articoli della rubrica “jazzers for dummies”

Art Ensemble of Chicago for dummies

Per molti appassionati, dovendo pensare ad un gruppo d’avanguardia che incarni in maniera quasi perfetta lo spirito fondatore del jazz, inevitabilmente la mente va all’Art Ensemble of Chicago che – assieme l’Arkestra di Sun Ra – rappresenta un punto fermo per chiunque abbia voluto e voglia rapportarsi all’esperienza jazzistica, non solo limitandosi alla sua parte musicale, ma intendendola come espressione e spettacolo globale di un modo di essere e di concepire l’arte.

L’Art Ensemble of Chicago (AEoC) nacque alla fine degli anni ’60 in seno all’AACM (Association for the Advancement of Creative Music) fondata nel 1965 a Chicago da una serie di musicisti, capeggiati dal pianista/compositore Muhal Richard Abrams, che organizzano la loro attività musicale attorno al motto “great black music, ancient to the future“, operando non solo in campo prettamente musicale ma anche socio-politico, alla ricerca delle proprie radici culturali e sociali.
Musicalmente, pur muovendosi nell’ambito free e condividendone in parte le basi fondative, l’AACM se ne differenzia in modo peculiare: infatti, dove il free dà massima evidenza all’espressività in se stessa – in particolar modo applicata al singolo strumento di ogni esecutore – gli enunciati dell’AACM vanno verso un maggiore egualitarismo tra ciascun strumentista, lasciando ad ognuno la piena libertà nel proprio spazio musicale, senza alcuna struttura e senza limitazione di strumento –  quindi potendone utilizzare più d’uno, melodico o ritmico che sia – e facendo collidere questi singoli spazi in spontanea associazione con quelli dei compagni. Aggiungendo a tutto ciò anche la inter-disciplinarietà tra le arti (musica, danza, pittura…), pur sviluppata in modo non lineare e con notevoli contraddizioni, si ottiene un movimento molto sfaccettato le cui performance sono spesso un insieme di espressioni in cui comunque la musica è una parte fondamentale.

L’AEoC si evolve dal Roscoe Mitchell sextet nel quale, tra gli altri, militavano Lester Bowie e Malachi Favors che – assieme al leader – rappresenteranno il nucleo della futura band. Il sestetto pubblica due album: nel 1966 l’ottimo Sound e due anni dopo – con il nome “Roscoe Mitchell Art Ensemble” e con l’aggiunta del batterista Phillips Wilson e di Joseph Jarman – l’altrettanto importante Congliptious. Nel 1969 il gruppo – senza Wilson e con alla batteria Don Moye – viene invitato a Parigi per un festival;  il soggiorno doveva durare qualche giorno, ma il gruppo finirà per restare a Parigi per un paio d’anni dopo aver constatato che la scena culturale e politica era favorevole alle proprie idee.
Sarà proprio a Parigi che uscirà il primo disco a nome “Art Ensemble of Chicago” intitolato A Jackson in your house in cui già si riconoscono i prodromi della futura poetica dell’ensemble. A questo punto l’assetto dell’AEoC è ben definito e negli anni resterà stabile con questi musicisti: Lester Bowie (tromba, flicorno, percussioni), Roscoe Mitchell (sassofoni, clarinetto, flauto, oboe, percussioni), Joseph Jarman (sassofoni, clarinetto, flauto, percussioni), Malachi Favors (contrabbasso, basso elettrico, banjo, percussioni) e Don Moye (batteria, percussioni). L’ensemble così configurata incarna pienamente lo spirito dell’AACM: tutti i suoi componenti sono poli-strumentisti che utilizzano, oltre agli strumenti tradizionali, tutta una serie di arnesi (chiamati “little objects”) come fischietti, campane, campanelli di bicicletta nonché un gran numero di strumenti a percussione ricavati dai più disparati oggetti e - sempre in un’ottica di libertà – interagiscono tra di loro in completa autonomia, senza che vi sia un vero e proprio leader, facendo sì che i loro dischi – ma ancor più le performance dal vivo – siano dei veri e propri happening sonori di grande e potente intensità.

E sono proprio gli spettacoli live il fulcro e l’apice dell’attività dell’AEoC, i momenti in cui la band dà il meglio di se stessa mescolando il linguaggio musicale con la presentazione scenica: Mitchell solitamente vestito sobriamente, Bowie in camice bianco da medico (da qui il soprannome “doctor”), Jarman, Favors e Moye che, con il volto dipinto, indossano vesti e copricapi di foggia africana, a ricordare le origini loro e della loro musica. I concerti – molti dei quali riportati su disco – sono delle lunghe suite frammentate, nelle quali via via si scontrano più che fondersi, suggestioni sempre nuove e diverse, quali elementi radicali del jazz, avanguardia, blues, inaspettate aperture melodiche, fanfare militari, in un continuo sconfinare nella giocosità e nella sacralità così da ottenere una particolare ed unica tensione, senza mai dimenticare – cosa tutt’altro che scontata e semplice – di mettere sempre bene in evidenza l’individualità degli strumenti, dalla tromba, ai sax, al flauto oppure al contrabbasso.
Dopo aver inciso dischi importanti (Les stances a Sophie, Phase one, People in sorrow, The spiritual), nel 1971 il gruppo torna negli States proseguendo la sua attività live e in studio, incidendo una quindicina di dischi fino al 1973, anno nel quale i musicisti decidono di rallentare l’attività e di dedicarsi – soprattutto Mitchell e Bowie – anche ai propri progetti solisti. Ciò nonostante, la fama della band negli anni ’70 e ’80 invece che diminuire si accresce, anche in virtù della partecipazione ai più importanti festival jazz mondiali e delle ottime incisioni sia con l’etichetta tedesca ECM (Nice guys, Full force, Urban bushmen, The third decade) che con la giapponese DIW (Ancient to the future, Art Ensemble of Soweto, The complete live in Japan e Live at the Eighth Tokyo Music Joy dove la band si unisce con la Brass Fantasy di Lester Bowie, suo progetto collaterale).

Sul finire degli anni ’80 la popolarità della band va calando e i dischi si diradano molto. Gli anni ’90, ancora più parchi dal punto di vista discografico, saranno quelli delle scosse negative: la prima è del 1993, anno in cui Jarman abbandona l’AEoC intendendo seguire un suo particolare percorso spirituale fatto di zen e aikido, ma il peggio viene nel 1999 con l’improvvisa scomparsa del leader carismatico Lester Bowie. L’AEoC prosegue come trio – a cui si aggiungono diversi musicisti occasionali – fino al 2003 quando rientra Jarman. Purtroppo solo l’anno successivo scompare il bassista Malachi Favors che troveremo per l’ultima volta nel disco Sirius calling del 2004: da allora la produzione discografica si è praticamente annullata, limitandosi alla pubblicazione di vecchi concerti.
Come sempre nei miei “dummies” quella che segue è una mia scelta di dischi che ritengo possano dare la giusta idea sull’AEoC.

Jackson in your house / Message for our folks (Byg Actuel – 1969)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman

Questo CD riunisce entrambi i primi due dischi dell’AEoC usciti durante il suo soggiorno parigino, dischi che – vuoi per la quasi concomitanza di incisione, vuoi per l’uniformità dell’ispirazione – possono essere letti come un’unica unità musicale. Ciò che li contraddistingue entrambi, è la barbarica e (solo) ingenuamente semplice “disorganizzazione” musicale, nella quale, comunque, ben difficilmente si trovano tracce dell’”arrabbiatura” comune a tanti musicisti free dell’epoca; al contrario, lo spirito dominante è deliziosamente naïve, commovente e capace di creare anche momenti di puro e scintillante divertimento, come il minuto e mezzo scarso di The waltz.
Se da una parte assistiamo al tentativo – riuscito – di voler cercare una sintesi tra le diverse espressioni artistiche, di musica e poesia (Erika, Old time religion) o tra generi musicali (su tutti il rock/funky di Rock out), dall’altra è da notare il costante e robusto muoversi all’interno della storia jazzistica in toto, più evidente nella gemma parkeriana di Dexterity o nelle derive free di Get in line, ma altrettanto e costantemente presente in tutti i brani tramite i continui richiami alla New Orleans di Louis Armstrong, di King Oliver e di W.C. Handy.
Sicuramente i due dischi non sono la miglior prova discografica dell’AEoC, considerando la loro immaturità, ma forniscono una dimostrazione di come e da dove è partita la band per la futura elaborazione della propria poetica musicale.

Les stances a Sophie (Nessa – 1970)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye e Fontella Bass

L’AEoC è sempre a Parigi ed è oramai divenuta un quintetto dopo l’aggiunta in pianta stabile del batterista e percussionista Don Moye: molto apprezzata in Francia, ha l’opportunità di lavorare – in un’ulteriore connessione tra cinema francese e jazz, come già successe a Miles Davis con Louis Malle e a Art Blakey con Roger Vadim – ad una colonna sonora per un film del regista franco/israeliano Moshe Mizrahi. Per l’occasione, in due brani, si aggiunge al quintetto la cantante soul Fontella Bass – poi moglie di Bowie – all’epoca particolarmente sulla cresta dell’onda.
La musica da film, si sa, è anche musica d’ambiente, ed è proprio questo ciò che rende speciale questo disco: sicuramente ciò che colpisce immediatamente è la spinta propulsiva del brano introduttivo Theme de Yoyo, con il suo groove contagioso, perfetta fusione di funk/soul e musica d’avanguardia; non sono meno interessanti, però, le due Variations Sur un Theme de Monteverdi Theme Amour Universal nei quali l’AEoC sfrutta a pieno, con improvvisazioni morbide e intense, tutte le possibilità timbriche dei propri strumenti per caricare di colori jazzistici un’atmosfera che trasuda attesa e coinvolgimento. Non mancano i riferimenti più prettamente jazzistici, come nel modale coltraniano di Proverbes I e nel free più trasversale (Theme de Celine e Theme libre). Chiude il disco la pura espressività nera del canto finale di Proverbes II.
Disco atipico, forse meno spontaneo e immediato di altre registrazioni, ma non per questo meno prettamente tipico della band che qui, trovandosi a lavorare in modo “obbligato”, non perde per nulla la propria originalità.

Fanfare for the warriors (Atlantic – 1973)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye e Muhal Richard Abrams

Gli ultimi due album pubblicati dall’AEoC prima della auto-imposta pausa sono, molto probabilmente, anche i loro più significativi: da una parte Bap-Tizum - registrazione di un tumultuoso e particolarmente coinvolgente concerto all’Ann Arbor Blues and Jazz Festival – e questo Fanfare for the warriors in cui l’AEoC, con l’aggiunta del pianista Muhal Richard Abrams, si addentra nell’astrazione più pura in modo più massiccio che in altri lavori. L’AEoC dà qui chiara dimostrazione di essere giunta a completa maturazione, sia dal punto di vista del sound, sia nel modo in cui gestisce gli spazi improvvisativi, collettivi ed individuali.
Sette i brani che, seppur denotano una comune ispirazione, hanno ciascuno una loro personalità: Illistrum è un dissonante accompagnamento per un brano recitato, Barnyard Scuffel Shuffel inizia con un rapsodico Abrams che introduce la sanguigna esplosione ritmica rhythm’n'blues della band. I momenti più evidentemente di pura improvvisazione sono Nonaah con i suoi ritmi spezzati e gli interventi strumentali frammentati, Troona con i suoi suoni cupi ed inquietanti che solo nel finale si sciolgono in una specie di marching-band, e la title-track nella quale il parossismo strumentale e ritmico arriva a livelli davvero complessi. Completano il tutto What’s to say con il suo improbabile ritmo samba e lo swing “sporco” di The key che rendono questo disco la summa perfetta dell’arte dell’AEoC, dimostrando che la band sa compiere un duro e difficile lavoro improvvisativo, ma che allo stesso tempo usa la leggerezza con ironia e sereno distacco per risultare più credibile e genuina.

Nice guys (ECM – 1978)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye

Il primo disco dopo il periodo di pausa, il gruppo decide di inciderlo con la prestigiosa etichetta tedesca ECM, con la quale tra gli anni ’70 e ’80 produrrà altri 3 dischi, tra i più interessanti della propria carriera. Come  si diceva, l’AEoC non aveva sospeso l’attività concertistica, ma anzi la sua presenza live – soprattutto in giro per l’Europa – è sempre stata costante, contribuendo ad affinare ancor più l’interplay tra i cinque musicisti. La perfetta summa è proprio questo disco, in cui i “bravi ragazzi” dimostrano che sanno fare tutto e lo sanno fare bene: il suono d’insieme è omogeneo, convincente e brillante.
Parlare di stili non ha più un gran senso, ma lo “stile”, casomai, è quello targato AEoC, capace di centrifugare i più disparati elementi di musica colta e musica popolare a proprio piacimento, rendendone palesi i richiami, ma usandoli a proprio uso e consumo. La frammentazione che si ritrovava nella prima parte della carriera piano piano lascia il posto ad una maggiore unitarietà di intenti, senza peraltro rinunciare a vari colpi di scena, rendendo tutto funzionale alla massima espressività: così se in Ja domina il reggae sghembo, in Nice guys troviamo echi neworleansiani, Folkus è una complicata costruzione percussiva sospesa in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati in dissonanza, CYP l’atonalità e astrazione pura, mentre il conclusivo Dreaming of the master pare preso di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis (al quale è peraltro dedicato).
Non ci troviamo di certo davanti a dell’easy listening, nonostante ciò Nice guys è un disco di musica d’avanguardia godibilissimo, divertente, denso di suggestioni musicali, perfetta sintesi del lavoro dell’AEoC.

The complete live in Japan (DIW – 1984)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye

Primo disco (doppio) per l’etichetta giapponese DIW e registrazione integrale del concerto di Tokyo del 22/04/1984 (in vinile ne era uscita una versione singola), questo The complete live in Japan fotografa l’AEoC in un momento particolare della propria carriera musicale: il modo di fare musica della band, infatti, sta cambiando e già qui se ne possono vedere le prime avvisaglie, che saranno via via più esplicite già a partire dal successivo Third decade per l’ECM.
L’AEoC sta pian piano trasformando le proprie composizioni free-form in qualcosa, se non maggiormente compiuto, almeno più lucidamente organizzato, seppur senza mai abbandonare la componente puramente improvvisativa ed astratta. Disco e concerto sono strutturati proprio per dare il massimo risalto non solo alle abilità strumentali dei componenti della band, ma anche per fornire all’ascoltatore tutte le chiavi di lettura per decifrare quella che è la musica (e le musiche) che passa per la testa ai cinque, così da coinvolgerlo in un viaggio totale che parte dall’irresistibile swing spagnoleggiante e dalle astrazioni percussive di Spanish song e arriva al tradizionale (“tradizionale” per l’AEoC, ovviamente, che con questo brano usava chiudere i concerti) Odwalla, una delle loro melodie più orecchiabili di sempre. In mezzo troviamo molte percussioni e suoni – per lo più prodotti con i “little objects” – che possono portare suggestioni caraibiche come in Bulding the mid con le sue steel-drum, oppure di derive simil-psichedeliche come in Ornedaruth (dove ricordano molto da vicino la Saucerful of secret di floydiana memoria), ma anche le atmosfere sospese di esplorazioni microtonali fatte di solitarie frasi musicali come in Anciestral voices / Old. Non mancano il parossismo sonoro di The beginning e di Ol’ time southside street dance, la marcata malinconia di The waltz, gli accenni melodici quasi da cool-jazz di Zero, il funky di Funky AECO.
In fondo, il tutto è esattamente come viene detto alla fine del concerto durante la presentazione dei musicisti: “from the ancient to the future,  jazz, blues, rock, reggae, spritual, bebop, avantgarde, whatever you like… great black music”.

Tribute to Lester (ECM – 2003)
Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Don Moye

Molti avvenimenti sono occorsi dal disco in Giappone: dalla metà degli anni ’80 l’AEoC si è imbarcata in una produzione discografica rada e non certo degna della propria fama, Jarman ha preso un’altra strada e Bowie se n’è andato per sempre. Ovviamente la band ha risentito di tutte queste negatività, ma ha saputo reagire, trovando una nuova via al proprio fare musica, ottenendo – almeno in un paio di casi – dei risultati davvero encomiabili: uno è sicuramente questo Tribute to Lester, uscito per l’ECM dopo 19 anni dall’ultimo lavoro, l’altro il successivo The meeting (Pi Recordings, 2003) con il ritorno di Jarman.
Cosa è cambiato nell’AEoC? Sicuramente le fiammate esplosive si sono perdute, così come lo sberleffo sulfureo e istrionico di Bowie, ma nonostante questo, la band – seppur con un impianto e una forma più tradizionali – continua ad essere perfettamente riconoscibile, offrendo un sound tra i più precisi di sempre, bene colto da queste registrazioni che, seppure abbiano una natura retrospettiva, non sono per nulla velate di nostalgia. Il disco (registrato nel 2001) si apre con il prezioso tappeto percussivo di Sangaredi a cui segue Suite for Lester, unico brano in cui la malinconia viene a galla grazie ad un solitario flauto, ma che si conclude con un contagioso riff del sax basso di Mitchell. Zero/Alternative line è puro, lussureggiante, generoso hard-bop con uno strepitoso assolo di Mitchell e un perfetto walking-bass di Favors ad unire i due brani. La storica Tutankhamun e As clear as the sun (lungo assolo, fin troppo insistito, di Mitchell al sax alto) sono delle improvvisazioni collettive a tratti selvagge, a tratti di delicata poesia, a dimostrare – se ancora ce n’era bisogno – l’empatia di questi musicisti. Chiude He speaks to me often in dreams, lungo brano quasi interamente percussivo di rara intensità.
La storia e la musica dell’AEoC continua… l’augurio è quello che Mitchell e soci sappiano stupirci e coinvolgerci ancora con la loro musica.


Charles Mingus for dummies

Beneath the underdog” è il titolo che Charles Mingus ha voluto dare alla sua autobiografia; titolo che nella traduzione letterale diventa “peggio di un bastardo” anche se va sottolineato che il termine “underdog”, nello slang americano delle corse, indica il cavallo che parte svantaggiato dal pronostico. E forse è tutta qui la spiegazione della rabbia esistenziale che pervade la vita e l’opera artistica di Mingus: disadattato, imprevedibile, irascibile, contestatore, a volte – sfruttando anche la propria notevole mole – violento, incline alla depressione ma anche alla rivolta, è costantemente ossessionato dagli atteggiamenti razzistici subiti a causa delle sue origini meticce, tanto da autodefinirsi “the angry man of jazz” e da rifiutare qualsiasi tipo di compromesso che potesse ledere all’integrità propria e della propria musica.

Charles Mingus nasce il 22 aprile 1922 a Nogales (Arizona), paesino ai confini del Messico, ma fin da piccolo si trasferisce nel turbolento ghetto losangelino di Watts. Questa circostanza, unita al suo provenire da un ambiente ispanico e, soprattutto, alle sue orgini che non possono essere più diversamente assortite (i genitori della madre, infatti, sono di nascita cinese e inglese, mentre il padre è il figlio illegittimo di un bracciante nero e della nipote di un lavoratore svedese), l’hanno portato fin dall’infanzia a subire una sistematica emarginazione e alla costante sensazione di sentirsi discriminato sia dai bianchi che dai neri.
Per affrancarsi da questa situazione di forte disagio, il giovane Charles sviluppò una forte e determinante voglia di riscatto, cercando con tutte le forze di eccellere in qualcosa. Così, sebbene la matrigna – la madre morì quando lui aveva pochi mesi – in casa ammettesse esclusivamente musica religiosa, si mise d’impegno a studiare prima il trombone poi il violoncello in ambito classico, infine – appassionatosi al jazz – il contrabbasso, diventandone un vero virtuoso e, col tempo, uno dei più grandi contrabbassisti e band-leader che il jazz abbia avuto.
E’ proprio la sua fama di grandissimo strumentista che lo porta già all’età di vent’anni a suonare con personaggi quali Louis Armstrong, con i fratelli Russell e Illinois Jacquet, con Chico Hamilton, con Lionel Hampton, con il trio di Red Norvo, fino ai boppers come Bud Powell e Charlie Parker che – pur disapprovandone le abitudini autodistruttive – considerava un genio e il maggior innovatore del jazz. Scorrendo questi nomi è evidente quanto Mingus fosse un musicista eclettico, capace di spaziare tra i più diversi stili, primeggiando in ciascuno di essi. Sono proprio queste sue caratteristiche di eccellente musicista, di ribelle dall’animo sensibile e fortemente impegnato a fare di lui quello che si potrebbe definire un poeta esiliato e spiantato che sopravvive grazie alla sua musica, alla sua forza, alla sua capacità di rigenerarsi facendo da catalizzatore per innumerevoli stimoli e linguaggi.

Agli inizi degli anni ’50  Mingus si sposta a New York dove, con il batterista Max Roach fonda l’etichetta indipendente Debut Records. Nata con l’idea di promuovere musicisti che non volevano sottostare ai compromessi delle major, verrà liquidata nel 1957 per passare alla Fantasy non prima di aver pubblicato un paio di dozzine di album di ottima fattura, tra cui vale la pena ricordare Jazz at the Massey Hall, registrazione del famoso concerto di Toronto del 15/05/1953: sul palco ci sono Dizzy Gillespie, Charlie Parker (per l’ultima volta assieme), Bud Powell, Charles Mingus e Max Roach per quello che da molti è considerato il canto del cigno del bop.
Ma il bop a Mingus va comunque stretto: la sua idea di jazz va ben oltre e si concretizza nel cosiddetto Workshop, ovvero un ensemble da 7 a 10 musicisti, varibile per numero e per organico, con il quale poter sperimentare nuove strade espressive. Mingus chiedeva ai suoi di liberare ed esplorare le proprie sensazioni e percezioni del momento in modo espressionistico, anticipando, per molti aspetti, le tecniche di improvvisazione collettiva che saranno alla base del free-jazz. E’ nel periodo che va dal 1955 alla fine del decennio (nel quale inciderà moltissimo e per moltissime etichette) caratterizzato da un clima di ribollente vitalità, che Mingus dà alle stampe i propri album più significativi, per i quali diventerà una figura fondamentale del jazz: in essi egli è capace di innestare in un impianto sostanzialmente ereditato da forme tradizionali – in modo particolare ellingtoniane e blues – la sua vigorosa spinta rivoluzionaria, sperimentando le nuove istanze della new-thing.
Fondamentale per Mingus è la valorizzazione della voce strumentale dei singoli componenti del gruppo, ma altrettanto fondamentale è l’integrazione delle singole voci in linee melodiche che paiono sempre sul punto di espolodere nel parossismo oppure pronte a percorrere strade diverse, sconfinando nel folklore o nell’astrazione. E su tutto questo è evidente il “collante” rappresentato dall’energia propulsiva e passionale del leader che convoglia tutta la sua rabbia esistenziale in una produzione artistica che in realtà è rappresentazione diretta della propria esistenza.

Nel 1960 avviene un fatto importante, che segnerà per sempre l’esperienza musicale di Mingus, ovvero l’incontro con Eric Dolphy, poeta, eccellente polistrumentista, musicista d’avanguardia al sax alto, al clarinetto basso – che per primo porterà alla ribalta della pratica improvvisativa – e al flauto. Con “il marziano del jazz” (così lo definisce Claudio Sessa nella sua monografia) Mingus condivide una sorta di ideale comune, ovvero sviluppare un’avanguardia capace di non porsi in posizione di rifiuto ideologico rispetto alle posizioni più tradizionali. I due, con Ted Curson alla tromba e Dannie Richmond (già fidato collaboratore di Mingus) alla batteria, formano un quartetto a volte allargato a quintetto con l’entrata di Booker Ervin al sax tenore. Le registrazioni effettuate non sono molte, ma sono tutte di assoluto rilievo e in esse Mingus pare voglia contrapporsi al coevo quartetto di Ornette Coleman nel voler cercare nuove forme espressive, incanalando la sua forza propulsiva in esecuzioni intense e propositive che si affiancano, più che aderiscono alle nuove forme d’avanguardia.
Questo propendere verso il free-jazz non impedisce comunque a Mingus di incidere uno splendido disco in trio – Money jungle (1962) – con Max Roach alla batteria e al pianoforte nientemeno che il suo nume tutelare, Duke Ellington. Questo periodo proficuo verso il 1965 si dirada lentamente, fino ad chiudersi del tutto quando Mingus decide di interrompere l’attività musicale; le motiviazioni sono rimaste misteriose, ma molto probabilmente ciò fu dovuto alla prematura scomparsa di Eric Dolphy.
Nella primavera del 1964, infatti, il contrabbassista con uno dei suoi gruppi più famosi – ovvero il sestetto con Dolphy, Richmond, Jaki Byard, Clifford Jordan e Johnny Coles – affrontano una splendida tournée europea, i cui concerti parigini sono documentati nel doppio CD The great concert of Charles Mingus. Alla fine di essa Dolphy non fa ritorno negli States avendo deciso di formare un quartetto con Misha Mengelberg, Jacques Shols e Han Bennink con i quali gira l’Europa per una serie di concerti dai quali vengono estratti alcuni dischi pregevoli (da ricordare Last date). Il 28 giugno, durante un’esibizione, Dolphy – diabetico – è vittima di un attacco iperglicemico che il giorno dopo lo condurrà alla morte a soli 36 anni. Mingus, che più volte aveva chiesto all’amico di fare ritorno nel suo gruppo, ne rimane sconvolto e si chiude in un mondo fatto di debiti, di cure psichiatriche e di dipendenza dal sesso e dagli psicofarmaci.
Ne riemerge nei primi anni ’70, dapprima con la stampa della propria autobiografia – dove parla soprattutto di donne, senza fare praticamente accenno alla musica – poi con la pubblicazione di Let my children hear music (1971) che -  con il recupero di certe sonorità third stream – appare più un’operazione di recupero “storico” piuttosto che di introduzione di nuove istanze.

