolente melodia. Chi voleva sentire il Mehldau più intimo e romantico è stato accontentato dai tre bis, due standard – I fall in love too easily e No moon at all – e dalla delicata Blackbird dei Beatles che, raffreddati gli animi dopo un’ora e tre quarti di tensione emotiva, hanno suggellato un concerto molto partecipato sia da parte dell’interprete che del pubblico che l’ha seguito con un’attenzione del tutto particolare, quella che solitamente si riserva agli artisti di classe, e l’anti-eroe Mehldau di classe ne ha da vendere.

Exit music (for a film)
It’s all right with me
Secret love
Resignation
Thing of one
Retrato em Branco e Prieto
My favorite things / Paranoid android

I fall in love too easily
No moon at all
Blackbird

Brad Mehldau: pianoforte



La carica espressiva di un eccelso pianista

Kenny Barron trio: dal vivo 30/10/06, Panic Jazz Club, Marostica (VI)

foto di astigmatic.it (clicca per ingrandire)

Kenny Barron fa parte di quel genere di musicisti che, pur muovendosi in un ambito sostanzialmente mainstream, riesce con la sua presenza a caratterizzare i lavori in cui si trova a suonare. Che si tratti di una delle sue numerosissime collaborazioni, di gruppi allargati, di quartetti (come gli Sphere), dell’amato piano-trio o di più intimi dialoghi (da ricordare due gemme come People time con Stan Getz e Night and the city con Charlie Haden) l’impronta del pianista di Philadelphia è precisa e ben identificabile: il suo stile di matrice boppistica è una sintesi particolarmente felice tra gli insegnamenti di Tommy Flanagan, da sempre riconosciuto maestro, e dell’approccio modale di McCoy Tyner fatto di voicing percussivamente ripetuti.
Anche se, forse per la sua modestia, non è particolarmente seguito dalla critica, sono in molti quelli che considerano Barron come uno dei migliori pianisti jazz in attività ed è un piacere assoluto averlo potuto re-incontrare in compagnia di due ottimi musicisti e in un jazz-club, il Panic, che ha fatto delle proposte musicali una questione d’eccellenza. I due compagni sono Kiyoshi Kitagawa, ottimo contrabbassista giapponese dotato di un approccio particolarmente lirico, e il poliedrico batterista cubano Francisco Mela.

Fin dalle prime battute di New York attitude – brano scritto dal leader – è chiaro l’andamento che prenderà il concerto: forte della propria dinamicità e di quella dei colleghi, Barron dà all’esibizione un’impronta estremamente vivace e vitale sfruttando a pieno la formula del trio a lui particolarmente congeniale: i suoi assoli sono sempre lucidi ed espressivi, essenziali e allo stesso tempo ricchi di spunti ed aromi diversi. Nelle trame intessute da pianista hanno libero gioco il suono secco e corposo ma mai impastato di Kitagawa e le poli-ritmie di Mela che però a tratti esagera in esuberanza anche quando essa non è richiesta. Dopo l’arrembante inizio, Barron si inoltra in un delicato brano ellingtoniano ovvero Prelude to a kiss nel quale conferma la sua particolare propensione per le ballad, affrontate e rese con un romanticismo che non diventa mai sdolcinato, anzi che riesce a mantenere l’energia e la solidità che stanno alla base del suo pianismo.
I thought about you è impreziosita da un sognante assolo di Kitagawa che riesce a far vibrare le corde del proprio strumento in modo particolarmente melodico tanto da creare al momento nuovi temi; seguono Um beijo – altro brano di Barron particolarmente ritmico e latineggiante – e Softly, as in morning sunrise dove il piano è reso in modo particolarmente percussivo con una serie propulsiva di block-chords.
Si ritorna a suonare dopo la pausa con un brano di Herbie Hancock, One finger snap, che Barron ironicamente definisce “too much free for me” e che, per non sbagliare, prende ad una velocità folle, cosa che consente a Mela di prodursi in un pregevole assolo che parte da un insistito gioco sul hit-hat; si prosegue con Nikara’s song, delicato brano dedicato da Barron alla nipote in cui ancora una volta si contraddistingue il bassista di Osaka per l’approccio melodico e con un brano – Song in 5/4 – una sorta di contaminazione tra un blues lento e un bolero cubano di cui Barron dice di non conoscere il titolo ma di aver suonato con Yusef Lateef.
Chiude il concerto The very thought of you nel quale Barron magistralmente crea un crescendo, musicale ed emozionale, aggiungendo via via nuovi elementi alla melodia fino a trasformarla in un complicato ed entusiasmante gioco di richiami cangianti. Ma non è tutto. Dopo due ore di concerto c’è ancora posto per la monkiana Well you needn’t in una versione tellurica capace di scuotere fin nel profondo i musicisti e gli ascoltatori.
Sarà un concerto che il pubblico del Panic ricorderà certamente più che positivamente, una lezione di grande jazz da parte di uno dei suoi interpreti più formidabili e allo stesso tempo più umilmente grandi.

