L’arma mortale
La parola è il proiettile più mortale, se riuscite a ficcarla nel bel mezzo della testa.
(Fred Vargas: Un luogo incerto)
La parola è il proiettile più mortale, se riuscite a ficcarla nel bel mezzo della testa.
(Fred Vargas: Un luogo incerto)
L’ho appena finito di leggere e ve lo consiglio.
Non perché il il suo giovane autore greco-americano ha vinto nel 2003 il premio Pulitzer. Non perché parla di un ermafrodita – che ha vissuto i primi 14 anni della sua vita da femmina e poi si scopre maschio – e la cosa potrebbe sembrare morbosetta. Non perché questo romanzo resterà segno indelebile nella grande storia della letteratura mondiale.
Ve lo consiglio semplicemente perché è una bella storia e il suo autore la sa raccontare molto bene e molto scorrevolmente con una prosa ricca, frizzante e ben studiata, seppure sia lunga 600 pagine. Una storia epica, da saga familiare, eccentrica e spesso sopra le righe; una storia in cui è messo bene in evidenza il senso eroico-comico della vita, in cui il/la protagonista riesce sempre a sdrammatizzare ogni cosa, magari con un moto ironico. Questo romanzo ve lo consiglio perché – dopo tanto destrutturalismo e minimalismo made in USA – potrete assaporare il senso e il piacere del “raccontare”, di soffermarsi sui particolari.
Non potrete non affezionarvi a Calliope/Cal, non potrete fare a meno di gioire delle sue stesse gioie, di stupirvi alle sue scoperte, di provare le sue stesse sensazioni d’amore, di passione, di nostalgia e di sofferenza. Non potrete fare a meno di lanciare il suo stesso sguardo obliquo e divertito sulla vita.

Può l’amore per la musica essere così totalizzante da influenzare e condurre la propria vita? Può essere una presenza costante – appunto – di una vita, tanto da diventare un punto di riferimento, un rifugio, una consolazione, un dolore?
Ovviamente la risposta è “sì” ed è contenuta in questo splendido libro nel quale si intrecciano le storie di un violinista, del suo quartetto e del suo strumento, tanto amato quanto mai veramente posseduto, di una pianista che nasconde un segreto che tocca lei e la sua musica fino nel profondo. Le loro storie – o la loro storia – si dipanano in tre città magiche, tra frammenti musicali persi e ritrovati, un quintetto di Beethoven apparso misteriosamente, il rigore formale dell’Arte della fuga e la gioiosa tristezza della musica di Schubert. E dieci anni che non dovevano esserci, e un incontro casuale – di quel genere di “caso” che viene piegato dal destino -fortemente cercato e un addio, una fuga mai spiegati, neppure a se stessi…
Questo libro parla di sfide, di amicizie, di rapporti ma soprattutto dell’amore per una donna, per un uomo, per la musica; un amore assoluto che tutto avvolge e che condiziona e determina la vita.
Se volete innamorarvi di un personaggio, se volete vivere le sue gioie e piangere le sue disperazioni, se volete percorrere le sue stesse strade e sedervi negli stessi suoi luoghi, se volete sentire con le vostre orecchie la sua musica quando imbraccia il violino non vi resta che prendere questo libro e lasciarvi condurre da lui per le sue 460 pagine che vi affannerete a finire. E non abbiate paura che sia un libro per musicofoli: chi conosce ed ama la musica classica ne trarrà suoni e “odori” intensi e risentirà note e melodie conosciute, chi invece non la conosce bene ne verrà affascinato e potrà iniziare a capirne le dinamiche e afferrare alcuni dei suoi misteri.
ho letto questo libro con piacere, con curiosità, con interesse e non posso non ringraziare il mio amico Giuseppe che me l’ha consigliato.
Un sovrano dovrebbe sempre avere un cappio attorno al collo… per tenersi meglio in quadro.
(Robert Heinlein: Il gatto che attraversa i muri)
- Per mille anni nessuno ha messo in dubbio che la Peste fosse stata inviata sulla terra da Dio in persona, per punire i nostri peccati.
- Le dirò una cosa: non mi piacerebbe incontrare Dio per strada in piena notte.
(Fred Vargas: Parti in fretta e non tornare)
Qualche anno fa in un forum che frequentavo qualcuno aveva lanciato questa domanda: quali sono i vostri 5 libri preferiti. Premesso che è sempre difficile circoscrivere ad un numero così ridotto di libri le letture di una vita e che comunque con gli anni – e con le nuove letture – i gusti cambiano, la mia cinquina è rimasta sostanzialmente immutata e mi va di riproporla qui:
Albert Camus: Lo straniero
(ovvero dell’uomo che si estranea dalla vita e dalla morte, non per indifferenza ma per rivolta, non per mancanza di volontà ma per desiderio di verità)
Una frase: Perché tutto sia consumato, per sentirmi meno solo, arrivai ad auspicare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accogliessero con grida di odio.