A questo punto però Mingus non è più pervaso da quella tensione febbrile che lo accompagnava, ma è un uomo estramente cambiato: imbottito di tranquillanti, appensatito nel fisico e nello spirito, apatico e svogliato, è solo una pallida immagine del musicista iperattivo che il mondo jazzistico conosceva; ciò nonostante e pur con una logica ed evidente involuzione della propria arte, Mingus riesce comunque a produrre ancora delle opere degne di nota, incentrate ancora una volta soprattutto sul blues e sugli insegnamenti ellingtoniani, sfruttando la  sua capacità innata di coinvolgere abili musicisti scrivendo espressamente per loro e per le loro caratteristiche.
Purtroppo a metà degli anni ’70 gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica, malattia terribile che ben presto gli impedirà del tutto di suonare il contrabbasso, ma che gli consentirà comunque di comporre e di supervisionare le registrazioni. La malattia lo porterà alla morte a soli 56 a anni, nel 1979, mentre si trovava a Cuernavaca in Messico, dove si era stabilito con l’illusione di poter guarire grazie alle “cure” di una famosa guaritrice. La leggenda – peraltro confermata da più parti e anche dalla moglie Sue Graham Mingus – narra che il giorno della sua morte su di una spiagga di Acapulco si arenarono 56 balene. Le ceneri del musicista vennero gettate nel fiume Gange.

L’opera di Mingus appare come una sorta di trait d’union tra le due grandi rivoluzioni del jazz, ovvero il bebop e il free, senza peraltro cercare associazioni con nessuna delle due, ma anzi mantenendo un’autonomia di fondo nella quale convivono ardite innovazioni e inossidabili fondamenti della tradizione. Così il musicista di Nogales difficilmente viene associato ad uno stile particolare, non lascia scuole, non si indentifica in un genere: troppo universale, troppo osmotico il suo jazz per essere confinato in ambiti ristretti, troppo magnetica la sua personalità maieuticamente canalizzatrice di energie. Lascia piuttosto un testamento – spirituale ancor prima che musicale – di libertà, di apertura e di curiosità, raccolto da diversi  musicisti che – in autonomia – faranno propri i suoi insegnamenti:  tra i tanti Steve Lacy, Roland Kirk, Mal Waldron, Jaki Bayrd, Jimmy Knepper, Pepper Adams sono debitori verso il contrabbassista dell’impostazione basilare del loro modo di concepire la tessitura musicale.
La discografia di Mingus non è vastissima e, seppur con risultati a volte altalenanti, generalmente si mantiene pressoché tutta ad un alto livello, pertanto ridurre la scelta è davvero difficile; quelli che seguono sono i dischi fondamentali – a mio parere – che fanno da cardine all’arte del contrabassista.

Pithecantropus Erectus (Atlantic – 1956)
con J.R. Monterose (sax t), Jackie McLean (sax c), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Tra le prime registrazioni di Mingus come leader, questo disco, oltre che essere uno dei suoi lavori migliori è anche un importante passo in avanti verso una dimensione più libera di concepire il jazz. In esso il contrabbassista, infatti, dà la sua impronta indelebile grazie alla sua immaginazione senza limiti, capace di introdurre elementi di novità in un impianto sostanzialmente tradizionale.
Quattro sono i brani: la gershwiniana A foggy day e tre brani originali del leader. Il primo, forse la composizione mingusiana più famosa è proprio Pithecantropus erectus, suite di una decina di minuti che, nelle intenzioni del compositore è una sorta di allegoria della vita della specie umana sulla terra, dalla condizione di ominide a quella di uomo eretto (nella traduzione inglese “upright” potrebbe anche alludere all’upright-bass, ovvero al contrabbasso). In esso Mingus lascia molto spazio ai suoi musicisti di muoversi a loro piacimento nello swing, ma allo stesso tempo li sprona continuamente ad uscirne per creare effetti e momenti evocativi. Il brano è composto da quattro sezioni caratterizzate da un inquietante tema, le cui ripetizioni vengono interrotte da ribollenti interludi, a tratti parossistici a tratti meditativi; l’intesa tra musicisti – soprattutto tra i due saxofonisti – è davvero intensa e particolarmente propensa a rendere il brano un happening spontaneo. Ottimo il lavoro di Waldron che con il suo pianoforte detta tempi e velocità.
Di tenore diverso la rilettura espressionistica (e un po’ naïf) di A foggy day, dove la melodia stenta quasi a farsi largo tra clacson, sirene, fischi e rumori vari che dovrebbero riprodurre i suoni tipici del traffico di una grande città (San Francisco, secondo il sottotitolo aggiunto) immersa nella nebbia; lettura ingenua certo, ma dove Mingus e i suoi svolgono un lavoro davvero ottimo di scomposizione e ricomposizione di un tema così famoso. Ottimo l’assolo del leader.
Completano il disco il breve Profile of Jackie, fondamentalmente pensato come un pacato assolo di McLean, e la lunga Love chant, un’estatica esplorazione modale.

The clown (Atlantic – 1957)
con Jimmy Knepper (trb), Shafi Hadi (sax t c), Wade Legge (p), Dannie Richmond (b)

Inciso con un quintetto del tutto diverso, questo disco viene subito dopo Pithecantropus erectus, aumentandone l’intensità emotiva e compiendo un ulteriore passo avanti verso l’astrazione ricercata da Mingus. Contiene, inoltre, un paio di brani molto amati dal contrabbassista che verranno riproposti spesso dal vivo e in altri dischi, ovvero Haitian fight song e Reincarnation of a lovebird. E proprio dal confronto di questi due pezzi è possibile capire l’essenza di questo disco e una buona parte della poetica mingusiana.
Haitian fight song è un blues teso ed incalzante che parte con un fiero soliloquio del leader a cui man mano, entrando uno alla volta, fanno seguito tutti gli strumenti con una spinta propulsiva incalzante su un riff ripetuto. E’ evidente – sia per le successive riproposizioni, sia per l’intensità espressiva impiegata – che per Mingus questo brano riveste particolare importanza, anche al di là del fattore musicale; lui stesso nelle note di copertina, infatti, scrive: “…il mio solo è profondamente concentrato. Non posso suonarlo correttamente senza pensare al pregiudizio e alla persecuzione e come essi siano ingiusti. In esso ci sono tristezza e lacrime, ma anche determinazione. E solitamente si conclude con la mia sensazione ‘le ho espresse! Spero qualcuno mi abbia sentito!’” A fare da controcanto alla rabbia esistenziale di Haitian fight song troviamo Reincarnation of a lovebird, appassionata dedica a Charlie Parker, intrisa di malinconia e di raffinato swing di matrice ellingtoniana, che si svolge su un lungo tema (“mi veniva da piangere quando l’ho scritto” dice Mingus) su cui i musicisti hanno buon gioco per le loro improvvisazioni (splendida quella di Hadi).
Accompagnano questi due brani il blues Blue cee costruito su due semplici note,  l’atipico – ma molto mingusiano – The clown, sorta di accompagnamento sonoro improntato ad una notevole libertà, per una narrazione improvvisata di Jean Shepherd che, assieme ai successivi Passions of a woman loved e Tonight at noon, con le dissonanze, gli improvvisi cambi di tempo, la divisione dei brani in diverse sezioni, dimostrano come la tavolozza compositiva del contrabbassista si stia via via arricchendo e diventando sempre più moderna.

Mingus ah um (Columbia – 1959)
con Willie Dennis, Jimmy Knepper (trb), John Handy (sax t c, cl), Shafi Hadi (sax c), Booker Ervin (sax t), Pepper Adams (sax b), Horace Parlan (p), Dannie Richmond (b)

Album di debutto per la Columbia e primo vero successo commerciale, Mingus ah um rappresenta una delle vette compositive ed espressive del contrabbassista di Nogales: 9 brani scritti tutti da lui stesso (a cui se ne aggiungono 3 nelle riedizioni successive del disco), tutti improntati a degli arrangiamenti curatissimi, capaci di far convivere perfettamente la spontaneità dei singoli musicisti con una visione complessiva del brano, senza che il mood scenda di intensità o si discosti troppo dalla scrittura. Tutto ciò fa di questo disco, oltre che indispensabile per entrare nel mondo di Mingus, importante alla pari del suo capolavoro assoluto The black saint and the sinner lady per la sua più immediata accessibilità, per la cantabilità e fascino dei suoi temi e per lo straordinario coinvolgimento emozionale, caratteristiche ottenute anche grazie ad un perfetto interplay tra i musicisti.
Come sempre Mingus si muove lungo il doppio binario di innovazione e tradizione, riservando la giusta attenzione alle radici della sua musica (è solo di qualche mese prima l’ottimo Blues and roots) e dandone una lettura moderna. Ciò si percepisce fin dal primo brano, Better git it in your soul ispirato da un gospel sentito nella sua infanzia a Watts. Ma i tributi al passato non sono finiti. Se è imperdibile lo splendido e struggente blues Goodbye pork pie hat in memoria del grande Lester Young scomparso pochi mesi prima della registrazione, sono allo stesso modo molto interessanti e perfettamente riuscite le dediche ad altri grandi del jazz: Open letter to Duke (ovviamente per Ellington) e Jelly Roll dalle garbate caricature di sapore hot-jazz. Altri brani da citare sono Bird calls, che al contrario di quanto il titolo potrebbe far pensare non è un omaggio a Parker ma – nelle parole di Mingus – un’imitazione del suono degli uccelli, il concitato Boogie stop shuffle e il romantico Self-portrait in three colors.
Discorso a parte va fatto per Fables of Faubus (altro brano che Mingus riproporrà spesso): provocato dal governatore dell’Arkansas Orval Faubus che si era contraddistinto per i suoi atteggiamenti razzistici, Mingus scrive una melodia canzonatoria che ritrae il governatore come un buffone (il testo graffiante verrà censurato, ma Mingus lo inciderà comunque successivamente). Al contrario di quello che aveva fatto in Haitian fight song, qui Mingus non maschera più la sua protesta anti-razzista e contro il sistema, ma anzi la rende molto più esplicita come farà sempre di più in seguito, fino a farne un’ossessione.

Mingus at Antibes (Atlantic – 1976)
con Ted Curson (tr), Eric Dolphy (sax c, cl basso), Booker Ervin (sax t), Bud Powell (p), Dannie Richmond (b)

Uscito solo nel 1976 ma registrato a luglio del 1960, questo disco (originariamente un doppio LP) raccoglie una memorabile ed esplosiva performance del quintetto di Mingus al festival jazz di Juan-les-Pins alla sua prima esibizione europea, a cui si aggiunge Bud Powell nella jam-session finale di I’ll remember april.
Si tratta, di fatto, del primo documento sonoro dell’incontro con Eric Dolphy che dicevamo essere stato determinante per lo sviluppo delle idee musicali del contrabbassista e questo bene si evidenzia con questo disco che, seppur giunga solo dopo un anno da Mingus ah um, si discosta parecchio dalle atmosfere swinganti – seppur “sui generis” – della produzione precedente. Questo non vuol dire che i 6 brani (tutti di Mingus eccetto la già citata I’ll remember april) manchino di swing, semplicemente è evidente come esso è preso a pretesto per lunghe e libere digressioni cariche di passione. Mai come in questo disco l’essenza dei brani risiede negli assoli: torrenziali quelli di Dolphy sia al sax contralto che al clarinetto basso, appassionati quelli di Ervin – da ascoltare con attenzione quello in Better git it in your soul – , concentratissimi e vitali quelli del leader. Wednesday night prayer meetingPrayer for passive resistance, l’astratto e dissonante What love?, il meditativo Folk forms no.1 (ottimo l’assolo di Richmond) suonano freschi e carichi di un’irrefrenabile vitalità, che deve essere sembrata agli ascoltatori del tempo una specie di doccia fredda, soprattutto in confronto con quanto proposto all’epoca e  a giudicare dalle varie reazioni alla performance.

Charles Mingus presents Charles Mingus (Candid – 1960)
con Ted Curson (tr), Eric Dolphy (sax c, cl basso), Dannie Richmond (b)

Lo spettacolare quintetto di Antibes diventa in questo disco un quartetto, dimensione insolita per il contrabbassista in cui egli comunque riesce a distillare e a far convivere le istanze consuete per i suoi gruppi allargati, ovvero il radicamento nella tradizione jazzistica, la costante spinta avanguardistica e la freschezza quasi naïf dell’happening poetico/musicale. Questo connubio è particolarmente evidente nel primo dei quattro brani: in Folk forms no.1, infatti,  la tradizione diventa un supporto di base sul quale costruire una musica estroversa e libera da particolari costrizioni. La linea di basso del leader detta i tempi, il sax alto di Dolphy – seguito subito dalla tromba di Curson – sviluppano la melodia che diviene un riff che fa deragliare il brano verso un’atmosfera quasi da marching-band di New Orleans.
Di tutt’altro tenore la burlesca Original fables of Faubus, che non è altro che lo stesso brano citato in precedenza, ma che in questo caso – grazie anche alla stessa indipendenza della Candid – viene arricchito dal suo testo controverso e canzonatorio contro il senatore dell’Arkansas che viene appellato da Mingus e Richmond senza mezzi termini come “nazifascista”. Al di là della sua valenza politica, il brano si contraddistingue per l’ironia del tema che viene preso a pretesto dai due fiati per improvvisazioni fulminanti e coinvolgenti, a tratti cariche di effetti rumoristici. I quindici minuti di What love? sono forse la vetta del disco: una melodia lenta e solenne è la base per gli ottimi assoli – prima di Carson, poi di Mingus, infine di Dolphy al clarinetto basso – che diventato quasi delle isole sonore ciascuna “gestita” dal singolo strumentista; interessante anche un duetto tra Mingus e Dolphy ad imitazione di un litigio verbale… tra due amanti ovviamente, visto il titolo. L’ultimo brano, dal curioso titolo All the things you could be by now if Sigmund Freud’s wife was your mother, è quello dall’andamento più libero da schemi e dove l’inventiva dei musicisti – soprattutto quella di Dolphy – porta naturalmente verso il free.

The black saint and the sinner lady (Impulse! – 1963)
con Rolf Ericson (tr), Richard Gene Williams (tr), Quentin Jackson (trb), Don Butterfield (tuba), Dick Hafer (Sax t, fl), Charlie Mariano (sax c), Jerome Richardson (sax b, sax s, fl), Jay Berliner (ch), Jaki Byard (p), Dannie Richmond (b)

Questo disco è sicuramente uno dei lavori più convincenti del contrabbassista di Nogales, nonché una delle maggiori prove di orchestrazione strumentale di tutta la storia del jazz. Concepito come un’unica lunga suite per un balletto, The black saint and the sinner lady rappresenta sia un lavoro nel quale Mingus ha messo tutta la sua sapienza musicale, ma anche più propriamente tutto se stesso, rendendo espliciti i tormenti della sua psiche disturbata: basti pensare che parte delle note di copertina sono scritte dal suo psicoterapeuta di allora.
La scrittura musicale è densa e frastagliata, evidentemente influenzata da Duke Ellington (tra l’altro è solo di qualche mese prima l’ottimo Money jungle inciso in trio proprio con Ellington e Max Roach) con le sue masse sonore contrapposte e dialoganti, il suo concedersi ampi spazi di romanticismo, ma anche di centrifughi vortici tonali nonché di ritmi sempre in mutevole cambiamento. Ancora da Ellington viene il recupero di elementi dello stile jungle con l’assegnazione di particolari timbri ai singoli strumenti quali il brontolio delle tube o del sax baritono in sottofondo o le espressioni simil-vocali dei tromboni con sordina, che Mingus fa convivere con i lancinanti sovracuti dei sax, con coloristici interventi del pianoforte, fino agli intermezzi di chitarra flamenco, rivelando la sua innata capacità di modellare il singolo dettaglio all’interno di una massa sonora di notevole impatto emotivo e di scrittura.
In The black saint and the sinner lady c’è forse meno libertà di scrittura di altrove, ma resta un notevole documento della personalità di Mingus con tutta la sua sofferenza e voglia di riscatto e della sua complessità e capacità di concepire musica.

Changes one (Rhino/Atlantic – 1974)
con Jack Walrath (tr), George Adams (sax t, voce), Don Pullen (p), Dannie Richmond (b)

Changes two (Rhino/Atlantic – 1974)
con Jackie Paris (voce), Jack Walrath (tr), Marcus Belgrave (tr), George Adams (sax t), Don Pullen (p), Dannie Richmond (b)

Tra le registrazione successive all’auto-imposto periodo di allontanamento dalla scena musicale, sono questi due dischi – registrati in un’unica sessione – a spiccare.
Mingus è cambiato, dicevamo, e questo cambiamento si rispecchia nella sua musica: la spasmodica ricerca, il fuoco che bruciava intenso non ci sono più, ma la sua musica si adagia su un jazz più tradizionale intriso di blues e delle consuete suggestioni ellingtoniane che comunque – sia chiaro – resta di alto livello in quanto il quintetto/sestetto è formato da ottimi elementi. Tra i brani di Changes one (tutti scritti dal leader) spiccano il swingante Remember Rockfeller at Attica con il bel sax di Adams in buona evidenza, il tiratissimo Devil’s blues e il delicatissimo Duke Ellington’s sound of love ottima palestra per l’ottimo Don Pullen e la cantabilità del contrabbasso del leader. Di Changes two vanno segnalati un’altra versione di Duke Ellington’s sound of love con la parte vocale cantata da Jackie Paris (anche se, a mio parere, meno interessante della prima), il brioso Free cell block F, ’tis Nazi USA, l’ottimo hard-bop di Black bats and poles e soprattutto la riedizione del classico mingusiano Orange was the color of her dress, then blue silk.
Tutto sommato, Mingus dà in questi dischi una versione in qualche modo definitiva al materiale usato come repertorio nel suo Workshop, dimostrando sì una involuzione rispetto a quanto fatto negli anni ’60, ma esplicitando anche una solidità e coerenza davvero notevoli.


Bill Evans for dummies

In qualunque discussione jazzistica relativa al pianoforte, il nome che viene sempre inevitabilmente citato è senza dubbio quello di Bill Evans; egli, infatti, appare – oggi come 50 anni fa – un punto di riferimento inalienabile per una buona parte di musicisti che nel loro fare musica ricercano l’introspezione, privilegiano le sfumature, esaltano le armonie piuttosto che le dissonanze: per fare alcuni nomi, pianisti come Keith Jarrett, Herbie Hancock, Enrico Pieranunzi, Brad Mehldau, Fred Hersch, Bobo Stenson o chitarristi come Ralph Towner e John McLaughlin devono parte della loro ispirazione proprio a quanto fatto da Evans.

Nato il 16 agosto 1929 a Plainfield, New Jersey, William John Evans fin da piccolo è avviato dalla madre – di origine russa – allo studio della musica, affrontando dapprima il violino e il flauto ma dedicandosi ben presto al pianoforte tramite le lezioni impartite all’amato fratello Harry. Lo studio riguardava quasi esclusivamente autori classici come Bach, Chopin, Stravinskji, ma sarà soprattutto dall’impressionismo e dalle concezioni armoniche di Debussy e Ravel che Evans trarrà maggiore fonte di ispirazione per lo sviluppo del suo stile personale. E’ all’età di 12 anni, quando ormai era in possesso di una notevole abilità tecnica, che Evans scopre il jazz: mentre suona Tuxedo junction in un’orchestina scolastica si inventa di aggiungere alcune note dall’inflessione blues: “Fu un brivido. La possibilità di fare in musica qualcosa che non era stato pensato da altri, spalancò davanti a me un mondo completamente nuovo” sono le sue parole.
Di carattere molto schivo ed introverso seppur – grazie anche al diploma conseguito – forte di una tecnica e una cultura musicale eccellenti, almeno fino alla fine degli anni ’50 Evans lavora come sideman in diversi ambiti: da ricordare le sue collaborazioni con Tony Scott, con l’orchestra di George Russell (1956), con Charles Mingus, con Oliver Nelson (in un unico ma splendido disco The Blues and the Abstract Truth), con Eric Dolphy e quella fondamentale con Miles Davis che nel 1959 porterà alla nascita di Kind of blue. Sarà proprio tramite la collaborazione con il trombettista che il pianismo di Evans, difficilmente omologabile a particolari correnti o scuole, verrà legato per sempre alla nascita del jazz modale, di cui diventa a tutti gli effetti uno dei fondatori e – seppur senza un approccio sistematico – uno degli sviluppatori.
Che Evans fosse comunque alla ricerca di un “qualcosa” di nuovo era evidente fin dalla sua prima registrazione come leader del 1956, ovvero quel New Jazz Conceptions (in trio con Teddy Kotick e Paul Motian) nel quale – in modo ancora acerbo – riesce a far legare assieme le algide teorie di Lennie Tristano con il bop di Bud Powell, musicista per il quale Evans nutre un’ammirazione sconfinata. Di questo disco vale senz’altro la pena ricordare soprattutto un brano, scritto dallo stesso Evans, che diverrà una sorta di cartina tornasole del suo pianismo, ovvero Waltz for Debby – scritta per la figlia di Harry – ancora ben lontano dalla ricercata liricità che ne farà il manifesto della poetica evansiana.

ll trio dicevamo: nessun musicista come Evans ha legato così strettamente la propria vicenda musicale alla forma classica del trio pianoforte / contrabbasso / batteria che, con lui, diventa qualcosa di assolutamente diverso dal semplice “suonare assieme” di tre persone. Nel trio di Evans i tre elementi sono sullo stesso piano, non ci sono accompagnatori ma tre musicisti la cui importanza all’interno del gruppo è paritetica: tutti possono prendere un assolo, anzi molto spesso una singola improvvisazione nasce spontaneamente durante l’assolo di un compagno, così che l’entrare e l’uscire dai temi avviene nel modo più fluido e naturale possibile, tanto da perderne i confini. E tra i vari trii, il più importante celebrato ed innovativo è certamente quello con il contrabbassista Scott LaFaro e il batterista Paul Motian: seppure sia durata per un periodo ridotto di un paio d’anni (dal 1959 al 1961), questa formazione ha rappresentato una delle massime espressioni del genere, restando un punto nodale per gli sviluppi successivi dell’interplay jazzistico.
Quello con Scott LaFaro fu per Evans uno degli incontri fondamentali della sua vita – l’altro fu quello, purtroppo, con la droga – e della sua arte. I due non potevano essere più diversi: tanto Evans era introverso e dedito alla musicalità estrema, all’opposto LaFaro brillava per la sua esuberanza e la costante spinta a cercare soluzioni originali al di fuori della melodia (non per nulla Ornette Coleman volle proprio lui per suonare nel doppio quartetto del suo disco-manifesto del 1960 Free Jazz). Nonostante queste diversità o forse proprio grazie ad esse, il rapporto tra i due era simbotico, a tratti si direbbe persino telepatico: così mentre LaFaro improvvisava quasi costantemente, Evans lo seguiva entrando ed uscendo di continuo dal tema in un gioco colto di rimandi e citazioni. Alla stessa maniera quando era Evans a lanciarsi in un assolo il giovane contrabbassista sapeva benissimo dove muoversi e dove arrivare (“How did he know that I was going there?” sono le parole del pianista). A questo si deve aggiungere la maestria di un batterista come Paul Motian che con il suo tocco morbido e raffinato era il perfetto complemento al trio.
Questo splendido sodalizio, purtroppo, si interruppe bruscamente il 6 luglio del 1961 quando LaFaro, all’età di 25 anni, morì in un incidente d’auto: il jazz perse uno dei contrabbassisti che – rivoluzionandone la tecnica e il concetto esecutivi -  era divenuto uno dei più influenti della sua storia, ed Evans perse una spalla importantissima, tanto che – da quanto ne rimase colpito – si isolò ancora di più e smise di suonare per quasi un anno (“For several months went in a direction not at all constructive… musically everything seemed to stop. I didn’t even play at home“).

