Enzo Jannacci – Milano 3.6.2005

Nuovo disco per uno dei cantautori italiani più originali, surreali, fuori dagli schemi e poeticamente disarmanti che conosco. Un musicista che inspiegabilmente è stato messo da parte per anni magari per fare spazio ad ignobili cantantucoli e inutili strimpellatori. Un uomo vero che ha costruito la sua arte – anzi la sua Arte – sulle piccole cose, sui sentimenti, sulle piccole soddisfazioni di vite disperate, sul passare di esistenze tristi solo apparentemente grigie, ma lo fa senza cadere nel patetico, con ironia e disincanto. Amo Jannacci, amo quel suo essere profondo e leggero allo stesso tempo, amo la sua allegria e la sua malinconia, quel suo modo di trovare una soluzione diversa dalla banalità.

Ho appena finito di ascoltare questo suo ultimo disco fatto di vecchie canzoni riarrangiate e risuonate, dove come al solito mischia italiano e milanese, le sue piccole storie e le sue grandi verità, la musica popolare e il jazz. Basta ascoltare Ti te se no, El me indiriss, L’era tardi o l’ennesima versione di El purtava i scarp del tennis per capire cosa si possa dire con due parole, con un’immagine, con una frase sospesa, con un’intuizione.

Grazie ancora Enzo.


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