articoli della rubrica “criticamente”

Ambient music: un (tentativo di) compendio

Volendo dare una descrizione di “musica ambient” – sempre ammesso che la cosa sia possibile considerando tutte le sue derivazioni -  le parole più calzanti sono quelle (non a caso!) di Brian Eno, ovvero: “musica che scompare nel sottofondo, ma che se vuoi ascoltarla è interessante anche in primo piano. E questo è davvero difficile da fare bene“. E’ innegabile, infatti, che essa possieda questa doppia valenza: musica da ascoltare se si ha voglia di farlo, ma anche musica che passa “silenziosamente” in secondo piano senza “disturbare” troppo se si è concentrati a fare qualcos’altro.
Ciò potrebbe farle assumere una connotazione negativa o far pensare che sia musica banale, poco importante o – peggio! – che possa essere accomunata a tanta muzak: al contrario, proprio per la sua duale intrinseca natura di musica d’ascolto e musica da sottofondo, è interessante da affrontare e conoscere, almeno nei suoi autori più importanti. Nel fare questo sarà utile e necessario tralasciare le varie degenerazioni che l’affliggono, prima fra tutte l’idea che sia una musica di facile costruzione, così da portare un (fin) troppo fitto nugolo di musicisti a cimentarsi con essa, purtroppo con esiti scarsi.

Se la definzione di “ambient” come genere musicale in cui le atmosfere assumono maggiore importanza delle singole note è, ancora una volta, di Brian Eno – che dopo la pubblicazione nel 1978 di Ambient #1 / Music for airport può esserne considerato il nume tutelare – il concetto è, invece, sicuramente di più vecchia data: già ai primi del ’900, infatti, Erik Satie produceva quella che lui chiamava “musique d’ameublement” (musica d’arredamento), ovvero “musica che non ha  bisogno di essere ascoltata“, secondo le sue parole. Opere quali le celebri Gnossienne (1890), le 3 Gymnopédie (1888), o le 20 ore di Vexations (1893) non sono altro che il tentativo – riuscito  – di rendere la musica quanto più eterea possibile, di dare un vestito al silenzio.
Chi ha fatto tesoro di questa esperienza, l’ha sviluppata e vi ha introdotto la componente elettronica – che sarà fondamentale per il futuro – è il compositore americano John Cage con lavori quali Imaginary landscape no.1 (1939) nei quali egli ha la possibilità di “fare uscire il compositore dalla sua individualità, restituendo ai suoni la libertà di essere se stessi“. Da questi primi esperimenti è possibile trovare influenze “ambient” in moltissime opere dei più diversi autori: nel minimalismo di Terry Riley (In C – 1969, A rainbow in curved air - 1970) o di Steve Reich (Music for 18 musicians – 1976), nel jazz-rock di Miles Davis (In a silent way – 1969), nella Kosmische Music dei Tangerine Dream (Phaedra – 1974) o dei Popol Vuh, i cui Affenstunde (1970) e In den garten pharaos (1971) sono considerati i primi dischi di ambient elettronica. Non va, inoltre, dimenticata l’importanza della musica ambient nella nascita della New-age – poi degenerata in quell’odierno calderone senza particolare interesse – con dischi seminali di sperimentazione quali New age of earth (1976) degli Ashra, alter-ego del chitarrista Manuel Göttsching, o Novus magnificat (1986) di Constance Demby.
Influenze “ambient” non sono presenti solamente nella musica colta, ma si possono trovare anche nei lavori di moltissimi gruppi quali i New Order, i Depeche Mode, i Kraftwerk e più recentemente i Tortoise, i Sigur Ros o di musicisti come David Sylvian, Mark Isham (Tibet – 1989) o Moby, tanto per citarne alcuni agli antipodi.
Anche leggendo questi nomi è evidente come la musica ambient abbia la capacità di travalicare i generi e le tendenze musicali impregnandole con le proprie istanze; ancora più interessante è, allo stesso tempo, la sua capacità di distillare e includere in se stessa elementi provenienti dalle esperienze più disparate quali serialismo, minimalismo, aleatorietà,  fino alla world music (Jon Hassell, Laraaji), riuscendo ad amalgamarli assieme in modo convincente e fruttuoso.

Con il progredire dell’esplorazione musicale l’ambient si è suddiviso in numerosi rivoli e sottogeneri – troppo spesso vittime di pedanti categorizzazioni – ciascuno caratterizzato dalle proprie peculiarità: dall’ambient-techno con l’uso massiccio di drum-machine e sequencer (Drexciya, alcuni lavori di Aphex Twin), all’industrial-ambient caratterizzato da suoni metallici e dal rumore percussivo delle macchine (Susumu Yokota, Coil), alla space-music con le sue atmosfere ariose fatte di trame sonore molto spesso dalla ritmica inesistente (Michael Hedges, Tangerine Dream), o alle ritmiche spezzate e psichedeliche dell’ambient-house (The Orb), ai toni cupi e ansiogeni della dark-ambient, fino a sfiorare la musica isolazionista giocata sulla ripetizione di cluster microtonali (Robert Fripp con le sue Soundscapes), il chillout e via catalogando…
E’ evidente che i confini della musica ambient sono davvero vasti e labili, pertanto è parecchio complicato tracciarne una storia organica e proporre dei dischi che siano del tutto spuri da contaminazioni, anzi, proprio in virtù della sua natura ciò non è possibile. Quella che segue è una mia personale lista, volutamente limitata nel numero, di una quindicina di dischi – molto spesso vere e proprie pietre miliari del genere – che possono introdurre a questo mondo tanto sfaccettato quanto affascinante e dai quali partire per scoprire tanti altri nomi, titoli e suggestioni.

Brian Eno: Ambient 1: Music for airports (EG – 1978)

Se si cerca un disco da riconoscere come l’archetipo della musica ambient, senza dubbio il primato va di diritto a questo lavoro di Brian Eno; è, infatti, proprio dopo la sua pubblicazione che viene coniata la definizione di “ambient”, così da riconoscerlo come un nuovo modo di concepire la musica, come prodotto di estrema sintesi di quel percorso musicale descritto in precedenza. Definibile come “sinfonia immobile” Music for airports è musica che non descrive, che non offre immagini, che si ritrae in se stessa e nella sua impenetrabilità di suoni slegati e ridotti alla loro essenza minima.
Gli elementi usati da Eno sono quasi esclusivamente un pianoforte (suonato da Robert Wyatt) dalla consistenza liquida, un piano elettrico, sintetizzatori e voci femminili debitamente scomposti e ricostruiti, con i quali ha creato loop che paiono galleggiare nei silenzi eloquenti con i quali si alternano. Così il musicista inglese procedendo per sottrazione e lavorando sulle ripetizioni sulle micro-variazioni tonali e su ritmi rallentati, crea musica privata di struttura armonica e melodia, adatta a riempire gli spazi vuoti delle sale d’attesa, delle hall, confondendosi con i rumori senza la pretesa di imporsi ad essi, cercando di vestire gli ambienti e generare una sensazione di calma e di riduzione dello stress. Un disco seminale, dalla impalpabile bellezza e intramontabile fascino, capace di aprire un’era.