Evans comunque prosegue la sua attività, come sempre principalmente incentrata sulla forma trio (suoi principali collaboratori sono ancora Paul Motian, poi Chuck Israel, Larry Bunker, Eddie Gomez, Marty Morell, Philly Joe Jones, Gary Peacock, Jack DeJohnette…), ma anche aperta a nuove collaborazioni come con il chitarrista Jim Hall o con Stan Getz; attività artistica che è strettamente legata alla vita privata, segnata da una serie di lutti (quello per la morte del padre, poi per la prima compagna Elaine e per l’amato fratello morti entrambi suicidi), dalla tossicodipendenza e dai numerosi e dolorosi tentativi, mai andati a buon fine, di liberarsene che lo portano ad isolarsi in una profonda depressione. Tutto questo, purtroppo, contribuirà, verso la fine degli anni ’60, ad una lenta ma progressiva involuzione del pianismo di Evans che, se all’inizio mirava ad una raffinazione esecutiva in chiave lirica ed armonica, ora sembra quasi preso da una frenesia espressiva prima sconosciuta (per rendersene conto è sufficiente confrontare le esecuzioni del anni ’70 di brani quali Gloria’s Step e Peri’s Scope con quelle precedenti).

Nel 1975 la vita di Evans ha un momentaneo miglioramento: sul piano personale nasce il figlio Evan, avuto dalla seconda moglie Nenette (unione che avrà comunque effimera durata), sul piano professionale la fase di regressione che la sua musica stava subendo, pare lentamente risolversi grazie a nuovi collaboratori che, soprattutto nell’ultima parte della carriera, riescono a dare una nuova spinta creativa. Evans pare ritrovare buona parte della sua fiducia e della musica perdute, tanto che l’attività concertistica e in studio – di cui restano numerose ed ottime incisioni – si fa molto intensa. La salute, però, va peggiorando sempre di più (la sua vita è “il più lungo suicidio della storia” dirà il suo amico Gene Lees) finchè il fisico si arrende il 15 settembre 1980: Evans aveva 51 anni.

Come sempre, qui di seguito trovate una – volutamente molto limitata – lista di dischi che ritengo fondamentali (in ottica “dummies“) per comprendere e apprezzare l’arte di Evans nelle sue varie fasi.

Dischi in trio

Everybody digs Bill EvansEverybody digs Bill Evans (Riverside – 1958)
con Sam Jones (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria)

Se in New Jazz Conceptions, prima incisione a proprio nome, gli elementi della poetica di Evans non erano ancora del tutto esplicitati, in questa successiva registrazione ci troviamo già di fronte ad un disco evansiano a tutti gli effetti, nel quale è possibile trovarne tutta la carica emozionale e creativa… e se tra coloro che “apprezzano Bill Evans” ci sono Miles Davis, George Shearing, Ahmad Jamal e Cannonball Adderley i cui commenti sono riportati direttamente in copertina, capite in che considerazione era già tenuto il pianista di Plainfield.
Nato nel clima della collaborazione con Miles Davis, questo disco ci presenta Evans nella doppia veste di raffinato esploratore di ballad e in quella di neo-bopper dalla spiccata sensibilità melodica e timbrica. Così, pezzi come Minority, Night and Day e Oleo sono affrontati con deciso piglio ritmico – grazie anche all’ottimo Philly Joe Jones – ma sono in ogni caso pervasi da quel senso profondo di musicalità innato in Evans che è maggiormente esplicito nelle ballad: Lucky to be me, Tenderly, What is there to say? (da brividi qui i due accompagnatori!) dimostrano tutta la carica evocativa di cui è capace il pianista che nelle parole di Pieranunzi – autore di una pregevole biografia – era giunto alla “scoperta del silenzio” come ambito espressivo di una musicalità e di una sensibilità personali. Vette del disco sono la splendida Young and foolish di cui Evans sfrutta l’accattivante linea melodica per creare un susseguirsi di scene, quasi cinematografiche, che scavano profondamente nell’animo con una profondità quasi dolorosa, l’impressionistico piano-solo Peace piece, che con l’altalenarsi di due accordi ricorda molto da vicino una Berceuse di Chopin e i 30 secondi di Epilogue – la cui sequenza pentatonica richiama la Promenade dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij – che Evans successivamente dedicherà al padre in un concerto poco dopo la sua scomparsa.

Waltz for Debby

Sunday at the Village VanguardWaltz for Debby (Riverside – 1961)
con Scott LaFaro (contrabbasso) e Paul Motian (batteria)

Sunday at the Village Vanguard (Riverside – 1961)
con Scott LaFaro (contrabbasso) e Paul Motian (batteria)

Come detto in precedenza, nel 1959 Evans incontra Scott LaFaro e con lui – assieme al batterista Paul Motian – formano uno dei importanti e celebrati trii jazz di sempre. I tre nei due anni insieme incidono 5 dischi, due in studio (Portrait in jazz – 1959 ed Explorations – 1961)  e tre dal vivo, tutti registrati nelle cinque sessioni del 25/06/1961 al Village Vanguard di New York (solo nel 2005 uscirà per la Fresh Sound The 1960 Birdland sessions, registrazione di tre sessioni presso l’omonimo club). All’epoca le registrazioni dal vivo erano tutt’altro che usuali considerati i problemi tecnici dovuti all’attrezzatura in dotazione, ma si decise di rischiare ugualmente, visto che era evidente come il trio fosse giunto alla giusta maturazione; così, premesso che tutti i dischi incisi dal trio sono vitali per comprenderne l’importanza, sono proprio Waltz for Debby e il suo speculare gemello Sunday at the Village Vanguard ad emergere per bellezza e compiutezza.
L’interplay del trio è perfetto: ogni nota ha il suo significato senza sovrabbondanze ed inutili sfoggi di virtuosismo, il pianismo di Evans è elegante ed essenziale, capace di passare in secondo piano nell’accompagnamento, così come di produrre assoli di grande intensità. Allo stesso tempo emerge nella sua compostezza il drumming cerebrale di Paul Motian sempre perfettamente attento e preciso, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni e condurli in sentieri improvvisativi, pur lasciandosi condurre dalla profonda interazione con il leader.
Nel rumore di sottofondo di chiacchiere e bicchieri tipico del Vanguard, in Waltz for Debby i tre si concentrano soprattutto in ballad dal sapore impressionistico: perfetto il lavoro di Evans in My foolish heart con la quale, suonandone solo la melodia, crea uno brano sospeso nel tempo aiutato dagli interventi misuratissimi di LaFaro e dal delicato contrappunto delle spazzole di Motian. Gli altri brani lenti – Detour ahead, My romance (con gli interventi “anarchici” di LaFaro), Porgy scivolano via leggere con dolcezza mai stucchevole, mentre brani più movimentati come la swingante Waltz for Debby (con un Motian da manuale) o Milestone sono palestra per soli mozzafiato (notevole quello di LaFaro nella seconda).
Sunday at the Village Vanguard è incentrato, invece, su due brani originali del contrabbassista, entrambi – e non c’è da meravigliarsene! – lontani dagli standard compositivi: Jade visions obbliga a continui cambi ritmico-metrici, mentre Gloria’s step dà modo a LaFaro di prodursi in un assolo debordante per inventiva e tensione. Di assoluto rilievo è la davisiana Solar nella quale, dopo un’introduzione comune, i tre – pur tenendo sempre in considerazione la struttura del brano – improvvisando su linee melodiche proprie, prendono strade del tutto diverse fino ad un inusuale finale “aperto”, quasi a far notare che ciò che hanno suonato fino a quel momento era solo “una” delle possibili interpretazioni.
Purtroppo queste sono le ultime registrazioni di un contrabbassista straordinario e straordinariamente promettente.
(Nel 2003 la Riverside ha riunito tutte le registrazioni delle 5 sessioni in un unico cofanetto di 3 CD The Complete Village Vanguard recordings, 1961).

At the Montreux jazz festivalBill Evans at the Montreux jazz festival (Verve – 1968)
con Eddie Gomez (contrabbasso) e Jack DeJohnette (batteria)

Dopo il disorientamento per la scomparsa di LaFaro e l’abbandono nel 1964 da parte di Paul Motian che intraprende altre strade (l’ultimo disco inciso assieme è Trio 64 con Gary Peacock), Evans continua la sua attività tra alti e bassi alla costante ricerca di collaboratori capaci di supportarlo in modo così fruttoso come il suo primo trio. Trova in Chuck Israel e Larry Bunker due valide spalle per un fortunato tour europeo seppur in grado di offrire delle prove discografiche piuttosto convenzionali, ma il vero problema è che la musica di Evans resta sì di alto livello ma in qualche modo è ferma, involuta, sicuramente più arretrata rispetto alle cose fatte con il primo trio e con Miles Davis.
Una scossa Evans la ebbe nella primavera del 1966 quando incontrò il contrabbassista portoricano Eddie Gomez, che rimase con lui per i successivi 11 anni. Se da una parte Gomez, virtuoso del proprio strumento, si pone come valido successore di LaFaro proseguendone l’approccio libero e piacevolmente vitale, dall’altra Evans fatica a trovare un batterista che lo soddisfi a pieno.
Tra i dischi registrati con Gomez – che vale la pena ricordare, è attivo anche nella scena free – è da menzionare questa registrazione del 1968 al festival jazz di Montreux nella quale i due vengono affiancati da Jack DeJohnette, batterista tra i più inventivi del momento. La spinta innovativa dei nuovi accompagnatori fa bene alla musica di Evans che guadagna in modo sensibile in dinamica e sfumature armoniche, senza comunque cambiare in modo radicale. Accanto ad alcuni standard poco usuali, troviamo brani più volte proposti come Someday my prince will come, I loves you Porgy e Nardis – campo di battaglia per l’esplorazione armonica evansiana – e un paio di originali (One for Helen, dedicata alla sua manager Helen Keane) e la scoppiettante Walkin’ up che chiude un disco di buon livello, onesto e ben ispirato seppur non contenente particolari novità.

The Tokyo concertThe Tokyo concert (Fantasy – 1973)
con Eddie Gomez (contrabbasso) e Marty Morell (batteria)

Verso la fine degli anni ’60, con l’entrata nel trio di Marty Morell – che vi resterà per 6 anni – finalmente l’organico si stabilizza; ciò contribuisce a dare una maggiore stabilità – almeno dal punto di vista professionale – ad Evans e ad una maggiore cura del suo lavoro in trio. Ciò nonostante, i risultati non saranno artisticamente eccezionali. Lo stesso Evans in un’intervista del 1972 dirà: “la musica che suono attualmente non mi dispiace, ma mi sembra di essere in un periodo in cui non progredisco più, il ché mi rattrista profondamente“. La ragione di questo si può trovare nelle dinamiche interne del trio che tende a prendere soluzioni più formali: da una parte Gomez sempre più portato a mettere in luce il suo virtuosismo (da ascoltare il suo fastidioso solo in My romance), dall’altra Morell che troppo spesso tende ad alzare il volume e a dialogare poco con gli altri due musicisti, soprattutto con il leader. Chi ne soffre maggiormente è il pianismo, fatto di pause e di micro-variazioni tonali, di Evans che si vede costretto ad aumentare l’intensità di suono e di note, soprattutto nel registro acuto, per contrastare i compagni, generando di fatto una frenesia che non gli è congeniale.
I dischi registrati nel periodo – pur mantenendo sempre una buona qualità – non sono particolarmente brillanti: tra tutti spicca questa registrazione del 20/01/73 a Tokyo nella quale Evans appare in buona forma e riesce ad emergere sui due partner che comunque paiono essere più disposti a seguirlo. E’ evidente il desiderio di Evans di cercare la maggior cantabilità possibile soprattutto nei brani più lirici quali When autumn comes o Yesterday I heard the rain, ma che è comunque molto efficace nella swingante On green dolphin street o nella riproposizione di Gloria’s step di LaFaro. Sicuramente da citare è TTTT (Twelve Tone Tune Two) dove l’improvvisazione è ridotta al minimo e si evidenzia una prassi compositiva inusuale, ovvero quella seriale su 12 toni diversi che Evans ripropone variandone l’armonizzazione (la stessa tecnica si trova nel brano TTT nel disco The Bill Evans album del 1971).

You must believe in springYou must believe in spring (Warner bros – 1980)
con Eddie Gomez (contrabbasso) e Eliot Zigmund (batteria)

L’indolenza creativa che avvolge Evans subisce – finalmente – uno scossone nel 1975: un po’ perché egli trova una nuova determinazione  a vivere grazie alla nascita del figlio, un po’ perché alla batteria del trio si siede alla batteria Eliot Zigmund, la cui sensibilità subito bene si adatta a quella del leader. Zigmund, al contrario di Morell non suona con Gomez quasi in contrapposizione con il pianoforte, ma anzi supporta le pulsioni sonore ed emotive di quest’ultimo, dando la possibilità ad Evans di sviluppare e distendere con tranquillità ed eleganza  le proprie idee e le proprie invenzioni. Il trio assume così un respiro più arioso, più delicato, più liricamente coinvolgente.
Il trio – che si scioglierà due anni dopo – si esibisce molto dal vivo, registrando solo un paio di dischi in studio (a cui si aggiungono alcune registrazioni dal vivo e con altri musicisti quali Lee Konitz e Toots Thielemans): il primo è l’ottimo I will say goodbye, l’altro – l’ultimo insieme – è questo You must believe in spring (realizzato postumo nel 1980). Se nel primo è ben percepibile una rinnovata voglia di suonare, recuperando sfumature e toni che da tempo Evans non raggiungeva, nel secondo ciò viene messo in luce in modo ancora più evidente, anche se ciò che domina è uno spiccato senso di drammaticità. Pare che Evans si renda conto che il fato sia giunto a presentargli il conto di una vita vissuta al limite, così da affrontare – volontariamente o involontariamente – una riflessione sulla morte. L’atmosfera di tutto il disco è infatti sommessa ed inquietante a partire dal pezzo iniziale B minor waltz (che – casualmente? – è la stessa tonalità della sinfonia patetica di  Čajkovskij) in memoria della prima moglie morta suicida, da We will meet you again dedicata al fratello Harry, il quale non potrà mai ascoltarla in quanto pubblicata solo dopo la sua morte, fino al tema del film M.A.S.H. che già nel sottotitolo “Suicide is painless” (“il suicidio è indolore”) dà un’indicazione dello stato d’animo di Evans.
Ciò nonostante il disco è ottimo e suonato in modo eccellente: The peacocks, la title-track, i già citati Theme from M.A.S.H. e We will meet you again vedono il trio ed Evans in particolare in splendida forma e restano a pieno titolo delle gemme nella sua produzione.

Live in Buenos AiresLive in Buenos Aires 1979 (West wind – 1990)
con Marc Johnson (contrabbasso) e Joe Labarbera (batteria)

Verso la fine del 1977 Gomez e Zigmund lasciano entrambi il trio costringendo Evans a cercare nuovi partner: grazie all’interessamento di amici musicisti, prima trova il giovane  contrabbassista Marc Johnson con il quale – assieme al fidato Philly Joe Jones – compie un’acclamata tournée europea, poi il batterista Joe LaBarbera. Entrambi sono musicisti tecnicamente talentuosi, ma soprattutto sanno creare un interplay perfetto fatto di ascolto reciproco e di ricerca costante della sintonia. Sarà lo stesso Evans a dire che “questo trio è collegato profondamente al mio primo trio” e la cosa si sente in modo evidente: tutto pian piano torna a posto, la musica riprende a fluire con quell’intensità e quell’eleganza tanto cercata e così poco ultimamente trovata da Evans, che sembra – magari inconsciamente – dare libero sfogo a tutta la sua energia da tempo repressa. Energia musicale che lo sostiene nell’affrontare un notevole numero di concerti in tutto il mondo, ma purtroppo anche energia auto-distruttiva che va a minare un fisico da tempo messo a dura prova.
Il trio non entrerà mai in studio di registrazione, ma può contare su di un bel numero di registrazioni dal vivo, generalmente di ottimo livello: sicuramente vanno ricordate le due edizioni di The Paris concert (1979), le registrazioni al Village Vanguard di New York dal 4 all’8 giugno 1980 riunite nel cofanetto Turn Out The Stars: The Final Village Vanguard Recordings, fino alle ultime registrazioni a San Francisco dal 31 agosto all’8 settembre 1980 che si trovano nel cofanetto da 8 CD The last waltz  The final recordings live at Keystone Korner – September 1980. Fra tutto il materiale disponibile, per rappresentare questo periodo, ho scelto questa registrazione del concerto tenuto dal trio al teatro San Martin di Buenos Aires il 27 settembre 1979; la ragione principale è che – al contrario delle registrazioni sopra citate dove, a causa del suo stato di salute, Evans ha degli alti e bassi – qui il pianista e il suo trio sono al massimo dell’espressività e del coinvolgimento emotivo. Nei 2 CD, infatti, è contenuto il meglio del repertorio del periodo ed esso è suonato ai massimi livelli, in perfetta sintonia e con tutta la voglia di esprimere il meglio che la musica – parafrasi di una vita – può dare, quasi fosse un non pensato e non voluto testamento spirituale.

dischi con altre formazioni

UndercorrentAffinityUndercorrent (Blue note – 1962)
con Jim Hall (chitarra)

Affinity (Warner bros – 1978)
con Toots Thielemans (armonica), Larry Schneider (sax soprano, tenore, flauto), Marc Johnson (contrabbasso) Eliot Zigmund (batteria)

In un’attività concertistica e in studio così baricentricamente orientata sul trio, non mancano certo registrazioni effettuate in contesto diverso, a partire da quelle in piano-solo come Conversation with myself (1963) – una serie di standard sovraincisi da lui stesso – Alone (1968) e Alone (Again) (1975). Sicuramente da ricordare sono: Interplay (1962) al cui trio dell’epoca si aggiungono Freddie Hubbard e Jim Hall, il duetto The Tony Bennett / Bill Evans album (1975), o il buon We will meet again (1979) in cui al trio si aggiungono l’ottimo Tom Harrell e Larry Schneider. Da dimenticare, invece, il decisamente mal riuscito From left to right (1970) in cui affronta il piano elettrico e Symbiosis (1974), entrambi con l’orchestra, che dimostrano che tale dimensione non si confaceva alla musica di Evans.
Di tutt’altra pasta è Undercorrent in duo con il grande Jim Hall: i due, in perfetta solitudine e in ottimale simbiosi, rivisitano una decina di brani e lo fanno con una classe e un feeling decisamente da incorniciare: la musica è ricca di sfumature all’insegna di un’introspezione crepuscolare mai fine a se stessa, tesa ad esplorare nuove soluzioni armoniche, timbriche e ritmiche. Il titolo del disco, da questo punto di vista, è perfetto: qualcosa scorre fluente sotto il pelo dell’acqua emergendo e rituffandosi incessantemente in un continuo gioco di rimandi e suggestioni. Dreamy gipsy, Romain (di Jim Hall), My funny Valentine (insolitamente veloce), I’m getting sentimental over you i brani particolamente riusciti.
Penultima registrazione in studio di Evans – l’ultima sarà il già citato We will meet againAffinity ospita il grande armonicista belga Toots Thielemans e il giovane saxofonista Larry Schneider che si affiancano a Johnson e Zigmund in un’ottima sessions all’insegna del disimpegno da strutture troppo chiuse, dove viene privilegiato soprattutto il dialogo tra due voci strumentali, diverse tra loro ma accomunate da un approccio simile al materiale musicale. Si percepisce anche la voglia di rinnovamento di Evans che include una canzone di Paul Simon (I do it for your love) e la bellissima Sno’ peas del pianista Phil Markovitz, nonché quello che diverrà un classico nelle sue performance da vivo, ovvero The days of wine and roses di Henry Mancini. Da non perdere è la versione particolarmente ispirata del classico Body and soul.


20 dischi jazz

Questa è una lista strabica. E mi è costata un’enorme fatica.
Dunque, il “gioco” – involontariamente iniziato da Shakib con un post nel suo bel blog Stelle Cadenti – era quello di indicare una lista di 20 dischi di jazz particolarmente significativi; avevo lasciato un commento dicendo che anch’io avrei fatto la mia.

Ed eccola la lista: innanzitutto strabica, perché nella scelta mi sono diviso tra obiettività e soggettività, ovvero tra l’includere dischi che effettivamente hanno segnato la storia del jazz e quelli che – piacendomi in modo particolare – hanno segnato il mio approccio a questa musica. Obiettività che, peraltro, non credo possa esistere del tutto, a meno di non aver ascoltato una marea infinita di dischi e di avere una competenza che, onestamente, sento di non avere. Quindi lista soggettiva con un occhio anche verso dischi importanti della storia.
Poi la fatica: ho buttato giù una lista di dischi “top” che piano piano ho ridotto e limato fino ad arrivare ad una trentina… e qui il panico, ovvero doverne togliere ancora dieci e non sapere quali. Le esclusioni eccellenti sono state tante, troppe, ma le regole del “gioco” vanno rispettate. Ecco la lista (in ordine cronologico), quella di oggi, perché ho il sospetto che se la rifacessi tra un po’ ci sarebbero risultati diversi. Ovviamente di “roba” buona ne è rimasta fuori a pacchi (soprattutto elettrica)…

With the Oscar Peterson trio

Lester Young: With the Oscar Peterson trio (Verve – 1952)
Lester Young (st), Oscar Peterson (p), Barney Kessel (ch), Ray Brown (c), J.C. Handy (b)

Assieme con Coleman Hawkins (grande escluso da questa lista) Lester Young è stato uno dei grandi precursori ed innovatori del sax; personaggio anticonvenzionale per eccellenza, Young (detto “Pres”, ovvero “President”) aveva una concezione del tutto particolare nel suonare il suo strumento. In contrapposizione proprio ad Hawkins e al suo approccio “muscolare”, il saxofonista del Mississippi presentava un suono etereo e penetrante, sommessamente lirico senza fare ricorso al vibrato; le sue note erano libere da gabbie armoniche e le sue lunghe frasi erano un continuo gioco con il silenzio. In questo disco è possibile ascoltare il sax rarefatto di Young in contrapposizione al densissimo pianoforte di Oscar Peterson in un continuo affascinante gioco di vuoti e pieni. Splendide le ballad come On the sunny side of the street o I can’t give you anything but love, memorabile Tea for two con gli assoli, oltre che di Pres, di Peterson e dell’ottimo Barney Kessel.
Per me: Young rappresenta la dolcezza che non rinuncia al vigore, che non diventa mai melensaggine, il lirismo senza compromessi di un uomo tragicamente isolato.

Brilliant corners

Thelonious Monk: Brilliant corners (Riverside – 1956)
Thelonious Monk (p), Ernie Henry (sa), Sonny Rollins (st), Oscar Pettiford (c), Max Roach (b), Clark Terry (tr), Paul Chambers (c)

Un altro genio solitario era Thelonious Monk, perennemente chiuso nella sua ricerca nella quale la sua fanciullesca innocenza l’aveva confinato, senza – comunque – mai perdere lucidità e logica. Così, una programmata mancanza di progressione musicale lo porta a lavorare su un numero limitato di brani, centellinando note e dilatando le pause in modo trasversale, a volte stridente. Brilliant corners ha il pregio di essere un disco “difficile” ma di poter essere ascoltato a più livelli: si può apprezzare per l’asimmetria dei temi, per l’esecuzione scarna ma passionale di Monk, per la difficoltà (tanta, da causare problemi anche ai musicisti stessi), per gli assoli originali, per il lavoro d’insieme particolarmente curato e preciso nonostante le insidie nasconte nei brani.
Per me: Monk è una sorta di amico, un amico lontano nel tempo e nello spazio; ascoltare i suoi brani è come immergersi in una dimensione di luminosa ingenuità.

Pithecanthropus erectus

Charles Mingus: Pithecanthropus erectus (Atlantic – 1956)
Charles Mingus (c), Jackie McLean (sa), J.R. Monterose (st), Mal Waldron (p), Willie Jones (b)

Un altro personaggio isolato, un altro genio… sarà forse questo destino ad accomunare tanti jazzisti. Mingus rappresenta il “bastardo” (Beneath the underdog è il titolo della sua autobiografia), sia nel piano personale, sia in quello musicale. Mingus non aveva padroni, non aveva punti di riferimento – o meglio – li aveva tutti e li mischiava assieme senza troppe preoccupazioni e, soprattutto, in modo convicente. In questo disco convivono assieme l’hard-bop più spinto, il blues, il gospel fino a precorrere le pulsioni del free-jazz e la pratica dell’improvvisazione collettiva. Perfetto il lavoro d’insieme con la propulsione costante del contrabbasso del leader, del piano di Waldron intriso di blues (sentitelo su Love chant!); decisamente a loro agio i due fiati che si scambiano frasi torride.
Per me: è una sorta di valvola di sfogo per la mia parte più selvaggia, comunque mitigata dalla dolcezza che la musica di Mingus nasconde nel suo interno.

