Tra i mari tempestosi dello spirito e della musica
Vinicio Capossela: dal vivo 15/12/2011 basilica dei Frari, Venezia

dal vivo a Verona (dal sito www.viniciocapossela.it)
Partiamo, innanzitutto, con le note negative così mi tolgo il pensiero: va bene la basilica dei Frari, va bene la location prestigiosa e l’afflato mistico, ma viene da chiedersi se è davvero opportuno proporre un concerto in questo luogo, soprattutto in considerazione del fatto che Vinicio nei suoi spettacoli punta molto anche sulla dimensione scenica/teatrale. Perché è proprio questa che è venuta a mancare - vista la presenza del coro ligneo a centro basilica che impedisce, di fatto, la visione dell’altare maggiore – almeno per tutti coloro che sono stati costretti (a un prezzo non proprio “popolare”) a vedere gran parte del concerto tramite i maxi-schermi. Per fortuna al momento dei bis tutti si sono potuti assembrare nella zona più favorevole e godersi almeno una parte del concerto senza alcuna mediazione video.
Detto questo e non criticando per nulla – anzi! – la magnifica bellezza della chiesa veneziana e neppure la discreta acustica (non è per niente facile amplificare i suoni in uno spazio sostanzialmente vuoto lungo 100 metri e alto 25!) passiamo alla cronaca vera e propria di quanto ascoltato giovedì sera.
Era ovvio aspettarsi che buona parte del concerto fosse incentrato sull’ultimo lavoro discografico di Capossela, ovvero Marinai, profeti e balene, uscito ad aprile di quest’anno e decisamente adatto per essere riproposto dal vivo come un grande concept-album, soprattutto in virtù della sua compattezza, più letteraria e d’ispirazione che musicale, a dire il vero. E così è stato. L’altare maggiore della basilica dei Frari, dominato dalla sfolgorante Assunta del Tiziano, viene così scenograficamente trasformato nella tolda di un vascello ottocentesco, da cui capitan Vinicio e la sua improbabile ciurma musicale – complice anche l’austerità gotica della basilica – possono dare una deriva spirituale / marinaresca a quello che, più che un concerto, assomiglia ad un viaggio all’interno di noi stessi. Un viaggio che rappresenta le nostre paure, che ci fa sfiorare quella che è la dannazione, ma che subito ce ne affranca e ci fa intravvedere che c’è una salvezza e indicandocene la strada nel rivolgersi ad un essere superiore (in qualsiasi modo noi vogliamo chiamarlo) disposto a darci almeno un po’ della sua grazia.
E’ lo stesso Capossela a ripeterlo diverse volte: il concerto è il viaggio, e il viaggio è il rapporto dell’uomo con le cose più grandi di sé e in questo percorso - e conseguentemente nelle canzoni che il cantautore ha scelto per rappresentarlo – c’è sì la dimensione della sua perigliosità, ma anche la tranquillità che alla fine la speranza c’è sempre.
Dal punto di vista musicale è evidente che Capossela abbia perso un po’ della sua lucida follia e una buona parte della sua simpatica cialtroneria, mettendo da parte l’amore per i ritmi latini e tropicali e dando maggiore risalto ad elementi presi dalla musica europea, sia essa tradizionale o di derivazione colta, con echi classici piuttosto accesi. Quello che, comunque, colpisce è il filo logico che lega i brani tra di loro, quasi a sottolineare che a elementi testuali comuni debbano corrispondere anche elementi musicali, in una sottile concatenazione che dà unitarietà al concerto, suonato senza interruzioni o intervalli per non spezzare la tensione e per impedire al pubblico di riemergere dal mare fatato popolato di mostri marini, di fantasmi, di traditori e peccatori.
Nella penombra di luci bianche e blu e di innumerevoli candele accese, il concerto, per lo più costruito con le canzoni di Marinai, profeti e balene inizia con le note grevi de Il grande Leviatano, quasi un preludio a quanto sarebbe poi seguito: L’oceano oilalà e Dalla parte di Spessotto (da Ovunque proteggi) inframmezzati dalla lettura di un brano del Moby Dick, danno una nota giocosa prima di immergersi nelle claustrofobie di Lord Jim, nei neri racconti Ebenezer, Enoch, Elìa e Edna di La faccia della terra (da Da solo e ottimamente resa dal vivo), nel delirio religioso di Non trattare (ancora da Ovunque proteggi), nel fatalismo di Billy Budd, fino a toccare il punto più oscuro di tutto il concerto con il trittico terribile di La bianchezza della balena, I fuochi fatui e le lamentazioni di Job.
Se la bandistica Goliath e i divertissment di Polpo d’amor e Pryntyl (da non perdere il riferimento all’attualità con le sirene che festeggiano le dimissioni di tale re Nettuno!) danno una nota di movimento al concerto, presto esso si impantana in una bonaccia limacciosa e onirica con La Madonna delle conchiglie (molto suggestivi gli interventi di Mauro Ottolini con varie conchiglie), La lancia del Pelide, il coro Lasciatemi morire dal Lamento di Arianna di Monteverdi (sepolto proprio in una cappella della basilica), Le pleiadi, e Dimmi Tiresia. Si emerge da questo immobilismo conradiano solo alla fine del concerto con Nostos – trasposizione del dantesco canto di Ulisse – e con la splendida S.S. dei naufragati, legame evidentissimo tra l’ultimo lavoro e Ovunque proteggi.
A questo punto il concerto termina e al cantautore, pianista, chitarrista – ma soprattutto narratore – e alla sua band non resta che liberarsi dei panni marinareschi e, acclamati a suon di applausi, donare qualche bis: si parte con la gioiosa L’uomo vivo, quasi a sottolineare la rinascita ad una nuova condizione, la sempre splendida Ovunque proteggi e Il ballo di San Vito, ripescata dalla “preistoria” (“ma sempre di un santo si tratta” dice Capossela presentandola). Dopo l’ennesimo richiamo in scena resta il tempo per quietare gli animi con Le sirene e Non c’è disaccordo nel cielo (ancora da Da solo) che chiudono la serata con una scia di tiepida e lucente poesia: “grazie a voi che siete il mare profondo dove questa barca può prendere il largo“. E ancora una volta chapeau monsieur Capossela, chapeau.
L’oceano oilalà
- brano dal Moby Dick di Melville
Dalla parte di Spessotto
Lord Jim
La faccia della terra
Non trattare
Billy Budd
La bianchezza della balena
I fuochi fatui
Job
Goliath
Polpo d’amor
Pryntyl
La Madonna delle conchiglie
La lancia del Pelide
- Lasciatemi morire (dal Lamento di Arianna di Monteverdi)
Le Pleiadi
Dimmi Tiresia
Nostos
S.S. dei naufraghi
L’uomo vivo
Ovunque proteggi
Il ballo di san Vito
Le sirene
Non c’è disaccordo nel cielo
Alessandro “Asso” Stefana: chitarre, banjo
Glauco Zuppiroli: contrabbasso
Vincenzo Vasi: percussioni, harmonium, theremin
Mauro Ottolini: trombone, tromba, conchiglie, percussioni
Zeno De Rossi: batteria, percussioni
Coro degli Apòcrifi
Tuxedomoon: dal vivo 05/07/2011 – anfiteatro delle Cascine, Firenze







Omara Portuondo sextet: 21/05/07 dal vivo teatro Toniolo, Mestre
Bugge Wesseltoft: dal vivo 02/03/07 teatro MPX, Padova