articoli della rubrica “live report”

Tra i mari tempestosi dello spirito e della musica

Vinicio Capossela: dal vivo 15/12/2011 basilica dei Frari, Venezia

dal vivo a Verona (dal sito www.viniciocapossela.it)

Partiamo, innanzitutto, con le note negative così mi tolgo il pensiero: va bene la basilica dei Frari, va bene la location prestigiosa e l’afflato mistico, ma viene da chiedersi se è davvero opportuno proporre un concerto in questo luogo, soprattutto in considerazione del fatto che Vinicio nei suoi spettacoli punta molto anche sulla dimensione scenica/teatrale. Perché è proprio questa che è venuta a mancare - vista la presenza del coro ligneo a centro basilica che impedisce, di fatto, la visione dell’altare maggiore – almeno per tutti coloro che sono stati costretti (a un prezzo non proprio “popolare”) a vedere gran parte del concerto tramite i maxi-schermi. Per fortuna al momento dei bis tutti si sono potuti assembrare nella zona più favorevole e godersi almeno una parte del concerto senza alcuna mediazione video.
Detto questo e non criticando per nulla – anzi! – la magnifica bellezza della chiesa veneziana e neppure la discreta acustica (non è per niente facile amplificare i suoni in uno spazio sostanzialmente vuoto lungo 100 metri e alto 25!) passiamo alla cronaca vera e propria di quanto ascoltato giovedì sera.

Era ovvio aspettarsi che buona parte del concerto fosse incentrato sull’ultimo lavoro discografico di Capossela, ovvero Marinai, profeti e balene, uscito ad aprile di quest’anno e decisamente adatto per essere riproposto dal vivo come un grande concept-album, soprattutto in virtù della sua compattezza, più letteraria e d’ispirazione che musicale, a dire il vero. E così è stato. L’altare maggiore della basilica dei Frari, dominato dalla sfolgorante Assunta del Tiziano, viene così scenograficamente trasformato nella tolda di un vascello ottocentesco, da cui capitan Vinicio e la sua improbabile ciurma musicale –  complice anche l’austerità gotica della basilica – possono dare una deriva spirituale / marinaresca a quello che, più che un concerto, assomiglia ad un viaggio all’interno di noi stessi. Un viaggio che rappresenta le nostre paure, che ci fa sfiorare quella che è la dannazione, ma che subito ce ne affranca e ci fa intravvedere che c’è una salvezza e indicandocene la strada nel rivolgersi ad un essere superiore (in qualsiasi modo noi vogliamo chiamarlo) disposto a darci almeno un po’ della sua grazia.
E’ lo stesso Capossela a ripeterlo diverse volte: il concerto è il viaggio, e il viaggio è il rapporto dell’uomo con le cose più grandi di sé e in questo percorso - e conseguentemente nelle canzoni che il cantautore ha scelto per rappresentarlo – c’è sì la dimensione della sua perigliosità, ma anche la tranquillità che alla fine la speranza c’è sempre.

Dal punto di vista musicale è evidente che Capossela abbia perso un po’ della sua lucida follia e una buona parte della sua simpatica cialtroneria, mettendo da parte l’amore per i ritmi latini e tropicali e dando maggiore risalto ad elementi presi dalla musica europea, sia essa tradizionale o di derivazione colta, con echi classici piuttosto accesi. Quello che, comunque, colpisce è il filo logico che lega i brani tra di loro, quasi a sottolineare che a elementi testuali comuni debbano corrispondere anche elementi musicali, in una sottile concatenazione che dà unitarietà al concerto, suonato senza interruzioni o intervalli per non spezzare la tensione e per impedire al pubblico di riemergere dal mare fatato popolato di mostri marini, di fantasmi, di traditori e peccatori.
Nella penombra di luci bianche e blu e di innumerevoli candele accese, il concerto, per lo più costruito con le canzoni di Marinai, profeti e balene inizia con le note grevi de Il grande Leviatano, quasi un preludio a quanto sarebbe poi seguito: L’oceano oilalà e Dalla parte di Spessotto (da Ovunque proteggi) inframmezzati dalla lettura di un brano del Moby Dick, danno una nota giocosa prima di immergersi nelle claustrofobie di Lord Jim, nei neri racconti Ebenezer, Enoch, Elìa e Edna di La faccia della terra (da Da solo e ottimamente resa dal vivo), nel delirio religioso di Non trattare (ancora da Ovunque proteggi), nel fatalismo di Billy Budd, fino a toccare il punto più oscuro di tutto il concerto con il trittico terribile di La bianchezza della balena, I fuochi fatui e le lamentazioni di Job.
Se la bandistica Goliath e i divertissment di Polpo d’amor e Pryntyl (da non perdere il riferimento all’attualità con le sirene che festeggiano le dimissioni di tale re Nettuno!) danno una nota di movimento al concerto, presto esso si impantana in una bonaccia limacciosa e onirica con La Madonna delle conchiglie (molto suggestivi gli interventi di Mauro Ottolini con varie conchiglie), La lancia del Pelide, il coro Lasciatemi morire dal Lamento di Arianna di Monteverdi (sepolto proprio in una cappella della basilica), Le pleiadi, e Dimmi Tiresia. Si emerge da questo immobilismo conradiano solo alla fine del concerto con Nostos – trasposizione del dantesco canto di Ulisse – e con la splendida S.S. dei naufragati, legame evidentissimo tra l’ultimo lavoro e Ovunque proteggi.