New York attitude
Prelude to a kiss
I thought about you
Um beijo
Softly, as in morning sunrise
One finger snap
Nikara’s song
Song in 5/4
The very thought of you
Well you needn’t
Kenny Barron: pianoforte
Kiyoshi Kitagawa: contrabbasso
Francisco Mela: batteria



Luci ed ombre di un gran quintetto

copyright foto: Greenleaf music

Dave Douglas quintet: dal vivo 21/10/06 teatro Eden, Treviso

Partono gli appuntamenti della stagione concertistica dei Teatri di Treviso e partono alla grande con uno degli appuntamenti più attesi della rassegna, ovvero il concerto di Dave Douglas che, non è un mistero per nessuno, è considerato uno dei jazzisti più importanti della scena attuale. Il trombettista e compositore di Montclair (New Jersey) sbarca a Treviso con un quintetto che è lo stesso – con l’eccezione di Scott Colley che sostituisce James Genus al contrabbasso – con il quale ha inciso il suo ultimo disco Meaning and mystery.
Il quintetto appare subito una compagine solida e ben affiatata caratterizzato dal suono liquido del piano elettrico di Uri Caine – timbricamente simile a quanto ascoltato nei gruppi elettrici del Miles Davis sul finire degli anni ’60, pur con l’ovvia rivisitazione in chiave contemporanea – e da una particolare presenza e ricerca del senso del blues. Douglas e i suoi compagni operano, seppur in maniera piuttosto libera, in un ambito che è decisamente di stampo classico dove c’è poco spazio per le esplorazioni d’avanguardia alle quali ci ha abituato il leader nelle sue varie formazioni; è possibile far risalire la fonte ispirativa del quintetto ai gruppi hard-bop come quello di Lee Morgan o di Joe Henderson, senza però rinunciare a strizzare l’occhio ad esperienze più recenti come quella di Tim Berne pur in una struttura formale più definita.

Oltre alla poliedricità del leader, perfetto sia negli stacchi repentini che nelle vellutate ballad, il punto di forza della formazione è senza dubbio il Fender Rhodes di Caine il cui suono vintage è usato come collante per l’interplay collettivo, essendo capace di fornire un groove costante e propulsivo in perfetto accordo con le vivaci ed efficaci poliritmie di Clarence Penn, batterista solido e particolarmente fantasioso. Il punto debole, a mio parere, sta nel tenore di Donny McCaslin che, seppur abbia dato buona prova di sé proprio in Meaning and mystery, dal vivo fa ampiamente rimpiangere l’ottimo Chris Potter; McCaslin, forse non in ottima serata, sfoggia un timbro non particolarmente espressivo, un suono scialbo e senza spessore, con una dinamica limitata al registro medio dello strumento. Se la cosa può funzionare quando suona all’unisono con il trombettista, i suoi intereventi solistici non mi paiono particolarmente efficaci, soprattutto quando si lascia andare a dubbi interventi vaudeville. Altra nota parzialmente negativa è la poco appariscenza del contrabbasso di Colley – strumentista di ottimo valore – non dovuta ad imperizia, ma ad un’amplificazione non proprio ottimale.