Harold Budd: The serpent (in quicksilver) / Abandoned cities (Opal records – 1981/1984 – 1989)

Altro musicista fondamentale per lo sviluppo della musica ambient è il californiano Harold Budd; cresciuto nel deserto del Mojave, luogo che – a detta sua – l’ha ispirato con il mormorio del vento attraverso i cavi del telefono. Timido e riservato di carattere, Budd – che è anche un buon pianista – ha un ruolo di tutto rispetto nell’ambito dell’avanguardia, ma sono molto interessanti anche le sue incursioni nel pop (Cocteau Twins, Hector Zazou, John Foxx, Daniel Lanois, David Sylvian, lo stesso Brian Eno) contraddistinte da uno dei suoi tratti più caratteristici, ovvero la dimensione introspettiva.
Questo disco raccoglie due EP – usciti rispettivamente nel 1981 e nel 1984 – che sono l’essenza perfetta del suo fare musica: Budd punta sull’intimità, in un modo che non è eccessivo definire pudico: la sua visione delle cose è onirica, vissuta quasi come la vivrebbero gli occhi di un bimbo. Ecco allora che in The serpent (in quicksilver) troviamo il delicato e costante dialogo tra pianoforte e piano elettrico in una dimensione evanescente di echi e rarefazioni di rara brillantezza. All’opposto in Abandoned cities (due tracce da circa 20 minuti ciascuna, Dark star e la title-track) sono le atmosfere cupe a farla da padrone: tastiere pressanti che si intrecciano con una irriconoscibile stratocaster, suonata da Eugene Bowen. Tutto appare immoto, schiacciato da una cappa oppressiva, ma che, tuttavia, lascia aperte vie di fuga di sottile speranza.

Robert Rich: Trances / Drones (Relapse records – 1983/1994)

Famoso per i suoi “sleep concert”, ovvero concerti notturni di diverse ore durante i quali gli ascoltatori (muniti dei loro sacchi a pelo) erano invitati ad addormentarsi al suono della musica, il californiano Robert Rich è, oltre che un precocissimo musicista, uno studioso di psico-acustica. Tra i suoi primi – e più importanti – lavori, vanno sicuramente menzionati questi due dischi usciti in cassetta entrambi nel 1983 e raccolti in un doppio cd nel 1994 (assieme al primo lavoro Sunyata) che, oltre che essere il riassunto ideale della sua concezione musicale, sono una perfetta esemplificazione di ambient music.
Per la sua musica – da ascoltare in dormiveglia secondo le idee dell’autore – Rich usa melodie dall’andamento lentissimo che variano impercettibilmente durante le ripetizioni; suoni impalpabili, privi del tutto di ritmo, una sorta di stream of consciousness sonoro senza soluzione di continuità, una stasi prolungata che induce ad uno stato di trance.
Il doppio CD contiene 4 lunghe suite la cui strumentazione è totalmente elettronica (anche se Rich – come in Seascapes -  introduce registrazioni ambientali, in particolare il suono delle onde del mare) e la cui costruzione è tutta giocata sulla reiterazione di bordoni (drones) a generare una sorta di effetto pittorico ed estraniante, esplicitando in modo ottimale il concetto – caro a Eno – di fare musica senza fare musica.

Steve Roach: Dreamtime return (Fortuna records – 1988)

Altro californiano (di San Diego), altro paladino dell’elettronica, Steve Roach è un nome fondamentale nel panorama della musica contemporanea. Inizialmente ispirato dalla Kosmische Music tedesca, Roach, dopo l’incontro con Jon Hassell e la sua forth-world music, pian piano ha evoluto la sua ricerca verso una sorta di musica elettronica da camera con forti connotazioni etniche, muovendosi attorno ai dualismi misticismo/subconscio, tecnologia/primitivismo. Già con Quiet music (1986) Roach ha iniziato ad avere un approccio più introspettivo alla composizione, in cui l’aspetto ritmico resta sempre ben presente, anche se non è più creato con i sequencer bensì basato su strumenti etnici (Hassell dicevamo…), primo passo d’aperta verso la world-music.
Dreamtime return è l’opera che incarna tutto questo al meglio: Roach – affascinato dall’Australia, dai sui cicli vitali e dai rituali degli aborigeni – unendo ai sintetizzatori diversi strumenti tradizionali tra cui il digeridoo, crea un doppio “concept album” che si muove in luoghi misteriosi e magici, un’epica e metafisica esplorazione di un mondo interiore basata su colti sonore fluttuanti, a volte punteggiate da effetti elettronici o da percussioni acustiche, a volte lasciate libere di costruire spazi mentali immaginari che si dissolvono nel volgere di un pensiero. Un’opera ancestrale e modernissima allo stesso tempo, un complesso e riuscito lavoro di astrazione e sintesi dei suoni primordiali e del subcoscio.

Aphex Twin: Selected ambient works volume II (Warp records – 1994)

Classe 1971, definito come una delle menti più carismatiche della musica contemporanea, l’irlandese Aphex Twin – al secolo Richard David James – è quello che si definisce un “enfant prodige”, avendo iniziato già a 12 anni a comporre musica di ottimo livello. Interessatosi all’elettronica fin dall’inizio della sua carriera, ha iniziato a muoversi nell’ambito della trance-dance, molto in voga nei rave d’oltremanica negli anni ’90, pubblicando i primi dischi sotto numerosi pseudonimi (AFX, GAK, Poygon Windows, Universal Indicator). Del 1992 è il volume I di Selected ambient works con il quale James pone le basi della sua ricerca musicale, disco che viene accolto entusiasticamente dalla critica tanto da essere definito una svolta fondamentale per la musica ambient. Del 1994, invece, è questo Selected ambient works volume II dove il lavoro svolto nel primo disco si sviluppa in modo ulteriore virando maggiormente verso atmosfere più distese, senza comunque rinunciare in molti brani alle ritmiche ipnotiche tipiche della trance music; i ritmi, pur non essendo incalzanti, sono spesso ossessivi con ripetizioni di droni e si innestano su tappeti sonori cangianti e spaziosi.
L’ambient di James non è quello di Eno: mentre il musicista inglese crea atmosfere austere  e narcolettiche, James stratifica, deforma, distilla la ritmica, i suoni, le armonie fino a creare una materia densa, spesso dall’aspetto ludico o bizzarro, a volte decisamente oscuro, ottenendo un amalgama di suoni impressionante e aprendo strade nuove nel connubio tra musica ambient e techno.

