Everyone is trying to get to the bar
The name of the bar, the bar is called Heaven.
The band in Heaven, they play my favorite song,
They play it once again, play it all night long.
Heaven, Heaven is a place
a place where nothing, nothing ever happens.
There is a party, everyone is there.
Everyone will leave at exactly the same time.
It’s hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, could be so much fun.
Heaven, Heaven is a place
a place where nothing, nothing ever happens.
When this kiss is over it will start again.
It will not be any different, it will be exactly the same.
It’s hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, could be this much fun.
Heaven, Heaven is a place
a place where nothing, nothing ever happens.
———— perdonate, la traduzione è mia ————
Ognuno cerca di raggiungere il bar,
Il nome del bar, il bar si chiama Paradiso.
La band in Paradiso suona la mia canzone preferita,
La suonano un’altra volta, la suonano per tutta la notte.
Paradiso, il Paradiso è un posto
dove nulla, nulla accade davvero.
C’è una festa, sono tutti lì.
Ognuno se ne va esattamente allo stesso tempo.
E’ difficile immaginare che niente
possa essere così eccitante, possa essere più divertente.
Paradiso, il Paradiso è un posto
dove nulla, nulla accade davvero.
Quando il bacio finisce ricomincia di nuovo.
Non sarà differente, sarà esattamente lo stesso.
E’ difficile immaginare che niente
possa essere così eccitante, possa essere più divertente.
Paradiso, il Paradiso è un posto
dove nulla, nulla accade davvero.

Il mio commento è gratitudine. Gratitudine per chi ha fotografato, con musica e parole magicamente sintonizzate, la tragicommedia del concetto di Paradiso. Idea mortifera e paralizzante ed allo stesso tempo sommamente anestetica, talmente terapeutica da costituire il fine ultimo dell’esistenza nell’ideologia cristiana, fondamento della comunità liberista che detta legge nel mondo in cui viviamo. E gratitudine, inoltre, per il fotografo astigmatico che nel caos totale delle offerte culturali e artistiche del nostro tempo si ricorda di questa composizione speciale. Composizione di cui ripropone il testo esponendolo al davanzale come una sorta di bandiera. Lasciando tutto il resto indietro, in subordine, proprio come si fa in un giorno eletto in cui si celebra una grande festa CIVILE. Viviamo infatti i giorni della memoria. L’olocausto storico è qualcosa che va ricordato e per fortuna in molti ‘siti’ lo si fa. Pochissimi, però, ricordano come Jazzer, che c’è un ‘olocausto’ nel corto circuio di ogni gesto quotidiano, che risente di automatismo ed infallibie riproducibilità. Meccanicità ineluttabile, sorta di ‘karma’ del quotidiano che Byrne & Jazzer, lanciatore & battitore, restituiscono allo sguardo interiore in forma di poesia. Poesia sostenuta da musica altrettanto ben concepita (ma qui bisognerebbe entrare nel tecnico) da vincere la scommessa della semplicità che sa smarcarsi dal banale, cosa che nel trito formato della pop song richiede oramai la dote del genio. Non c’è nulla di musicalmente scontato, ad un secondo e più attento ‘ascolto’ della composizione, tanto nella sequenza degli accordi quanto nella linea melodica del basso continuo, affidato al fragile plettro di Tina Weymouth. Esile fanciulla, puer aeternus, alle prese con il ‘duro’ ed ‘esigente’ string-bass. Fiabesco paradosso. Tipico della lunga corona di ossimori della parabola estetica dei Talking Heads. Grazie Maestro Jazzer. Maestro dell’arte di ascoltare e riascoltare. Porta a Novalis, Gaz e a tutti i lettori del sito i miei più cari saluti. (E strizzatine d’occhio, e sgomitate ai fianchi, e sequenze-loop di infiniti calici di schioppettino, refosco dal peduncolo rosso e cabernet-sauvignon: xe tutti rossi, eo so, ma mi el bianco me move…)
Scritto da soundsetting | gennaio 29th, 2012.
Sento le parole “Talking Head”…ed è subito un tuffo al cuore.
Mi vengono in mente le loro canzoni, amate sin da quel lontano 1977 in cui venne pubblicato il loro primo disco, quando ero un adolescente che cercava nuove frontiere musicali. Un periodo in cui le radio libere erano da poco nate, in cui la musica aveva ancora l’odore del vinile ed essere appassionati di rock aveva quasi il sapore della massoneria. Le novità te le portava qualche amico che era stato in vacanza a Londra o ne venivi a conoscenza passando pomeriggi in qualche negozio di dischi condotto da persone appassionate come te o da qualche programma “illuminato” trasmesso via etere. Erano gli straordinari anni in cui, dopo aver bruciato il pochi attimi il fuoco del punk, nasceva la new wave e gente come David Byrne e soci, Elvis Costello, i Clash, i Jam di Paul Weller e molti altri avrebbero reso quel periodo straordinario ed indimenticabile.
Scritto da sciabar | febbraio 4th, 2012.