Il concerto alterna momenti brillanti ad altri un po’ sottotono: ottimo il secondo brano, un blues lento nel quale Douglas improvvisa una lunga linea melodica molto evocativa dal lirismo misurato seguita da quella altrettanto efficace di Caine; toccante Thomas un tema molto fluido e malinconico dedicato ad un amico del trombettista scomparso, esaltante l’ultimo brano in programma con un Douglas che convince con la velocità e la perentorietà del suo assolo. Molto ben costruita la gioiosa Little Penn, così intitolata in onore della figlia del batterista, dove sarà proprio quest’ultimo ad incantare con la sua concezione ritmica.
Si esce da teatro consapevoli di aver assistito ad una buona performance che però necessità di alcuni piccoli aggiustamenti tramite i quali questi cinque musicisti possano sfruttare a pieno tutte le proprie potenzialità che meritano davvero di emergere in maniera più brillante.

Dave Douglas: tromba
Donny McCaslin: sax tenore
Uri Caine: pianoforte
Scott Colley: contrabbasso
Clarence Penn: batteria



La classe di un modernissimo jazz d’altri tempi

Ron Carter Trio: 25/07/06 dal vivo, piazzetta del Teatro, Mogliano V.to (TV)




Qual è il fascino del jazz? Cosa riesce a far sì che questa musica riesca a proporre brani e stili che a distanza di 40, 50 anni sono ancora in grado di catturare l’attenzione, di emozionare, di restituire tutta la magia di un’epoca? Io non ho una risposta a tutto ciò, come – molto probabilmente – non ce l’ha la maggioranza degli ascoltatori di questo concerto che chiude l’undicesima edizione della rassegna “Jazz & dintorni” di Mogliano Veneto in provincia di Treviso.
Forse questa mia domanda bisognerebbe rivolgerla proprio a Ron Carter, personaggio che – senza alcuna esagerazione – si può dire abbia attraversato e fatto la storia del jazz fin dalla sua prima apparizione nel 1959 nel quintetto di Chico Hamilton, nel quale militava anche Eric Dolphy. Finito il lavoro con Hamilton le collaborazioni di Carter non si contano avendo lavorato con tantissimi nomi importanti quali lo stesso Dolphy, Don Ellis, Randy Weston, Jaki Byard, Bobby Timmons, Thelonious Monk, Cannonball Adderley fino a far parte dal 1963 al 1968 di una delle formazioni più prestigiose del jazz mondiale, ovvero il “secondo” quintetto di Miles Davis con Wayne Shorter, Herbie Hancock e Tony Williams. Da allora, suonando oltre al contrabbasso anche il violoncello, ha inciso un grandissimo numero di dischi con le più diverse formazioni, essendo un musicista molto richiesto e rappresentando un costante punto di riferimento, storico e tecnico, non solo per i contrabbassisti, ma per chiunque voglia avvicinarsi al jazz.