Ella & Louis

Ella Fitzgerald e Louis Armstrong: Ella & Louis (Verve – 1957)
Ella Fitzgerald (v), Louis Armostrong (tr, v), Oscar Peterson (p), Herb Ellis (ch), Ray Brown (c), Buddy Rich (b)

Mai unione di due musicisti fu così fruttosa. Mai le caratteristiche di due voci si sono mescolate assieme in modo così convincente ed emozionante. Certo l’Armstrong di questo disco non è quello pirotecnico degli anni con gli Hot Five e Hot Seven, ma il suono della sua tromba – dolce e autorevole allo stesso tempo – si riconosce tra mille, così come la sua voce ruvida e profonda. Ella? Lei è semplicemente stupenda! Le ballad del disco sono 12 gemme preziose, perfette e irripetibili: in esse c’è lo swing, l’amore per la musica, il gioco a rincorrersi e ritrovarsi, l’emozione profonda di due anime in ottima simbiosi. Se ne accorsero anche gli accompagnatori che – pur prendendosi importanti momenti solistici – quasi si fanno da parte per lasciare tutto lo spazio a questi due magnifici musicisti.
Per me: questo disco rappresenta tantissime cose, è uno dei dischi tramite i quali ho iniziato ad amare il jazz, sono le note sulle quali volano spesso i miei sogni. Avete presente l’isola deserta? Lì questo disco con me non può mancare!

Kind of blue

Miles Davis: Kind of blue (Columbia – 1959)
Miles Davis (tr), John Coltrane (st), Julian “Cannonball” Adderley (sa), Bill Evans (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b)

Kind of blue è uno di quei dischi che non hanno epoca, semplicemente esistono. Sono stati scritti libri per descriverlo, per raccontarlo, per penetrarne i segreti, ma per quanto si tenti di analizzarlo non sarà mai possibile svelarne la magia. Qui tutto è perfetto: l’intesa tra i musicisti, i temi eterei e pregnanti di Davis, gli assoli misurati ed evocativi, ma soprattutto il disco può essere ascoltato a più livelli, dal più superficiale come musica di sottofondo, fino a quello più profondo di musica innovativa. Ma di fronte a tanta bellezza, diventa addirittura secondaria l’importanza storica di questo disco, con il quale praticamente nasce il jazz modale che sarà una importantissima base per tutto il jazz a venire.
Per me: Miles Davis è uno dei miei musicisti preferiti e la tentazione di inserire più di un suo disco era grande. Anche se non l’ho conosciuto partendo da Kind of blue, è da queste note che inizia l’amore che ho per la sua musica.

The shape of jazz to come

Ornette Coleman: The shape of jazz to come (Atlantic – 1959)
Ornette Coleman (sa), Don Cherry (cnt), Charlie Haden (c), Billy Higgins (b)

Come il precedente questo disco rappresenta una pietra miliare nella storia del jazz rappresentando, di fatto, una sorta di spartiacque nell’evoluzione del free-jazz. Coleman, con il suo suono graffiante, qui introduce la sua particolare concezione armonica polverizzando le precedenti e conducendo il suo quartetto in ardite esplorazioni nelle quali proprio la struttura armonica è pressoché assente, vista anche la mancanza di uno strumento temperato come il pianoforte. La libertà è totale, ma non è il caso – come vorrebbe qualcuno – che determina le improvvisazioni, bensì una logica radicale e un senso della melodia ben difficile da trovare in altri musicisti free. Brani come la melanconica Lonely woman e il blues Peace possiedono una loro grezza e ruvida bellezza e restano davvero fissati nella mente come le “forme del jazz futuro”.
Per me: Coleman è la fatica di andare oltre, di cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle note aspre e di inseguire una razionalità diversa lungo una strada non comoda.

Waltz for Debby

Bill Evans trio: Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans (p), Scott LaFaro (c), Paul Motian (b)

Registrato in una memorabile sessione al Village Vanguard di New York del 25 giugno 1961 – così come l’altrettanto splendido Sunday at the Village Vanguard - questo album è un punto di riferimento per qualsiasi trio pianoforte / contrabbasso / batteria; è anche, purtroppo, l’ultimo disco inciso da Bill Evans con il fenomenale contrabbassista Scott LaFaro, prima della sua tragica scomparsa in un incidente d’auto. L’interplay del trio è perfetto: ogni nota suonata da Evans ha il suo significato e non vi sono note sovrabbondanti, il suo pianismo è elegante ed essenziale, così come il drumming cerebrale di Motian, mentre spetta all’inventiva di LaFaro rompere gli schemi intessuti dai compagni. Ballad dal sapore impressionistico come My foolish heart, Detour ahead, My romance, Porgy scivolano via leggere con mai stucchevole dolcezza, brani più movimentati come la title-track o Milestone sono palestra per soli mozzafiato.
Per me: Evans rappresenta, in una sorta di contraddizione in termini, il romanticismo e la razionalità nel jazz; la sua musica fa pensare e allo stesso tempo lascia veleggiare i pensieri in oasi misteriose.

Out to lunch

Eric Dolphy: Out to lunch (Blue Note – 1964)
Eric Dolphy (sa, fl, clb), Freddie Hubbard (tr), Bobby Hutcherson (vib), Richard Davis (c), Tony Williams (b)

Questo è un disco che spiazza di continuo, un disco che non solo si rinnova ad ogni ascolto, ma che nel suo interno riserva angoli assolutamente inaspettati. Infatti Dolphy, alternandosi tra sax alto, flauto e clarinetto basso, riesce sempre a condurre la sua musica nella direzione esattamente opposta di quella che ci si aspetterebbe, in ambito armonico ma soprattutto in quello ritmico – supportato in questo dall’innovativo drumming di Tony Williams e dagli nserti del vibrafono di Hutcherson. Con i suoi temi spigolosi e dissonanti, Out to lunch è considerato come uno dei vertici del free-jazz pur conservando in parte forme musicali di derivazione bop; è Dolphy stesso che, con interventi di lucida follia, produce in continuazione suone prospettive.
Per me: è un disco che mi ispira instabilità perché su di un impianto assolutamente razionale si sviluppano idee completamente fuori da schemi precostituiti, pur mantenendo inalterato l’equilibrio di fondo.

The sidewinder

Lee Morgan: The sidewinder (Blue Note – 1964)
Lee Morgan (tr), Joe Henderson (st), Barry Harris (p), Bob Cranshaw (c), Billy Higgins (b)

Questo è un disco che mette allegria fin dalle prime battute del tema inziale ed è la dimostrazione lampante che si può fare del jazz – intelligente e per nulla banale – divertendosi e divertendo. La tromba del leader è sempre in bella evidenza e con il suo suono squillante e sincero è in grado di focalizzare su di sè l’attenzione dell’ascoltatore; non sono comunque da meno gli altri componenti del quintetto a partire da Joe Henderson (tutto da godere il suo assolo su Totem pole così come quello del leader) fino alla sezione ritmica al completo che fornisce un groove sinuoso e carico di energia dal sapore funkeggiante. La title-track fu un grandissimo successo all’epoca e – purtroppo per Morgan – divenne una sorta di termine di paragone per tutta la sua produzione successiva.
Per me: questo disco, pur essendo suonato a livelli altissimi, rappresenta il jazz “disimpegnato”, quello che va alle gambe più che alla testa. Jazz comunque, solido e del tutto autorevole.

The heliocentric world of Sun Ra

Sun Ra: The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
Sun Ra (p, tast, perc), Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Non si può, parlando di dischi importanti nel jazz, non includerne uno di Sun Ra, personaggio la cui genialità musicale è stata offuscata dalla sua ostentata stravaganza. Sun Ra è stato un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la tradizione jazz pur senza rinnegarla, inventando – di fatto – una proposta musicale originale e difficilmente riconducibile ad un solo stile comprendendoli e distillandoli tutti: swing, bop, free, avanguardia. Questo disco è la summa di tutto ciò: la lunga composizione inziale The sun myth – suonata da un’orchestra quasi in trance – è dominata dalla tensione tra rarefazione e caos sonoro, la breve A house of beauty è una sorta di spaesamento in una terra di nessuno, mentre il finale Cosmic chaos è un’altra piccola suite dominata da uno swing sui-generis che collide ancora con l’astrazione improvvisativa.
Per me: la musica di Sun Ra e in particolare questo disco sono un modo per vedere il mondo – musicale o meno – sotto una prospettiva diversa, del tutto originale. L’approccio spaventa, ma capita la logica si resta appagati.

A love supreme

John Coltrane: A love supreme (Impulse! – 1965)
John Coltrane (st), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.
Per me: è difficile descrivere cosa mi ha dato questo disco; ricordo che la prima volta che l’ascoltai mi misi a piangere travolto dall’intensità emotiva espressa.

Belonging

Keith Jarrett: Belonging (ECM – 1974)
Keith Jarrett (p), Jan Garbarek (st, ss), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Prima uscita del cosiddetto “quartetto europeo” di Jarrett, questo disco è un ottimo esempio delle potenzialità della via europea al jazz. Anche se i sei temi sono tutti scritti dal leader e il suo pianismo marca il quartetto, a definire la cifra stilistica predominante è il suono particolarissimo – algido e siderale – dei sax di Jan Garbarek che, assieme all’accompagnamento di Danielsson e Christensen, introduce elementi esterni alla tradizione statunitense. Il disco si apre con Spiral dance, un tema travolgente su un contagioso pedale, rallenta con Blossom un’evocativa ballad con un superlativo Garbarek, ma subito riprende a pulsare con la movimentata ‘Long as you know you’re living yours contraddistinta dal tema che si avvolge e si svolge su se stesso. Belonging un magico duetto tra piano e sax, The windup un brano gioioso e fresco con un magistrale assolo del leader su una ritmica attenta, Solstice chiude il disco con un lungo tema pensoso.
Per me: in assoluto uno dei miei dischi più amati di sempre, contraddistinto da temi che restano impressi nella mente e suonato in modo molto ispirato.

The pilgrim and the stars

Enrico Rava: The pilgrim and the stars (ECM – 1975)
Enrico Rava (tr), John Abercrombie (ch), Palle Danielsson (c), Jon Christensen (b)

Primo disco inciso per l’ECM dal trombettista triestino è tuttora una delle sue prove discografiche più interessanti ed originali. Alla guida di una sezione ritmica nordica (la stessa del “quartetto europeo” di Jarrett) ed affiancato dal chitarrista statunitense John Abercrombie, Rava offre un saggio completo ed esauriente della propria arte. Infatti i sette brani – tutti di sua composizione – spaziano tra le sue varie anime musicali, come lui stesso ha spaziato tra i vari stili jazzistici; così non deve stupire se nella title-track convivono marcato lirismo e acide atmosfere sostenute dalla chitarra di Abercombie, se a delicate ballad come Bella o Blancasnow si contrappongono le astrazioni materiche di Pesce naufrago, la libertà di Surprise hotel o la pulsante By the sea con lo splendido dialogo tra tromba e chitarra.
Per me: mi piace Rava ed in particolare questo disco perché per quanto free possa essere il contesto, è evidente come il trombettista in un lavoro di costante introspezione ricerchi sempre la melodia, il canto, l’emozione profonda in ogni brano.

Nice guys

Art Ensemble of Chicago: Nice guys (ECM – 1979)
Lester Bowie (tr, perc), Joseph Jarman (st, sa, ss, cl, fl, vib, perc, voc), Roscoe Mitchell (st, sa, ss, fl, ob, cl, perc), Malachi Favors Maghostus (c, perc), Famoudou Don Moye (b, perc, mar)

L’AEoC è una delle formazioni più importanti – e longeve – della storia del jazz ed un vero e proprio punto di riferimento del movimento free; guidato fino al 1999 dal carismatico trombettista Lester “doctor” Bowie ed ora nelle mani di Roscoe Mitchell, il quintetto si è dedicato alla pratica dell’improvvisazione totale e collettiva capace di fondere musica e teatralità, concretezza e astrazione, serietà e giocosità, elemento quest’ltimo che non viene mai a mancare nella musica dell’ensemble. Questo Nice guys è la perfetta sintesi di tutto ciò: in Ja domina il reggae, Folkus è un complicato gioco percussivo sospeso in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati, mentre la conclusiva Dreaming of the master sembrerebbe presa di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis al quale è peraltro dedicata.
Per me: i primi concerti jazz della mia vita (era il 1988) sono stati quello del quintetto di Dizzy Gillespie e quello dell’AEoC con i quali ho scoperto questa splendida musica. Al grande Dizzy e al gruppo di Bowie va dunque tutta la mia riconoscenza.

Chet Baker in Tokyo

Chet Baker: Chet baker in Tokyo (2 CD / Evidence – 1987)
Chet Baker (tr, voc), Harold Danko (p), Hein Van Der Geyn (c), John Engels (b)

Giunto verso la fine di una vita disastrata ed avventurosa, questo disco è il vertice dell’arte di Chet Baker, trombettista capace di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine. In questa esibizione dal vivo del 14 giugno 1987 a Tokyo, Baker ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dando con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Allora troviamo l’hard-bop di For minors only, la tormentata Almost blue di Elvis Costello, due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato.
Per me: Chet Baker, e questo suo disco in particolare, è la tensione della poesia, la sofferenza che si fa musica, la corrispondenza tra vita ed arte.

Love remains

Bobby Watson quartet: Love remains (Red records – 1987)
Bobby Watson (sa), John Hicks (p), Curtis Lundy (c), Marvin “Smitty” Smith (b)

Tra gli alto-saxofonisti oggi in attività senza dubbio Bobby Watson è uno di quelli che può vantare un suono tra i più riconoscibili e autorevoli; forse non si può definire un innovatore del suo strumento, ma sicuramente gli vanno riconosciute capacità interpetative davvero notevoli. Inserito nel solco della tradizione, dal bop parkeriano (The mistery of ebop) al hard-bop più scorrevole (Love remains), Watson sa far cantare il suo sax in maniera mirabile, privilegiandone soprattutto la liricità come è facile sentire nella dolcezza delle ballad Dark days e The love we had yesterday. Lo affiancano in questo disco una sezione ritmica solida e collaudata, ma soprattutto un pianista d’eccezione come John Hicks capace di valorizzare i brani con il suo apporto melodico.
Per me: questo disco è un piacevole racconto che si svolge in una luce soffusa e carica di chiariscuri un racconto notturno ma mai buio.

People time

Stan Getz / Kenny Barron: People time (2 CD / Gitanes – 1992)
Stan Getz (st), Kenny Barron (p)

Come spesso accade nel mondo del jazz anche Stan Getz aveva un soprannome: Il suo era “the sound”, omaggio ad uno dei sax con il più bel suono apparso nel mondo del jazz, un suono capace di essere vellutato ed aggressivo allo stesso tempo, in una parola un suono cool. Queste registrazioni del marzo 1991 a Copenhagen vedono Getz a fine carriera, già minato nel fisico dal male che lo porterà alla morte da lì a quattro mesi; il suo sax ne risente tanto che in alcuni passaggi si sente che il respiro viene a mancare ma è compito del mai troppo decantato Kenny Barron sostenere e “proteggere” l’amico e il collega con un lucido e pregnante lavoro di accompagnamento. People time allora diventa il testamento musicale dall’altissima intensità emotiva di un grande solista, ma anche una sorta di inno all’amicizia, al rispetto reciproco.
Per me: questo disco mi ha fatto sempre pensare a quanto può essere importante la musica nella vita di una persona, in quella di Getz, e in qualche modo anche nella mia.

Songs - the art of the trio

Brad Mehldau: Songs – the art of the trio, vol.3 (Warner Bros – 1998)
Brad Mehldau (p), Larry Grenadier (c), Jorge Rossy (b)

Se, come la quasi totalità dei pianisti, anche Brad Mehldau ha dovuto confrontarsi con l’esperienza di Bill Evans, bisogna dargli atto di averlo fatto con originalità e soprattutto riuscendo a mantenere la propria spiccata personalità. Del pianista di Plainfield, Mehldau – all’epoca di questo disco giovane promessa ora affermata realtà – ha sicuramente messo in pratica la lezione di dare agli elementi del proprio trio una spiccata libertà esecutiva, aiutato in questo anche dalla loro notevole bravura. Musicalmente se da una parte è lo spiccato romanticismo a colpire – For all we know, River man (di Nick Drake), Exit music dei Radiohead trasudano melanconia – dall’altra brani come Unrequited o la movimentata Convalescent mettono in evidenza latecnica fenomenale di un pianista che non ha alcun timore di confrontarsi con la tradizione e che la rinnova con semplicità e senso
Per me: amo molto Mehldau ed in particolare questo disco. Non ci sono ragioni storiche, tecniche, ideologiche… semplicemente mi piace e continua a piacermi anche se l’avrò ascoltato almeno un centinaio di volte. In fondo è anche per questo che è nata la musica!

Solo live

Michel Petrucciani: Solo live (Dreyfus – 1998)
Michel Petrucciani (p)

Quello che quest’uomo sapeva fare con il pianoforte aveva dell’incredibile, così come la quantità di energia positiva che quel fragile corpo poteva contenere, energia che gli consentiva di affrontare prove assai ardue ad esempio un concerto di piano-solo come quello in parte testimoniato da questo disco. Il modo di suonare di Petrucciani rifletteva soprattutto l’intento di impressionare i suoi ascoltatori, non ostentando virtuosismo o sfruttando la sua condizione, ma suscitando emozioni e trasmettendo gioia e positività. Basti un titolo per tutti – Looking up, “guardando verso l’alto” che detto da lui assume un significato del tutto particolare – per capire quanto coinvolgente può essere la sua musica che sapeva andare senza particolari problemi e in maniera convincente dalla nostalgica Besame mucho, alla tellurica Caravan, da divertissement come Little piece in c for u, alla melodia che difficilmente si dimentica di Brazilian like.
Per me: quando in certi momenti il morale è basso, è questo il disco che più spesso mi ritrovo nel lettore. Mi piace Petrucciani, aspettavo con ansia il suo concerto del 13 gennaio 99 qui a Mestre: il fatto che ci abbia lasciato 4 giorni prima è uno dei vuoti musicali più forti della mia vita.

Let yourself go

Fred Hersch: Let yourself go (Nonesuch – 1999)
Fred Hersch (p)

Ancora un altro pianista, ancora un altro piano-solo, ancora un’altra serata magica. Sì perché spesso nel jazz ci sono quei concerti che per particolare disposizione del musicista, per l’atmosfera o per una combinazione fortunata di cose diventano eventi irripetibili. E’ successo in questa serata alla Jordan Hall di Boston, nella quale Hersch dialogando con il proprio strumento si è semplicemente “lasciato andare” (per citare il titolo del disco) alla musica e ha dato ancora volta una dimostrazione della sua bravura, della sua spiccata sensibilità, del suo vivere la musica in modo totale in modo da far provare agli ascoltatori ciò che lui sta vivendo, andando al di là della tecnica (che è superlativa) o all’esibizione. Allora brani come Black is the color, Speak low, Let yourself go o Blue Monk, diventano delle poesie sonore, dei quadri impressionistici, dei sentieri alla ricerca del bello, puro e incontaminato.
Per me: Fred Hersch mi affascina perché col suo essere schivo rende evidente il fatto di essere immerso in un mondo diverso, impregnato di poesia. E così è la sua musica, giocata sulla ricerca dell’armonia che spiana i contrasti.

Extended play

Dave Holland Quintet: Extended play (2 CD / ECM – 2003)
Chris Potter (st, sa, ss), Robin Eubanks (trm), Steve Nelson (vib, mar), Dave Holland (c), Billy Kilson (b)

La musica jazz ha una storia oramai quasi centennale e, pur col suo variegato susseguirsi di stili, è difficile al giorno d’oggi dire qualcosa di veramente orginale; Holland ci ha provato – e ci è riuscito – con questo suo quintetto dall’impianto libero. Quello che colpisce di questo disco, registrato dal vivo al mitico Birdland di New York, è il mood costantemente pervaso da una tensione che non lascia spazio a momenti di stasi; a farla da padrone è il ritmo incalzante tenuto dal leader, dalla batteria di Kilson e dal vibrafono e marimba di Nelson, con i due fiati che si inseriscono con assoli poderosi in un continuo impressionante scambio di ruoli. Il tutto sospeso in una dimensione musicale che ingloba e supera gli impianti più tradizionali, ma anche quelli più d’avanguardia.
Per me: questo disco relativamente “giovane” rappresenta un punto di partenza verso aree inesplorate del jazz, aree che forse devono ancora venire, ma si affacciano all’orizzonte.

Grazie di essere arrivati fino a qui, un lavoro davvero improbo… se avete letto tutto siete pure coraggiosi! Vediamo se avete anche capito dove non ho rispettato le regole del “gioco”…


Joe Henderson for dummies

E’ strano come nel parlare di Henderson io parta da un’assenza. Un’assenza di quelle che pesano perché trovo una notevole svista che in Jazz, ovvero il fondamentale manuale di Arrigo Polillo, il saxofonista non sia neppure una volta nominato (guardare l’indice dei nomi per conferma); ma forse questo è proprio il destino di questo straordinario musicista, quello di passare inosservato, tanto che – come spesso accade nell’ambiente jazzistico – gli avevano affibbiato il soprannome di ”the Phantom” per la sua capacità di scomparire tra gli altri musicisti. Un’umiltà e un senso della misura che l’hanno portato ad essere sottovalutato per buona parte della carriera e che l’hanno posto in secondo piano rispetto ai suoi coetanei.

Joseph (Joe) Henderson è nato a Lima, Ohio nel 1937; fin da piccolo si appassiona al jazz traendo la maggiore ispirazione dall’ascolto di Charlie Parker e venne incoraggiato dai genitori e dal fratello maggiore allo studio della musica e del sax tenore. Dopo l’esperienza con la banda dell’esercito – con la quale ebbe modo anche di suonare nell’Estremo Oriente e in Europa – si trasferì a New York dove nel 1962 iniziò, grazie ad un contratto con la Blue Note, la sua carriera professionistica. Sarà proprio con la prestigiosa etichetta di Alfred Lion e Francis Wolff che svolgerà la prima parte del suo percorso musicale incidendo un buon numero di dischi e collaborando con parecchi musicisti di gran classe anche in loro importanti registrazioni: tra gli altri sono da ricordare Horace Silver (Song for my father), Lee Morgan (The sidewinder), Art Blakey, Andrew Hill (Point of departure) Kenny Dorham (Una mas), McCoy Tyner (The real McCoy) e molti altri tra coloro che facevano parte di quella “squadra”.
Nel 1967 firma per la Milestone con la quale incide una serie di dischi fino alla metà degli anni ’70. In quel periodo, però, le strade del jazz stavano cambiando; il free-jazz e il nascente jazz elettrico hanno fatto sì che la carriera di Henderson, sicuramente legato a forme più tradizionali, si dirigesse verso un oblio fatto di poche registrazioni altalenanti con diverse etichette discografiche – tra cui l’italiana Red Records – e con la dubbia adesione alla fusion tramite la collaborazione con i Blood Sweat and Tears.
Henderson torna inaspettatamente al grande successo di pubblico e di critica nel 1992 quando firma con la Verve e pubblica una serie di dischi con i quali riesce anche a vincere premi prestigiosi.

Dal punto di vista stilistico Henderson si inserisce nel filone hard-bop: egli possiede una classe cristallina potendo produrre un suono vellutato alla maniera di Lester Young senza comunque rinunciare a certe ruvidezze anche di matrice blues; pur non raggiungendo intensità espressive quali quelle di John Coltrane o Sonny Rollins, nei suoi assoli sa essere incisivo nella giusta maniera e allo stesso tempo sa valorizzare la componente melodica dei brani; soprattutto nella seconda parte della sua carriera, è riuscito a costruirsi un “catalogo” di soluzioni tecniche ed espressive tali da rendere la sua voce unica e riconoscibile.
Henderson se n’è andato nel 2001 lasciando una discografia non troppo nutrita e un po’ disomogenea della quale – sempre nell’ottica “dummies” – credo siano comunque da conoscere i seguenti dischi che possono dare un’idea completa del musicista.

Page one

Page one (Blue Note – 1963)
con Kenny Dorham (tr), McCoy Tyner (p), Butch Warren (c), Pete LaRoca (b)

Nel suo primo disco inciso come leader, Henderson mostra subito quelle che sono le caratteristiche del suo sax: spiccata propensione per la resa melodica dei brani con una particolare attenzione a mantenere costantemente un suono pulito e cantabile. E’, ovviamente, soprattutto nelle ballad – come la suadente La mesha – che questo si avverte maggiormente, ma anche in un blues veloce come Homestretch dove appare qualche ruvidezza, il sax di Henderson non rinuncia alla scorrevolezza. Il disco contiene sei brani di cui quattro firmati dal leader; gli altri due, il famoso Blue bossa e il già citato La mesha sono di Kenny Dorham e come spesso accade con i brani scritti dal grande trombettista hanno un andamento latineggiante. La sezione ritmica, seppur non molto rodata, svolge un lavoro molto preciso con un McCoy Tyner che, forse per assecondare il leader, lascia da parte i suoi famosi cluster di note privilegiando la melodia. Tra i brani spicca Jinrikisha sia per lo splendido assolo iniziale di Henderson a cui fa eco quello perentorio di Dorham, sia per l’ottima intesa di tutto il quintetto.

