Art Ensemble of Chicago for dummies
Per molti appassionati, dovendo pensare ad un gruppo d’avanguardia che incarni in maniera quasi perfetta lo spirito fondatore del jazz, inevitabilmente la mente va all’Art Ensemble of Chicago che – assieme l’Arkestra di Sun Ra – rappresenta un punto fermo per chiunque abbia voluto e voglia rapportarsi all’esperienza jazzistica, non solo limitandosi alla sua parte musicale, ma intendendola come espressione e spettacolo globale di un modo di essere e di concepire l’arte.
L’Art Ensemble of Chicago (AEoC) nacque alla fine degli anni ’60 in seno all’AACM (Association for the Advancement of Creative Music) fondata nel 1965 a Chicago da una serie di musicisti, capeggiati dal pianista/compositore Muhal Richard Abrams, che organizzano la loro attività musicale attorno al motto “great black music, ancient to the future“, operando non solo in campo prettamente musicale ma anche socio-politico, alla ricerca delle proprie radici culturali e sociali.
Musicalmente, pur muovendosi nell’ambito free e condividendone in parte le basi fondative, l’AACM se ne differenzia in modo peculiare: infatti, dove il free dà massima evidenza all’espressività in se stessa – in particolar modo applicata al singolo strumento di ogni esecutore – gli enunciati dell’AACM vanno verso un maggiore egualitarismo tra ciascun strumentista, lasciando ad ognuno la piena libertà nel proprio spazio musicale, senza alcuna struttura e senza limitazione di strumento – quindi potendone utilizzare più d’uno, melodico o ritmico che sia – e facendo collidere questi singoli spazi in spontanea associazione con quelli dei compagni. Aggiungendo a tutto ciò anche la inter-disciplinarietà tra le arti (musica, danza, pittura…), pur sviluppata in modo non lineare e con notevoli contraddizioni, si ottiene un movimento molto sfaccettato le cui performance sono spesso un insieme di espressioni in cui comunque la musica è una parte fondamentale.
L’AEoC si evolve dal Roscoe Mitchell sextet nel quale, tra gli altri, militavano Lester Bowie e Malachi Favors che – assieme al leader – rappresenteranno il nucleo della futura band. Il sestetto pubblica due album: nel 1966 l’ottimo Sound e due anni dopo – con il nome “Roscoe Mitchell Art Ensemble” e con l’aggiunta del batterista Phillips Wilson e di Joseph Jarman – l’altrettanto importante Congliptious. Nel 1969 il gruppo – senza Wilson e con alla batteria Don Moye – viene invitato a Parigi per un festival; il soggiorno doveva durare qualche giorno, ma il gruppo finirà per restare a Parigi per un paio d’anni dopo aver constatato che la scena culturale e politica era favorevole alle proprie idee.
Sarà proprio a Parigi che uscirà il primo disco a nome “Art Ensemble of Chicago” intitolato A Jackson in your house in cui già si riconoscono i prodromi della futura poetica dell’ensemble. A questo punto l’assetto dell’AEoC è ben definito e negli anni resterà stabile con questi musicisti: Lester Bowie (tromba, flicorno, percussioni), Roscoe Mitchell (sassofoni, clarinetto, flauto, oboe, percussioni), Joseph Jarman (sassofoni, clarinetto, flauto, percussioni), Malachi Favors (contrabbasso, basso elettrico, banjo, percussioni) e Don Moye (batteria, percussioni). L’ensemble così configurata incarna pienamente lo spirito dell’AACM: tutti i suoi componenti sono poli-strumentisti che utilizzano, oltre agli strumenti tradizionali, tutta una serie di arnesi (chiamati “little objects”) come fischietti, campane, campanelli di bicicletta nonché un gran numero di strumenti a percussione ricavati dai più disparati oggetti e - sempre in un’ottica di libertà – interagiscono tra di loro in completa autonomia, senza che vi sia un vero e proprio leader, facendo sì che i loro dischi – ma ancor più le performance dal vivo – siano dei veri e propri happening sonori di grande e potente intensità.