A questo punto il concerto termina e al cantautore, pianista, chitarrista –  ma soprattutto narratore – e alla sua band non resta che liberarsi dei panni marinareschi e, acclamati a suon di applausi, donare qualche bis: si parte con la gioiosa L’uomo vivo, quasi a sottolineare la rinascita ad una nuova condizione, la sempre splendida Ovunque proteggi e Il ballo di San Vito, ripescata dalla “preistoria” (“ma sempre di un santo si tratta” dice Capossela presentandola). Dopo l’ennesimo richiamo in scena resta il tempo per  quietare gli animi con Le sirene e Non c’è disaccordo nel cielo (ancora da Da solo) che chiudono la serata con una scia di tiepida e lucente poesia: “grazie a voi che siete il mare profondo dove questa barca può prendere il largo“. E ancora una volta chapeau monsieur Capossela, chapeau.

Il grande Leviatano
L’oceano oilalà
- brano dal Moby Dick di Melville
Dalla parte di Spessotto
Lord Jim
La faccia della terra
Non trattare
Billy Budd
La bianchezza della balena
I fuochi fatui
Job
Goliath
Polpo d’amor
Pryntyl
La Madonna delle conchiglie
La lancia del Pelide
- Lasciatemi morire (dal Lamento di Arianna di Monteverdi)
Le Pleiadi
Dimmi Tiresia
Nostos
S.S. dei naufraghi
L’uomo vivo
Ovunque proteggi
Il ballo di san Vito
Le sirene
Non c’è disaccordo nel cielo
Vinicio Capossela: voce, pianoforte, chitarra
Alessandro “Asso” Stefana: chitarre, banjo
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Vincenzo Vasi: percussioni, harmonium, theremin
Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, percussioni
Zeno De Rossi: batteria, percussioni
Coro degli Apòcrifi

 


Tuxedomoon on the road: Firenze

Tuxedomoon: dal vivo 05/07/2011 – anfiteatro delle Cascine, Firenze

Chi ha frequentanto questo mio spazio sa bene che per il sottoscritto parlare dei Tuxedomoon più che fare della critica musicale (sempre ammesso che io l’abbia mai fatto!) è una specie di professione di fede. Da troppo tempo, ormai, bazzico ed amo il mondo della luna in frac per poter descrivere con obiettività un loro concerto: al massimo posso usare il metro di giudizio di un appassionato che, già da primo contatto più di 25 anni fa con il loro primo disco è rimasto affascinato dalla loro musica, dai loro suoni, dal loro modo di presentarsi e di presentare il loro mondo variegato.
E’ questo ciò che mi colpisce di questa band: la loro capacità di essere passionali e glaciali allo stesso momento, di saper far condividere romanticismo e distacco, cinismo e voglia di trovare il bello in qualunque aspetto dell’esistenza. Tutto questo in un connubio musicale di alto livello che non ha punti di riferimento evidenti, ma che attinge alle più diverse ispirazioni – musica colta, rock, etnica, elettronica di ricerca – senza farsene un problema e senza esplicitarne nessuna, bensì ricreandole e ricomponendole a proprio piacimento, lasciando all’ascoltatore – se ne avesse l’esigenza – il compito di risalire alle origini. Me lo confermava qualche anno fa lo stesso Peter Principle: “alcune persone vogliono lavorare nelle categorie, ma sono affari loro; noi cerchiamo di lavorare sopra e attraverso di esse così è davvero difficile per la gente classificarci, così come è difficile per noi classificarci noi stessi. Quando qualcuno ci chiede a che tipo di musica assomiglia la nostra non saprei da dove cominciare a rispondere“.

I 4 Tuxedomoon (5 se contiamo il “factotum” Bruce Geduldig) non sono certo musicisti di primo pelo avendo attraversato oramai da più di 30 anni la storia della musica – dalla ribollente scena di San Francisco di fine anni ’70 dove incarnavano l’avanguardia più colta ed intelligente, fino alle ultime tendenze – muovendosi in una dimensione del tutto personale; così, verrebbe da chiedersi, cosa resta di originale ed innovativo nella musica della band? E di conseguenza: quanto di tutto questo si riflette nei concerti? Probabilmente tutto e niente. “Tutto” nel senso che i Tuxedomoon sono e restano loro stessi con il loro sound inconfondibile, le loro suggestioni, le loro aperture melodiche e le loro incursioni nel noise. “Niente” nel senso che gran parte della carica rivoluzionaria è andata perduta – ed è pure normale che sia così dopo 30 anni di attività! – per lasciare lo spazio ad una routine, seppure di alto e cristallino livello.
Allora concerto per soli fans, nostalgici degli anni che furono? Proprio per niente! Concerto sicuramente interessante e piacevolmente coinvolgente sia per chi conosce la band da anni, sia per chi li ha scoperti da poco, magari proprio in questa serata fiorentina: i primi hanno ritrovato tutto il mondo a cui sono abituati, seppur molto più “grezzo” rispetto alle ricercatezze sonore che si possono ascoltare nei dischi, i secondi si sono trovati di fronte ad un gruppo compatto, musicalmente di altissima qualità, capace di “aggredire” l’ascoltare con il loro suono tagliente, raffinato e piacevolmente retrò. E se chi li conosceva lo sapeva già della loro capacità di coinvolgimento assoluto dal vivo, gli altri hanno incontrato quattro musicisti di altissima caratura che giocano con la “forma canzone” stravolgendola e dandole via via nuova dimensione come una sorta di suite lunga le 2 ore di concerto.