Inner urge

Inner urge (Blue Note – 1964)
con McCoy Tyner (p), Bob Cranshaw (c), Elvin Jones (b)

Tra i numerosi dischi – peraltro tutti di buon livello - incisi per la Blue Note negli anni ’60 Inner urge occupa un posto di rilievo. All’epoca Henderson era uno dei musicisti di punta dell’etichetta anche se non aveva una vera sua formazione fissa; in questo disco in quartetto si fa accompagnare da due musicisti del gruppo di John Coltrane – McCoy Tyner ed Elvin Jones – e da Bob Cranshaw, sideman di Sonny Rollins. Quello che ne esce è un disco piuttosto movimentato dove Henderson mette da parte parecchia della sua proverbiale liricità per “sporcare” l’emissione sonora; nei cinque brani (tre dei quali sono del leader che si è sempre rivelato anche un buon compositore) infatti è evidente una maggiore muscolarità di matrice hard-bop. La title-track, brano molto amato da Hederson, rappresenta – proprio nelle sue parole – lo stimolo a vincere la frustrazione di trovare la propria strada nella confusione di New York; Henderson bene figura con un assolo potente e ricercato sorpattutto nel finale quando entra ed esce dal tema con disarmante naturalezza. Isotope è un blues spigoloso alla maniera di Monk, mentre El barrio risente dell’influenza della musica spagnola che all’epoca era di “moda” (non era passato tanto tempo da quando Tyner aveva inciso Olè Coltrane e si sente!). Chiudono il disco una rilassata You know I care molto adatta al sax di Henderson e una swingante Night and day, rivitalizzata dal quartetto grazie ad una buona prova collettiva e anche ad un superlativo assolo di Tyner.

In Japan

Joe Henderson in Japan (Milestone – 1971)
con Hideo Ichikawa (p), Kunimitsu Inaba (c), Motohiko Hino (b)

Brutti tempi per il jazz gli inizi degli anni ’70… tra il nascente jazz-rock (o fusion che dir si voglia) complici ed ispiratori Bitches brew di Davis e i Weather Report e le sfuriate del free-jazz, poco spazio rimaneva per i musicisti come Henderson tanto da doversi adattare a suonare con musicisti non certo di grido. Ma non tutto il male viene per nuocere: questo disco dal vivo in Giappone, infatti, sorprendentemente si rivela essere molto significativo, nonostante gli accompagnatori giapponesi non siano così affermati. L’inizio del disco è davvero vibrante con Henderson che introduce in solitudine ’round midnight con una lentezza misurata per farne assaporare a pieno la melodia per poi accelerarla all’entrata della ritmica fino ad un assolo memorabile. Il brano seguente – Out ‘n’ in – è una composizione del leader molto dinamica e giocata soprattutto su delle serie di scale dove il saxonista ha modo di prodursi in un torrenziale assolo. Blue bossa è una vecchia conoscenza dal fragrante sapore latin dove non sfigura il piano di Ichikawa e una ritmica davvero superlativa; Junk blues, altro originale di Henderson, ha un marcato sapore hard-bop che ricorda alcune cose fatte da Coltrane e chiude un disco che rappresenta una piacevole sorpresa nella discografia di Henderson.

The state of the tenor

The state of the tenor (Blue Note – 1985)
con Ron Carter (c), Al Foster (b)

Dopo un lungo periodo di alti e bassi a livello professionale durante il quale non ha praticamente registrato da leader, Henderson ritorna all’etichetta che l’aveva lanciato per incidere questo unico disco. Il doppio CD raccoglie entrambi gli LP originali registrati dal vivo al Village Vanguard di New York con una formazione a tre, quasi ad emulare quanto fatto quasi trent’anni prima da uno dei suoi ispiratori, ovvero Sonny Rollins, nel suo A night at the “Village Vanguard”. Il trio è per un saxofonista un impegno considerevole e ci vuole uno strumentista davvero in forma per mantenere alta la tensione; Henderson ci riesce costantemente e in tal modo dimostra che lo “stato del tenore” è davvero buono, dimostrazione che vale non solo per il sax, ma anche per i due accompagnatori considerato cosa fanno sentire Al Foster e soprattutto un Ron Carter particolarmente ispirato. I temi scelti – sette per disco – oltre ad alcuni originali di Henderson sono di Thelonious Monk, Charles Mingus, Duke Ellington, Charlie Parker, Sam Rivers, Horace Silver e due standard come Stella by starlight e All the things you are: la varietà delle provienze consente al trio una buona varietà di variazioni sia a livello tonale che ritmico: si passa allora dalla sorniona Beatrice agli accenti quasi free di Isotope, al lirismo di Portrait fino al bop nervoso di Cheryl. Un disco questo che scorre in modo piacevole e che offre uno spaccato davvero completo dell’arte di Henderson.

So near, so far

So near, so far (musings for Miles) (Verve – 1993)
con John Scofield (g), Dave Holland (c), Al Foster (b)

Dopo un’ennesimo periodo d’oblio dalle scene, Henderson nel 1991 approda alla prestigiosa etichetta Verve con cui pubblica l’album Lush life nel quale si dedica alla ripresa di brani di Billy Strayhorn. Il disco ha un’ottima accoglienza da parte del pubblico e della critica e vince anche importanti premi, così – finalmente - viene tributato il giusto riconoscimento a questo musicista lasciato fin troppo in disparte. Ancora più significativo di Lush life è il successivo So near, so far: anche in questo caso ci troviamo davanti ad un concept-album visto che vi sono contenute – eccetto la title-track - tutte composizioni di Miles Davis con il quale il saxofonista aveva suonato per un breve periodo nel 1967. Il sax di Henderson è particolarmente adatto ai brani del trombettista vista la sua scorrevolezza e versatilità; bella la riproposizione di pezzi difficili quali Milestone o Miles ahead che viene presentato con un arrangiamento del tutto particolare, davvero notevole la liricità di Circle e la frenesia di Teo che evidenziano in un gioco di contrasti la profonda arte di questo saxofonista. Meritano senza dubbio una menzione anche gli accompagnatori: Holland e Foster forniscono un apporto ritmico preciso, affidabile e sufficientemente fantasioso, mentre Scofield è perfetto nel fungere da controcanto al leader senza riunciare a gustosi momenti solistici.
Tra le ultime registrazioni di Henderson va senza dubbio menzionato anche il disco del 1997 Porgy and Bess dove troviamo il saxofonista alle prese con l’opera di Gerswhin con la consueta classe e che sicuramente rappresenta il suo canto del cigno.


Sun Ra for dummies

Tra le figure che si sono affacciate nel mondo del jazz, quella di Sun Ra sicuramente si può considerare una tra le più strane, originali, discusse e controverse. Molto di ciò che lo riguarda rientra nella leggenda a partire dalle sue origini: se a lui si chiedevano indicazioni di dove fosse nato rispondeva alternativamente da Marte o da Saturno, ma pare più probabile – almeno secondo alcuni ricercatori – che fosse nato a Birmingham in Alabama. Non se ne conosce esattamente l’anno di nascita (1914 o 1915) e neppure il nome anche se sembra oramai accreditato che si chiamasse Herman ”Sonny” Blount, almeno ciò è riportato nella sua lapide.
Ben poco si sa della sua attività di compositore, arrangiatore e pianista che resta nel pressochè totale anonimato almeno fino ai quarant’anni (si ricorda una sua collaborazione con Fletcher Henderson nel biennio 1946-1947) quando a Chicago si fa notare – era il 1953 – alla testa di una prima formazione orchestrale che denomina subito “Arkestra” alla quale rimarrà sempre legato. Negli anni la band subirà notevoli variazioni non solo d’organico, ma anche di denominazione, prendendo via via i nomi più stravaganti quali Solar Arkestra, Myth Science Arkestra, Solar-Myth Arkestra, Astro Infinity Arkestra, mantenendo comunque sempre quell’appellativo originale che richiama l’arca, come se l’orchestra stessa fosse un mezzo di salvezza per abbandonare questo mondo e per navigare nello spazio intergalattico - giusto per restare in tema con i titoli di molti suoi brani – per trovare una fuga dalle miserie del mondo. Infatti sarà proprio il “guru” Sun Ra a sostenere, in un’intervista del 1974 per Musica jazz, che “la mia musica è naturale, ma al di fuori di questo pianeta. Io non considero questo pianeta come un pianeta di vita… Questa non è vita, è morte mascherata da vita…“.

Ciò che a molti ha fatto dubitare della validità del personaggio è senza dubbio la sua stravaganza nel proporsi: infatti, non solo girava vestito con improbabili indumenti “spaziali” lucenti, dorati, pieni di lustrini e ammennicoli vari ed ispirati – come il nome d’arte – all’antico Egitto, ma si contornava di personaggi altrettanto bizzarri e nelle sue performance dal vivo non mancavano ancelle e ballerine adoranti Ra, il dio egiziano del sole. Chi si sofferma al kitsch lo liquida come pittoresco chi, invece, va più a fondo nello scoprire l’essenza della sua musica lo giudica un genio, un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la grande tradizione del jazz – che conosceva alla perfezione – pur senza rinnegarla; infatti la sua proposta musicale (ma anche più ampiamente culturale) era – ed è – assolutamente originale, completamente libera dalle mode e dagli stili, o meglio, omnicomprensivo di tutti: egli, infatti, è riuscito a trovare una sintesi tra il bop, il free (di cui è in assoluto uno dei primi aderenti) e la sperimentazione (va ricordato che è stato il primo ad introdurre l’uso delle tastiere elettroniche nel jazz) senza comunque mai dimenticare le sue genuine origini swing.

Dal punto di vista strumentale le varie versioni dell’Arkestra, oltre che sul pianoforte e le tastiere del leader, si reggono su un terzetto di grandi saxofonisti che, se non fossero stati sempre fedeli a Sun Ra, avrebbero potuto avere delle carriere solistiche notevoli: sono John Gilmore al tenore, Marshall Allen al contralto e Pat Patrick al baritono. Intorno a questo nucleo stabile, negli anni e secondo i dischi hanno ruotato una miriade di musicisti agli strumenti più disparati: sax, flauti, trombe, tromboni, legni, contrabbassi (molte volte ce n’è presente più d’uno contemporaneamente), chitarre e soprattutto una quantità impressionante di percussioni di tutti i tipi suonate un po’ da tutti, tanto che Sun Ra ebbe a dire che “se il fucile è l’arma di ogni marines, le percussioni sono le armi dei miei musicisti“.

La produzione discografica di Sun Ra è sterminata e assai confusa; dal 1956 sono centinaia, infatti, le sue incisioni effettuate per almeno una ventina di etichette tra cui la propria Saturn. Dopo un periodo di quasi totale dimenticanza si è proceduto alla riedizione in CD delle sue incisioni e bisogna rendere merito alla Evidence particolarmente attiva nella ripubblicazione di una notevole mole di materiale spesso di difficile reperimento.
Sun Ra è partito dal pianeta Terra il 30 maggio 1993 senza lasciare dietro di sè un particolare seguito; l’Arkestra ha comunque continuato a suonare dal vivo fino all’anno scorso guidata dai due fidi compagni del leader, ovvero prima dal tenor-saxofonista John Gilmore e dopo la sua morte dall’alto-saxofonista Marshall Allen.
Come al solito in ottica “dummies” cercherò di concentrare la scelta dei dischi al minimo indispensabile.

Jazz in silhouette

Jazz in silhouette (Saturn/Evidence – 1958)
con Pat Patrick (bs, fl), John Gilmore (ts), Marshall Allen (as, fl), Hobart Dotson (tr), Charles Davis (bs), James Spaulding (as, fl), Jiulian Priester (tmb), Ronnie Boykins (c), William Cochran (b)

Tra i dischi del periodo chicagoano indispensabili per capire le origini musicali di Sun Ra, quello sicuramente più significativo da ascoltare è questo Jazz in silhouette che dimostra subito la sua molteplice abilità di strumentista, band-leader e arrangiatore. Il disco contiene otto brani di chiara matrice ellingtoniana: gli arrangiamenti sono ariosi, a tratti quasi cantabili, e spaziano senza alcuna frizione tra la musica delle big-band anni ’50 e i quadri solistici del bop. Lo swing regna davvero sovrano con il pianoforte del leader che dialoga spesso con l’intera band o, alternativamente, con i vari solisti. La libertà a cui giungerà la musica di Sun Ra è ancora piuttosto lontana anche se è possibile vederne i primi semi in due lunghi brani quali Ancient Aiethopia, in cui l’arrangiamento “jungle” è particolarmente astratto, o in Blues at midnight nei quali si apprezza in modo particolare la “parata” dei solisti, piuttosto che il lavoro orchestrale.

Art forms oof dimensions tomorrow

Art forms of dimensions tomorrow (Saturn/Evidence – 1962)
con John Gilmore (ts, clb, perc), Marshall Allen (as, perc), Pat Patrick (bs, cl, perc), Ali Hassan (tmb), Ronnie Boykins (c), Clifford Jarvis (b), Clifford Thornton (tr), John Ore (c), C. Scoby Stroman (b), Thomas Hunter (b), Manny Smith (tr)

Nel 1961 Sun Ra e la sua banda si trasferiscono a New York dove l’influenza della “new thing” si fa subito sentire; la sua musica diventa decisamente più astratta, a tratti del tutto impalpabile e totalmente staccata da ogni riferimento ritmico, melodico e tonale. Sono le percussioni “astrali” ad emergere soprattutto in brani come Cluster of galaxies, Solar drums o Infinity of the universe mentre in The outer heavens è il sax di Gilmore e il clarinetto di Patrick a muoversi quasi spaesati su una lenta linea del piano di Sun Ra. L’impressione è di un disco senza una vera e propria dimensione temporale anche se in brani come Ankh, con i sax in bella evidenza, o in Lights on a satellite con un’ottima prestazione pianistica del leader sono ancora ben presenti riferimenti boppistici.
Nella ristampa su CD a questo disco è stato associato Cosmic tones of mental therapy, inciso nell’anno successivo: disco di un rigore radicale e di allucinata sperimentazione che quasi anticipa certa psichedelia. I ritmi sono lenti ed ossessivi, le percussioni dominano un’astrazione quasi totale, anche se in Moon dance Sun Ra all’organo quasi si beffa di certi ritmi rockeggianti.

The magic city

The magic city (Saturn/Evidence – 1965)
con Walter Miller (tr), Ali Hassan (tmb), Marshall Allen (as, fl, ot, perc), Danny Davis (as, fl, perc), Harry Spencer (as), John Gilmore (ts, perc), Pat Patrick (bs, fl, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (b), James Jacson (perc), Chris Capers (tr, perc), Teddy Nace (tmb), Bernard Pettaway (tmbb), Jimhmi Johnson (b)

Tra i lavori più noti di Sun Ra, questo disco è anche tra i suoi lavori più alienanti; uscito nello stesso anno di Ascension di Coltrane al quale ha forti richiami, porta dentro di sè tutti gli elementi costituenti del free-jazz. Il brano principale di The magic city è l’omonima suite lunga quasi mezzora che ha un andamento che alterna un vigoroso parossismo ad una – solo apparente – calma; la partenza vede Sun Ra inanellare cluster di note al pianoforte con l’accompagnamento scoppiettante della batteria per poi lanciarsi in una improvvisazione “spaziale” al clavioline (una tastiera elettrica di sua invenzione) a tratti quasi eterea con l’accompagnamento persistente del contrabbasso suonato con l’archetto. Verso metà del brano questa atmosfera rarefatta viene brutalmente interrotta con l’entrata dei fiati, annunciati dal flauto, in un insieme pastoso e cacofonico che prorrompe in una improvvisazione collettiva particolarmente energica. Interessanti anche i dieci minuti del secondo brano, The shadow world, per la contrapposizione sonora tra la linearità del contrabbasso e dei piatti e l’obliquità dei fiati e degli interventi surreali del leader al pianoforte. Completano il disco due brevi variazioni sognanti sullo stesso tema – Abstract eye e Abstract “I” – veri e propri tour-de-force per il contrabbasso di Boykins.

The heliocentric worlds of Sun Ra

The heliocentric worlds of Sun Ra – vol.2 (Esp disk – 1965)
con Marshall Allen (as, ot, fl, perc), Pat Patrick (bs, perc), Walter Miller (tr), John Gilmore (ts, perc), Robert Cummings (clb, perc), Ronnie Boykins (c), Roger Blank (perc)

Sempre nel ’65 escono altri due dischi destinati ad avere una particolare notorietà, The heliocentric worlds of Sun Ra vol.1 e 2; dei due mi pare più interessante il secondo soprattutto in virtù della lunga composizione inziale The sun myth. Anche qui ciò che domina è la giustapposizione di rarefazione e caos sonoro capaci di creare e tenere viva una particolare tensione che persiste per tutto il brano. Come succede per composizione e improvvisazione anche astrazione e concretezza si compenetrano l’una nell’altra riuscendo a mantenere – ed è questo il particolare pregio della suite – sempre altissima la componente poetica; l’Arkestra, nell’occasione ridotta a sette componenti più il leader, appare al massimo dell’interplay e suona quasi in preda ad una sorta di trance riuscendo a scrivere una delle pagine più alte ed interessanti di tutta la sua produzione e di tutto il free-jazz (o “space-jazz” come lo definiva Sun Ra stesso). Interessanti anche gli altri due brani: il primo è il breve ma intenso A house of beauty che, costruito sul piano particolarmente cantabile di Sun Ra, sul persistente ottavino di Allen e sull’avvolgente clarinetto basso di Cummings, lascia l’ascoltatore spaesato in una terra di nessuno tra il free-jazz e la musica da camera di inizio ’900 (Messiaen e Schonberg, giusto per fare due nomi). Chiude Cosmic chaos, altra piccola suite che rispecchia il proprio titolo proponendo un feroce crescendo degli strumenti a fiato su un tappeto percussivo particolarmente persistente, dove comunque Sun Ra non rinuncia a riproporre uno swing sui-generis.

Atlantis

Atlantis (Saturn/Evidence – 1969)
con John Gilmore (ts, perc), Robert Barry (b, perc), Clifford Jarvis (perc), Marshall Allen (perc), Pat Patrick (perc), James Jacson (perc), Wayne Harris (tr), Akh Tal Ebah (tr), Ali Hassan (tmb), Charles Stephens (tmb)

Se a livelli quantitativi la produzione di Sun Ra non ha mai avuto cali, gli anni ’60 sono stati particolarmente proficui in termini di qualità; vale sicuramente la pena accennare a dischi come Nothing is… (Esp-disk) e all’ottimo Outer spaceways incorporated (Black lion) prima di soffermarci un po’ più approfonditamente su questo Atlantis che chiude idealmente il decennio. Mai come in questo disco è evidente il dualismo della musica di Sun Ra: infatti i primi 5 brani – il “lato A” dell’LP per capirci – sono dei piccoli lavori dove troviamo Sun Ra da solo al Hohner clavinet (un modello di pianoforte elettrico di produzione tedesca) su uno stuolo di percussioni di evidente origine africana. Le atmosfere vanno da quelle più letargiche di Mu e Yucatan nella versione “Saturn”, al funk ante-literam di Lemuria, fino all’orgia percussiva di Yucatan nella versione “Impulse” (inserita nel 1973 quando quell’etichetta ha ripubblicato il disco) e di Bimini. Di tutt’altro tenore i quasi 22 minuti della suite Atlantis: ritorna l’Astro-infinity Arkestra al gran completo con il leader al Gibson Kalamazoo organ (quello di Manzarek dei Doors per capirsi) per produrre un coacervo sonoro di difficile decifrazione con continui cambiamenti di ritmo e tonalità. La materia musicale è densissima e lascia l’ascoltatore attonito, investito com’è da una massa quasi informe e senza punti di riferimento in un’astrazione quasi assoluta.

Lanquidity

Lanquidity (Philly jazz/Evidence – 1978)
con John Gilmore (ts), Michael Ray (tr), Eddie Gale (tr), Marshall Allen (as, oboe, fl), James Jacson (fg, fl, oboe), Luqman Ali (perc), Artaukatune (conga, tim), Ego Omoe (clb, fl), Danny Thompson (bs, fl), Julian Pressley (bs), Dale Williams (ch), Disco Kid (ch), Michael Anderson (perc), Richard Williams (basso el)

Nel 1970 Sun Ra sposta il suo gruppo, divenuto ormai quasi una “confraternita mistica” da New York a Philadelphia; musicalmente le cose non cambiano anzi la sua arte si estremizza e in molti casi diventa inutilmente auto-celebrativa. Le lunghe suite diventano sempre più dense ed articolate e la sperimentazione sempre più radicale – di questo periodo i dischi da ricordare sono i due volumi The Solar Myth Approach (Affinity), Space is the place e Pathways to unknown worlds (entrambi Impulse) – ma col passare degli anni lo stile di Sun Ra torna ad essere maggiormente fruibile, in parte riprendendo la tradizione dello swing, in parte acquisendo elementi rock e soprattutto funky. Questo Lanquidity può rappresentare un compedio di tutto ciò: i brani sono 5 e tutti di media lunghezza, si passa dal ritmo lento e meditativo e dai delicati tappeti delle tastiere della title-track al successivo Where pathways meet con un groove davvero contagioso e un robusto swing. That’s how I feel come la successiva Twin stars of thence hanno un impianto tradizionale con i fiati a sviluppare la melodia sul pulsare decisamente funky del basso e le note liquide delle tastiere, mentre la conclusiva There are other worlds (they have not told you of) è una lenta progressione astratta guidata sempre dalle tastiere e dal pianoforte con in particolare evidenza le trombe, il sax di Allen le le “voci etniche” che sussurrano e cantano dello spazio profondo.

Piano recital teatro la Fenice, Venezia

Piano recital teatro la Fenice, Venezia (Golden years – 2003)

Nella discografia di Sun Ra, tutta praticamente condivisa con l’Arkestra, questo disco di piano-solo rappresenta una felice eccezione. Registrato dal vivo il 24/11/1977 al teatro La Fenice di Venezia e pubblicato solo nel 2003 il concerto è una lampante dimostrazione dell’abilità di Sun Ra al pianoforte dove propone brani da lui scritti come Love in outer space o Outer spaceways Inc., fulminanti improvvisazioni dove è possibile apprezzare la sua avanzata concezione free. Non mancano i richiami alla tradizione come una tellurica Take the “A” train o un omaggio a Fats Waller con la sua Honeysuckle rose splendidamente resa con la tensione tra melodia e il desiderio di astrazione. Questo piano-solo è un ottimo esempio per comprendere la validità artistica di Sun Ra messo al confronto esclusivamente con la tastiera.


John Coltrane for dummies

Non so esattamente ciò che sto cercando, qualcosa che non è stato ancora suonato. [...] So che lo sentirò nel momento in cui me ne impossesserò, ma anche allora continuerò a cercare “, questa frase di Coltrane, riportata in uno dei suoi dischi, credo possa riassumere perfettamente quella che è stato il suo approccio alla materia musicale. Infatti, più di Davis, di Parker, di Braxton, di Mingus, Coltrane rappresenta il musicista in costante, meticolosa, spasmodica ricerca, e non una ricerca che coinvolge solo la questione stilistica, ma un cammino spirituale per fare con la musica e della musica uno strumento di conoscenza e di arricchimento interiore. Ecco perché è difficile parlare di Coltrane e perché ho impiegato parecchio prima di farlo, soprattutto nell’ottica “dummies “; difficile fermarsi solo al fattore musicale, ancora più difficile scindere la sua musica dalla sua vita.

John William Coltrane nasce il 23 settembre 1926 ad Hamlet nella Carolina del Nord, vicino alla cittadina di High Point dove il futuro “Trane” (come verrà in seguito soprannominato) trascorre un’infanzia tranquilla con i genitori e ”cousin” Mary che ricorda John come un bambino introverso e riflessivo, elementi caratteriali che rimarranno in seguito immutati. L’interesse per la musica arriva fin in giovane età influenzato dal padre, musicista dilettante, e dal fatto che la madre cantava nel coro metodista della chiesa del nonno; John, che è stonato, prova dapprima il flicorno, poi il clarinetto, infine si avvicina al sax contralto in seguito all’ascolto di Johnny Hodges.
Dopo il diploma si trasferisce a Philadelphia per cercare un lavoro e per perfezionarsi nello strumento e sarà sempre in quella città che nel 1945 inizierà a suonare nei club accettando qualsiasi ingaggio gli venisse proposto. Seppur profondamente influenzato da Charlie Parker, John decide di passare al sax tenore più adatto al rhythm and blues – altra sua passione – anche se gli ingaggi, forse proprio a causa del suo carattere chiuso, sono sempre saltuari e frammentati: lo troviamo con Joe Webb, con Eddie Vinson, con i fratelli Heath, con Howard McGee, con Dizzy Gillespie con il sestetto del quale nel 1951 entra per la prima volta in sala d’incisione. La situazione resta precaria almeno fino al 1955 quando Coltrane incontra un musicista tra i più lontani da lui a livello caratteriale e musicale, ovvero Miles Davis con il cui quintetto e sestetto – pur non dimostrando ancora a pieno le sue capacità di improvvisatore - ha inciso pagine memorabili nella storia del jazz e della musica facendo sfoggio di una qualità tecnica impressionante, dischi dei quali è doveroso almeno citare i titoli: per la Prestige la “serie” Workin’, Steamin’, Cookin’ e Relaxin’ e per la Columbia ‘Round about midnight, Milestones, fino al fondamentale Kind of blue.