Testu Inoue: Ambiant otaku (Fax – 1994)

Attivo prima in patria e poi a New York, il giapponese Tetsu Inoue vanta un’attività frenetica, visti i suoi numerosi progetti e le collaborazioni illustri come quelle con Bill Laswell, Jonah Sharp, Peter Namlook; è proprio per l’etichetta di quest’ultimo che – in un’edizione limitata a 1.000 copie – nel 1994 esce Ambiant otaku, suo album di debutto, poi ristampato ma comunque piuttosto difficile da trovare.  Quella di Inoue è un’ambient che deve molto al minimalismo, carica di pace e serenità, un luogo a-spaziale dove, nonostante si scatenino gli elementi, ci si sente al sicuro, come suggerisce l’embrione della copertina; un sorta di giardino zen in cui le emozioni vengono diluite in un continuum contemplativo del tutto particolare.
Ambiant otaku contiene 5 brani, nessuno sotto i 10 minuti di lungezza, costruiti come una sorta di toccata e fuga sui generis: nella prima parte Inoue sviluppa quello che potrebbe essere definito un tema, per poi sottilmente e progressivamente variarlo nel finale. Si passa dalle cascate luminose cangianti in perenne fluire di Karmic light, alle onde immobili di Low of vibration, alle ripetizioni sovrapposte di Ambiant otaku, fino ad approdare alle acque increspate di Holy dance – a mio parere la vetta di questo disco – e agli accordi prolungati e sognanti di Magnetic field. Un disco poco conosciuto forse, ma fondamentale perché fonte di ispirazione per molta parte del movimento.

Future Sound of London: Lifeforms (Astralwerks – 1994)

Nati nel 1988 a Manchester, i FSOL sono la più importante delle tante impersonificazioni di Garry Cobain e Brian Dougans, duo tanto enigmatico quanto difficile da catalogare considerando quante e quali sono le influenze che riversa nella propria musica. I FSOL sono comunque, insieme ad Aphex Twin agli Orb e a pochi altri, i veri protagonisti della musica elettronica inglese, spaziando tra la IDM, la drum ‘n’ bass, la musica techno, l’house e l’ambient senza mai essere totalmente etichettabili con l’uno o l’altro genere.
Il doppio Lifeforms è considerato tra i loro dischi più importanti, sicuramente è un “catalogo” della loro arte e delle loro capacità di musicisti e di manipolatori di suoni: qui i ritmi – di matrice drum ‘n’ bass – sono sempre ben presenti e cambiano repentinamente, alternandosi ad ariose aperture spaziali o ad echi che possono essere cupi e misteriosi o acidi e profondi. Seguendo questa pulsione ritmica sempre in divenire, si viene catapultati al centro di uno spazio sferico nel quale arrivano sollecitazioni da ogni parte perché gli spazi e gli ambienti sono sempre in costante mutazione creando una vivace dicotomia tra vuoti e pieni, tra giochi armonici e momenti di tensione.
Da segnalare Flak in cui c’è la presenza di Robert Fripp e degli Ozric Tentacles e Lifeforms con la voce di Elizabeth Fraser.

Global Communication: 76:14 (Dedicated/BMG – 1994)

La comunicazione mondiale è l’epressione emozionale trasmessa per mezzo di suono” questa è la finalità – dichiarata direttamente in una traccia del disco – del progetto Global Communication, creato nel 1992 dagli inglesi Mark Prichard e Tom Middleton (già collaboratore di Richard David James) per identificare i propri progetti di ambient music. Basandosi su di un uso sapiente dell’elettronica, il duo lavora nell’ottica di valorizzare le armonie, dilatando gli spazi e appianando qualsiasi asperità e ruvidezza, cercando di distillare una bellezza limpida ed emozionale, tutte caratteristiche queste che si ritrovano in 76:14, loro secondo album. Anch’essi, influenzati dalla Kosmische Music e dal minimalismo, distillano un suono etereo ma allo stesso tempo pregnante, una sorta di trance-dance che ondeggia come marea in spazi siderali impregnati di psichedelia elettronica, facendo collidere preghiere sussurrate in una lingua ancestrale, segnali pulsanti quasi lanciati verso altre civiltà, percussioni precise ma leggere.
76.:14 (che sono i minuti di durata del disco) contiene 10 brani (che hanno tutti il minutaggio per titolo) di rara intensità e coinvolgimento che, nonostante la matrice comune, hanno una loro integrità ed originalità tanto da far considerare da molte parti questo disco una delle vette del genere.

Biosphere: Substrata (All saints records – 1997)

Biosphere è lo pseudonimo del norvegese Geir Jenssen, musicista e poli-strumentista che si è fatto conoscere prima con il gruppo dei Bel Canto – ispirato a band come i New Order o i Cocteau Twins – poi con le sonorità ambient che qualcuno, con uno sforzo di fantasia, ha definito “arctic ambient“. Effettivamente ascoltando i dischi di Jenssen, in particolar modo questo Substrata, quello che si nota sono le atmosfere rarefatte di cui si viene avvolti, come in una sorta di viaggio in una terra ghiacciata e desolata dove, come fantasmi iridescenti, si affacciano rare forme di vita. I ritmi sono lenti e ripetitivi ma senza essere ossessivi, le note si intrecciano a voci sussurrate, a mantra ricorrenti, al soffiare del vento, allo scorrere dell’acqua, al cantare degli uccelli, a rumori inquietanti, al suono di campane. Ciò che ne deriva è una sensazione di straniamento, di perdita dei punti di riferimento temporali e spaziali, all’interno di un ambiente grande come un mondo gelido.
Non c’è oscurità in Substrata: la musica – dotata di una sottile capacità ipnotica – scorre luminosa e in costante divenire, quasi fosse dotata di una vita propria ed indipendente. Musica ambient molto studiata, non facile da penetrare, ma di assoluta e brillante fascino.