Quella di Firenze è stata la prima tappa del mini-tour europeo 2011 per la presentazione del disco Unearthed (già contenuto del cofanetto 77o7tm del 2007), ovvero  una raccolta di demo e tracce live provenienti dal ventennio 1977-1997. Proprio in quest’ottica rientra la scaletta del concerto che contiene solo tre tracce dall’ultimo disco in studio (Vapour trails – 2007), ovvero Muchos colores, Still small voice e Dizzy e una sola, Baron Brown da Cabin in the sky del 2004. Il resto dei brani proviene da registrazioni storiche del gruppo, in molti casi non molto frequentati dal vivo, a sottolineare questo legame tra il passato e la sua riproposizione nel moderno. Unica – e dolorosa – esclusione i pezzi da Desire (1980).
Il concerto inizia con una classica apertura anni ’80, ovvero Prélude/Allemande bleue seguito da Courante marocaine che mette subito in evidenza – se ce n’era ancora bisogno – l’istrionismo di Reininger al canto e al violino; tocca poi a Brown raffreddare gli animi con un rilassata Muchos colores prima di immergersi nella prima parte di Boxman, incubo metropolitano di un uomo inghiottito da una scatola trovata per strada, affidata alla voce e ai filmati di un ottimamente ritrovato Bruce Geduldig. Everything you want (singolo proveniente dalla rara compilation Subterranean modern del 1979) e Still small voice hanno il compito di scaldare nuovamente gli animi invitando al movimento con i loro ritmi pulsanti; da Half mute arrivano in sequenza le classiche Fifth column e Tritone (Musica diablo) sottolineate da splendide immagini animate tratte dai quadri di Hieronymus Bosch, seguite da entrambi i brani dall’EP Time to lose / Blind che – con il loro fare ipnotico e assieme alla seconda parte di Boxman – fanno piombare l’audience in un’atmosfera surreale che spetta alla successiva Baron brown dissolvere. The waltz ha, come sempre, il compito di gelare la platea con il suo incedere glaciale prima della sorpresa, ovvero una Joeboy (the electronic ghost), b-side del primo singolo della band, particolarmente acida. La chiusura del concerto è stata affidata ad una bellissima Atlantis (da Ship of fools – 1986), dalla terza parte di Boxman e dalla lunga improvvisazione di stampo jazzistico di Dizzy.
“Archeologia” anche per i bis chiamati a gran voce: bella Waterfont seat (sempre dalla compilation Subterranean modern) con il muro sonoro di chitarra distorna e sax, sempre piacevoli gli intarsi su di un ostinato pedale di Litebulb overkill – uno dei primi brani della premiata ditta Brown/Reininger – e degna fine con Some guys, una delle perle dell’ottimo Holy wars (1985).

Concerto molto partecipato, sia dal pubblico che ha chiamato a gran voce i propri beniamini, sia dai musicisti che pur suonando “a memoria” riescono comunque a far percepire la voglia e la forza di far musica assieme, con una capacità di coinvolgimento emotivo e intellettuale decisamente fuori dal comune. Se il buon giorno si vede dal mattino, considerato quanto si è visto e sentito in questo primo incontro del tour, le successive date non potranno che essere una conferma del valore di questa band.

Prélude/Allemande bleue
Courante marocaine
Muchos colores
Boxman (mr. Niles)
Everything you want
Still small voice
Fifth column
Tritone (musica diablo)
Blind
Boxman (the city)
Time to lose
Baron brown
The waltz
Joeboy (the electronic ghost)
Atlantis
Boxman (home)
Dizzy

Waterfront seat
Litebulb overkill
Some guys

Steven Brown: sax contralto e soprano, tastiere, pianoforte, voce
Blaine L. Reininger: violino, chitarra elettrica, drum machine, voce
Peter Principle: basso elettrico, effetti
Luc Van Lieshout: tromba, tromba pocket, armonica
Bruce Geduldig: voce, video, messa in scena



Pilotando i sogni: i Port-royal di fronte alla laguna

Port-royal: dal vivo 19/07/2010 teatro fondamenta Nove, Venezia

Se proprio dobbiamo fare accenno a generi musicali, allora di fronte ad un concerto dei Port-royal non si saprebbe davvero dove andare a parare, tanti e tali sono i riferimenti messi in campo. Verrebbero in mente le esperienze di band quali i Pan-American, i Labradford o i Sigur Ros per le loro atmosfere più diafane e sognanti, ma non mancano di certo i riferimenti a quello che è il nume tutelare di coloro che pasticciano con l’elettronica, ovvero Aphex Twin, soprattutto per i suoni e la ritmica mozzafiato, fino a scomodare le cupezze dei Massive Attack (penso soprattutto a Protection)  o i Kraftwerk, fosse solo per l’aria teutonica e i riferimenti culturali espressi dal gruppo più che per l’approccio musicale.
Per fortuna – loro e nostra – i Port-royal sono tutto questo e molto altro a dire il vero, ma soprattutto sono in grado di usare tutte le loro fonti ispirative in maniera originale e nient’affatto convenzionale riuscendo a far collidere in maniera convincente le molteplici nervature che animano la band creando un impasto sonoro che, non solo risulta particolarmente efficace, ma che è in grado di affascinare e coinvolgere gli ascoltatori.