Se il 1955 rappresenta una data importante per un incontro, il 1957 è altrettanto importante per un abbandono: Coltrane decide di disintossicarsi dall’eroina della quale qualche anno prima era divenuto dipendente e che gli causava sempre più problemi nel lavoro: ci riesce – come Davis - grazie al metodo “cold turkey” e alla ricerca spirituale che l’aveva portato ad avvicinarsi all’Islam non senza l’aiuto della prima moglie Naima. Nel frattempo, la notorietà acquisita con Davis ha dato i suoi frutti che si concretizzano proprio nel 1957 con una prima registrazione a proprio nome (Dakar) che sarà l’inizio di una lunga serie di dischi nei quali è possibile seguire un percorso di quella ricerca caratterizzante di cui dicevo in precedenza. Oltre al sodalizio con Davis, bisogna senz’altro accennare alle collaborazioni con altri grandi del jazz come Mal Waldron, Kenny Burrell, Red Garland e soprattutto con Thelonious Monk, collaborazione importantissima per il suo sviluppo musicale, della quale – purtroppo – restano un pugno di registrazioni, non ultima la recente scoperta At Carnegie Hall.

In questa nota voglio circoscrivere la mia analisi ai dischi usciti a nome del saxofonista e, pur essendoci davvero tanti suoi dischi importanti e degni di menzione, voglio limitarmi - come sempre ho fatto con le altre schede “for dummies” – ad elencare solo quelli che reputo indispensabili per capire il musicista e per testimoniare la sua evoluzione musicale, lasciando l’approfondimento a chi ne avesse intenzione.

Blue train

Blue train (Blue Note – 1957)
con: Lee Morgan (tr), Curtis Fuller (tmb), Kenny Drew (p), Paul Chambers (c), Philly Joe Jones (b)

L’esplorazione del mondo musicale di Coltrane non può che partire da questo disco che – seppur presentando qualche piccola imperfezione – si distingue particolarmente tra la sua produzione del periodo. Il saxofonista sta suonando e riscuotendo finalmente consensi con il gruppo di Davis, ma sta anche iniziando a sperimentare una strada personale che ben presto lo porterà a risultati davvero lontanissimi per concezione armonica e tematica. Qui l’impianto è sostanzialmente hard-bop, a partire proprio dalla formazione comprendente tre fiati e dai cinque brani – tutti scritti dal leader eccetto uno - fortemente permeati dal blues. Il disco si apre in modo perentorio e spettacolare con la title-track nella quale il tema è esposto all’unisono da sax e tromba ai quali si aggiunge il trombone nella seconda strofa per aumentarne l’intensità sonora e timbrica, ad esso segue un assolo di Coltrane di una fluidità strepitosa e lo squillante blues di Morgan. Da ricordare anche l’assolo di Kenny Drew particolarmente ispirato. Moment’s notice e Locomotion sono ancora due blues presi ad un tempo velocissimo – soprattutto il secondo – dove il leader può espandere le sue idee innovative e dove i compagni non sfigurano, sia per gli interventi individuali sia per la notevole coesione di gruppo. I’m old fashioned è una vecchia ballad di Kern e Mercer: il ritmo rallenta e Trane può sfoggiare tutta la liricità del suo tenore in un assolo toccante seguito da quello di Fuller e dall’ottimo Drew. Lazy bird , brano dalla scintillante dinamica, chiude più che degnamente un disco che rappresenta un punto di riferimento non solo per il suo autore, ma per un certo modo di concepire e suonare il jazz.

Giant steps

Giant steps (Atlantic – 1959)
con: Tommy Flanagan (p), Cedar Walton (p), Wynton Kelly (p), Paul Chambers (c), Jimmy Cobb (b) Lex Humphries (b), Art Taylor (b)

Coltrane ora fa decisamente sul serio! Qui non si indugia più, i “passi da gigante” sono arrivati e si sentono in tutta la loro novità e prorompente energia. Trane dopo una piccola pausa è nuovamente con il gruppo di Davis ed è proprio con lui che mette a punto una delle rivoluzioni copernicane del jazz, ovvero l’improvvisazione modale che avrà il suo primo fulgido esempio in Kind of blue. Ma – come si diceva – il saxofonista è sempre in perenne, spasmodica ricerca della sua cifra espressiva che a questo punto del suo cammino si concretizza con quelle che il critico Ira Gitler ha chiamato “sheets of sounds” (“cortine di suoni”), ovvero delle lunghe note legate ottenute usando armonici e poli-toni particolari che emergono dal flusso dell’improvvisazione modale solitamente costruita su trame piuttosto intricate. Trane riesce quindi ad ottenere una pressochè assoluta libertà armonica utilizzando un impianto formale del tutto svincolato da accordi, riuscendo ad imporre salti di ottave prima impensabili, così che i “passi da gigante” non sono solo quelli da lui fatti nell’evoluzione stilistica, ma anche quelli di tonalità che riesce ad ottenere. All’epoca Coltane non ha ancora un gruppo fisso e per le registrazioni di questo disco – effettuate in quartetto nelle quattro sessioni del 26 marzo, 4/5 maggio e 2 dicembre 1959 – si avvale di una serie di ottimi collaboratori che si alternano lungo le sette tracce (quasi tutte con le relative “alternate track” nell’edizione in CD) caratterizzate da una spiccata dinamica. I brani, tutti scritti dal leader, sono tempi veloci: Giant steps (che ha generato non pochi problemi agli accompagnatori, in primis a Flanagan che non è certo l’ultimo arrivato!), il blues Cousin Mary, Countdown, Mr P.C. (dedicata a Paul Chambers) sono davvero presi ad un ritmo indiavolato che non impedisce a Trane di sfoggiare un controllo dello strumento ed una foga mai sentiti prima. Assolutamente da citare la splendida Naima, unica ballad del disco risolta con una purezza melodica commovente, che completa un disco capolavoro che rappresenta una sorta di cardine tra il bop e le forme più libere.

My favorite things

My favorite things (Atlantic – 1960)
con: McCoy Tyner (p), Steve Davis (c), Elvin Jones (b)

Quattro brani, quattro standard per un disco storico, sorta di compendio di improvvisazione inciso con 3/4 di quello che sarà il suo quartetto storico; l’anima fortemente ritmica e percussiva che gli è propria prende le mosse dal drumming potente ed innovativo di Elvin Jones che è di continuo stimolo per il saxofonista, e si completa nel pianismo del giovanissimo McCoy Tyner - fino a quel momento non particolarmente conosciuto – che ha un approccio allo strumento molto dinamico e percussivo, con la ripetizione di voicing e di rapide cascate di note. Ulteriore novità è la riscoperta e l’utilizzo da parte di Trane del sax soprano che all’epoca era di fatto uno strumento caduto un po’ in disuso. Si parte dal pezzo forte, ovvero My favorite things , valzer di Rodgers e Hammerstein che Coltrane al sax soprano letteralmente scompone e ricompone a piacere, utilizzandone il tema dalla fragranza orientale come una sorta di mantra ripetuto con ipnotica ossessione, mentre Tyner sostiene il leader con blocchi granitici di accordi e l’improvvisazione si fa sempre più complicata ed avvolgente. Questo brano resterà una specie di marchio di fabbrica del saxofonista tanto che continuerà a riproporlo nei sui concerti, fino a trasfigurarlo e renderlo irriconoscibile come si può ascoltare nell’ultima performance di The Olatunji concert. In Everytime we say goodbye è lo spiccato senso melodico che emerge: Coltrane - sempre al soprano – e ancor più Tyner danno una magistrale prova di lirismo e anche Jones raffedda la sua batteria con un gioco di spazzole. Completano l’album due brani di Gershwin,Summertime che assume una vena decisamente drammatica nel tenore del leader e nel lavoro di Tyner e una solida versione di But not for me. Dalle stesse sedute di registrazione sono stati tratti altri due dischi importanti che vale la pena di ricordare: Coltrane plays the blues e soprattutto Coltrane’s sound con una dolcissima Central Park West e una versione di Body and soul da brividi, grazie soprattutto ad uno splendido Tyner.

Africa/Brass sessions

The complete Africa/Brass sessions (Impulse! – 1961)
con McCoy Tyner (p), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b)

Dopo un tour in Scandinavia effettuato nel marzo 1960, Coltrane lascia definitivamente il quintetto di Davis e decide di dedicarsi esclusivamente ai propri progetti, chiudendo di fatto le collaborazioni esterne ad essi (fanno eccezione il disco con Duke Ellington e quello con Johnny Hartman). Nucleo fondamentale tra tutti questi è il “classic quartet” che avrà sistemazione definitiva solo nel 1962 quando a Tyner e Jones si unirà Jimmy Garrison che prenderà il posto che prima è stato di Art Davis e Reggie Workman. Spesso al quartetto si aggiungono altri musicisti come capita in questo Africa/Brass – in origine due LP separati, ma che nella riedizione sono stati uniti in un doppio CD – nella quale è presente un’intera sezione orchestrale d’ottoni (con musicisti del calibro di Booker Little, Freddie Hubbard, Julius Watkins, Pat Patrick) diretta da Eric Dolphy, che rappresenta un caso unico nella produzione di Trane. Oltre a questo Africa/Brass va ricordato sia perché è il primo disco nel quale si concretizza la collaborazione di Coltrane con Dolphy, geniale alto-saxofonista e basso-clarinettista che si è occupato degli arrangiamenti, e sia perché è il primo disco per la Impulse!, etichetta particolarmente attiva nel free-jazz e nell’avanguardia che il saxofonista non lascerà più. Il punto di forza del disco – registrato in due sessioni – sta proprio nella dimensione orchestrale che dona una tonalità quasi epica al sax del leader che è l’unico fiato che prende gli assoli; i brani più rappresentativi sono senza dubbio il tradizionale Greensleeves (presente in due versioni) dove il soprano è libero di giocare con la melodia conferendole particolare drammaticità, Song of the underground railroad con una complessa orchestrazione, un imperioso assolo del tenore e un convincente Tyner. Africa (3 versioni dal diverso timbro orchestrale) è una lunga suite carica di intensità e magia con l’orchestra splendidamente diretta da Dolphy che avvolge e sostiene un sax quantomai sciamanicamente evocatore.

Olé Coltrane

Olé Coltrane (Atlantic – 1962)
con: Eric Dolphy (fl, sa), Freddie Hubbard (tr), McCoy Tyner (p), Art Davis (c), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b)

Prima di incidere in esclusiva per la Impulse!, Coltrane doveva adempiere ad un ultimo impegno contrattuale per l’Atlantic, così in una sessione – della quale non fu mai soddisfatto - registrò questo ultimo disco per la vecchia etichetta che rappresenta una sorta di immersione in quella che è la musica spagnola e un viaggio alle origini africane proprie e della propria musica. Un’esplorazione che lo porterà a mettere in relazione le costruzioni modali delle canzoni iberiche con la musica tradizionale africana, ottenendone una sorta di sintesi creativa. La formazione di base è ancora il quartetto – con Coltrane alternativamente al soprano e al tenore – al quale si aggiungono Eric Dolphy, particolarmente incisivo al flauto, e il trombettista Freddie Hubbard. I brani sono quattro, piuttosto lunghi ed articolati: Olé deriva da un canto della rivoluzione spagnola (Venga Vallejo) e con esso Trane compie un’operazione simile a quella fatta con Greensleeves e My favorite things, ovvero una scomposizione della melodia in nuclei tematici da sviluppare e reiterare a piacere in una lunga improvvisazione ipnotica. Da segnalare l’ottima interazione dei due contrabbassi. La matrice africana è maggiormente presente in Dahomey dance, nella quale spicca la complessa improvvisazione del contralto di Dolphy in risposta ad un’altrettanto granitica digressione del leader. Completano il disco Aisha (la moglie di Tyner), dolcissimo tema scritto da Tyner quasi a citare la Naima coltraniana, e la bonus-track (presente nel CD e non nell’LP originale) To her ladyship, una lirica ballad nella quale si possono ascoltare i pregevoli assoli dei vari componenti della band.

Impressions

Impressions (Impulse! – 1963)
con: Eric Dolphy (clb), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Reggie Workman (c), Elvin Jones (b), Roy Haynes (b)

A questo punto della storia discografica di Coltrane molto probabilmente un critico “serio” indicherebbe il Live at the Village Vanguard – nella sua versione base o in quella allargata “The master takes” – o, addirittura, il cofanetto The complete 1961 Village Vanguard recordings , tutti dischi bellissimi e contenenti materiale importante. Io, anche in un’ottica “dummies”, mi permetto invece di segnalare questo disco che rappresenta una sorta di anomalia visto che contiene sia materiale dal vivo (proprio da quelle registrazioni nel famoso club newyorkese), sia materiale in studio reperibile in altri dischi. Gli anni che vanno dal 1961 al 1963, infatti, sono per Trane un periodo molto frenetico di registrazioni in studio e di tournée: tra queste, le già citate 5 serate al Vanguard e quelle del Live at Birdland, la presenza al festival jazz di Newport nel 1963, i concerti in Europa ben documentati da un confanetto della Pablo (Live Trane: the European tours) o dall’ottimo Afro Blue impressions (sempre Pablo). Impressions, quindi, può servire per offrire un piccolo spaccato dell’arte di Coltrane di quel periodo. Si parte con India, brano dilatato di evidente ispirazione orientale costruito praticamente su un unico pedale, dove il leader impressiona per un torrenziale assolo ipnotico al soprano (attenzione ai sovracuti!) che si intereccia con il lugubre clarinetto basso di Dolphy. Seguono Up ‘gainst the wall, un breve blues – suonato praticamente senza il pianoforte – nel quale Trane dà una dimostrazione di sintesi straordinaria e Impressions, un altro lungo pezzo dal vivo dal tempo velocissimo nel quale, anche qui, Tyner esce di scena durante il tellurico assolo del leader che è supportato solo da una ritmica incalzante. Chiude il disco una delle più belle ballad a firma di Trane – After the rain – gemma impressionistica di rara bellezza e purezza, quasi sospesa nel tempo.

A love supreme

A love supreme (Impulse! – 1964)
con: McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b)

Senza mezzi termini questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un ringraziamento verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. “The universe has many wonders. God is all.” recita uno dei versi della poesia scritta da Coltrane e riportata nella copertina, e questo abbandono in Dio si percepisce perfettamente nel completo abbandono del saxofonista – e del quartetto intero – alla musica, alla sua forza rigeneratrice, alla sua capacità rinvigorente. Dio è in tutto, anche nel susseguirsi delle note dall’intensissima tensione trascendentale. Inutile descrivere nei minimi particolari quella che prima di essere un’opera musicale è un’esperienza mistica, A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento che eleva a livelli eterei senza tempo fino a sfociare in quel mantra ripetuto “a love supreme, a love supreme, a love supreme” che fa capire senza alcun dubbio che Coltrane in quel momento sta pregando. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto - con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti. A love supreme rappresenta di fatto un punto d’arrivo e uno di partenza: arrivo perché mai più la spiritualità di Coltrane raggiungerà su disco questo altissimo livello, di partenza perché chiude una pagina importante del cammino artistico ed espressivo del saxofonista.
Una nota tecnica: nel 2002 la Impulse! ha dato alle stampe una riedizione del disco dal buon valore documentale, comprendente la suite originale, la stessa integralmente suonata dal vivo a Juan-les-Pins il 26/07/65 e una versione alternativa in studio che in Acknowledgement vede suonare anche Archie Shepp e Art Davis.

The major works of John Coltrane

The major works of John Coltrane (Impulse! – 1965)
con: McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b) Archie Shepp (st, perc), Pharoah Sanders (st, perc), John Tchicai (sa), Marion Brown (sa), Freddie Hubbard (t), Dewey Johnson (t), Art Davis (c), Donald Garrett (clb, c, perc), Joe Brazil (fl, perc), Frank Butler (b, perc), Juno Lewis (perc, voc)

La “cosa nuova” del jazz era sbocciata già alcuni anni prima con le esperienze di Cecil Taylor e di Ornette Coleman che con i suoi primi dischi – soprattutto The shape of jazz to come e la seduta fiume di Free  jazz – e la loro musica intensa e difficile avevano aperto nuove prospettive per la musica afro-americana, non senza incontrare la violenta opposizione della critica. Vale la pena di ricordare che la libertà del free-jazz non risiede nella totale improvvisazione – visto che anch’esso segue le proprie regole – ma in una sostanziale autonomia nei passaggi tonali ed armonici e in una ricerca ossessiva delle dissonanze. E poi il free-jazz non è solo un movimento musicale, ma un più ampio fenomeno sociale e politico teso al riconoscimento della cultura nera. Coltrane vi aderì solo in un secondo momento e lo fece proprio con il primo monumentale lavoro presente in questo disco: il 28 giugno ’65 raccoglie attorno al suo abituale quartetto alcuni dei musicisti più “arrabbiati” del momento (Shepp, Sanders, Tchicai, Brown, Hubbard, Johnson e Art Davis) ed incide le due versioni di Ascension. Si tratta di un brano di circa 40 minuti, una magma ribollente e febbrile che aggredisce l’ascoltatore con tutta la potenza sonora ed espressiva che possono dare 11 musicisti in un’improvvisazione collettiva, sviluppata da un’unica linea melodica in un costante crescendo dal quale emergono a turno le voci individuali. Un ascolto che lascia senza fiato, un grido che non è più di una preghiera, ma un desiderio profondo di affermazione della propria libertà, un’esperienza che toccherà profondamente Coltrane, tanto da cambiarne per sempre la musica. Sullo stesso stile gli altri brani: Om, registrato alcuni mesi più tardi, è sviluppato sullo stesso tenore di Ascension, ma qui – come suggerisce il titolo – ritorna la spiritualità di Coltrane ben evidente dall’invocazione iniziale, Kulu se mama, è un brano dalle forti componenti africane dove un gruppo particolarmente ricco di percussioni si raccoglie attorno allo sciamano Juno Lewis in una sorta di rito ancestrale. Chiude il doppio CD Selflessness, ottimo duetto tra i due tenori del leader e di Sanders e la sezione ritmica allargata.

Meditations

Meditations (Impulse! – 1966)
con Pharoah Sanders (st, perc), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b), Rashied Ali (b)

Dopo l’esperienza di Ascension la musica di Coltrane non è più la stessa: l’aver abbracciato il free , ennesimo passo avanti nel suo percorso esplorativo, gli ha fatto piovere contro molte critiche, ma personalmente gli ha aperto delle dimensioni inesplorate che comportano spesso un alto contenuto d’inquietudine, come è facile riscontrare tra le ultime opere del saxofonista di Hamlet tra le quali Meditations occupa un posto particolarmente significativo. Coltrane con il quartetto aveva inciso la suite Meditations nel settembre 1965 ma non ne era rimasto soddisfatto, così ritorna in studio un paio di mesi dopo e la reincide aggiungendo il sax tenore di Pharoah Sanders e la seconda batteria di Rashied Ali, presenze che comportano un notevole ispessimento delle trame sonore. La partenza è subito deflagrante: The Father and the Son and the Holy Ghost è un muro sonoro invalicabile con le due batterie che forniscono un tappeto percussivo su cui i due saxofoni lanciano grida paurose; non ci sono punti di riferimento, tutto è al centro e allo stesso tempo alla periferia, tutto si interseca in un’orgia di suoni che stordisce. Ci vuole Compassion, con la sua melodia più aperta, per pacificare un po’ gli animi: da incorniciare l’assolo di Tyner che – finalmente – emerge nell’ammasso sonoro. Love si apre con un meditativo assolo di Garrison ma si percepisce il fremere dei colleghi che aspettano di scatenarsi nuovamente; Consequences è ancora parossisimo sonoro nel quale le dissonanze prodotte dai sax sono particolarmente accese e sarà Tyner a raffreddare gli animi con il finale Serenity in un procedere per contrasti particolarmente pungente.

Expressions

Expression (Impulse! – 1967)
con Pharoah Sanders (ottavino, tamburino), Alice Coltrane (p), Jimmy Garrison (c), Rashied Ali (b)

Dal 1966 l’attività concertistica e in studio di Trane si è molto affievolita: sta male e, secondo le testimonianze, parla sempre più spesso della propria morte come prossima. Inoltre la sua diffidenza verso i medici e – forse – la sua adesione alle filosofie orientali lo portano ad accettare la fine incombente con un senso di rassegnazione verso il destino. Questa nuova sensibilità si ripercuote anche sulla sua musica che – anche in virtù del continuo processo di evoluzione che non si è mai sopito - assume un altro aspetto: senza rinnegarne la matrice free, Coltrane conduce il suo sax verso una dimensione ancora ignota dove abbandona gran parte della sua esuberanza selvaggia per tornare a concentrarsi sull’intensità speculativa. Un buon esempio di tutto questo lo si può trovare in questo Expression – ultima registrazione in studio del saxofonista – nel quale è particolarmente evidente questo processo di ripensamento. Il famoso “classic quartet” è oramai un ricordo: resta il contrabbasso di Jimmy Garrison, Tyner se n’è andato e il suo posto l’ha preso la moglie di Coltrane, Alice, mentre dietro la batteria che fu di Jones siede Rashied Ali; altra figura sempre presente accanto all’ultimo Trane è Pharoah Sanders che qui possiamo ascoltare in un solo brano e all’ottavino. Expression inizia con uno dei brani più emozionanti di sempre scaturiti dal tenore di Coltrane: la dolente melodia di Ogunde dura solo 3 minuti e mezzo ma è intensissimo il pathos che riesce ad esprimere, grazie anche all’ottimo accompagnamento della sezione ritmica. Il brano successivo – To be – ha un andamento meditativo e grazie al flauto del leader e l’ottavino di Sanders conduce in una dimensione atemporale. Offering presenta nuovamente una delle improvvisazioni-fiume di Coltrane dalla tensione quasi palpabile, mentre la conclusiva Expression è più liricamente serena ma si percepisce la fatica di trattenere la tensione che si libera nel secondo assolo del leader. Molto bello l’assolo di Alice che dimostra di aver mandato a memoria la lezione di Tyner. Chiude il disco la bonus-track Number one, praticamente un lungo assolo in progressione del leader.

Coltrane morirà a 41 anni per un cancro al fegato il 17 luglio 1967, poco dopo aver concluso queste registrazioni; lascia – oltre ad una discografia di altissimo livello, dimostrazione di 10 anni di lavoro intensissimo e febbrile - un vuoto incolmabile nella storia del jazz e la viva curiosità di sapere dove sarebbe potuto arrivare con la sua ricerca. John Coltrane vive ora nei suoi dischi e nello stuolo di saxofonisti che continuano a trarre ispirazione dal suo lavoro.


Thelonious Monk for dummies

Proseguo con la mia serie di post sui jazzisti “for dummies” con uno dei personaggi più interessanti, disperatamente solitari e allo stesso tempo più influenti, apparsi nella storia del jazz: Thelonious “Sphere” Monk.
Monk nacque a Rocky Mount (North Carolina) il 10 ottobre del 1917 in una famiglia modesta nella quale la musica era presente grazie alla madre cantante di gospel e spiritual nella chiesa locale; trasferitosi ben presto a New York, Monk iniziò fin da adolescente una vita “on the road” passata a suonare nei locali di stride-piano – i cui echi non lasceranno mai il suo pianismo – dove arricchisce il suo bagaglio musicale. Ciò diverrà fondamentale per la formazione della nuova “cosa” nascente in ambito jazzistico, ovvero il be-bop, che con Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Charlie Christian e Kenny Clarke egli contribuì a far nascere.
Ma Monk non era un bopper, o almeno non era “solo” quello; l’adesione al famoso modo di dire dei bopper “io suono la mia musica e non mi interessa se ti piace o no” non era per Monk un atteggiarsi, ma qualcosa di naturale, semplicemente un modo per essere se stesso. E la sua storia musicale orgogliosamente autarchica lo dimostra apertamente.

Giorgio Gaslini sottotitola un bel libretto sul pianista uscito per Stampa Alternativa “La logica del genio, la solitudine dell’eroe”, perché questo in effetti è stato Monk: un genio solitario, psichicamente disturbato sì, ma i cui patimenti interiori non gli hanno mai impedito di essere lucido e logico, perennemente chiuso nella sua ricerca dalla quale una fanciullesca innocenza di fondo l’ha portato ad escludere l’evoluzione verso una maturità “pesante e retorica” (come la definisce Gaslini).
Ed è proprio questa una delle cifre stilistiche del pianista del North Carolina: la sostanziale, cosciente e programmata mancanza di progressione musicale che viene sostituita dall’esplorazione orizzontale di un pugno di brani, un lavoro costante e caparbio di cesello a cercare nuove combinazioni, a centellinare note e a dilatare pause e silenzi in un modo del tutto personale ed imprevedibile, considerando l’errore come un mezzo per intraprendere nuove strade (sarà lui a dire al termine di un’improvvisazione “I made the wrong mistakes“, ovvero “ho fatto gli errori sbagliati”). La musica di Monk, infatti, non è lineare, procede a strappi, obliqua, carica di accordi aspri e di pause riflessive inaspettate; il fraseggio è frastagliato e – grazie anche al suo modo di suonare a dita piatte – privilegia l’approccio percussivo e la ricerca armonica piuttosto che quella tematica.
E proprio l’armonia fatta di accordi che paiono stridere tra loro tanto da farla sembrare “sbagliata” e lo sviluppo ritmico asimmetrico fatto di ritardi e di accenti spostati saranno due elementi che in futuro influenzeranno moltissimi jazzisti – lui che non ha mai avuto allievi e che era piuttosto disinteressato a quello che gli girava attorno – e allo stesso tempo li metteranno in difficoltà, come è successo a Miles Davis che – nell’unica sessione registrata assieme – pretese che Monk non suonasse sotto il proprio assolo per non rischiare di esserne confuso.