Gabriel Garcia Marquez: Cent’anni di solitudine
(ovvero un luogo che rappresenta tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo nei quali l’uomo si dibatte senza poter variare nulla della realtà)
Una frase: Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Isaac Asimov: La fine dell’eternità
(i viaggi nel tempo, dove l’uomo ha di fronte il suo passato e il suo futuro, dove possibile ed impossibile si intersecano così strettamente da divenire la stessa cosa. Ma perché alcuni secoli non sono accessibili? Perché oltre ad un certo futuro non si può andare?)
Una frase: Questa è la terra. Non l’eterna e unica casa dell’uomo, ma il punto di partenza di un’avventura infinita.
Marco Ferrari: I sogni di Tristan
(la storia di un’isola che si perpetua nei sogni dei suoi abitanti, storie che si intrecciano a fare di uno scoglio un’amante e un’amata esigente ma appagante)
Una frase: Che cosa saremo noi lontano dall’isola, dove ci disperderemo, quando ci ritroveremo? Il nostro respiro ci unisce e sarà, per sempre, più forte di quello del vulcano.
Bruce Chatwin: Le vie dei canti
(del nomadismo, del meticciato, dell’essere cittadini del mondo, dello spogliarsi del superfluo, un viaggio per “vagabondi innamorati dell’orizzonte”)
Una frase: Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato. “Quindi la terra deve prima esistere come concetto mentale, Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste”.
Altri libri ce ne sono e ce ne sarebbero… ma cinque siano.
Mi piacerebbe leggere le cinquine dei miei illustri e sparuti lettori… non sentitevi in obbligo eh, ma please don’t call it “meme”
Tutti si misero ad annuire, non si sa perché. Ci sono momenti così, in cui tutti annuiscono.
(Fred Vargas: L’uomo dei cerchi azzurri)
Con dispiacere ho appreso questa sera che ci ha lasciato Luigi Meneghello, scrittore italiano tra i più importanti. Il suo libro d’esordio Libera nos a malo è considerato uno dei più interessanti di tutta la letteratura italiana e introduce fin da subito la particolare vena letteraria del suo autore che si basa soprattutto sull’ironia, e sull’ambiguità ironica (“Malo” è anche il nome del paese vicentino dove è nato lo scrittore nel 1922). Meneghello, con la sua lingua fortemente caratterizzata dal dialetto vicentino e da colte citazioni inglesi – frutto dei suoi studi londinesi - ricerca nell’ambiente contadino delle sue origini la saggezza e la conoscenza primordiale, ma ne vuole superare la condizione. Una ricerca sulle origini in genere ed in particolare sulla parola che si svilupperà nelle opere successive in un lavoro quasi filologico sulla lingua e sul dialetto, con la contrapposizione tra il dialetto che rappresenta la quotidianità, la vita reale, ma anche l’infanzia e la lingua che invece è qualcosa di esterno, di percepito, di dolorosamente “altro”, in una sorta di continuo e spaesante sfasamento da cui non ci si libera facilmente.
Scrittura come operazione salvifica di una memoria antica e da non abbandonare, ma anche liberatoria ed immaginifica.
“Liberaci dal luàme, dalle perigliose cadute nei luamàri, così frequenti per i tuoi figlioli, e così spiacevoli: liberaci da ciò che il luàme significa, i negri spruzzi della morte, la bocca del leone, il profondo lago!“
Niccolò Ammaniti: Come Dio comanda (Mondadori)
L’ho finito ieri sera ed era davvero da tanto tempo che non mi capitava di leggere un libro che mi facesse stare sveglio la notte a causa dell’impossibilità di chiudere le pagine e di rimandare al giorno dopo la conoscenza del seguito.
In una pianura devastata dalla bufera vivono Rino Zena e Cristiano, il figlio tredicenne che ama visceralmente di un amore che si nutre di violenza e disperazione, e i loro due amici balordi, Quattro Formaggi e Danilo Aprea che tirano a campare in un’esistenza fatta di precarietà e di espedienti.
I quattro mettono in piedi un piano per fare dei soldi, ma la tempesta e l’apparizione di una ragazzina bionda cambierà per sempre il destino di tutti, così che quella che pareva una storia di degrado diventa una sorta di storia apocalittica – fantasiosa ma allo stesso tempo duramente realistica – che mette a nudo il carattere dei personaggi, le loro aspirazioni e le loro paure.
Ammanniti ha un modo di scrivere avvincente con un ritmo e un intreccio dei temi davvero travolgente, tale da costringerti a proseguire nella lettura e possiede la capacità di rendere i suoi personaggi umani nel tragi-comico scorrere delle loro vite e nella grottesca ambientazione della società contemporanea. Ammaniti sa farci amare i suoi personaggi anche se essi commettono azioni brutali, perché mette in evidenza come anch’essi siano in ricerca di un qualcosa di superiore a loro, un Dio, il loro Dio, che ne comanda le azioni.