Nati a Genova nei primi anni ’00 e rivelatisi nel 2005 con il primo disco Flares, i Port-royal sono dapprima un duo nel quale Attilio Bruzzone e Ettore Di Roberto accostavano chitarre a tastiere elettroniche; ben presto, sfruttando la comune passione per l’elettronica, approfondiscono sempre di più questo aspetto che diventa l’elemento predominante nell’economia della band che nel frattempo raggiunge i cinque elementi. Con il procedere della ricerca le atmosfere rarefatte e sognanti di Flares diventano sempre più complesse e materiche, inspessite dalle sonorità digitali fatte di frequenze disturbate, glitch, manipolazioni sonore, ritmi mutevoli che sanno essere a tratti ossessivamente percussivi, oppure pulsioni profonde come il battere di un cuore digitale che spesso ritornano in figurazioni circolari. Ritmi che dal vivo diventano ancora più predominanti, quasi a prendere il sopravvento sulle rarefazioni sonore, o meglio creando con esse un’alternanza perfetta tra pieni e vuoti.
Sarà nel 2007 con l’ottimo Afraid to dance e successivamente con Dying in time del 2009 che i Port-royal verranno riconosciuti a livello internazionale una delle band più innovative ed emozionanti della scena elettronica europea, offrendo il loro mix equilibrato di sperimentazione, ambient e dance; mix che non resta confinato nei solchi dei dischi, ma che riesce ad emergere in maniera convincente anche dal vivo.

Si presentano in tre i Port-royal in quest’appuntamento veneziano: Attilio Bruzzone e Alexandr Vatagin sul palco a costruire i suoni maltrattando i loro laptop e sintetizzatori, Sieva Diamantakos a proiettare i video che, più che racconti compiuti, sono delle istantanee o delle piccole storie quasi un’esemplificazione visuale della musica. Qualcuno potrebbe pensare che la musica nata dai computer sia dal vivo fredda e distaccata… niente di tutto questo! I suoni sono avvolgenti, i ritmi coinvolgenti tanto che basta un nonnulla per farsi trascinare nella danza. I due attingono a piene mani soprattutto nei brani degli ultimi due dischi (Anna UstinovaSusy: Blue East Fading, The Photoshopped Prince, Exhausted Muse/Europe da Afraid to dance, Deca-Dance, Internet Love, Putin vs Valery e la splendida Anya: Sehnsucht da Dying in time) senza però dimenticare le oscure atmosfere psichedeliche di Zobione (da Flares) e lasciando come ultimo bis l’inquietante Petrzalka (dall’ultimo EP Afterglow) esemplificazione musicale di quella che è la – immaginiamo degradata – periferia urbana di Bratislava.
Le due ore del concerto scorrono in modo molto piacevole e affascinante in un’atmosfera mitteleuropea con visioni di città e paesaggi inquietanti, mentre la musica avvolge con le sue trame dai ritmi mutevoli, come degli schizzi in continua trasformazione tra tensioni spettrali e la risacca digitale di melodie limpide e ariose percorse da riverberi, scrosci, lampi fluorescenti, suoni sintetici ed analogici che si rincorrono in modo trascinante e con una carica emotiva davvero notevole, fino a creare una dimensione onirica del tutto autonoma e a-temporale.

Un gruppo davvero notevole questi Port-royal, sicuramente da seguire con attenzione.

Attilio Bruzzone: laptop, synth
Alexandr Vatagin: laptop, synth
Sieva Diamantakos: video



Paolo Conte a Venezia – la tracklist

Qualcuno mi chiedeva via mail la tracklist del concerto di Paolo Conte di venerdì 31 luglio scorso.
La riporto qui sotto come l’ho ricostruita a memoria (solo un paio di dubbi sulla successione di altrettanti brani, ma non sul resto).

1 parte (con la band)
Il quadrato e il cerchio
Sotto le stelle del jazz
Bartali
Via con me
Genova per noi
Molto lontano
Bella di giorno
Lo zio
Diavolo rosso

2 parte (con la band e l’orchestra sinfonica di Venezia)
Psiche
Dancing
Chiamami adesso
Alle prese con una verde milonga
Come-di
Il regno del tango
Madeleine
Eden
Max
Gli impermeabili

bis
Via con me

Inutile dire che è stato un concerto splendido e di un’intensità altissima, forse tra i migliori tra i numerosi che ho avuto il piacere di vedere del Nostro.