Boards of Canada: Music has the right to children (Warp records – 1998)

I due fratelli scozzesi Michael Sandison e Marcus Eoin (Sandison) iniziano fin da piccoli a suonare vari strumenti fino a concretizzare il loro lavoro nel 1989 formando questo gruppo, che deve il suo nome dai documentari del National Film Board of Canada, dalle cui colonne sonore i musicisti hanno ammesso di trarre ispirazione. I Boards of Canada, usando un mix di strumentazione analogica e digitale e una ricco catalogo di sampler, si muovono nel filone ambient-techno ispirato dai compagni di etichetta Autechre, anche se, rispetto al gruppo di Rochdale prediligono atmosfere più sognanti ed ovattate, pur mantenendo una costante pulsione ritmica a tratti irregolare, a tratti vero e proprio battito cardiaco essenziale.
Music ha the right to children è – insieme al successivo Geogaddi – il loro lavoro migliore in cui riescono a far convivere in modo convincente delicata psichedelia, le pulsazioni calde di un funk sui generis, i beat sincopati, le atmosfere eteree di partiture ariose con la fluidità di soluzioni ritmiche che danno una piacevole sensazione di rilassatezza vicina alla trance. Saranno le atmosfere sognanti o le delicate tessiture sonore, ma c’è qualcosa di innocente che pervade questo disco, qualcosa che richiama la nostalgia dell’infanzia, qualcosa che difficilmente passa inosservato.

Monolake: Gobi. The desert EP (Imbalance computer music – 1999)

La sigla Monolake nata a Berlino nei primi anni ’90 era inizialmente identificata in un duo formato da Gerhard Behles e Robert Henke, ma ora – dopo che il socio ha fondato una software-house che si occupa di programmi per fare musica – è portata avanti solo dal secondo. Saldamente inseriti nell’ambito della musica elettronica – la strumentazione usata da Henke è formata quasi esclusivamente da computer controllati da una console di sua creazione – i Monolake si contraddistinguono per una produzione molto raffinata e di alto livello che spazia da tracce trance/dub all’ambient più puro ed impalpabile, caratterizzato da un suono glaciale di raro e coinvolgente fascino.
Gobi, che a detta di Henke è il loro disco di maggiore successo, è una lunga suite (circa 37 minuti) che trasporta l’ascoltare in un mondo desolato dal paesaggio mono-tono, ma non monotono. L’andamento è lento e meditativo ed è caratterizzato da una sorta di granulizzazione dei suoni, quasi un disturbo costante che richiama il verso notturno di grilli e cicale. Sopra questa polvere elettronica che tutto ricopre, si espande un drone ricorrente che amplifica gli spazi e la loro percezione, così che il deserto – quello figurato del titolo e quello sonoro – diventa spazio infinito. Gobi è un ottimo lavoro, notturno, contemplativo, con un fascino personalissimo e coinvolgente.

William Basinski: Melancholia (2062 – 2003)

William Basinski, texano classe 1958, ha inziato ad avvicinarsi alla musica tramite lo studio del clarinetto e del sax in chiave sperimentazione jazz ma, affascinato dal minimalismo di Steve Reich, ha ben presto evoluto il suo linguaggio usando in modo massiccio i nastri magnetici con i quali ottienere dei droni da far collidere o integrare gli uni con gli altri, diventando un maestro della tecnica del loop. Tecnica semplice da descrivere, difficile da fare bene (e Basinski è un maestro dicevo): il loop è uno spezzone sonoro che si aggancia a se stesso e viene ripetuto; non c’è una melodia vera e propria, ma è il loop stesso che, ripetendosi all’infinito, genera una texture che pian piano si disperde e allo stesso tempo si offre come trama per costruire altra materia sonora.
Basinski fin dal 1983 produce i suoi lavori in cd-r dalla tiratura limitatissima ma – pur avendo una ristretta cerchia di fedelissimi – rimane sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico, almeno fino a quando nel 2001 pubblica il primo dei 4 Disintegration Loops, la cui disgregazione sonora racconta della tragedia dell’11 settembre.
Di altra ispirazione e natura è questo Melancholia: 14 composizioni registrate in una decina d’anni dall’andamento lento e sognante, dove le note di un pianoforte liquido (che deve molto ad Harold Budd) si distendono su trame elettroniche di rara intensità e riflessività, creando una calma risacca sonora che colpisce con la dolce forza della schiuma del mare. Ambient allo stato dell’arte, puro e affascinante come pochi.

Carbon Based Lifeforms: Hydroponic garden (Ultimae Records – 2003)

Altro duo, questa volta formato dagli svedesi Johannes Hedberg e Daniel Segerstad, i Carbon Based Lifeforms si muovono in un mondo sonoro del tutto particolare ed affascinante, caratterizzato com’è da melodie cupe ma avvolgenti, fredde come il ghiaccio ma con la capacità di scaldare l’anima. E’ il loro particolare suono che caratterizza i lavori dei C.B.L., suono che – senza riprodurli direttamente – ricorda quello di elementi naturali come il soffiare del vento, lo scorrere dell’acqua, il crepitare del fuoco che vengono inseriti in una ritmica costante ed ipnotica. Strumento principale per arrivare a questo è il vecchio ma affidabile Roland TB-303 Bass Line, un synth/sequencer – in varie versioni modificate ma pur sempre genuinamente analogiche – al quale il duo affida il compito di costruire e sostenere le linee di basso delle composizioni.
Il “giardino idroponico” dei C.B.L. rappresenta così un luogo di inafferrabile bellezza, completamente isolato dal mondo esterno, dove la natura vive in perfetta armonia ed è intoccata dall’uomo. Mai come in questo disco i suoni profondi, ricchi e raffinati vengono percepiti come ambienti, luoghi diversi della stessa realtà sfaccettata e multiforme, aperture spaziali illusoriamente infinite ma di fatto conchiuse.

Aglaia: Three organic experiences (Hic sunt leones – 2003)

Aglaia (che delle Tre Grazie rappresenta lo “splendore”) è il progetto che raccoglie ancora un altro duo, questa volta italiano, formato dal terapista, scrittore, pittore e musicista Gino Fioravanti e da Gianluigi (John) Toso musicista classico ed insegnante. I due hanno un approccio musicale -  totalmente elettronico – del tutto particolare: il loro intento, infatti, è quello di creare delle lunghe suite, nelle quali apparentemente regna l’immobilità e dove invece il movimento sottile e costante viene dato da micro-variazioni, da pulsazioni impercettibili, da un’infinita serie di sfumature che si elidono l’una con le altre fino a formare un moto fluido dove non sono separabili l’inizio e la fine. I passaggi sonori sono così stratificati da risultare indistinguibili, come un magma in continuo divenire. I suoni sono eteri, impalpabili, anche se a volte affiorano sonorità riconoscibili (es: una sorta di sitar), come se si fosse immersi nel liquido amniotico o in un oceano di scintillante splendore.
Ognuna delle 3 suite di cui è composto Three organic experiences, diventa un viaggio nel proprio essere interiore, alla scoperta di sensazioni e percezioni che solo la complessa semplicità della musica riescono a svelare, soprattutto in maniera così profonda.