Una delle sue ultime registrazioni per la Blue Note si intitola The golden striker ed è stata effettuata proprio con i due musicisti con cui abbiamo avuto il piacere di ascoltarlo qui a Mogliano, ovvero Mulgrew Miller e Russell Malone. Il primo – classe 1955 – è un ottimo pianista di derivazione tyneriana e tra le buone collaborazioni ha avuto l’occasione di far parte proprio del quintetto di quel Tony Williams sopra citato. Il suo pianismo è essenziale e si basa su una solida costruzione modale che arricchisce con lunghe linee melodiche e con un fraseggio fluido e preciso. Russell Malone è nato nel 1964 in Georgia e fin da piccolo è affascinato dalla chitarra; i suoi interessi sono dapprima orientati verso il blues e il country, ma l’incontro con i dischi di Wes Montgomery e Kenny Burrell lo fa avvicinare al jazz. E’ dotato di un suono raffinato e personale e di un controllo dello strumento davvero magistrale che ne fanno un ottimo accompagnatore, ma anche un versatile e coinvolgente solista.
Elegantissimi nei loro completi grigio scuro e – nonostante il caldo – impeccabili in giacca e cravatta, i tre musicisti si sono presentati sul palco della piazzetta del Teatro davanti ad un nutrito pubblico di appassionati e hanno dato vita ad un concerto molto “classico” nell’impianto e nelle proposte: Carter, in effetti, pur non avendo disdegnato una moderata sperimentazione, resta un musicista mainstream, estetica che – lasciamo che ne dicano gli assertori dell’avanguardia ad oltranza – ancora è ben presente fattivamente nel jazz d’oggi. Si sono susseguiti brani originali scritti dal leader e classici come Willow weep for me o My funny Valentine in una versione particolarmente scarnificata dove si è potuto apprezzare in particolar modo il lavoro del pianista.
Un lungo brano per solo contrabbasso ha dato la dimostrazione pratica – se ancora ce n’era bisogno – all’abilità di Carter che sa essere ottimo accompagnatore, ma che è in grado di sostenere la scena anche da solo con la profondità del suo stile, perfetta fusione di eleganza e di sintesi delle istanze maturate in decenni di frequentazione delle scene jazz; ciò che non viene mai meno è la costante spinta del suo swing, tra improvvisazione e ricerca melodica ottenute sempre con una fluidità impressionante.
Richiamato a gran voce dal pubblico entusiasta, il trio ha regalato due bis superlativi: prima Bags’ groove un bel blues di Milt Jackson dove Carter ha potuto sfoggiare il suo “walking bass” da manuale e per ultimo il dolcissimo Softly as in a morning sunrise che hanno lasciato nelle orecchie del pubblico quel bel sapore di una performance “vecchio stile”, divertente, suonata a livelli superlativi da tre musicisti di altissima classe ai quali sono stati tributati calorosissimi applausi tanto da sorprendere i musicisti stessi.

Ron Carter: contrabbasso
Mulgrew Miller: pianoforte
Russell Malone: chitarra



Jarrett a Venezia: la recensione!

Keith Jarrett: piano-solo dal vivo 19/07/06, Gran Teatro La Fenice, Venezia




“Don’t worry, take a breath”. Uno aspetta Keith Jarrett per mesi e poi incontra un Jarrett che non si aspetta; sembra un gioco di parole, ma in realtà è proprio quello che è successo ieri sera alla Fenice di Venezia.
Anche se in questa serata veneziana ha praticamente dimostrato il contrario, il pianista di Allentown – è noto – si presenta con una nomea di uomo scontroso, capriccioso, il cui rapporto con la platea è quasi di algido distacco; così un po’ per questo un po’ per i continui avvisi sul fatto che la serata sarebbe stata registrata, la tensione presente nel teatro era facilmente percepibile da tutti e serpeggiava tra le signore in abito da sera, tra i compassati personaggi in giacca e cravatta o tra i più informali appassionati, richiamati tutti a Venezia da questa serata memorabile. E l’ha percepita sicuramente anche Jarrett nel momento di entrare in teatro quando si è trovato di fronte un pubblico sì plaudente, ma anche una sorta di muro d’ansia.