La band:

Daniele di Gregorio: batteria, marimba, pianoforte (quando non suona il leader)
Jino Touche: contrabbasso, basso elettrico
Daniele Dall’Omo: chitarre
Massimo Pitzianti: tastiere, fisarmonica, bandoneon, clarinetto, sax baritono
Claudio Chiara: basso elettrico, tastiere, fisarmonica, sax alto, sax tenore, sax baritono, flauto
Luca Velotti: sax soprano, sax tenore, sax contralto, sax baritono, clarinetto
Lucio Caliendo: oboe, fagotto, percussioni, tastiere
Piergiorgio Rosso: violino


Un po’ di sano vecchio jazz

Sono di ritorno da una bella serata al “Vapore” di Marghera dove si è esibito Bobby Watson e il suo quartetto. Ed è stata davvero una grande performance quella del saxofonista di Kansas City, definito il più grande sax alto degli ultimi decenni: un set di tre quarti d’ora circa, infuocati di bop e blues, sempre giocato sul filo di un ritmo incessante che non lascia respiro.
Ottimo Watson che lascia libero il suo alto di creare assoli torrenziali ma sempre lucidi e a tratti insolitamente melodici, come sempre ottimo anche il batterista cubano Francisco Mela – vecchia conoscenza per averlo sentito più volte con Kenny Barron – anche se questa sera ha contenuto la sua esuberanza, buona la solida accoppiata tutta italiana di Lorenzo Conte al contrabbasso e Matteo Alfonso al pianoforte che si sono messi a disposizione del leader, pur non facendosi mancare buoni spazi solistici.love remains
Davvero dell’ottimo jazz stasera, solido, scintillante, carico di energia.

Se avete voglia di ascoltarvi Watson in un suo buon – anzi un eccellente – disco, vi consiglio senza alcun dubbio questo Love remains pubblicato nel 1988 dalla Red Records con un quartetto stellare con il grande John Hicks, con Curtis Lundy e Marvin Smith.


Soft Machine: dal vivo 07/07/07, Casier Treviso

Se, come avete letto nel post precedente, sui Procol Harum sono riuscito a scrivere qualcosa di esteso, sui Soft Machine non mi azzardo a scrivere troppo, primo perché non li conosco così bene da poterne parlare diffusamente, secondo per l’atavica mancanza di tempo.

Se sui Procol Harum avete da leggere, senza alcun dubbio va detto che il concerto dei Soft Machine è stato ottimo: i quattro hanno suonato a lungo e in maniera davvero ammirevole, con un interplay che solo grandi professionisti come loro possono sviluppare e le note non facili del loro jazz-rock raffinato e coinvolgente hanno affascinato il pubblico.
Ho avuto modo di passare un po’ di tempo con il gruppo e devo dire che non mi aspettavo delle persone così disponibili, affabili e gentili, cosa che magari non ci si aspetta da musicisti così famosi. E la stessa impressione mi ha fatto il loro manager, personaggio davvero simpatico ed intelligente, cosa non del tutto scontata. Quante volte, infatti, è capitato di trovare dei musicisti davvero alla mano contornati da personaggi decisamente sopra le righe?!

Cosa che è puntualmente accaduta con i Procol Harum, ma di questo è meglio tacere per non continuare a farsi il sangue amaro.