Fennesz: Venice (Touch – 2004)

Christian Fennesz è un musicista austriaco molto attivo nell’ambito della musica elettronica e d’avanguardia e può vantare collaborazioni importanti tra le quali vanno segnalate quelle con Ryuichi Sakamoto, con David Sylvian (qui presente in Transit) e con il mago dell’improvvisazione elettroacustica Keith Rowe.
Fennesz lavora processando il suono della chitarra elettrica attraverso una serie di effetti controllati da un laptop: non c’è limite alla fantasia e alla tecnica e con esse il musicista riesce ad ottenere droni, pioggia di crepitii e di rumori, aperture sonore spaziali ed evocative, onde concentriche, armonie dissonanti ma allo stesso tempo in perfetta integrazione. Elemento ispirativo ricorrente, ma non limitante, è lo sfruttamento dei glitch, ovvero errori digitali non prevedibili – una sorta di fruscio o interferenza – generati o registrati, spesso con cadenza ritmica.
Fennesz ci racconta una Venezia spettrale, dove le nebbie invernali penetrano fino nelle ossa e dove gli echi si frangono sulle onde della laguna o si riflettono in mille riverberi tra gli stretti passaggi tra le calli; il suo racconto dalla superficie densa ma instabile, si rivela ottimamente iconografico pur mantenendo la mirabile astrattezza di movimento cristallizzato.

Un buon ascolto a tutti e un grazie a chi è arrivato a leggere fin qui.


Il musicista del decennio "zero"

esbjorn svensson trio

Nel penultimo post ho indicato quelli che sono i dischi che hanno caratterizzato il mio decennio; la scelta è stata davvero difficile  ma appositamente ho lasciato fuori quelli di un musicista che credo possa essere indicato come il musicista di questi dieci anni “zero” appena conclusi. Lui è Esbjörn Svensson, leader dell’omonimo trio.
Svensson il 14 giugno 2008 ci ha lasciato a 44 anni per un assurdo – e ancora inspiegato – incidente durante un’immersione; con lui il jazz e la musica intera hanno perso una delle figure più innovative, carismatiche e emozionanti.
Svensson, assieme ai suoi compagni Magnus Oestrom e Dan Berglund, ha saputo dare un indirizzo del tutto originale ed inedito al classico trio jazz piano/contrabbasso/batteria; operando un approccio del tutto personale alla composizione e sviluppo dei brani  e, introducendo – con moderazione ed intelligenza – scampoli di elettronica, ha saputo creare una miscela esplosiva fatta da una solida base improvvisativa di stampo jazzistico sulla quale ha innestato riff di matrice rock, elementi presi dalla musica colta del ’900, dalla tradizione nordica, annullando confini e stili con un percorso di costante evoluzione, ben evidente scorrendo la sua discografia che riporto alla fine di questo post.
Per me è sua la musica del decennio passato. Lui è IL musicista e l’uomo – del quale ho conosciuto la squisita gentilezza e disponibilità – che ricorderò con maggiore forza ed emozione. Grazie, ovunque tu sia.

Discografia completa dell’Esbjörn Svensson Trio

  • When everyone has gone (Dragon) 1993
  • Play Monk (Act) 1996
  • Winter in Venice (Act) 1997
  • From Gagarin’s point of view (Act) 1999
  • Good morning Susie Soho (Act) 2000
  • E.S.T. – live ’95 (Act) 2001
  • Strange place for snow (Act) 2002
  • Seven days of falling (Act) 2003
  • Viaticum (Act) 2005
  • Tuesday wonderland (Act) 2006
  • Live in Hamburg (Act) 2007
  • Leucocyte (Act) 2008

Decennio "zero"… 30 dischi 30

Pare che sia necessario fare il bilancio del decennio, dicono. Pare che si debbano mettere dei punti fissi, dei riferimenti, delle àncore di salvezza. 10 dischi del decennio… è un gioco, certo, ma non è mica facile sceglierli tra le centinaia (il migliaio è passato di sicuro!) di dischi sentiti, ascoltati, ri-ascoltati, mandati a memoria, cantati, amati, gettati, schifati.
Allora facciamo così, tagliamo le cose con l’accetta: 10 dischi jazz-oriented, 10 dischi rock-oriented e 10 dischi classical-oriented.  Forse non i migliori in assoluto, sicuramente tra quelli che più di tutti mi hanno colpito e continuerò ad ascoltare; al contrario di come piace a me, non ci metto commenti, altrimenti mi passa il decennio!
Due le regole: 1) dischi usciti nel decennio 2) non ristampe… e buona pace per gli esclusi che sono tanti e tanto validi.
Fine del cazzeggio, vediamo i titoli:

Jazz

  • Cuong Vu: Come play with me (Knitting factory) 2001
  • Kenny Werner: Beat degeneration (Night bird music) 2002
  • Enrico Rava quartet: Montreal diary/A (Label bleu) 2002
  • Bad plus: These are the vistas (Columbia) 2002
  • Antonio Faraò: Far out (Cam jazz) 2003
  • Tim Berne: The sublime and. Sciencefrictionlive (Thirsty ear) 2003
  • Electric Masada: 50th birthday celebration – vol.4 (Tzadik) 2004
  • Nik Bartsch’s Ronin: Stoa (ECM) 2006
  • Terje Rypdal: Vossabrygg (ECM) 2006
  • Brad Mehldau trio: Trio live (Nonesuch) 2008

Rock

  • Vinicio Capossela: Canzoni a manovella (East wind) 2000
  • Blaine L. Reininger: The more I learn the less I know (FM records) 2000
  • Signur ros: ( ) (FatCat) 2002
  • Celso Fonseca: Natural (Ziriguiboom/Crammed) 2003
  • Joe Strummer & the Mescaleros: Streetcore (Hellcat) 2003
  • Christian Fennesz: Venice (Touch) 2004
  • Wilco: A ghost is born (Nonesuch) 2004
  • Kraftwerk: Minimum/Maximum (EMI) 2005
  • Ali Farka Toure: Savane (World circuit) 2006
  • Portishead: Third (Island) 2008

Classica

  • Alexander Scriabin: Preludi – vol.1 (Zarafiants) – Naxos 2000
  • Antonio Vivaldi: Le quattro stagioni (Carmignola) – Sony 2000
  • Johann Sebastian Bach: L’arte della fuga (Savall) – Aliavox 2001
  • Wolfgang Amadeus Mozart: Quartetti dedicati ad Haydn (q. Mosaique) – Astrée 2001
  • Philipp Heinrich Erlebach: Zeichen im Himmel – Alpha 2004
  • Johann Sebastian Bach: Variazioni Goldberg (Bahrami) – Decca 2004
  • Gyorgy Ligeti: The Ligeti project – vol.5 – Teldec 2004
  • Sylvius Leopold Weiss: Tombeau (Eguez) – E lucean le stelle 2004
  • Frederic Chopin: Notturni (Pollini) – Deutsche Grammophon 2005
  • Arvo Part: Lamentate – ECM 2005

… una postilla nel prossimo post.