Da punto di vista numerico Monk lascia 72 composizioni – da Well, you needen’t del 1947 a Blue sphere del 1971 – tra cui capolavori assoluti come ‘Round midnight (un’icona del jazz!), Pannonica, Blue Monk, Straight no chaser, Epistrophy, In walked Bud, Ruby my dear, Rhythm-a-ning, la già citata Well, you needn’t che sono tuttora campo di lavoro per i jazzisti di tutto il mondo. Diverso il discorso sui dischi: Monk era musicista da “brani” più che da “dischi” tanto che – forse con un’unica eccezione – è difficile trovare un suo “disco di riferimento” come succede per molti altri artisti; lascia, infatti, un buon (e disordinato, soprattutto per i primi anni) numero di dischi tra i quali, come al solito, mi auto-impongo di sceglierne 5 che mi paiono più significativi per capire il personaggio.
Thelonious Monk morì a Weehawken nel New Jersey il 17/02/1982, dopo dieci anni che non usciva di casa, in compagnia dell’amatissima Nellie – al suo fianco per tutta la vita – e dei suoi fantasmi, paure ed ossessioni che quella vita l’hanno resa un inferno. Mi piace concludere questa breve presentazione con una frase di Arrigo Polillo nel suo fondamentale libro “Jazz”: “Qualcuno ha detto che, negli anni in cui nessuno sembrava interessarsi a lui, Monk era fermo in attesa che il futuro lo raggiungesse, facendo capire così la musica sua. Dopo, si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Se volevano: a lui non importava più che tanto”. Chissà se quel futuro ora è arrivato.

Genius of modern music – vol.1 (Blue Note – 1989)

Questo disco raccoglie una serie di 78 giri usciti nel 1948, ovvero parte delle sessioni di Monk effettuate l’anno prima per la Blue Note (le altre si possono trovare nel volume 2). In questa riedizione del 1989 sono 21 i brani in programma – con alcuni “alternate take” – provenienti da tre sessioni: il 15/10/47 in quintetto con Idrees Sulieman, Danny Quebec West, Gene Ramey e Art Blakey, il 24/10/1947 in trio con i soli Ramey e Blakey e il 21/11/47 ancora in quintetto con George Taitt, Sahib Shihab, Bob Paige e ancora Art Blakey. Fin dai primi ascolti è facile percepire il be-bop di cui il disco è ovviamente intriso, ma anche l’approccio assolutamente personale di Monk nei riguardi del suo strumento. E’ soprattutto nei brani che portano la sua firma – in modo particolare Thelonious, Off Minor e Monk’s mood – che ciò emerge in modo più evidente, tanto che i compagni di incisione sembrano del tutto spiazzati in alcuni passaggi. Molto belle le versioni di ‘Round midnight con il morbido sax di Shihab e l’ottimo assolo del pianista e dello standard April in Paris che viene scomposto da Monk in nuclei tematici e ritmici a dir poco originali. Disco fondamentale per capire la scena jazz alla nascita del bop, è altrettanto indispensabile per conoscere le basi di partenza del pianista.

Brilliant corners (Riverside – 1956)
con Ernie Henry, Sonny Rollins, Oscar Pettiford, Max Roach (Clark Terry e Paul Chambers in Bemsha swing)

Questo disco, il terzo inciso da Monk per la Riverside (il cui produttore, Orrin Keepnews, saprà finalmente valorizzare il pianista), è quasi unanimamente cosiderato come il suo capolavoro e sicuramente quello che l’ha rivelato al mondo, fino ad allora piuttosto freddo nei suoi confronti. Inciso in tre sessioni di registrazione, Brilliant corners è un disco che ad un primo ascolto appare lineare, ma che invece nasconde una tensione di fondo davvero notevole, tanto che in alcuni passaggi – soprattutto del robusto Rollins e dell’esordiente Henry – sembra anticipare alcuni elementi che verranno fatti propri dal free-jazz negli anni successivi. Il disco si apre con la title-track che per la sua difficoltà creò in fase di registrazione molti problemi ai musicisti – soprattutto a Henry e Pettiford – tanto che il risultato ora su disco è un “collage” di pezzi tratti dalle migliori 24 “take” registrate. Il tema – introdotto all’unisono dai fiati – è acerbo, pieno di asimmetrie, di dissonanze e di cambi di velocità, ma bene si adatta all’improvvisazione (da sentire quella quasi “imbarazzata” di Henry). Seguono Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are dal tema contagiosissimo con un bell’assolo di Monk, Pannonica – dedicato alla baronessa Nica de Koenigswarter, famosa protettrice dei jazzisti newyorkesi – brano nel quale Monk utilizza assieme al pianoforte (a tratti in simultanea) una celesta* che conferisce alla melodia un andamento dolce e sognante in contrasto con le frequenti dissonanze. Chiudono il disco I surrender dear, unico brano non scritto da Monk che il pianista esegue da solo con commovente poesia e Bemsha swing nella quale manca l’alto-saxofonista Ernie Henry ma sono presenti il trombettista Clark Terry e Paul Chambers che sostituisce al contrabbasso Pettiford a causa di contrasti avvenuti con il leader nella sessione precedente. Bemsha swing è una sorta di “falso” swing vecchia maniera la cui progressione ritmica è sottolineata dal lavoro ai timpani di Max Roach e la cui “facilità” si perde man mano che i musicisti procedono con i loro assoli.
Disco indispensabile per capire Monk e il suo particolare concetto del lavoro d’insieme.

Misterioso (Riverside – 1958)
con Johnny Griffin, Ahmed Abdul Malik e Roy Haynes

Come spesso accade con incisioni che hanno oramai quasi mezzo secolo, ci sono diversi dischi a nome di Monk che portano questo titolo: alcuni sono raccolte, altri sono registrazioni dal vivo (come il Misterioso della Jazz Original / Columbia che raccoglie una bella serie di performance tra il 1963 e 1965). Anche questo disco della Riverside è la testimonianza di un concerto che fu tenuto da Monk e dal suo quartetto al Five Spot Cafè di New York il 7 e 9 agosto 1958.
Dopo Brilliant corners Monk ha finalmente conosciuto il successo, può cominciare a pubblicare un numero maggiore di dischi e sempre più ampio è il numero dei musicisti che lo avvicina. Monk ha sempre avuto un rapporto particolare con i saxofonisti (oltre che con i batteristi) considerando il loro strumento come un arricchimento indispensabile per la propria musica ed in effetti ne avrà sempre uno al suo fianco e sempre di alto livello: prima Coleman Hawkins, poi Sonny Rollins, poi – seppure per poco – John Coltrane, infine Johnny Griffin, scelta che – dopo questi tre giganti del sax – potrebbe apparire di secondo piano. Invece il suono asciutto di Griffin, vecchio amico di Monk, è proprio quello che ci vuole per la sua musica: sorta di via di mezzo tra Rollins e Coltrane, Griffin prende il lirismo e il suono ruvido dal primo e la foga espressiva dal secondo. Così Misterioso (come il disco “gemello” Thelonious in action) è caratterizzato da questo suono e dallo swing propulsivo di Griffin che troviamo soprattutto in brani come In walked Bud, Blues five spot o nel blues sui generis di Misterioso. Monk come al solito si diverte a creare e distruggere le sue strutture ritmiche e melodiche, mentre Abdul Malik e Haynes svolgono al meglio il loro lavoro di accompagnatori, riuscendo a venir fuori dai trabocchetti tesi dalla musica del leader. Oltre ai 5 brani scritti da Monk nel CD è presente un brano non suo, ovvero Just a gigolo la cui esplorazione – solitaria – è divenuta una sorta di leit-motiv nelle performance del pianista e, nella riedizione in CD, due bonus-track preziosissime, ovvero i classici ‘Round midnight e Evidence.

Alone in San Francisco (Riverside – 1959)

Per un pianista con un approccio così personale allo strumento e alla composizione è quasi d’obbligo confrontarsi con il piano-solo; per Monk la cosa non è stata così frequente visto che in trent’anni di carriera (’41-’71) è avvenuto solo quattro volte: nel 1954 con Piano solo (Vogue) che raccoglie un concerto parigino, nel 1957 con Thelonious himself (Riverside) e nel 1971 con l’estemporanea registrazione di The London collection (Black Lion). La quarta, quella che mi pare più importante, è questo Alone in San Francisco. Monk è davanti al suo pianoforte nella solitudine di una grande sala dall’acustica calda e ricca di armonici in una sorta di sospensione dal tempo e dallo spazio; la sua musica pare vivere di vita propria assomigliando ad una scultura che si staglia nel silenzio e nell’immobilità. I brani sono una decina e vengono resi da Monk con una essenzialità – non povertà! – che va diretta al cuore stesso della musica, della melodia, della singola nota. Lo sappiamo: Monk non eccelle nella tecnica, quella che si vorrebbe accademica, ma ogni sua nota ha un significato, ogni suo passaggio è perfetto per l’economia del brano, ogni sua scelta è precisa e fondamentale, come quella di non effettuare alcun assolo in Everything happens to me, ma di ripeterne praticamente tre volte il tema “semplicemente” variandone la struttura melodica. Splendidi anche il classico Blue Monk, scarnificato fin nella profonda innervatura blues, Ruby my dear con suo swing trattenuto, la free-form di Round lights e la struttura quasi matematica di Pannonica, i finti tentennamenti di Bluehawk, fino alla poetica ripresa del classico anni ’20 There’s danger in your eyes, Cherie mai più registrato. Un disco non facile, come non è facile la musica di Monk, ma davvero fondamentale nella sua discografia.

Live at the It club – complete (Columbia – 1964)
con Charlie Rouse, Larry Gales e Ben Riley

Nel 1961 scade il contratto con la Riverside e, visto che nel frattempo Monk era diventato una buona fonte di guadagno, sono diverse le etichette che se lo contendono. Alla fine la spunterà la Columbia, ovvero quella che oggi definiremmo una “major”, che garantisce a Monk una maggiore disposizione di mezzi, di tempo e studi dove poter registrare, di musicisti con i quali collaborare. A discapito di queste nuove potenzialità, però, la musica di Monk subisce una involuzione, soprattutto dal punto di vista espressivo: le migliori tecnologie messe in campo dalla Columbia hanno sì il potere di migliorare la qualità tecnica dei dischi, ma hanno anche il difetto di levigare troppo gli spigoli vivi della musica del pianista del Nord Carolina. Per la Columbia Monk produce buoni dischi, alcuni ottimi (Criss cross, Monk’s dream), ma pare che la sua musica sia coperta da una sorta di patina che ne opacizza gli “angoli brillanti”. Allora per farsi un’idea anche di quest’ultimo periodo della vita artistica di Monk è più indicato un disco dal vivo come questo: registrato in quartetto in due serate del 1964 all’It club di Los Angeles, era uscito in due LP separati nel 1982 e nell’attuale forma di doppio CD nel 1998 arrivando a comprendere 19 brani tra i più famosi della produzione del pianista.
Per completare il discorso sui saxofonisti fatto in precedenza, ora al fianco di Monk troviamo Charlie Rouse che collaborò con lui per 12 anni dal 1958 (subito dopo Griffin) fino alla fine. Rouse non era certo tra gli strumentisti più osannati ma si rivelerà perfetto per la musica di Monk, vivendovi quasi in simbiosi: era solido, tenace, non un fiume in piena come i suoi predecessori, ma preciso, attento, rilassato tra i trabocchetti tesi. In Live at the It club si sente che Monk sta cambiando, che la malattia sta prendendo sempre più piede nella sua mente: la lucidità c’è sempre, il livello è sempre superlativo ma subentra una sorta di pigrizia, di torpore che lo spinge ad improvvisazioni sempre più scarne ed essenziali, lasciando molto più spazio alla sezione ritmica che si produce in una serie di pregevoli assoli. La cosa stupefacente è che la sua musica non ne risente, è sempre lì presente, quasi vivesse di una vita propria. Sarà il suo contatto con il mondo fino a quell’ultima esibizione solitaria a Londra nel 1971. E poi il silenzio. Il suo, non quello delle meraviglie che ha creato.

* La celesta è uno strumento a percussione, derivato dallo xilofono, di aspetto simile ad un piccolo pianoforte verticale, nel quale il suono è ottenuto da martelletti che, comandati da una tastiera e da una pedaliera, colpiscono delle lamelle metalliche tenute in sospensione. Costruita e brevettata nel 1886 da Auguste Mustel apparve per la prima volta nel balletto Lo schiaccianoci di Tchaikovsky.


Pat Metheny for dummies

Torna la mia rubrica dalla cadenza casuale per parlare di un altro grande personaggio della musica jazz (e non solo) degli ultimi trent’anni; dopo essermi occupato di un pianista (Keith Jarrett) e di due trombettisti (Chet Baker e Miles Davis – un po’ riduttivo il termine “trombettista” per quest’ultimo!) mi occupo ora di un chitarrista considerato, non a torto, uno dei migliori musicisti attuali. Molte cose positive sono state dette su Metheny e anche molte critiche, spesso del tutto gratuite e non rispettose del personaggio; io credo che i suoi meriti siano ben superiori – per quantità e qualità – rispetto ai demeriti e, pur non arrivando alla sua beatificazione come fa Luigi Viva nella sua mielosa agiografia, riconosco che egli occupi un posto importante – se non fondamentale – nell’evoluzione del jazz degli ultimi 25/30 anni.

Pat Metheny è nato il 12/08/54 a Lee’s Summit, un sobborgo di Kansas City nel Missouri. Fin da giovane approda allo studio della musica, prima con la tromba e poi con la chitarra, intraprendendo studi brillanti con una serie di importanti maestri tra cui il vibrafonista Gary Burton, con il quale inciderà anche un buon numero di dischi. Metheny, persona di indole gioviale e molto aperta ma anche maniacalmente professionale, sviluppa ben presto uno stile e un suono molto personali, facili da riconoscere anche al primo ascolto, ma altrettanto difficili da descrivere proprio per le loro peculiarità che male si adattano a stili ben definiti: certo vi troviamo il jazz nelle sue varie sfaccettature, ma non mancano i richiami alle sue origini rurali, echi rock, fascinazioni brasiliane, schemi tratti dalla musica colta europea.
Nel 1976 ha orgine quello che è il progetto più importante di Metheny, ovvero il Pat Metheny Group attivo ancora oggi, con il quale il chitarrista ha registrato i suoi dischi più famosi e più noti; da sempre frutto del lavoro simbiotico del chitarrista e dell’eccellente pianista e tastierista Lyle Mays, il PMG è un raro esempio di un gruppo capace di raggiungere il grande pubblico senza mai cadere nel banale – pur con gli ovvi alti e bassi – mantenedo un sound caratteristico, fatto di ariose orchestrazioni spesso dal sapore classicheggiante, di melodie di ampio respiro dettate dalle innumerevoli chitarre del leader e di armonie saggiamente sviluppate da Mays.

La produzione discografica di Metheny è molto vasta e si è sviluppata secondo strade parallele: lavori con il PMG, lavori a proprio nome, in trio, in duo, lavori orchestrali, colonne sonore e moltissime collaborazioni (John Scofield, Charlie Haden, Jim Hall, Milton Nascimento, Gary Burton, Jack DeJohnette) tutti caratterizzati da un continuo lavoro di ricerca che arriva a toccare alti livelli di sperimentazione (Ornette Coleman, Steve Reich). Una produzione così ampia non deve far pensare a cali vistosi di qualità: certo ci sono opere meno riuscite, ma è interessante notare come in ogni disco egli collochi almeno un ottimo brano; come al solito cercherò di auto-limitarmi nelle scelte in modo da indicare solo i dischi di Metheny che io considero, tra quelli che conosco, i migliori (e forse indispensabili) per capire il più possibile la sua musica nei suoi vari aspetti.

dischi in solo

New Chautauqua

New Chautauqua (ECM – 1979)

Questo e il prossimo, entrambi dischi in solo, rappresentano il passato e il presente della ricerca musicale di Metheny. In New Chautauqua, quarto disco a proprio nome, il chitarrista del Missouri si interroga sulle proprie origini andando alla ricerca del suono più genuino delle proprie parti, trovando una dimensione espressiva assolutamente personale. Il novello Chautauqua è lo stesso Metheny: il nomignolo infatti deriva direttamente dal bisnonno Moses, sorta di menestrello itinerante, che era chiamato appunto Chautauqua dagli indiani. Per incidere questo disco Metheny utilizza delle sovraincisioni tra chitarre acustiche ed elettriche a 6 e 12 corde, una harp-guitar a 15 corde e il basso elettrico instaurando una prassi che diverrà sempre più radicata in futuro, ovvero quella di riservare ad ogni suono da ottenere il proprio particolare strumento. Il disco parte dalla ritmica raffinata della title-track, si inoltra nei suoni folk di Country poem (titolo azzeccatissimo) e nella bellissima atmosfera magica di Long-ago child / Fallen star, lungo brano sospeso tra gli arpeggi ampi sull’acustica e la fluida melodia suonata sull’elettrica. Il brano seguente, Hermitage, è uno dei classici di Metheny: un semplice arpeggio su cui si stende un’improvvisazione molto morbida e cantabile. Seguono Sueno con Mexico, interessante intreccio tutto acustico e la riflessiva Daybreak che chiude un ottimo disco – mal riuscito secondo il suo autore – ma che è fondamentale per capire lo sviluppo della sua musica.

One quiet nightOne quiet night (Warner bros. – 2003)

Al contrario del precedente, in questo disco Metheny non attinge alla sua cospicua collezione di chitarre, ma ne usa una sola, un nuovo gioellino costruito appositamente per lui da Linda Manzer la sua liutaia di fiducia: si tratta di una chitarra acustica baritono dal suono straordinario, la cui particolare costruzione e l’accordatura “Nashville tune” consente di avere a disposizione toni più bassi.
Credo che questo disco, oltre che per la sua bellezza, sia importante per capire cosa riesca a fare Metheny con una “semplice” chitarra: dopo innumerevoli ascolti dei suoi lavori credo di aver capito che la grandezza della sua arte stia proprio nella sua abilità di confrontarsi con il suono pulito dell’acustica, anche se egli è diventato famoso soprattutto per come sa trattare la chitarra-synth e l’elettrica, come ha dimostrato in quel magma ribollente che è Zero tolerance for silence (1992) nel quale traumatizza gli ascoltatori con quintali di crudele noise-guitar ai limiti dell’ascoltabilità.
One quite night, lo dice il titolo stesso, nasce nella nottata del 24 novembre 2001 quando, nel suo studio casalingo, Metheny inizia a suonare il nuovo strumento; incide una serie di brani che successivamente verranno integrati con altre registrazioni. Ne nasce un disco molto personale, quasi un dialogo intimo con l’ascoltatore: da segnalare la title-track, la splendida Song for the boys, la meditativa Another chance, l’omaggio a Jarrett di My song (li vedremo mai assieme questi due?), Ferry cross the Mersey di Gerry and the Peacemakers e la riproposizione della celebre Last train home.

dischi in duo

Beyond the Missouri sky

Beyond the Missouri sky (short stories) (Verve – 1997)

Finora Metheny ha inciso solo un altro disco in duo oltre a questo, ovvero quello con Jim Hall del 1999, comunque in attesa del 2007 quando dovrebbe uscire l’ultimo lavoro con Brad Mehldau. (Vi sono anche altri duetti, quello con John Scofield e Ornette Coleman, ma entrambi erano supportati da una sezione ritmica). Il disco con Jim Hall, riconosciuto maestro della chitarra jazz, è buono, ma pare un po’ “ingessato” e comunque non in grado di raggiungere la il livello emozionale ed evocativo di questo Beyond the Missouri sky.
Uscio a nome di Haden e Metheny, la parternità di questo lavoro è sicuramente ascrivibile ad entrambi perché entrambi in egual misura hanno contribuito con la loro professionalità e sensibilità a farne un piccolo capolavoro. Charlie Haden, come sempre, sa trarre dal suo contrabbasso un suono profondo, pastoso con il quale, pur riservandosi ottimi spazi improvvisativi, offre un tappeto ideale per gli slanci chitarristici del compagno; Metheny, che qui in alcuni brani troviamo impegnato anche alle percussioni e all’organo, non utilizza gran parte del suo armamentario elettrico concentrandosi maggiormente sugli strumenti acustici per privilegiare la limpidezza e la trasparenza del suono. Così ciò che vige in questo disco è la misura, la saggezza di due grandi musicisti che non hanno più nulla da dimostrare e che anzi lavorano per sottrazione piuttosto che per aggiunte, in modo da ricercare il sottile piacere del silenzio. 13 brani tutti di altissimo livello, senza una sbavatura, un calo, una nota che sia fuori posto sotto il grande cielo del Missouri che li avvolge di magia. Da avere.

dischi in trio

Bright size life

Bright size life (ECM – 1976)

Se c’è un ambito nel quale Metheny si avvicina in modo più evidente alla tradizione jazz e dà la prova evidente della sua capacità improvvisativa, quello è sicuramente il trio chitarra/contrabbasso/batteria con il quale ha inciso parecchio e che è rimasto una costante negli anni, pur col variare dei protagonisti. Quattro sono state le formazioni con cui ha inciso cinque dischi: Rejoicing – album non del tutto riuscito anche secondo il suo autore – con Charlie Haden e Billy Higgins, il molto più convicente Question and answer con Dave Holland e Roy Haynes e gli ultimi due Trio 99>00 e Trio – live con i giovani e promettenti Larry Grenadier e Bill Stewart. Ne manca uno alla lista, questo Bright size life che è quello che preferisco: primo disco in assoluto di un Metheny poco più che ventenne, è stato inciso con Bob Moses e quel fenomeno di Jaco Pastorius e a distanza di trent’anni risulta ancora molto attuale.
In questa registrazione il chitarrista, spesso usando sovraincisioni, suona la sua – oramai storica – Gibson ES175 e la Fender Coronado a 12 corde riuscendo a dare un’atmosfera di raffinatezza e spontaneità davvero notevoli per un giovane musicista all’esordio: bellissimi gli intrecci tra le chitarre e il basso di Pastorius che instaurano un gioco continuo fatto di contrappunti e di folgoranti unisoni, preziosi gli interventi di Moses soprattutto sui piatti.
I brani senz’altro da segnalare sono la scintillante title-track che verrà riproposta spesso dal vivo, il soliloquio Unity village dove Metheny sovraincide ritmica e melodia con una facilità ed espressività impressionanti, Unquity road per la sua ricchezza armonica e la conclusiva Round trip / Broadway blues – medley di Ornette Coleman, unico brano non scritto dal leader – dove si può sentire il giovane Pastorius già alle prese con uno dei suoi fulminanti assoli.