Jarrett ha dichiarato spesso che le prime note suonate sono le più importanti perché danno l’indirizzo a tutto il concerto: questa volta, invece, più che la musica hanno potuto le parole, proprio quelle parole “don’t worry, take a breath” con le quali il pianista si è rivolto al pubblico appena messo piede sul palcoscenico. Immediato l’incrocio di sguardi con il mio amico Alessandro come a dire “ma è proprio lui?”… sì perché una confidenza simile con il pubblico da Jarrett non te l’aspetti.
Risolto – o almeno addolcito – il rapporto con l’audience, a Jarrett non resta che dedicarsi alla musica; al contrario di quanto succedeva anni fa, i suoi concerti per piano-solo non sono più un lungo flusso di coscienza – esperienza arricchente ma anche molto dispendiosa quanto ad energie fisiche e psichiche – ma una serie di improvvisazioni di diversa lunghezza e stile, come documentato in Radiance, ultimo disco ad ora pubblicato. Anche a Venezia lo schema si ripete: il concerto si è svolto in due tempi da circa 45 minuti ciascuno più tre bis.
In un silenzio tombale, Jarrett parte una prima improvvisazione molto complicata: mani larghe sulla tastiera ad esplorarne i due estremi con un affastellarsi di accordi dissonanti. Dalla mia posizione potevo vedere molto bene le smorfie del volto, quasi la sofferenza del momento creativo, dello sforzo di trovare la nota giusta, la linea melodica più soddisfacente, l’appiglio più adeguato. L’esplorazione prosegue con una serie di scale a disporre quasi una fuga tonale ma sempre mantenendo inalterata la spinta ritmica; si alternano sprazzi parossistici a momenti di quiete, brilla un’oasi melodica – con il pianista che canta la melodia – quasi da Barcarole chopiniana con cui il lungo brano va a morire pian piano. Neppure il tempo di pensare sul da farsi che si riparte con una veloce cascata di accordi aspri e complicati in un nuovo brano veloce e nervoso. Poi il flusso di musica si interrompe e il pubblico resta immobile non sapendo se applaudire; è lo stesso Jarrett – sorprendentemente – ad invitarci al battimani dicendo pressappoco “ho bisogno di tempo per pensare a cosa suonare dopo, e se voi non (fa il gesto di battere le mani) io non posso (fa il gesto di suonare il piano). Relax yourself, I can’t do it”. E’ il divo che si umanizza, che cerca il contatto con il pubblico, che sopporta anche che dalle prime file squilli un cellulare, ripetendone pure le note della suoneria sul pianoforte. Per fortuna è avvenuto in un momento di pausa… non oso sapere quale sarebbe stata la reazione se fosse successo durante la musica!
Il terzo pezzo è quanto di più classico ci ha abituato Jarrett, quello che fa venire i brividi che puntualmente si presentano mentre scrivo le mie note sul taccuino: si parte con un giro di blues mozzafiato, lungo, articolato, con la mano destra che inventa modulazioni e la sinistra che tiene solidamente il ritmo fino a trovare un pedale che conduce lentamente ad un momento più riflessivo prima di trasformarsi in una variazione tematica. Qui non c’è bisogno di sollecitazioni: l’ovazione arriva da sola! La prima parte prosegue e si conclude con un brano molto pacato e dolce, quasi una ninna-nanna, uno di quelli che si fatica a credere siano improvvisati, un canto di gioia, di freschezza, di liberazione a cui fa eco il quinto blocco che ha un sapore boppistico – quasi uno stride – carico di citazioni provenienti da tutta la storia del jazz ed esaltato da un ritmo che trascina assieme al battere del piede sul palco e che porta alla meritata pausa.

L’inizio della seconda parte è lento grazie ad un’esplorazione pensosa costruita su blocchi di note, melodie strappate, scale, trilli. E’ un momento interlocutorio che sembra stenti a decollare, con il pianista che cerca nuovi stimoli ispirativi. Poi nel blocco successivo accade un’altra cosa anomala: mentre affronta un gioco velocissimo di scale, parte l’imprecazione “oh shit!”. Jarrett si alza e se ne va massaggiandosi contrariato una mano… ho visto il panico in certi sguardi. Poi rientra quasi subito dicendo di aver sentito un rumorino ad un dito e tenendo uno spartito in mano: “nei miei concerti improvviso” – dice ancora il pianista – “questo spartito lo vedo oggi per la prima volta, quindi è una specie di improvvisazione anche questa”. Si tratta di una pagina dal Mikado di Gilbert & Sullivan trattata con rispetto e suonata con innegabile trasporto.
Qualcosa nel concerto è cambiata: il rapporto col pubblico si è fatto ancora più cordiale, Jarrett si lascia andare e le smorfie sulla sua faccia fanno capire che il fluire delle note è più rilassato e non più improntato a quella sofferenza auto-maieutica vissuta nella prima parte. Si prosegue con una improvvisazione che si regge su una bella serie di accordi improntati ad una delicata liricità e con un ultimo blues costruito su un solidissimo pedale con il pianista – impossibilitato a stare fermo come gran parte del pubblico – in piedi ad ondeggiare, quasi a ballare una musica che si è fatta terrosa, materica che conclude la parte “ufficiale” del concerto.
Gli applausi sono ora scroscianti, il pubblico ha capito di aver assistito ad una performance memorabile per intensità emozionale e comunicativa, ma come spesso accade nei concerti di Jarrett, il meglio deve ancora venire. E il meglio sono i bis: il primo è la tradizionale My wild Irish rose – già proposta nel disco The melody at night, with you – trattata da Jarrett in modo da esaltarne la delicata melodia, ad essa segue lo standard Stella by starlight – brano che rappresenta un omaggio a Miles Davis che spesso l’aveva proposto – dove si ripete la magia di un uomo che con il suo pianoforte vive e fa vivere il desiderio feroce di affermare la propria arte. L’ultimo bis è la splendida Blossom tratta da uno dei dischi jazz che amo di più in assoluto, ovvero Belonging inciso con il “quartetto europeo”, un capolavoro riproposto in maniera magistrale, un’emozione che colpisce nel profondo e che ci fa lasciare il teatro in una sorta di trance ipnotica.