10 dischi del 2009

Cambio d’anno, tempo di bilanci, tempo di classifiche, bla bla bla… e allora come ogni blog che parla di musica è tempo di fare il punto sugli ascolti più apprezzati di quest’anno… quindi preparate ad una lista di dischi anni ’80! No, scherzo… cioè è vero, mai come quest’anno ho ascoltato musica “vecchia”, apprezzando davvero poche cose uscite quest’anno (che mi pare sia stato piuttosto parco di meraviglie).

Allora, volendo fare il punto dei (pochi) dischi del 2009 che IO (lo sottolineo eh) ho ascoltato, direi che questi 10 sono tra i migliori (come al solito non c’è classifica ma mero ordine alfabetico):

Remo Anzovino: Tabù
Prima di sentirlo casualmente in un negozio, non conoscevo questo muscista che si muove sul sottile filo del jazz strizzando l’occhio ai nuovi linguaggi musicali, con particolare cura dei ritmi che tengono viva la freschezza della sua musica. Mi fa proprio piacere aver scoperto Anzovino e la sua musica che scorre intelligente, piacevole e mai banale: spero davvero che non prenda derive pericolose (Allevi docet) e che mantenga la sua purezza e originalità. Intrigante.

Borah Bergman trio: Luminescence
E’ davvero denso il pianismo di Bergman, carico di richiami musicali provenienti dall’Europa (contrappunto barocco, dodecafonia), dal Medio Oriente con ritmi e scale presi a prestito dalle tradizioni arabe ed indiane e, infine, dal bagaglio jazzistici afro-americano. L’abilità di Bergman è quella di riuscire a far convinvere il tutto in modo credibile ed autonomo, ricercando e mettendo a nudo la sua spiccata spiritualità. Ottimi anche Greg Cohen e Kenny Wollesen ad “accompagnare”. Illuminante.

Stefano Bollani: Stone in the water
Anche il trio “danese” di Bollani approda all’ECM e, se da una parte subito evidenzia le sue caratteristiche, tra tutte l’interplay che ne è la cifra distintiva, dall’altra troppo si adegua agli stilemi della casa bavarese: tensione ritmica rallentata e ricerca ossessiva del pathos. Ciò serve indubbiamente a ricercare il suono migliore e l’ispirazione più cristallina, ma contemporaneamente dona al disco un’aria malinconica e livellata che a tratti poco si adatta alla poliedricità del pianista, appiattendone un po’ l’esito che resta comunque di alto livello. Sospeso.

Eels: Hombre lobo (12 song of desire)
Ne parlavo qui: forse questo non è il migliore disco degli Eels, ma sicuramente contiene alcune cose molto pregevoli. Di certo è intrigante la sua atmosfera da garage-rock con le sue chitarre abrasive come carta vetrata che fanno il paio con la voce di E. – arrochita da mille sigarette – che snocciola rudi ballate, blues fracassoni e stralunate canzoni pop. Un buon disco, onesto ed intelligente. Irsuto.

Renaud Garcia-Fons: La linea del sur
Ottimo – ennesimo – buon disco per il contrabbassista franco-catalano che si muove davvero in un ambito senza confini, tante e tali sono le influenze che convivono nel magma luminoso della sua musica. Flamenco, tango, danze gitane, musette, musica mediorentale e nord africana, tutto il Mediterraneo collide tra le cinque corde del suo contrabbasso con il quale sa distillare uno stile autentico, indipendente ma allo stesso tempo debitorio verso le proprie fonti ispirative. Fascinoso.

Jon Hassell: Last night the moon came dropping its clothes in the street
Hassell non è solo quello che, troppo frettolosamente, si definisce uno sperimentatore, è anche – e soprattutto – un raffinato ed elitario ricercatore delle musiche del mondo, tutto il mondo. Musiche che nella sua mente vengono abilmente sminuzzate, mischiate e poi ri-assemblate in una materia sonora originale, densa ma leggera come il soffio afono della sua tromba, impalpabile, libera. Un disco puro, lirico, notturno e lucente, senza confini, senza limiti, senza definizioni. Magico.

Tortoise: Beacons of ancestorship
A 11 anni dall’ottimo TNT e a 5 dal debole It’s all around you tornano i Tortoise (icone, loro malgrado, del post-rock) con questo disco apparentemente algido e distaccato, ma nel cui “sottosuolo” si agitano fantasmi scintillanti: un disco di forme mutevoli, in perenne sovrapposizione e compenetrazione tra loro. Non c’è linearità, tutto – apparentemente senza logica – scorre in incastri sghembi ed improbabili, come in un labirinto tenebroso dove la via d’uscita viene mostrata e nascosta ad ogni istante. Straniante.

Tom Waits: Glitter and doom
Ruggine e miele, fumo e lustrini, ironia e disincanto, magia e polvere è quello che Tom Waits sa dare nei suoi concerti, ancora più che nei dischi in studio. E allora non si può non amare questo disco di “un uomo morto che canta per la propria vedova” che sbraita il suo mondo stralunato ma concretissimo, che inzuppa di sarcasmo e malinconia blues strascicati e serenate soffici come carta vetrata. Poco male se il secondo disco di “tales” non lo capisce neppure un inglese lingua madre, il primo basta e avanza ad incantare. Travolgente.


Bugge Wesseltoft: Playing

Messo – momentaneamente – da parte l’arsenale di elettronica e i ritmi incalzanti con i quali solitamente si muove, Wesseltoft si ritira nella sua cameretta e sforna questo disco fatto quasi esclusivamente di pianoforte e di melodie leggere come trine. I battiti sono rallentati ma non soporifici, le melodie emergono così nella loro cristallinità e c’è sempre spazio per il colpo di genio (vedi la Take 5 di Brubeck giù di giri) o le percussioni legnose di Rytme. Un altro passo verso quella sempre inseguita e mai tradita new conception of  jazz. Prezioso.