As falls Wichita, so falls Wichita falls

As falls Wichita, so falls Wichita falls (ECM – 1981)

Anche se viene accreditato a Pat Metheny e Lyle Mays, “Wichita” è di fatto, grazie alla presenza di Nana Vasconcelos, un disco in trio, perché l’apporto del grande percussionista brasiliano è spesso determinante nell’economia del risultato finale. “Wichita” è stato registrato a Oslo nel 1980 e oltre a rappresentare uno dei punti più alti del rapporto simbiotico di Metheny e del suo alter-ego Lyle Mays – tanto affine dal punto di vista musicale, quanto completamente diverso da quello caratteriale – è una sorta di cartina tornasole per capire quanto le idee musicali dei due si riversino nel PMG. Musica in equilibrio tra il jazz, la world-music, il rock più etereo e il folk nord e sud-americano, musica senza una precisa direzione se non quella di esplorare le potenzialità di una scrittura lineare ma non per questo meno affascinante.
Metà di questo disco è occupata dai 20 minuti dell’omonima suite nella quale gli strumenti elettronici e quelli acustici – tra i quali gran importanza hanno le percussioni “povere” di Vasconcelos – si integrano in modo ottimale; difficile da descrivere a parole, dirò solo che la suite è un lungo viaggio nello spazio – tra jazz, psichedelia, ambient – ma soprattutto nei sentimenti tra rarefazioni e dense parti orchestrali ed è un bellissimo esempio della capacità di dialogo tra Metheny e Mays. Da ascoltare assolutamente.
Il disco poi prosegue con la gioiosa e ritmica Ozark dove troviamo un Mays scintillante, con la dolcezza di September fiftheenth brano diviso in due parti: nella prima Metheny sviluppa il tema con l’acustica su un tappeto di tastiere, poi inzia un dialogo serrato con il pianoforte di Mays che regala anche uno dei suoi grandi assoli. Prima della conclusiva Estupenda graça con il cantato di Vasconcelos, c’è il tempo per ascoltare un’altra perla del disco, ovvero la splendida It’s for you nella quale l’ipnotico riff delle tastiere, la voce, la chitarra acustica e l’assolo da brividi di Metheny alla chitarra-synth fanno di questo brano – e qui non esagero – uno dei più belli della sua produzione.

dischi con il Pat Metheny Group

Travels

Travels (ECM – 1983)

E veniamo finalmente all’ambito più famoso e più celebrato nel quale ha operato e opera Metheny, ovvero il Pat Metheny Group. Nato nel 1977 rappresenta una sorta di progetto aperto nel quale durante gli anni avverrano molti cambiamenti di formazioni ferma restando, comunque, ovviamente la presenza del chitarrista, quella di Lyle Mays e dal 1981 anche del contrabbassista Steve Rodby. Fin dalla sua nascita il gruppo si contraddistingue per la particolarità del suo suono che fonde in maniera perfetta e costruttiva la strumentazione acustica con l’elettronica delle chitarre e dei synth, in una continua ricerca e compenetrazione tra le pagine scritte e l’improvvisazione che è sempre presente nelle performance del gruppo. Travels è il quarto disco del gruppo, l’unico doppio (finora) e il primo dal vivo – documenta la tournee del 1982 – e rappresenta al meglio lo stato dell’arte del PMG che all’epoca era formato dal leader, da Mays, da Rodby, da Danny Gottlieb e da Nana Vasconcelos: 11 i brani che nella dimensione live diventano ancora più freschi e dinamici. Il livello si mantiene alto per tutta la sua durata ma non si può fare a meno di evidenziare la trascinante Are you going with me? con il grandissimo lavoro di Metheny alla chitarra-synth, l’elaborata melodia di Phase dance o quella dolcissima della ballad Farmer’s trust – uno degli inediti del disco – suonata con una Ovation a corde di nylon con il sottile accompagnamento delle spazzole di Gottlieb. Il secondo disco ospita, oltre all’intera suite di “Wichita” che dal vivo non perde nulla della sua magia, un paio di inediti interessanti: Travels è un bellissimo brano che si sviluppa su una melodia molto semplice ma altrettanto evocativa, e Song for Bilbao che su una ritmica di matrice latina presenta un’aggressiva introduzione alla chitarra-synth e un insistito assolo di Mays che utilizza i “block-chords”. Mays che si ripete anche nella conclusiva San Lorenzo, ancora al pianoforte, come fa sempre quando vuole prendere un assolo.

Still life (talking)Still life (talking) (Geffen – 1987)

Credo che questo disco non abbia bisogno di presentazioni visto che è il maggior successo – anche commerciale – di Metheny e che è universalmente considerato come la massima espressione compositiva e interpretativa del chitarrista del Missouri.
Il PMG è cambiato rispetto a Travels: oltre al trio di base, troviamo alla batteria l’ottimo Paul Wertico, alle percussioni Armando Marçal e due cantanti, David Blamires e Mark Ledford. Proprio Marçal – nativo di Rio de Janeiro – è il tassello che permette a Metheny di continuare ad infondere nella propria musica quella matrice brasiliana che è tanto presente nella sua concezione compositiva. Ricchissimo di influenze che vanno dal jazz più puro al rock, alle tradizioni popolari, in questo si può dire che Still life (talking) sia quanto di meglio si possa fare in ambito “fusion”, senza scomodare per nulla quella valenza vagamente negativa che spesso si attribuisce a quel termine.
I brani sono sette e si susseguono senza cali di tono: apre Minuano – uno dei brani migliori della produzione del PMG – che unisce alla marcata influenza brasiliana delle linee melodiche semplici ma molto efficati e una raffinata ricerca armonica; se qui è il solo della chitarra ad essere in evidenza, nella successiva sinuosa So may it secretly begin è Lyle Mays che si produce in un efficacissimo assolo al pianoforte. Molto bella la ripresa finale del tema che va a spegnersi lentamente. Last train home è sicuramente il brano più noto di Metheny, quello che l’ha fatto conoscere anche al grande pubblico che non mastica il jazz: famoso l’accompagnamento con le spazzole che ricorda l’incedere del treno e altrettanto famoso lo sviluppo del tema con relativo assolo che Metheny suona su una chitarra elettrica Coral-Sitar, sorta di incrocio tra i due strumenti con un set di corde che vibra in simpatia con quelle principali. Ottima anche la parte vocale. Si prosegue con le fascinazioni brasiliane di (It’s just) talk dove troviamo un Mays in buona evidenza, poi con il veloce tappeto percussivo di Third wind sul quale Metheny dimostra tutte le sue capacità tecniche prendendo un assolo mozzafiato; dopo il ritmo spiccato, il disco si chiude con la rarefatta Distance, sorta di parentesi ambientale e con la malinconica ballad In her family.

The way up

The way up (Nonesuch – 2005)

L’ultimo disco che mi pare indispensabile per capire a pieno la personalità e la musica di Metheny è l’ultimo uscito in senso temporale.
Nel 2000, anche in considerazione che le ultime prove discografiche del PMG non sono proprio esaltanti, Metheny e Mays decidono che è necessario fare dei cambiamenti radicali nella formazione: la nuova line-up, quindi, prevede, oltre al consueto trio, il talentuoso batterista messicano Antonio Sanchez, il bassista camerunense Richard Bona che però funge da cantante e percussionista e il trombettista vietnamita naturalizzato statunitense Cuong Vu, molto attivo nella scena d’avanguardia newyorkese, che è anche ottimo vocalist. Il nuovo PMG è così formato e il suo primo frutto è Speaking of now (2001): a mio parere si tratta di un buon disco che contiene molti spunti interessanti, belle melodie, grande feeling tra i musicisti, ma forse prodotto troppo di maniera e con un Vu ancora un po’ in ombra (peccato mortale, conoscendo le capacità del trombettista).
Di ben altro livello è questo The way up, lunga suite di 68 minuti divisa in 4 parti che, vista l’estensione formale, ha necessariamente approdato ad un’estensione espressiva e al superamento di molti schemi oramai di routine. Più che le consuete melodie ed armonie raffinate, in questo disco il PMG ha puntato sulle diverse scansioni ritmiche che di volta in volta conducono e trasformano la materia musicale. Disco molto bello e complesso che ha bisogno di diversi ascolti per essere apprezzato in modo completo, ma che bene evidenzia le capacità tecniche e squisitamente emozionali di questi grandi musicisti.


Chet Baker for dummies

Dopo aver parlato di Miles Davis voglio focalizzare la mia attenzione su di un altro trombettista che amo molto, ovvero Chet Baker. Troppo spesso egli viene, se non ignorato, almeno isolato in una sorta di limbo, soprattutto quando si tende a parlare più delle sua travagliata vicenda umana, del suo girovagare senza meta e della sua triste fine, piuttosto che dei suoi meriti artistici, catalogandolo frettolosamente come un “bello e maledetto”. Certo, il disordine che ha regnato nella sua vita ha sicuramente influenzato il piano professionale ed è inscindibile da esso, ma ricordare solo questo – come ultimamente ha fatto James Gavin nel suo discutibile libro – non solo è riduttivo, ma neppure rende giustizia ad un musicista di tale importanza.

Nato a Yale (Oklahoma) nel 1929, Chesney Henry Baker, dopo la gavetta nei gruppi locali, balzò alla ribalta nella primavera del 1952 suonando, seppur brevemente, con Charlie Parker che dopo un’audizione l’aveva scelto per una sua tournee in California. Ben presto però, ispirandosi al suono ottenuto da Miles Davis nel suo Birth of the cool, sviluppò uno suo stile personale che – e questa è l’unica critica che gli si può rivolgere – ha mantenuto immutato, rinunciando, o non cercando neppure, un’evoluzione musicale. Cosa che comunque non gli ha impedito di dare ottime prove della sua arte fino agli ultimi giorni della sua vita.
Baker come Davis prediligeva il registro medio dello strumento e temi dal tempo medio-lento ed era capace – anche più di Davis – di un lirismo profondo, non affettato, limpido ed intimo, tranquillo ma allo stesso tempo carico di pathos e d’inquietudine, la stessa inquietudine provata sulla sua pelle e trasportata nella tromba e nel suo modo di cantare con voce sottile, quasi sussurrando. Mise ulteriormente a punto il suo modo di suonare nel quartetto pianoless di Gerry Mulligan che, se pure non durò nemmeno lo spazio di un anno tra il 1952 e il 1953 e di una reunion nel 1957, con quel breve sodalizio pose le basi per la corrente jazzistica che prenderà il nome di West Coast. Negli anni ’50 e primi anni ’60 Baker – grazie anche alla vincita di parecchi premi prestigiosi - è uno dei jazzisti più valutati, poi il lento declino, sia fisico ma soprattutto nell’apprezzamento di certo pubblico e critica, anche se ha continuato a fornire performance degne della sua fama. Ma la vita di Chet è troppo complessa per essere – modestamente – narrata qui.

Quanto alla sua discografia, la sua dipendenza dalle droghe e la voglia di provare tutte le esperienze l’ha condotto in una vita disorganizzata e sempre in movimento, cosa che l’ha costretto ad accettare, spesso incautamente, qualsiasi offerta discografica gli venisse proposta tanto che sono innumerevoli i musicisti, le band e le etichette con le quali ha inciso o suonato dal vivo alternando – purtroppo – ottime performance a prove più dozzinali; ne consegue che la discografia di Baker è una delle più complesse e discontinue del jazz, così l’ascoltatore deve effettuare le giuste scelte per non avere una visione distorta dell’opera del trombettista (nel sito ufficiale, piuttosto bruttarello e mal organizzato – scelta delibertata? - è possibile trovare tutta la discografia). Io, come al solito, ho limitato il più possibile la mia scelta cercando di indicare i dischi, ovviamente tra quelli che conosco, per me più significativi nei vari anni in modo da avere del musicista un ritratto più completo possibile. E, come al solito, ben vengano commenti e critiche.

gli anni ’50: l’ascesa

The best of Mulligan - Baker quartet

The best of the Gerry Mulligan quartet with Chet Baker (Pacific jazz – 1991)
con Gerry Mulligan, Bobby Whitlock, Carson Smith, Henry Grimes, Chico Hamilton, Larry Bunker, Dave Bailey

Solitamente i “best of…” non mi piacciono, ma in questo caso bisogna fare di necessità virtù, considerando la breve durata del quartetto e che il materiale registrato è spesso di difficile reperibilità; certo, la scelta migliore sarebbe il cofanetto da 4 CD The complete Pacific jazz studio recordings ma vista la sua rarità e il prezzo proibitivo basterà questa raccolta a restituirci tutta la freschezza e la dinamicità di questo splendido quartetto.
Questo disco raccoglie cinque registrazioni di Mulligan e Baker del 1952 (con Whitlock e Hamilton) – tra cui il classico Freeway, uno dei pochi brani scritti da Baker – e nove brani del 1953 (con Smith e Bunker), tra cui gli altrettanto classici My old flame, Love me or leave me, Jeru e quella My funny Valentine che accompagnerà Baker per tutta la vita. Chiude il disco Festive minor (con Grimes e Bailey) proveniente dalla reunion del 1957, che dimostra quanto i due fiati fossero ancora in empatia tra di loro. E proprio questa è stata la caratteristica che ha fatto di questo un gran quartetto: la mancanza del pianoforte costringeva i due ottoni ad occuparsi – a turno o all’unisono – anche della parte melodica che risulta enfatizzata in modo particolare, pur rimanendo libera l’opportunità di lavorare sui propri assoli. Ciò che maggiormente si percepisce è la pulizia dell’esposizione, degli intrecci tra i musicisti, un suono nuovo e stimolante di sicura presa sul pubblico, ovvero quell’eleganza di fondo che ha reso celebre il quartetto e ne ha decretato fama e fortuna. Tutte qualità che si possono apprezzare, cosa non usuale, anche a più di 50 anni di distanza.

Chet Baker quartet live: My old flame

My old flame (Chet Baker quartet live – volume 3) (Pacific jazz – 2001)
con Russ Freeman, Carson Smith, Bob Neel

Sciolto il quartetto con Mulligan che l’aveva fatto conoscere al mondo, per Baker non fu difficile mettere insieme il proprio quartetto con Russ Freeman – ottimo pianista che meriterebbe di essere approfondito – con il bassista Carson Smith (anch’egli un ex del combo con Mulligan) e il batterista Bob Neel. Il gruppo ebbe vita travagliata – c’era da chiederselo? – dal 1953 al 1956, ma ciò non gli ha impedito di registrare del buon materiale, soprattutto dal vivo. Questo My old flame è il terzo volume (gli altri, buoni anch’essi, sono This time the dream’s on me e Out of nowhere) recentemente ripubblicato dalla Pacific jazz con materiale già edito dalla stessa etichetta e dalla Mosaic. Si tratta di una registrazione del 10/08/1954 al Tiffany Club di Los Angeles che trova il quartetto – e soprattutto Baker – in ottima forma. Si parte con una veloce boppistica My little suede shoes di Charlie Parker, per continuare con un classico del quartetto di Mulligan, ovvero una Line for lyons particolarmente lenta; seguono brani originali e standard tra cui spiccano la sognante The wind – ottimo brano a firma di Freeman – di cui Baker è particolarmente impegnato a rendere il lirismo, la veloce A dandy line ed Everything happens to me, altro brano a cui Baker rimarrà legato. Questo terzo volume, come gli altri due del resto, ci restituisce un buon quartetto, affiatato e in ricerca di un sound che riesca a ben coniugare la matrice boppistica del quartetto con il nascente cool. Altro disco interessante per ascoltare assieme Baker e Freeman, questa volta in studio e degnamente accompagnati da Leroy Vinnegar e Shelly Manne, è Quartet: Russ Freeman and Chet Baker – sorta di reunion tra i due, pubblicato sempre dalla Pacific jazz – in cui troviamo Baker alle prese con le interessanti composizioni del pianista.

ChetChet (Riverside / OJC – 1959)
con Pepper Adams, Herbie Mann, Kenny Burrell, Bill Evans, Paul Chambers, Connie Kay, Philly Joe Jones

La copertina di questo disco – conosciuto anche come The lyrical trumpet of Chet Baker – è rivelatrice di alcune cose: il volto di Baker non è solo e semplicemente quello di un trentenne. Le sue rughe rivelano l’inquietudine di una vita già in difficoltà e lo sguardo è carico di quella malinconia che sarà sua compagna per lungo tempo. Tutto questo si trasmette alla musica che mai come ora diventa intimista, vibrante e drammatica, basti ascoltare l’introduttiva Alone together. Baker lascia definitivamente gli stilemi del be-bop per maturare il suo stile personale, certo avvicinabile al cool, fatto di amore per la melodia, di intensità emotiva e profondo senso della poesia, stile che ne contraddistinguerà l’esperienza musicale dei giorni a venire. Chet è anche uno degli ultimi dischi incisi da Baker negli States prima di lasciarli – per i consueti problemi - e sbarcare in Europa dove ebbe modo di suonare ed incidere con moltissimi musicisti, stabilendosi prevalentemente in Francia ed in Italia dove incontrò la futura moglie – la modella inglese Carol Jackson – si fece qualche mese di carcere e partecipò al film Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci. Tornando al disco, è frutto di due sessioni di registrazione (30/12/58 e 19/01/59) nelle quali Baker e gli eccellenti musicisti che l’accompagnano suonano ad altissimo livello; esso raccoglie una decina di standard tra i quali spiccano la pura emozione della già citata Alone together con i pregevoli interventi del sax baritono di Adams, la fluidità di It never entered my mind, la lunga linea melodica di If you could see me now, lo swing appena accennato di Time on my hands, fino alla conclusiva Early morning mood, uno dei rari esempi in cui Baker si cimenta anche come compositore.

gli anni ’60: l’irrequietezza

On a misty nightOn a misty night (the prestige sessions) (Prestige – 1997)
con George Coleman, Kirk Lightsey, Herman Wright, Roy Brooks

Costretto a tornare negli States da un mandato di estradizione tedesco, nel 1964 Baker si stabilisce a Los Angeles, ma vuoi per i consueti problemi, vuoi a causa della sua lunga assenza, vuoi perché il rock - a seguito della british invasion – la fa da padrone e al jazz rimangono solo le briciole, la sua stella è appannata. Per poter lavorare non gli resta che affidarsi a dei manager il cui unico scopo era spremerlo per farne più soldi possibile facendolo suonare nei contesti più disparati; ciò nonostante, Baker riesce ad incidere anche dei dischi interessanti. A seguito di tre giorni di sessioni (23, 24 e 25 agosto 1965) nei quali suona il flicorno, egli fornisce alla Prestige 32 brani che l’etichetta, sfruttando il parallelismo con la quasi omonima serie davisiana, raccoglierà in cinque dischi dai titoli: Smokin’, Groovin’, Comin’ on, Cool burnin’ e Boppin’ (with the Chet Baker quintet). Tanto per complicare le cose, la Prestige nel 1997 decide di ripubblicare questi dischi riunendoli in tre CD dai titoli: Lonely star, Starway to the stars e questo On a misty night (nel 2002 li ripubblicherà nuovamente con i titoli originali!). Queste registrazioni trovano un Baker in gran forma: lasciata da parte il lato più intimista del suo sound, egli si lascia andare allo swing, spinge maggiormente sul ritmo e suona con un insospettabile calore e fuoco, mettendo a tacere chi lo voleva musicista sdolcinato. Si alternano brani molto ritmici come Cut plug e Boudoir nei quali il flicorno di Baker bene si combina con il sax muscoloso di Coleman, liriche ballate come Sleeping Susan o la melanconica Lament for the living, pezzi boppeggianti, come Go-go con tanto di sferragliare di piatti, o carichi di genuino swing come la title-track. Ottimo Baker, robusti gli interventi di Coleman e molto apprezzabili quelli di Lightsey in un disco molto godibile che ci presenta un aspetto nuovo della musica di Baker. Poi le cose subiscono un brusco cambiamento.

Gli anni ’70: l’oblio

The touch of your lipsThe touch of your lips (SteepleChase – 1979)
con Doug Raney, Niels-Henning Ørsted Pedersen

Nel 1968 Baker subisce un’aggressione: in un tentativo di rapina dei malviventi lo picchiano e gli rompono i denti, trauma gravissimo per un trombettista. Disperato si dà all’accattonaggio ma grazie all’aiuto di Dizzy Gillespie, che lo convince a ripredenere lo strumento e gli trova un contratto, re-impara a suonare con una nuova impostazione. Gli inizi sono difficili ma, soprattutto verso la fine degli anni ’70, lo stile migliora e gli consente di tornare a suonare ad un buon livello. Nel frattempo, nel 1975 si trasferisce nuovamente in Europa dove si sente più apprezzato, iniziando un andirivieni con gli States in cerca di contratti, quasi a non voler tagliare i legami con la madrepatria.
Tra i dischi incisi nel decennio spiccano senza dubbio il buon Live at Nick’s (Criss Cross) e questo ottimo The touch of your lips con un trio formato, oltre che dalla sua tromba, dalla chitarra di Raney e dal contrabbasso di Pedersen, strumentista eccellente e forse il jazzista danese più famoso all’estero. L’atmosfera appare molto intima e rilassata; il programma prevede sei famosi standard che i tre affrontano puntando sul lirismo e sul raffinato interplay che privilegia soprattutto la melodia. Tutti i brani meritano di essere citati a partire dal malinconico I waited for you che apre il disco fino all’appena accennato ritmo di bossa del conclusivo Star eyes; sicuramente da incorniciare l’ottima versione della gershwiniana But not for me con i bei assoli di Raney e di Baker che ne canta anche il testo, così come Autumn in New York con un Baker superlativo e un ottimo assolo di Pedersen. Completano questo disco la ritmata Blue room e la delicata The touch of your lips in cui, ancora, Baker canta, anzi sussurra, caricando ancor più il brano di malinconia. Disco che, a mio parere, è uno degli apici della carriera del trombettista.

Gli anni ’80: la rinascita
Chet Baker in TokyoChet Baker in Tokyo (2 CD Evidence – 1987) con Harold Danko, Hein Van Der Geyn, John Engels

Se il precedente è uno degli apici dell’arte di Baker, questo Chet Baker in Tokyo per me ne è la vetta assoluta, il disco nel quale egli ha riversato tutta la sua poesia, la malinconia, la voglia di suonare, dove ha spremuto tutta la sua tecnica – pur non fenomenale – per dare con generosità semplicemente musica, grande, emozionante, eccitante musica. Un disco che nella dispersiva selva di registrazioni live, spesso disordinate e approssimative, si distingue come una fulgida gemma in quanto ha qualcosa di magico, a prescindere dai generi, dagli stili, dagli strumenti.
Registrato dal vivo a Tokyo il 14 giugno 1987 contiene 11 brani, tutti suonati a livello superlativo sia da Baker che dai suoi eccellenti accompagnatori, e colpisce soprattutto la varietà delle proposte: si va dall’hard-bop di For minors only – che impressiona per la precisa esecuzione, considerato che Baker certo non brillava nei tempi veloci – fino alla tormentata Almost blue di Elvis Costello in cui Baker canta tutta la sua pena. Ci sono poi due brani di Davis ( Four e Seven steps to heaven) musicista al quale Baker si è spesso ispirato ma che mai ha imitato; non possono mancare i classici come Stella by starlight, I’m a fool to want you, For all we know e Portrait in black and white di Jobim, e ovviamente My funny Valentine poeticamente cantata con un filo di voce e arricchita da un assolo mozzafiato. Un disco che sa dare emozioni, vere e persistenti. Se pensate che io stia esagerando vuol dire che non l’avete ascoltato. Fatelo, ne vale assolutamente la pena e converrete con me che è uno dei più bei dischi che il jazz abbia prodotto.

Little girl blueLittle girl blue (Philology – 1988)
con Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra

Riacquistato il feeling con lo strumento e, forse, imparato a convivere con il disordine della sua vita, Baker produce alla fine della sua carriera, tragicamente interrotta con quella – ancora inspiegata – caduta da una finestra di un hotel ad Amsterdam, una serie di dischi davvero importanti che esemplificano pienamente ciò che il trombettista rappresenta per la storia del jazz e della musica. Tra questi c’è Little girl blue che è di fatto l’ultima registrazione in studio di Baker. E’ significativo anche che essa sia stata fatta con musicisti italiani – ovvero lo “Space jazz trio” di Enrico Pieranunzi – e in Italia (a Recanati l’1 e 2 marzo 1988), paese a cui Baker è legato da un rapporto di reciproca stima e amore. Nei sette brani contenuti nel disco il quartetto privilegia soprattutto la fluidità dell’esposizione in quelli che, con l’eccezione di House of Jade di Shorter e Old devil moon sono dei tempi medio-lenti. Il dialogo tra tromba e pianoforte è davvero interessante grazie anche all’amore per la melodia che contraddistingue Baker e Pieranunzi; Pietropaoli con l’incessante pulsare del suo contrabbasso rappresenta il costante punto di riferimento ritmico su cui si appoggia il delicato drumming di Sferra che sfrutta soprattutto piatti e spazzole. Ottima l’apertura con I thought about you che contiene pregevoli passaggi di Baker, lo swing di Come rain come shine, la scintillante Old devil moon e la malinconica title-track di cui Baker canta il testo.

The last great concertThe last great concert vol. 1 e 2 (2 CD Enja – 1988)
con la Big Band (18 elementi) e l’orchestra sinfonica (43 elementi) della radio di Hannover (NDR)

Reperibile anche in due volumi separati – My favourite songs e Straight from the heart – questo ultimo concerto di Baker è uno dei suoi progetti più ambiziosi nonché l’ultima occasione per sentire la sua musica spiccare il volo, prima che essa venisse stroncata da un altro drammatico volo due settimane dopo questa registrazione del 28 aprile 1988.
L’apporto strumentale è quantomai vario: vi sono brani per piccolo gruppo, per big band e per l’intera orchestra; in tutti è presente la tromba di un Baker in particolare stato di grazia, capace di una precisione, una liricità e un coinvolgimento degni dei tempi migliori. Il programma è sostanzialmente fatto di standard come Summertime, Django, In your own sweet way, Tenderly, There’s a small hotel, e non possono mancare la splendida I fall in love too easily – che con la voce e lo strumento di Baker diventa pura poesia - un omaggio a Davis con All blues e Sippin’ at bells, uno a Monk con Well you needn’t e la logica, immancabile My funny Valentine in ben due versioni. Il sostegno dell’orchestra sinfonica che bene dialoga con il solista, conferma come Baker sia uno dei pochi jazzisti capaci di rimanere credibili anche in questa situazione, quando molti suoi colleghi tendono a lasciare da parte l’improvvisazione; le parti per piccola formazione – ad esempio In your own sweet way per quintetto o l’ultimo bis con My funny Valentine in trio – danno ancora una volta l’idea di come fosse magnetica e squisitamente melodica la sua tromba. C’è poco da aggiungere nel descrivere un disco come questo se non che ci troviamo di fronte ad una lucida testimonianza di una carriera di un grande jazzista concentrata in un’ora e mezza di musica irripetibile.