E sono proprio gli spettacoli live il fulcro e l’apice dell’attività dell’AEoC, i momenti in cui la band dà il meglio di se stessa mescolando il linguaggio musicale con la presentazione scenica: Mitchell solitamente vestito sobriamente, Bowie in camice bianco da medico (da qui il soprannome “doctor”), Jarman, Favors e Moye che, con il volto dipinto, indossano vesti e copricapi di foggia africana, a ricordare le origini loro e della loro musica. I concerti – molti dei quali riportati su disco – sono delle lunghe suite frammentate, nelle quali via via si scontrano più che fondersi, suggestioni sempre nuove e diverse, quali elementi radicali del jazz, avanguardia, blues, inaspettate aperture melodiche, fanfare militari, in un continuo sconfinare nella giocosità e nella sacralità così da ottenere una particolare ed unica tensione, senza mai dimenticare – cosa tutt’altro che scontata e semplice – di mettere sempre bene in evidenza l’individualità degli strumenti, dalla tromba, ai sax, al flauto oppure al contrabbasso.
Dopo aver inciso dischi importanti (Les stances a Sophie, Phase one, People in sorrow, The spiritual), nel 1971 il gruppo torna negli States proseguendo la sua attività live e in studio, incidendo una quindicina di dischi fino al 1973, anno nel quale i musicisti decidono di rallentare l’attività e di dedicarsi – soprattutto Mitchell e Bowie – anche ai propri progetti solisti. Ciò nonostante, la fama della band negli anni ’70 e ’80 invece che diminuire si accresce, anche in virtù della partecipazione ai più importanti festival jazz mondiali e delle ottime incisioni sia con l’etichetta tedesca ECM (Nice guys, Full force, Urban bushmen, The third decade) che con la giapponese DIW (Ancient to the future, Art Ensemble of Soweto, The complete live in Japan e Live at the Eighth Tokyo Music Joy dove la band si unisce con la Brass Fantasy di Lester Bowie, suo progetto collaterale).
Sul finire degli anni ’80 la popolarità della band va calando e i dischi si diradano molto. Gli anni ’90, ancora più parchi dal punto di vista discografico, saranno quelli delle scosse negative: la prima è del 1993, anno in cui Jarman abbandona l’AEoC intendendo seguire un suo particolare percorso spirituale fatto di zen e aikido, ma il peggio viene nel 1999 con l’improvvisa scomparsa del leader carismatico Lester Bowie. L’AEoC prosegue come trio – a cui si aggiungono diversi musicisti occasionali – fino al 2003 quando rientra Jarman. Purtroppo solo l’anno successivo scompare il bassista Malachi Favors che troveremo per l’ultima volta nel disco Sirius calling del 2004: da allora la produzione discografica si è praticamente annullata, limitandosi alla pubblicazione di vecchi concerti.
Come sempre nei miei “dummies” quella che segue è una mia scelta di dischi che ritengo possano dare la giusta idea sull’AEoC.
A Jackson in your house / Message for our folks (Byg Actuel – 1969)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman
Questo CD riunisce entrambi i primi due dischi dell’AEoC usciti durante il suo soggiorno parigino, dischi che – vuoi per la quasi concomitanza di incisione, vuoi per l’uniformità dell’ispirazione – possono essere letti come un’unica unità musicale. Ciò che li contraddistingue entrambi, è la barbarica e (solo) ingenuamente semplice “disorganizzazione” musicale, nella quale, comunque, ben difficilmente si trovano tracce dell’”arrabbiatura” comune a tanti musicisti free dell’epoca; al contrario, lo spirito dominante è deliziosamente naïve, commovente e capace di creare anche momenti di puro e scintillante divertimento, come il minuto e mezzo scarso di The waltz.