Anche se io sono parecchio scettico in tema, come detto in precedenza, gli organizzatori hanno annunciato che da questo concerto nascerà un disco: io spero che esso conterrà tutta la serata, senza alcuna esclusione, compresi i commenti di Jarrett. Sono certo che solo così facendo si potranno riportare tutte le emozioni intense provate e soprattutto si avrà un ritratto molto diverso e personale del pianista, cosa che difficilmente si riesce a capire dalle altre registrazioni.
Lo so: questa recensione è troppo lunga, ma ho voluto raccontare interamente la serata perché le emozioni sono state molte, molto intense e difficilmente ripetibili. Se siete arrivati a leggere fino a qui significa che la vostra voglia di carpirne almeno una parte tramite le parole di un altra persona supera la fatica della lettura e, come ringrazio Jarrett per la serata, ringrazio voi per la cortesia.

Keith Jarrett: pianoforte
Una nota sulle foto: lo sappiamo, Jarrett non sopporta di essere fotografato durante le esibizioni, soprattutto con il flash che disturba il suo flusso creativo. Questo atteggiamento può sembrare esagerato, ma lo capisco. Quanto alle mie foto, ne ho scattate una trentina e tutte ovviamente senza flash (pena la probabile interruzione immediata del concerto!); ho scattato nei momenti di pausa durante gli applausi per non disturbare con il rumore dello scatto. So di non aver rispettato il volere dell’artista, ma credo almeno di aver fatto di tutto per arrecare meno disturbo possibile.



Jazz con un quintetto di altissimo livello

foto di astigmatic.it (clicca per ingrandire)

Enrico Rava quintet: dal vivo 20/06/2006 Villa Farsetti, Santa Maria di Sala (Venezia)

Non è la prima volta che mi capita di assistere ad un concerto di Enrico Rava, anche se è la prima con questa formazione e come ogni volta l’incontro con quello che oramai è considerato il più famoso jazzista italiano e con la sua musica non delude. C’è poco da fare: ci sono personaggi la cui bravura e professionalità sono tante e tali che semplicemente non consentono loro performance che non siano ottime sul piano tecnico e, cosa anche più importante, su quello emozionale. E il tutto con una facilità ed una rilassatezza disarmanti. Credo infatti che sia proprio questa la cifra distintiva di questo concerto: il divertimento, soprattutto quello dei musicisti dato dal suonare assieme che si trasforma di conseguenza in divertimento per il pubblico presente che quell’armonia la percepisce e la fa propria.