Yo la tengo: Popular songs
Seppure la grande carica innovativa sia in parte scomparsa (che dopo 25 anni di “onesto” servizio ci sta pure!), in questo disco gli elementi, derivati dalle influenze più disparate, che hanno fatto grande la band del New Jersey ci sono tutti: il noise, il pop mai convenzionale, l’allegria contagiosa, il pathos intenso (By Two’s), la psichedelia delicata. Su tutto, il divertimento nel confezionare una raccolta – tra le meno mainstream mai apparse – di canzoni popolari con la “solita” arte e la “solita” altissima professionalità. Benefico.


David Sylvian: Manafor

manafor

Dopo un’attesa che durava da 4 anni – tanti ne sono passati dall’ultima fatica discografica del nostro ovvero Snow borne sorrow targato Nine Horses e 6 dall’ultimo progetto a proprio nome (ovvero Blemish) – esce il tanto atteso Manafor, disco che negli intenti di Sylvian dovrebbe introdurre nuovi elementi nel suo già ricco ed articolato mondo sonoro.
Il disco dovrebbe uscire lunedì 14 ma – non so perché – il mio pusher di fiducia l’aveva già ieri.
Non l’ho ancora ascoltato, conto di farlo oggi pomeriggio e poi ancora in seguito più volte prima di parlarne (come sono solito fare), ma quello che mi ha subito colpito sono i collaboratori: Sylvian, lo sappiamo, è uso contornarsi di uno stuolo di ottimi collaboratori che sappiano valorizzare al meglio le sue idee, ma che allo stesso tempo le arricchiscano con la loro professionalità e sensibilità. Anche in questo disco Sylvian non fa eccezione, ma scorrendo la lista (numerosa) dei nomi si nota che, tranne il genialoide austriaco Christian Fennesz, essa è formata tutta da nomi nuovi; spicca in modo particolare l’assenza di Steve Jansen, il fratello percussionista da sempre musicalmente simbiotico con il nostro.
Per ora solo questo appunto, in seguito maggiori particolari… tanto lo sapete che Sylvian per me è musicalmente un punto di riferimento.


A far finta di essere sani…

Il fatto che una canzone orribile come quella di Povia – sì quella che Luca era gay – abbia vinto il premio Mogol come migliore canzone dell’anno, mi lascia basito… che in finale insieme a quella ci fossero A te di Jovanotti, Tutto l’universo obbedisce all’amore di Battiato e soprattutto Il paradiso dei calzini di Vinicio Capossela mi schifa e mi conferma la totale inutilità del personaggio Mogol (dalla cui scuola, del resto, pare non sia uscito poi niente di così buono).

Ah… tenetevi pronti: pare che il suddetto personaggio (non Mogol, quell’altro) stia scrivendo una canzone su Eluana Englaro. Tremo già…

Link: Corriere


Free Coldplay!

Se vi piacciono i Coldplay e se siete interessati a sentire il loro nuovo album live, lo potete scaricare (tranquilli, gratuitamente e legalmente) qui dal loro sito.
L’ho scaricato e ascoltato anche se confesso che questo disco (come l’ultimo Viva la vida) non è particolarmente piaciuto… fate voi.
Comunque, trovo che inziative come questa – ovvero di consentire agli interessati di poter scaricare liberamente e in anteprima un disco, o una grossa parte di esso – siano lodevoli e molto interessanti perché, oltre a consentire l’ascolto gratuito, al contrario di quanto molti possano pensare sono utili sia contro la pirateria, sia servano come promozione all’acquisto del disco vero e proprio e/o alla partecipazione ai concerti.


La top-ten!!!

Robba da non crederci eh? Qui, un po’ per noia un po’ per gioco, si rispolvera nientepopodimenoche la vetusta top-ten per darsi un tono!
Comunque sia (o non sia) questi sono – in una lista che ha dell’approssimativo e dell’instabile – i dieci dischi del 2008 che jazzer ha apprezzato di più tra i pochissimi che ho ascoltato:

Buena Vista Social Club: At Carnegie Hall (World Circuit)

Vecchietti e meno vecchietti, dall’isola con l’embargo più antico di sempre, sul palco più importante della città tempio del consumismo… e riscuotono un successo senza precedenti! Basterebbe questo per far amare questo disco, ma – per fortuna loro – ci pensano, soprattutto, le 2 ore abbondanti di musica dal fascino inossidabile. E chi riesce a tenere fermo il piede si faccia controllare orecchie e battito cardiaco.

Portishead: Third (Island)

Visti da vivo a Milano, i Portishead confermano che se non ci fossero stati loro una buona parte della musica degli anni ’90 non sarebbe stata scritta. A ritornare a più di 10 anni di distanza dall’ultimo disco in studio si corre un grosso rischio: scontentare i vecchi fan(s) con le orecchie appannate dalla nostalgia, oppure rinvigornirne l’adorazione. Loro hanno sicuramente preso la seconda strada. “The rip” canzone dell’anno.

The Cinematic Orchestra: Live at the Royal Albert Hall (Ninja Tune)

Alla prova dal vivo, l’orchestrona di Jason Swinscoe fornisce una prova superba della sua maestria: dopo tre dischi in studio dalla perfezione sublime, ecco che l’orchestra mette in campo tutte le sue potenzialità senza (apparentemente) il “comfort” dello studio di registrazione e, al solito, convince con la sua miscela di atmosfere jazzy e post-rock “da camera”. Gran disco, piacevole e scorrevole, ma non privo di un gusto raffinato.

Vinicio Capossela: Da solo (Atlantic)

Che dire ancora su questo disco? Che, tanto per cambiare, Vinicio tira fuori un disco originale, profondo e coinvolgente. E di questi tempi non è poco. Tra storie di sconfitti e quelle di calzini spaiati, tra ballate strappalacrime e solipsismi (non male questa eh?), tra malinconia contagiosa e sprazzi di gioia dolce-amara, Vinicio ci racconta le sue storie e la sua visione della vita. E noi siamo ancora qui ad aspettarlo, come un vecchio amico.

Nik Bartsch’s Ronin: Holon (ECM)

Se con Stoa di due anni fa, Bartsch e i suoi Ronin si facevano notare come novità assoluta nel concepire il jazz, con questo Holon confermano tutte le loro potenzialità di ensemble capace di dare una lettura del tutto personale del fare musica, riuscendo a contaminare ciò che prima era inconcepibile, ovvero il jazz – con la sua carica di improvvisazione – e il minimalismo con il suo fondamentale immobilismo. Ciò che se ne ottiene è una miscela affascinante, un magna brillante e translucido che, al momento, non ha paragoni.