Se da una parte assistiamo al tentativo – riuscito – di voler cercare una sintesi tra le diverse espressioni artistiche, di musica e poesia (Erika, Old time religion) o tra generi musicali (su tutti il rock/funky di Rock out), dall’altra è da notare il costante e robusto muoversi all’interno della storia jazzistica in toto, più evidente nella gemma parkeriana di Dexterity o nelle derive free di Get in line, ma altrettanto e costantemente presente in tutti i brani tramite i continui richiami alla New Orleans di Louis Armstrong, di King Oliver e di W.C. Handy.
Sicuramente i due dischi non sono la miglior prova discografica dell’AEoC, considerando la loro immaturità, ma forniscono una dimostrazione di come e da dove è partita la band per la futura elaborazione della propria poetica musicale.
Les stances a Sophie (Nessa – 1970)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye e Fontella Bass
L’AEoC è sempre a Parigi ed è oramai divenuta un quintetto dopo l’aggiunta in pianta stabile del batterista e percussionista Don Moye: molto apprezzata in Francia, ha l’opportunità di lavorare – in un’ulteriore connessione tra cinema francese e jazz, come già successe a Miles Davis con Louis Malle e a Art Blakey con Roger Vadim – ad una colonna sonora per un film del regista franco/israeliano Moshe Mizrahi. Per l’occasione, in due brani, si aggiunge al quintetto la cantante soul Fontella Bass – poi moglie di Bowie – all’epoca particolarmente sulla cresta dell’onda.
La musica da film, si sa, è anche musica d’ambiente, ed è proprio questo ciò che rende speciale questo disco: sicuramente ciò che colpisce immediatamente è la spinta propulsiva del brano introduttivo Theme de Yoyo, con il suo groove contagioso, perfetta fusione di funk/soul e musica d’avanguardia; non sono meno interessanti, però, le due Variations Sur un Theme de Monteverdi e Theme Amour Universal nei quali l’AEoC sfrutta a pieno, con improvvisazioni morbide e intense, tutte le possibilità timbriche dei propri strumenti per caricare di colori jazzistici un’atmosfera che trasuda attesa e coinvolgimento. Non mancano i riferimenti più prettamente jazzistici, come nel modale coltraniano di Proverbes I e nel free più trasversale (Theme de Celine e Theme libre). Chiude il disco la pura espressività nera del canto finale di Proverbes II.
Disco atipico, forse meno spontaneo e immediato di altre registrazioni, ma non per questo meno prettamente tipico della band che qui, trovandosi a lavorare in modo “obbligato”, non perde per nulla la propria originalità.
Fanfare for the warriors (Atlantic – 1973)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye e Muhal Richard Abrams
Gli ultimi due album pubblicati dall’AEoC prima della auto-imposta pausa sono, molto probabilmente, anche i loro più significativi: da una parte Bap-Tizum - registrazione di un tumultuoso e particolarmente coinvolgente concerto all’Ann Arbor Blues and Jazz Festival – e questo Fanfare for the warriors in cui l’AEoC, con l’aggiunta del pianista Muhal Richard Abrams, si addentra nell’astrazione più pura in modo più massiccio che in altri lavori. L’AEoC dà qui chiara dimostrazione di essere giunta a completa maturazione, sia dal punto di vista del sound, sia nel modo in cui gestisce gli spazi improvvisativi, collettivi ed individuali.
Sette i brani che, seppur denotano una comune ispirazione, hanno ciascuno una loro personalità: Illistrum è un dissonante accompagnamento per un brano recitato, Barnyard Scuffel Shuffel inizia con un rapsodico Abrams che introduce la sanguigna esplosione ritmica rhythm’n'blues della band. I momenti più evidentemente di pura improvvisazione sono Nonaah con i suoi ritmi spezzati e gli interventi strumentali frammentati, Troona con i suoi suoni cupi ed inquietanti che solo nel finale si sciolgono in una specie di marching-band, e la title-track nella quale il parossismo strumentale e ritmico arriva a livelli davvero complessi. Completano il tutto What’s to say con il suo improbabile ritmo samba e lo swing “sporco” di The key che rendono questo disco la summa perfetta dell’arte dell’AEoC, dimostrando che la band sa compiere un duro e difficile lavoro improvvisativo, ma che allo stesso tempo usa la leggerezza con ironia e sereno distacco per risultare più credibile e genuina.