Procol Harum: dal vivo 06/07/2007 Dosson di Casier, Treviso



Se si pensa ad una band che ha attraversato la storia della musica dagli anni ’60 ad oggi in modo originale pur senza grandi clamori, il pensiero corre certo verso i Procol Harum, gruppo che – con delle pause e con molti cambi di formazione – fin dal 1967 fornisce ottimo, onesto, fascinoso rock. Oramai incarnato dal proprio leader, Gary Brooker, che da quaran’tanni ne dà voce, il gruppo si è presentato venerdì sera sul palco di Dosson di Casier alle porte di Treviso davvero in ottima forma, regalando ad un pubblico numeroso ed entusiasta un concerto molto ben suonato, partecipato sia musicalmente che emotivamente.
Certo, i Procol Harum di oggi non posso sicuramente costituire una sorpresa considerando che il loro stile poco si è evoluto lungo la loro storia, però rappresentano ancora una solida rock-band, capace di intrattenere e conquistare con le proprie canzoni gli ascoltatori, sia quelli nostalgici che ne hanno seguito le gesta durante la loro storia, sia i più giovani che magari li conoscono solo per i loro hit più famosi. Quello che è sicuro è che il loro stile, fatto di una miscela molto originale di rock, blues e larghi temi dall’influenza classica, continua ad essere difficilmente assoggettabile ad etichette di maniera tanto che Brooker e soci sembrano voler appositamente mischiare le carte con una performance molto aperta anche ad improvvisazioni negli assoli.
Rispetto al concerto a cui ho assistito nel 2002 la formazione ha subìto un paio di modifiche: Matthew Fisher – l’organista originale andatosene della band per antipatiche questioni legali – è stato più che degnamente sostituito da Josh Phillips che con il suo hammond tesse le trame orchestrali dei brani; alla batteria siede ora Geoff Dunn, batterista davvero talentuoso, mentre restano confermati il solido chitarrista Geoff Whitehorn e il basso di Matt Pegg e, ovviamente, il pianoforte e la voce – appena solo segnata dagli anni – di Gary Brooker.
La scaletta spazia in maniera abbastanza omogenea nel repertorio della band, dal primo disco omonimo fino a The well’s on fire che nel 2003 ha visto il ritorno del gruppo nel mercato discografico: dopo l’introduttiva The VIP room – proprio da quest’ultimo disco – è stata la volta di uno dei loro più grandi successi, ovvero Homburg accolta con un’ovazione dal pubblico. Nella prima parte del concerto sono da segnalare sicuramente Beyond the pale per la particolare resa sonora (a proposito: perché se i fonici sono inglesi, come in questo caso, dal punto di vista tecnico il suono risulta prefetto?), ma anche Grand hotel nel quale Brooker si diverte ad inserire O sole mio (avevano suonato a Napoli due sere prima!) e la sua versione presleiana It’s now or never e una Simple sister davvero potente ed ncisiva. La seconda parte, risultata più omogenea, si è aperta con il classico Conquistador con un pregevolissimo assolo di John Phillips; seguono una tirata Fat cats e un altro classico A rum tale particolarmente brillante. Dopo Pandora’s box dal sapore latino – è lo stesso Brooker a dire “I always thought this had a Latin feeling” per poi alzarsi e ballare – il gruppo parte con due bellissimi blues, Seem to Have the Blues Most all of the Time e Whisky Train (ribattezzato per l’occasione The grappa blues) che, finalmente, perde quella sua aria hard-rock e regala il momento da protagonista a Dunn per il suo ottimo assolo. Chiudono il concerto This world is rich, splendida ballad dedicata a Nelson Mandela che anche dal vivo si rivela un brano molto accattivante e la classica A salty dog, una delle più belle melodie scritte da Brooker che lascia il pubblico estasiato. C’è ancora il tempo per l’unico bis concesso, L’immancabile A whiter shade of pale che ha lanciato i Procol Harum nel firmamento musicale e che Brooker annuncia con un “we will open with a new variation” per poi partire e variare la nota introduzione bachiana.
Il concerto si conclude così, con uno degli hit più noti della storia della musica, ma ciò non vuol dire che quello dei Procol Harum sia stato un concerto per nostalgici della “summer of love” o almeno non lo è stato solo per loro, vista e considerata l’eterogeneità del pubblico presente che, ne sono certo, ha apprezzato la musica in quanto tale e non con un’ottica di visione al passato. Brooker e i suoi dal canto loro hanno dimostrato che non occorrono chissà quali accorgimenti per fare buona musica ma servono mestiere, onestà e coerenza. Le emozioni ci sono state e sono state parecchie: in fondo serve anche a questo la musica no?

The VIP Room
Homburg
Typewriter Torment
Beyond the Pale
Grand Hotel
Simple Sister
Something Following Me
Conquistador
Fat Cats
A Rum Tale
(You Can’t) Turn Back the Page
Pandora’s Box
Seem to Have the Blues Most all of the Time
Whisky Train
This World is Rich
A Salty Dog

A Whiter Shade of Pale

Gary Brooker: voce e pianoforte
Johs Phillips: organo hammond
Geoff Whitehorn: chitarra elettrica
Matt Pegg: basso elettrico
Geoff Dunn: batteria



Cuba libre!

omara portuondoOmara Portuondo sextet: 21/05/07 dal vivo teatro Toniolo, Mestre

Sì è conclusa nel migliore dei modi lunedì sera al teatro Toniolo di Mestre la rassegna “Musica e linguaggi” organizzata dal Circolo Caligola: dopo il jazz raffinato del trio di Ron Carter, la fredda eleganza di Ludovico Einaudi e la multietnicità dell’Orchestra di Piazza Vittorio, è stata la volta dell’appuntamento più atteso, ovvero l’unica data italiana della tournée di Omara Portuondo e del suo sestetto.