Rava si presenta a Santa Maria di Sala con un quintetto in parte inedito: sono conferme, infatti, sia la presenza del trombone di Gianluca Petrella – giovane talento pugliese scoperto e lanciato proprio da Rava e oramai affermato protagonista della scena jazz internazionale – sia quella di Roberto Gatto, ovvero uno dei batteristi migliori (forse il migliore) che il jazz italico possa vantare. Le sorprese vengono dal resto della sezione ritmica nella quale troviamo al pianoforte Andrea Pozza, quarantenne genovese con alle spalle numerose e prestigiose collaborazioni con un grande numero di jazzisti importanti, e al contrabbasso Francesco Ponticelli – altra “scoperta” di Rava – giovanissimo musicista che non ha fatto rimpiangere l’indisponibile Remé Vignolo.
Il gruppo è apparso subito molto affiatato e desideroso soprattutto di trovare la maggiore intesa possibile, offrendo una performance davvero notevole per intensità e qualità, riuscendo inoltre a valorizzare le caratteristiche individuali di ciascun musicista senza snaturare l’essere gruppo. Allora la vena più intensamente free di Petrella si mette al servizio del suono d’insieme, Andrea Pozza carica i brani di uno swing irresistibile, Ponticelli – per nulla preoccupato per la chiamata all’ultimo momento – svolge il suo lavoro di accompagnamento in modo molto ordinato prendendo anche dei buoni assoli. Roberto Gatto col suo fare sornione sostiene il ritmo in modo perfetto lasciando “suonare” i compagni, mentre Rava semplicemente più invecchia e più suona meglio.

Si inizia con due brani scritti dal leader, prima una morbida ballad (Algir dalbughi) seguita da Tu-tu (non fidatevi di questo titolo che è l’unico di cui non sono certo) caratterizzata da un groove molto dinamico e da pregevoli effetti in stile dixieland negli incroci tra tromba e trombone. Molto bella la successiva Over the rainbow che nel finale si trasforma in un duo tromba/trombone per riproporre in modo mirabile Art deco di Don Cherry. Si prosegue con altri due brani tratti da Easy living – uno degli ultimi album incisi da Rava per l’ECM – ovvero la riflessiva Traveling night con le sue lunghe linee nelle quali Pozza e Petrella possono sfoggiare il loro lirismo e Sand, omaggio evidente a Duke Ellington con il tema di Caravan che appare e scompare lungo l’esecuzione. Il concerto si conclude con la tensione di Nature boy, oramai un brano sempre presente nei concerti del trombettista, con l’allegria contagiosa di Happiness is to win a big prize e con i bis: la classica Poinciana nella quale viene coinvolto il pubblico e The theme, ovvero il breve stacco con cui Miles Davis era solito finire i suoi concerti negli anni ’50 e ’60.
La sensazione a fine concerto è quella di chi sa di aver assistito ad una ottima performance, giocata sulla misura e sulla voglia di coinvolgere l’ascoltatore in qualcosa di bello, di semplice e allo stesso tempo complesso, dove la ricercatezza stilistica è particolarmente curata senza scadere in sterile affettazione e dove conta molto il desiderio di piacere senza stupire. Gran concerto, ma con Rava e questi quattro musicisti mi sarei stupito del contrario.

Algir dalbughi
Tu-tu
Over the rainbow
Art deco
Traveling night
Sand
Nature boy
Happiness is to win a big prize
Poinciana
The theme
Enrico Rava: tromba
Gianluca Petrella: trombone
Andrea Pozza: pianoforte
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Roberto Gatto: batteria



Yo la Tengo: un trio in bilico tra noise e melodia

Yo La Tengo: dal vivo 30/05/2006, Estragon, Bologna

Gli Yo La Tengo mi hanno dedicato una canzone… insomma, più o meno! La cosa è successa ieri sera al loro concerto in quel di Bologna, in un locale – l’Estragon – uso palestra, dall’acustica decisamente pessima, disperso nella periferia della città dove per gli affamati avventori arrivati con congruo anticipo è stato impossibile avere alcunché di commestibile oltre ai beveraggi.
Comunque, venendo alla cronaca, possiamo tranquillamente saltare a piè pari la sterile monotonia della guest-band, tali Julie’s Haircut, che da par loro hanno dimostrato come sia pressoché inutile essere in sette sul palco se ciascuno dei sette conosce una sola nota e la ripropone incessantemente durante tutta l’esibizione.
Di ben altro livello – ovviamente – sono gli Yo La Tengo che, al contrario, rendono evidente come anche un organico di tre persone possa produrre un impatto sonoro potente e convincente; del resto da una delle band più importanti ed intelligenti dell’alternative-rock non ci si poteva aspettare di meno. Il sodalizio, infatti, si regge in piedi così bene – e fin dal 1984 – in quanto Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew possono vantare un’ottima conoscenza tecnica dei loro strumenti e un affiatamento ottimale: Georgia alla batteria è solidissima nel condurre la band, così come James che quando imbraccia il basso produce dei riff fulminanti a cui è ben difficile sfuggire. Ira, invece, è l’anima inquieta del gruppo, quello che non sta mai fermo, che salta sul palco maltrattando i suoi strumenti infiammando animi e sound.