Nice guys (ECM – 1978)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye
Il primo disco dopo il periodo di pausa, il gruppo decide di inciderlo con la prestigiosa etichetta tedesca ECM, con la quale tra gli anni ’70 e ’80 produrrà altri 3 dischi, tra i più interessanti della propria carriera. Come si diceva, l’AEoC non aveva sospeso l’attività concertistica, ma anzi la sua presenza live – soprattutto in giro per l’Europa – è sempre stata costante, contribuendo ad affinare ancor più l’interplay tra i cinque musicisti. La perfetta summa è proprio questo disco, in cui i “bravi ragazzi” dimostrano che sanno fare tutto e lo sanno fare bene: il suono d’insieme è omogeneo, convincente e brillante.
Parlare di stili non ha più un gran senso, ma lo “stile”, casomai, è quello targato AEoC, capace di centrifugare i più disparati elementi di musica colta e musica popolare a proprio piacimento, rendendone palesi i richiami, ma usandoli a proprio uso e consumo. La frammentazione che si ritrovava nella prima parte della carriera piano piano lascia il posto ad una maggiore unitarietà di intenti, senza peraltro rinunciare a vari colpi di scena, rendendo tutto funzionale alla massima espressività: così se in Ja domina il reggae sghembo, in Nice guys troviamo echi neworleansiani, Folkus è una complicata costruzione percussiva sospesa in una dimensione a-temporale, 597-59 una scintillante passerella di fiati in dissonanza, CYP l’atonalità e astrazione pura, mentre il conclusivo Dreaming of the master pare preso di peso da uno dei dischi del “secondo quintetto” di Miles Davis (al quale è peraltro dedicato).
Non ci troviamo di certo davanti a dell’easy listening, nonostante ciò Nice guys è un disco di musica d’avanguardia godibilissimo, divertente, denso di suggestioni musicali, perfetta sintesi del lavoro dell’AEoC.
The complete live in Japan (DIW – 1984)
Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Joseph Jarman, Don Moye
Primo disco (doppio) per l’etichetta giapponese DIW e registrazione integrale del concerto di Tokyo del 22/04/1984 (in vinile ne era uscita una versione singola), questo The complete live in Japan fotografa l’AEoC in un momento particolare della propria carriera musicale: il modo di fare musica della band, infatti, sta cambiando e già qui se ne possono vedere le prime avvisaglie, che saranno via via più esplicite già a partire dal successivo Third decade per l’ECM.
L’AEoC sta pian piano trasformando le proprie composizioni free-form in qualcosa, se non maggiormente compiuto, almeno più lucidamente organizzato, seppur senza mai abbandonare la componente puramente improvvisativa ed astratta. Disco e concerto sono strutturati proprio per dare il massimo risalto non solo alle abilità strumentali dei componenti della band, ma anche per fornire all’ascoltatore tutte le chiavi di lettura per decifrare quella che è la musica (e le musiche) che passa per la testa ai cinque, così da coinvolgerlo in un viaggio totale che parte dall’irresistibile swing spagnoleggiante e dalle astrazioni percussive di Spanish song e arriva al tradizionale (“tradizionale” per l’AEoC, ovviamente, che con questo brano usava chiudere i concerti) Odwalla, una delle loro melodie più orecchiabili di sempre. In mezzo troviamo molte percussioni e suoni – per lo più prodotti con i “little objects” – che possono portare suggestioni caraibiche come in Bulding the mid con le sue steel-drum, oppure di derive simil-psichedeliche come in Ornedaruth (dove ricordano molto da vicino la Saucerful of secret di floydiana memoria), ma anche le atmosfere sospese di esplorazioni microtonali fatte di solitarie frasi musicali come in Anciestral voices / Old. Non mancano il parossismo sonoro di The beginning e di Ol’ time southside street dance, la marcata malinconia di The waltz, gli accenni melodici quasi da cool-jazz di Zero, il funky di Funky AECO.