Nata a L’Avana nel 1930, fin dagli inizi degli anni ’50 Omara Portuondo inizia a calcarvi le scene interpretando le canzoni tradizionali della sua terra contaminandole con il jazz e con la bossanova che nel frattempo era giunta sull’isola, fino a partecipare alla formazione di un nuovo stile detto “filin” (da “feeling”). Omara già allora aveva tutte le possibilità di raggiungere una notorietà internazionale se non avesse deciso nei primi anni ’60 – proprio quando iniziava la crisi tra Cuba e Stati Uniti – di rientrare in patria dove diventerà un punto di riferimento per le calde ed appassionate interpretazioni dei boleros, ma anche le vivaci digressioni nelle altre forme tradizionali come il son, la salsa e la guajira. Sarà solo nel 1997, con l’album Buena Vista Social Club voluto e prodotto da Ry Cooder, che Omara trova finalmente una meritatissima consacrazione mondiale con una serie di concerti e dischi apprezzati da pubblico e critica, diventando assieme all’argentina Mercedes Sosa e alla capoverdiana Cesaria Evora una delle grandi voci femminili detentrici e continuatrici della vera tradizione della musica popolare dei rispettivi paesi.
E’ con questa fama che la Portuondo si presenta sulla scena mestrina ed è subito chiaro come proprio questa fama non la tocchi minimamente: Omara è una donna dai modi gentili ma energici, fragile ma ferma, con un carisma magnetico capace di sdrammatizzare tutto con un semplice sorriso; si capisce che è una donna generosa, sia con il pubblico che ha intrattenuto per quasi due ore e al quale ha dispensato musica e sentimenti profondi, sia con i musicisti che ha lasciato liberi di esprimersi a pieno con assoli estesi e personali. E vale davvero la pena di accennare a questi cinque splendidi compagni d’avventura: Emilio Morales è un pianista a dir poco spettacolare che sia in fase di accompagnamento che di mprovvisazione sfoggia un pianismo pirotecnico e percussivo come nella migliore tradizione cubana, giocando con le scale, con i block-chords con una facilità disarmante. Roberto Garcia sa cavare dalla sua tromba suoni struggenti o squillanti e ritmati a seconda dell’atmosfera del brano, intrecciandoli con la sinuosità del violino della graziosa e convincente Osiris Valdes; completa questo gruppo davvero affiatato la sezione ritmica formata da Fabian Garcia al contrabbasso e Andrés Coayo alle percussioni ovviamente particolarmente curate.
E sopra tutto la grazia contagiosa e la voce calda e avvolgente di Omara, capace di momenti di divertimento puro (difficile stare fermi sulle poltrone del teatro!) o di pacata nostalgia, sempre con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico. Perché la musica cubana ha la peculiare caratteristica di abbinare a ritmi trascinanti a momenti di malinconia; è qualcosa che si muove su di un equilibrio sottile e basta un soffio per cambiare atmosfera come se in essa ci fossero due anime che si cercano in continuazione. Questo ovviamente Omara lo sa e quindi, dopo due sinuosi boleros, ecco arrivare una delle canzoni cubane più famose, quella Guantanamera che solo chi non l’ha ascoltata ieri sera potrebbe pensare sia scontata: la passione del canto è genuina e il pubblico che l’ha capito la segue con partecipazione. Si susseguono poi, tra le altre canzoni, Havana – commovente ricordo della città natale – il trascinante cha cha cha Chissas Chissas, Canta lo sentimental dalle delicate atmosfere caraibiche e sul finale uno dei cavalli di battaglia della cantante, il bolero Viente añnos cantato con un’intensità che ancora mette i brividi addosso.
Gli ultimi due bis sono struggenti; la cantante si presenta sul palco con il solo pianista che l’accompagna e regala due gemme stupende: la dolente Dos gardenias, commosso omaggio all’amico e collega Ibrahim Ferrer nella quale Omara riversa tutta la sua dolcezza e malinconia e la classica Besame mucho resa con una altissima tensione drammatica. Ovvia la standing-ovation a fine concerto per una Portuondo commossa e divertita, capace di condurre ogni ascoltatore lungo un viaggio in un paese lussureggiante per atmosfere e sentimenti, con grinta e delicatezza davvero uniche. Difficile dimenticare un concerto così. Difficile dimenticare queste emozioni. Difficile dimenticare Omara.

Omara Portuondo: voce
Roberto Garcia: tromba, flicorno
Osiris Valdés: violino, percussioni
Emilio Morales: pianoforte
Fabian Garcia: contrabbasso
Andrés Coayo: percussioni



In Cojaniz we trust!

Ho davvero poco tempo per scrivere una recensione del concerto di ieri sera del duo Claudio Cojaniz / Marc Abrams, ma vale sicuramente la pena di accennarne. Nel bel auditorium del centro “Candiani” di Mestre, infatti, abbiamo potuto assistire ad un concerto appassionato e divertente di un duo sostanzialmente inedito, ma che ha saputo comunque stabilire un buon livello di interplay nonostante i due provengano da esperienze diverse: più legato ad ambiti neo-boppistici l’americano – oramai veneto d’adozione – più vicino alla scena free il friulano con il suo pianismo umorale.
Il repertorio era basato su composizioni originali dove era il blues a scorrere davvero copioso, blues al quale il pianismo di Cojaniz bene si adatta con il suo approccio viscerale, a tratti davvero tellurico; ma è un blues particolare quello del friulano perché incentrato soprattutto sulla giocosità, sulla voglia di coinvongere il pubblico piuttosto che sull’introspezione. Abrams, con il suo suono scorrevole e puntuale, spesso si estranea completamente dalla funzione di sostegno ritmico – che peraltro è ben supportata dalla mano sinistra di Cojaniz – per giocare con il contrappunto, e con interessanti divagazioni melodiche. Oltre agli originali sono sempre presenti brani del “solito” amato Thelonious Monk affrontato con quello spirito fanciullesco che bene si adatta alla sua musica. In finale di concerto sorprende – sia per scelta, sia per la stupenda esecuzione – l’inserimento di un brano di Lou Reed dall’atmosfera particolarmente rarefatta grazie anche all’archetto di Abrams. Il bis invece è affidato ad un brano di “musica classica” – come la definisce Cojaniz – ovvero Caravan di Duke Ellington resa in modo particolarmente vivace.
Si esce dall’auditorium con l’impressione di aver assistito ad una buona esibizione di un duo capace di un dialogo serrato, stimolante sia per il pubblico, che ha dimostrato ampiamente di aver gradito, sia per i musicisti stessi. Duo che va senz’altro seguito, sia nelle loro performance dal vivo, sia nelle incisioni discografiche che speriamo arriveranno.