Esbjorn Svensson Trio: Leucocyte (ACT)

E’ con estrema malinconia che parlo di questo disco, considerata la grave perdita che il jazz e la musica hanno subito quest’anno con la scomparsa di Svensson. Fa davvero male pensare quanto ancora poteva dare questo splendido musicista, visto e considerato la bellezza di questo Leucocyte che appare sì un disco interlocutorio, ma che allo stesso tempo è un nuovo passo in quel costante cammino di rinnovamente intrapreso da trio. Chiamiamolo allora il disco delle potenzialità espresse e non compiute, il disco del rimpianto e del ricordo.

Sigur Ros: Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (EMI)

Dentro la copertina più brutta tra quelle dei Sigur Ros (ma che sederi flaccidi ‘sti islandesi!) e uno dei titoli più belli (trad:”Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito“) si nasconde un disco double-face. La prima parte, infatti, è spiazzante: mai si sono sentiti i Sigur Ros così poppeggianti e poco eterei, pur non rinunciando alle loro famose armonie; nella seconda, invece, ritroviamo tutto il campionario della band islandese. Qualcuno ne sarà scontento… non è un problema… del resto, che può fare una band che fin dall’esordio ha fatto dell’originalità il suo marchio di fabbrica?

Brad Mehldau Trio: Trio live (Nonesuch)

Non c’è nulla da fare, Mehldau mi piace incondizionatamente. Sarà tutto quello che volete, ma se io penso ad un pianista jazz che possa incarnare perfettamente gli ultimi due decenni, penso a lui: musicista dalla tecnica fantastica che sa applicare nell’interpretazione magistrale sia degli standard jazz più noti, sia nelle famose riproposizioni di brani rock che lui piega a suo piacimento. Capace di intimismi profondi e di scintillanti cavalcate, Mehldau e il suo trio (e ricordiamo anche che Lerry Grenadier è uno dei migliori contrabassisti di oggi) non allentano mai la tensione affascinando dalla prima all’ultima nota.

Giovanni Guidi Quartet: The house behind this one (Cam jazz)

Pianista giovanissimo e appena affacciatosi alla ribalta del jazz, ma già capace di farsi notare non solo per la bravura, ma anche per la particolare “cura” con la quale propone la sua musica. Punto di forza di questo disco sono le atmosfere che via via Guidi e il suo quartetto riescono a dare: la rarefazione nordica della title-track, il blues, la ribellione tipica del free-jazz, la dolcezza dell’Umbria natia. Questo è un disco che prende piano piano, che si fa amare e conoscere e che rivela un talento e ne apre le porte.

Ketil Bjornstad + Terje Rypdal: Life in Leipzig (ECM)

Da due vecchi marpioni ECM come Bjornstad e Rypdal, profeti della musica rarefatta ci si poteva aspettare 70 minuti di noia mortale e invece… i due riescono a far dialogare i propri strumenti, chitarra e pianoforte, in modo magistrale, con un occhio alle consuete atmosfere nordiche, e con l’altro alla completa compenetrazione dei suoni, ottenendo un concerto davvero godibile, piacevolissima musica intellettuale, ma non intellettualoide (io mi sono capito… non so voi). C’è vita a Lipsia, ma anche in questo disco.


Ancora su Keith Jarrett

Oramai l’avete capito visto quante volte ne ho parlato, Jarrett – nel bene e nel male – è uno dei miei riferimenti culturali. Allora certo dà fastidio sapere cosa è successo a Perugia, ovvero di come il solito imbecille debba far scattare il suo flash da quattro soldi (peraltro perfettamente inutile) per avere la sua bella foto-ricordo da esibire con gli amici e, di conseguenza, far sì che il pianista rifiuti di suonare i bis… Sicuramente questa volta Jarrett ha esagerato ad insultare il pubblico, ma è perfettamente inutile indignarsi del suo comportamento: chiunque vada ad un suo concerto sa che lui non tollerà i flash perché disturbano la sua concentrazione, lo sanno anche i sassi oramai, lo sanno tutti. Rispettiamolo. Sarà un artista capriccioso, sarà esagerato, sarà maniaco, ma rispettiamolo; ce ne sono pochi che, come lui, riescono a raggiungere le vette che lui raggiunge.
Allora io mi chiedo: imbecille che ti porti dietro il flash perché lo fai? Cos’è una sfida o è semplicemente stupidità? Hai avuto la tua foto con il tuo zoommetto 12x del c…avolo che da lontano praticamente non ti serve a nulla? Sei più contento così col tuo trofeo da esibire fiero o saresti stato più contento di ascoltarli quei bis? Cosa sei andato a fare a quel concerto, sei andato per ascoltarlo, per ascoltare un genio e i suoi degni compari o ti interessava solo portare a casa la prova del “c’ero anch’io” che diventa anche la prova della tua assoluta stupidità?
Perché vedi, se io ci fossi stato a quel concerto e avessi dovuto rinunciare ai bis per quella tua foto, quel flash te l’avrei fatto mangiare. Intero. Che già ho dovuto rinunciare al probabile quarto bis alla Fenice di Venezia perché un flash (e credo fosse di un giornalista, vista la foto il giorno dopo sul giornale) è scattato…
Andiamo ad un concerto di Jarrett (o di chiunque altro)? Vediamo di andarci per ascoltarlo ‘sto concerto e non per la solita fregola di “esserestatoall’evento”. Vediamo di capire che un concerto è veicolo per acquisire cultura e non per sfoggiare la propria vacuità facendo finta di avercela quella cultura.
In questo sono totalmente d’accordo con quanto scrive il mio amico Amalteo.


Eventi mondani, eventi malsani

Se vi dicessero che per vedere un concerto in uno stadio dovete scucire 850 euro per la platea (ottocentocinquantaeuri, mica pizza e fichi!), 260 per la tribuna e 135 per la curva (la “curva”, capite, a 50 metri dal palco!), che tale concerto è di Barbara Streisand (Barbara Streisand, mica Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk, Charles Mingus e Elvin Jones resuscitati per l’occasione!), che l’organizzatore del concerto ti dice che non è un prezzo popolare, ma che se non ci puoi venire o sei un quindicenne o un frequentatore di centri sociali (evidentemente le due peggiori disgrazie al giorno d’oggi!), a voi cosa verrebbe da rispondere? Ecco, appunto, esattamente quello che ho detto io!
Tutto ciò avverrà il 15 giugno allo Stadio Flaminio di Roma e sicuramente i biglietti dell’”evento” andranno esauriti sapendo come vanno le cose in Italia… certo che mi piacerebbe proprio vederle certe facce!

Grazie a Robiciattola per la segnalazione.