In fondo, il tutto è esattamente come viene detto alla fine del concerto durante la presentazione dei musicisti: “from the ancient to the future, jazz, blues, rock, reggae, spritual, bebop, avantgarde, whatever you like… great black music”.
Tribute to Lester (ECM – 2003)
Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Don Moye
Molti avvenimenti sono occorsi dal disco in Giappone: dalla metà degli anni ’80 l’AEoC si è imbarcata in una produzione discografica rada e non certo degna della propria fama, Jarman ha preso un’altra strada e Bowie se n’è andato per sempre. Ovviamente la band ha risentito di tutte queste negatività, ma ha saputo reagire, trovando una nuova via al proprio fare musica, ottenendo – almeno in un paio di casi – dei risultati davvero encomiabili: uno è sicuramente questo Tribute to Lester, uscito per l’ECM dopo 19 anni dall’ultimo lavoro, l’altro il successivo The meeting (Pi Recordings, 2003) con il ritorno di Jarman.
Cosa è cambiato nell’AEoC? Sicuramente le fiammate esplosive si sono perdute, così come lo sberleffo sulfureo e istrionico di Bowie, ma nonostante questo, la band – seppur con un impianto e una forma più tradizionali – continua ad essere perfettamente riconoscibile, offrendo un sound tra i più precisi di sempre, bene colto da queste registrazioni che, seppure abbiano una natura retrospettiva, non sono per nulla velate di nostalgia. Il disco (registrato nel 2001) si apre con il prezioso tappeto percussivo di Sangaredi a cui segue Suite for Lester, unico brano in cui la malinconia viene a galla grazie ad un solitario flauto, ma che si conclude con un contagioso riff del sax basso di Mitchell. Zero/Alternative line è puro, lussureggiante, generoso hard-bop con uno strepitoso assolo di Mitchell e un perfetto walking-bass di Favors ad unire i due brani. La storica Tutankhamun e As clear as the sun (lungo assolo, fin troppo insistito, di Mitchell al sax alto) sono delle improvvisazioni collettive a tratti selvagge, a tratti di delicata poesia, a dimostrare – se ancora ce n’era bisogno – l’empatia di questi musicisti. Chiude He speaks to me often in dreams, lungo brano quasi interamente percussivo di rara intensità.
La storia e la musica dell’AEoC continua… l’augurio è quello che Mitchell e soci sappiano stupirci e coinvolgerci ancora con la loro musica.
Pithecantropus Erectus (Atlantic – 1956)
The clown (Atlantic – 1957)
Mingus ah um (Columbia – 1959)
Mingus at Antibes (Atlantic – 1976)
Charles Mingus presents Charles Mingus (Candid – 1960)


Everybody digs Bill Evans (Riverside – 1958)
Waltz for Debby (Riverside – 1961)
Bill Evans at the Montreux jazz festival (Verve – 1968)
The Tokyo concert (Fantasy – 1973)
You must believe in spring (Warner bros – 1980)
Live in Buenos Aires 1979 (West wind – 1990)
Undercorrent (Blue note – 1962)










































Genius of modern music – vol.1 (Blue Note – 1989)
Brilliant corners (Riverside – 1956)
Misterioso (Riverside – 1958)
Alone in San Francisco (Riverside – 1959)
Live at the It club – complete (Columbia – 1964)
One quiet night (Warner bros. – 2003)



Still life (talking) (Geffen – 1987)


Chet (Riverside / OJC – 1959)
On a misty night (the prestige sessions) (Prestige – 1997)
The touch of your lips (SteepleChase – 1979)
Chet Baker in Tokyo (2 CD Evidence – 1987) con Harold Danko, Hein Van Der Geyn, John Engels
Little girl blue (Philology – 1988)
The last great concert vol. 1 e 2 (2 CD Enja – 1988)