(per avere qualche spunto in più su Cojaniz avevo scritto qui di un suo disco e qui di un suo concerto).


Wesseltoft: tra dancefloor e sala da concerto

buggeBugge Wesseltoft: dal vivo 02/03/07 teatro MPX, Padova

Ieri sera si è aperto a Padova il Nu-Fest, festival organizzato da Veneto Jazz in collaborazione con Nedac e Asu, che si propone di presentare il lavoro di quei musicisti che hanno scelto l’elettronica come mezzo d’espressione, e si è aperto con Bugge Wesseltoft, musicista norvegese considerato come uno dei maggiori protagonisti ed ispiratori del nu-jazz. Difficile dare una definizione di nu-jazz, movimento quantomai fantomatico, se non che si tratta di mischiare le peculiarità proprie del jazz con l’elettronica in modo che quest’ultima funga da stimolo per ricercare nuove direzioni espressive.

Bugge Wesseltoft si è fatto conoscere come pianista, compositore e produttore fino dal 1995 quando fonda il suo primo gruppo i New Conception of Jazz e la Jazzland, etichetta con la quale pubblica una serie di album che hanno avuto un buon riscontro sulla scena musicale. Oltre a questo sono innumerevoli le sue collaborazioni con altri musicisti sia gravitanti attorno alla propria etichetta come Sidsel Endresen, Mari Boine, Jon Balke, Eivind Aarset, sia provenienti da altri circuiti come Jan Garbarek, Terje Rypdal, Erik Truffaz, Gilberto Gil, Dhafer Youssef, Joyce…
La sua presenza in tutti gli ambiti in cui si trova a lavorare è sempre piuttosto facilmente individuabile: ciò che, infatti, contraddistingue il suo fare musica è il pianismo molto fluido di matrice hancockiana, soprattutto nell’uso molto ampio del Fender-Rhodes di cui è un vero e proprio appassionato, ma anche la costante e febbrile ricerca sonora portata avanti usando l’elettronica in modo intelligente e mai fine a se stessa.

Ciò lo si è potuto trovare puntualmente nel concerto di Padova, soprattutto nella prima parte nella quale Wesseltoft si è presentato sul palco in piena solitudine, contornato dai suoi strumenti, un pianoforte a mezza-coda, l’amato Fender-Rhodes e un tavolo carico di apparecchiature elettroniche. Fin dalle prime battute Wesseltoft ha condotto la sua performance verso una dimensione onirica, privilegiando le atmosfere più eteree e dai ritmi più lenti e dilatati; molto bello l’impegno costante a “lavorare” i suoni in modo da renderli il più armonici possibile. Impressionante per precisione ed efficacia l’uso di numerosi loop prodotti direttamente dal vivo – con delle percussioni, con la voce o direttamente tramite le tastiere – e sovrapposti tra loro, con i quali egli è in grado di creare delle basi ritmiche su cui poter improvvisare al pianoforte o al piano elettrico.
La musica scorre liquida, mai ossessiva, tiepidamente velata di jazz anche se quasi priva di quel groove che solitamente contraddistingue i concerti del norvegese, groove che però arriverà nella seconda parte. Dopo un’ora scarsa, infatti, il primo set si conclude con la davisiana All blues in una splendida esecuzione al pianoforte appena “sporcata” da qualche loop nel finale, giusto per far capire che oltre a maneggiare leve e bottoni sa anche ottimamente suonare.

Il secondo set è perfettamente speculare al primo nella durata, ma non certo nell’esito: entrano sul palco due dj tra i più attivi sulla scena attuale, i norvegesi Strangefruit che si piazza dietro a due giradischi e Knut Saevik che invece non si stacca un attimo dal suo laptop. I ritmi si fanno subito martellanti, sicuramente più da dancefloor che da teatro: gli interventi di Wesseltoft sono più radi e spesso si limitano a qualche loop e a fugaci improvvisazioni sulla ritmica che appare troppo rigida e chiusa nel suo 4/4 non lasciando troppo spazio a digressioni. La cosa rischia di annoiare soprattutto quando si protrae troppo a lungo come nel finale del concerto. Il lavoro dei due dj è comunque buono: decisamente interessante l’impassibile Knut Saevik che sa trarre dal suo pc suoni e break interessanti, spettacolare Strangefruit anche se a tratti è apparso inconsistente.

In un bilancio finale il concerto è apparso senza dubbio positivo, migliore nella prima parte sicuramente più creativa e meno ripetitiva, più convenzionale e prevedibile nella seconda, ma comunque frutto della sensibilità di un artista poliedrico e da seguire con molto interesse.

(A proposito: la pronuncia esatta è “Bugghe”… per il cognome fate voi!)

Bugge Wesseltoft: pianoforte, piano elettrico, sintetizzatori, elettronica
Dj Strangefruit: giradischi, elettronica
Dj Knut Saevik: laptop