Il concerto inizia con un brano tratto dall’ultimo disco che uscirà a settembre (il titolo, frutto della solita ironia, sarà I Am Not Afraid of You and I Will Beat Your Ass), ovvero un’invettiva politica contro i “motherfuckers” che usano le bombe per pacificare il mondo, un inedito ritmo funk mozzafiato con tanto di esplosioni acide prodotte dalle tastiere old-fashion, ovvero un Farfisa e una Ace-Tone da archeologia pura. E’ subito chiaro che tipo di taglio la band vorrà dare alla performance: brani tirati, a volte rabbiosi, quasi a compiere un passo indietro nella loro storia e riproporre le atmosfere dei loro primi dischi (penso soprattutto a President Yo La Tengo e May I sing with me) quando strizzavano l’occhio ai Sonic Youth e alla loro de-costruzione del suono tramite l’esaltazione del noise.
Così, lasciate da parte le raffinatezze tecniche da studio di registrazione e data una notevole ruvidezza al suono, il concerto prosegue tra brani ancora inediti e altri presi dagli ultimi dischi I can hear the heart beating as one e And then nothing turned itself inside-out, alternando momenti parossistici ad oasi di quiete in cui la fanno da padrone le canzoni nelle quali la band eccelle, ovvero le narcotiche e malinconiche ballad che si reggono in piedi su scarni accordi e sulle voci evocative di Georgia e Ira che spesso si intrecciano a quella di James in gustosi contro-canti. I brani sicuramente da ricordare sono un paio di quelli nuovi di cui non conosco il titolo che, come spesso accade con le canzoni degli Yo La Tengo, sono costruiti sul doppio binario del rigore ritmico e della libertà espressiva soprattutto delle chitarre di Kaplan spesso in distorsione, tra psichedelia e un occhio alla tradizione folk statunitense. Molto bella per il suo valore emozionale l’onirica Tears are in your eyes e dalla parte opposta la cover di Little Honda dei Beach Boys che nelle mani di Kaplan e soci diventa una furiosa cavalcata dove il chitarrista può sfogare a pieno il suo spirito distruttivo riversando sulla platea tonnellate di feedback e noise, di quello cattivo che intontisce e fa fischiare le orecchie fino al mattino dopo (cosa che puntualmente si è verificata).

Finito il concerto è il momento dei bis e qui, in un raro momento di silenzio, il sottoscritto chiede a gran voce Stockholm syndrome uno dei miei brani preferiti; Kaplan afferra il suggerimento (ero in prima fila!) e mi dedica… You can have it all, cover di un brano disco-music (contenuto in And then nothing turned itself inside-out) splendido esempio di come tre voci possano essere efficaci anche solo con l’aiuto di una batteria. Richiamati ancora sul palco per un altro bis, gli Yo La Tengo ci regalano ancora due magie: la prima è Tell me when it’s over, scritta da Steve Wynn per i suoi Dream Syndicate, ipnotico riff della chitarra elettrica e perfetto intarsio per affinità tra le due band, la seconda l’indolente e contagiosa Our way to fall che si è ficcata in testa col suo “we’re on our way to fall in love” e ci ha accompagnato alle auto.
Concerto molto bello, ricco di spunti, stordente sia per l’alta gradazione elettrica sia per quella emozionale che dimostra ancora una volta che gran gruppo siano gli Yo La Tengo, efficace, capace, solido; non per nulla solo ai vertici “indie” da così tanto tempo. E meritatamente.

Ira Kaplan: chitarre, tastiere, batteria, voce
Georgia Hubley: batteria, tastiere, voce
James McNew: basso, chitarre, tastiere, voce