Pinguini a Roma: acustica indolenza

penguin cafè orchestraPenguin Café Orchestra: When in Rome (Virgin – 1988)

Quella che Simon Jeffes – colto poli-strumentista inglese – ha riunito attorno a sé è ciò che si può definire una piccola orchestra di bizzarrie-logiche, capace cioè di mediare tra una strumentazione ed un approccio musicale del tutto originali con una esposizione assolutamente razionale e coerente, seppur impregnata di quel sottile filo di stravaganza che trasforma il “prodotto” musicale in un’”opera”.
Orchestra da camera misteriosa e senza volto – i cui dischi sono introdotti dalle splendide copertine di Emily Young che contribuiscono alla sua immagine raffinata e aristocratica – la Penguin Cafe Orchestra assume la forma di una sorta di strumento collettivo che utilizzando, pur con piccolissime eccezioni, solo strumentazione acustica riesce a catturare e condensare i suoni provenienti dalle varie parti del mondo in un lavoro di contaminazione globale senza confini. Allora i suoni multi-etnici vengono impiegati, come in una sorta di campionamento analogico, per comporre brani leggiadri che, con una naturalezza disarmante, fanno convivere ritmiche africane, melodie dall’andamento folkeggiante, illusioni o ispirazioni esotiche, armonie jazzate, aperture spaziali ambientali.

L’arma segreta, il tocco magico con il quale Jeffes e i suoi riescono a tenere assieme tutto, ciò che come un collante fonde le varie fonti ispirative, è il minimalismo che viene usato per replicare frammenti di melodie o nuclei ritmici più o meno estesi – geniale ad esempio Telephone and rubber band costruita usando i segnali telefonici campionati – sui quali si distendono e si vanno a sommare le varie sonorità degli strumenti.
Da questo connubio tra reiterazione e complessità armonica esce una musica imprevedibile, sognante, portatrice di atmosfere ricercate da antiquariato di lusso, intelligente e carica di delicato distacco che ha il pregio di non cadere mai nello snobismo di maniera; musica che rimane aperta nel senso che è difficile vederne i confini, ma che denota e declina le sue fonti con semplicità e divertito manierismo.

La storia della Penguin Cafe Orchestra si compie in circa una ventina d’anni, ovvero dal debutto di Music from the Penguin Cafe, pubblicato nel 1976 per la Obscure di Brian Eno, fino all’epilogo discografico di Concert program il doppio CD live del 1995 e a quello più tragico della morte di Jeffes due anni dopo; tra queste due date una manciata di dischi, sette appena, ma tutti di intensa e rara bellezza.
Tra loro questo When in Rome… rappresenta una sorta di cartina tornasole per capire e far capire se l’Orchestra può funzionare anche dal vivo e non solo tra i solchi (analogici o digitali) dei dischi e fin dal titolo dà un segno tangibile della sua stravaganza: il disco, infatti, è stato registrato alla Royal Festival Hall di Londra, ma vuole essere la ripetizione esatta di un concerto di qualche tempo prima – a Roma appunto – la cui resa su nastro non era perfetta per problemi tecnici, ma che era rimasto piacevolmente impresso a Jeffes.
Qui la Penguin Cafe Orchestra – che non ha mai avuto una line-up stabile – si presenta con una formazione a nove elementi: chitarre acustiche, pianoforte, harmonium, archi, cuatro (piccola chitarra venezuelana a quattro corde), ukulele, percussioni tutto serve per tratteggiare brani, in genere di breve durata, con pennellate rapide ma sicure. Vi ritroviamo, ma su questo non v’era dubbio, tutte le peculiarità alle quali siamo stati abituati nei dischi, peculiarità che ci fanno compiere un viaggio affascinante e nuovo ad ogni passo: allora si passa dalle spensieratezze di Air à dancer, al pathos di From the colonies e al suo crescendo minimale, alle dolcezze agrodolci di Southern jukebox music o alla irresistibile allegria “rurale” di Beanfields. Ma le sorprese non accennano a diminuire tra l’inestinguibile malinconia di Oscar tango – delicato dialogo tra pianoforte e violino – , la concertante Music for a found harmonium, la dimensione liquida e sognante di Isle of view (music for helicopter pilots) o la chiusura affidata ai profumi hawaiani di Dirt o al barocco di Giles Farnaby’s dream.

Manifesto di un gruppo che ha fatto dell’eclettismo musicale una ragione d’esistere, When in Rome… è un’ulteriore dimostrazione del senso arcadico con cui Jeffes e i suoi hanno concepito la propria musica, costantemente sul filo sottile tra essenzialità e stratificazione dei suoni, tra utopia e concreta ispirazione. Musica fuori dal tempo per chi non vuole fissarsi in un tempo preciso ma perdersi in un mosaico cangiante e mutevole.

  1. Air à danser
  2. Yodel 1
  3. Cutting branches for a temporary shelter
  4. From the colonies
  5. Southern jukebox music
  6. Numbers 1 to 4
  7. Telephone and rubber band
  8. Air
  9. Beanfields
  10. Paul’s dance
  11. Oscar tango
  12. Music for a found harmonium
  13. Isle of view (music for helicopter pilots)
  14. Prelude and yodel
  15. Dirt
  16. Giles Farnaby’s dream
Simon Jeffes: chitarre, pianica, basso, cuatro, ukulele
Steve Nye: pianoforte, piano elettrico, harmonium, cuatro
Helen Liebmann: violoncello
Geoffrey Richardson: viola, basso, mandolino, ukulele, cuatro, chitarra, penny whistles
Bob Loveday: violino
Ian Maidman: percussioni, basso, cuatro
Julio Segovia: percussioni
Paul Street: cuatro, ukulele, chitarra
Neil Rennie: ukulele, cuatro



3 commenti

  1. oi, frank non so se ti ricordi: erano anche nella colonna sonora di uno strampalato film (credo) australiano intitolato MALCOM (del 1985 o giù di lì).

  2. fai veramente un bel lavoro di presentazione di musicisti e di memoria.
    a me la musica dei penguin piace molto. credo di non avere questo disco.
    grazie per averlo ricordato
    buon luglio.

  3. Paolo grazie a te per le belle parole.

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