Keith Jarrett: Rio (ECM – 2011)
Forse un nuovo disco di piano-solo potrebbe non sembrare una gran novità per Jarrett, visto che ultimamente – complici i problemi di salute di Gary Peacock che lo affianca nel proprio trio – ci ha maggiormente “abituato” alle sue performance solitarie che spesso si trasformano in altrettante uscite discografiche (Radiance 2005, The Carnegie Hall concert 2006, Testament 2009), sta di fatto che l’attenzione del pianista di Allentown (e di Manfred Eicher) questa volta si è rivolta a questa performance del 9 aprile 2011 al Teatro Municipal di Rio de Janeiro che cattura un Jarrett in splendida forma e con una verve comunicativa ai massimi livelli.
Come sempre un nuovo disco del Nostro fa discutere e divide tra coloro che lo reputano come un ulteriore “suonarsi addosso” con un occhio ben saldo al mercato, e coloro per i quali – al contrario – è una nuova casella posta da un artista in una lunga ed affascinante carriera di musicista geniale ed originale. Sinceramente trovo che le discussioni che travalicano l’aspetto musicale di Jarrett siano piuttosto stucchevoli e parecchio noiose, pertanto – coerentemente con quanto ho sempre fatto – è proprio della musica di Rio che voglio parlare, anche perché qui di musica ce n’è parecchia e anche piuttosto interessante.
Sarà che per Jarrett il periodo buio è ormai alle spalle (prima la malattia che l’ha tenuto lontano da palchi e studi di registrazione, poi la separazione dalla seconda moglie), sarà che Akiko, la nuova compagna giapponese, gli dà nuova ispirazione, è evidente come in questo disco l’approccio alla materia musicale sia più fluido, più diretto, più gioiosamente libero, meno interiorizzato rispetto al passato. Certo la forma non è cambiata: un palco, un pianoforte nero e solitario, un artista che per un paio d’ore riversa sul pubblico la propria ispirazione e il proprio vissuto personale e musicale, senza alcuna mediazione se non quella di una sensibilità fuori del comune.
Solo apparentemente sono pochi gli elementi in gioco, in realtà su quei 88 tasti si compie una storia: Jarrett mette tutta la sua sapienza musicale maturata in anni di esperienza e racconta di se stesso come pochi riescono a fare. E allora, se nel precedente Testament registrato a Parigi e Londra i toni erano decisamente cupi e segnati dalla sofferenza, in Rio l’atmosfera è diversa: quello che domina il suonare di Jarrett è una gioiosità di fondo che si riflette in scelte d’improvvisazione che danno la priorità alla positività, al voler ammorbidire i tratti piuttosto che acuire le asperità. Forse in tutto questo ha contribuito anche l’ambiente carioca che sappiamo caldo e partecipativo, anche se lo stesso Jarrett intervistato da Giacomo Pellicciotti alla domanda se è interessato alla musica brasiliana ha risposto così: “mi piace molto. Se non la suono, è per rispetto, non ho le credenziali. Preferisco fare le mie cose, ma uso certe progressioni e ritmi della musica brasiliana. Se non la suono, non vuol dire che non la sento”.
Come ultimamente Jarrett ci ha abituati, il concerto è suddiviso in diversi momenti (15 in questo caso) di varia durata e parecchio slegati tra loro; se ciò, da una parte, fa rivelare le molte anime musicali che abitano il pianista, dall’altra toglie sicuramente una visione unitaria e complessiva al concerto, al contrario di quanto succedeva nei grandi “piano-solo” del passato, pre-Radiance per capirci. Scelta artistica o di altro tipo – lo stesso Jarrett dichiarò che un concerto con un unico set è ora troppo dispendioso per le sue forze – non toglie nulla alla capacità, quasi magnetica, di catturare il pubblico e trascinarlo con sè con la propria arte come pochi sanno fare.
L’inizio di Rio è usuale per i concerti di Jarrett, ovvero un brano di difficile interpretazione, una ricerca atonale – fondamentalmente irrisolta – di una melodia che stenta ad uscire in modo definito, così come il secondo, giocato su continue variazioni di tonalità in uno sforzo maieutico a trovare una linea compiuta. La cosa riesce con Part III, un brano dal classico approccio jarrettiano, costruito su un vigoroso pedale della mano sinistra su cui la destra suona linee melodiche cantabili di cristallina purezza. E’ in brani come questo e come Part VII – ballad carica di struggente malinconia – che viene da chiedersi, tanta è la perfezione formale e “compositiva”, quanto ciò sia dovuto ad un’assoluta improvvisazione e quanto sia già nella testa del musicista prima del concerto e non sia magari stato proposto in altre occasioni. Domanda forse inutile da porsi e la cui risposta non avremo – giustamente – mai.
Il concerto prosegue con un canovaccio collaudato che alterna brani destrutturati (Part IV), blues nervosi ed insistiti (Part V) e brani maggiormente coinvolgenti sul piano emozionale come l’affascinante Part VI carico di richiami orientaleggianti che chiude il primo CD.
Nel secondo lo schema non cambia: dopo il già citato Part VII troviamo un brano solare e arioso, ma tutto sommato piuttosto convenzionale, seguito da quello (Part IX) che appare come una delle vette del disco: una serie di accordi quasi sconnessi che portano ad una melodia dal fascino antico, carica di echi dalla misteriosa provenienza. Part X torna ad essere un brano di difficile lettura per chi non sia dentro la testa di Jarrett, in cui cluster di note insistite vengono giustapposte a formare melodie spezzate, quasi a riprendere l’atonalità iniziale per chiudere un ipotetico cerchio formale visto che, a quanto sembra, è questo il brano che chiude il concerto. Ma il bello, si sa, non è ancora tutto…
Si riprende con i bis che nell’ordine sono un blues mozzafiato, un brano aperto di particolare efficacia melodrammatica e una sorta di standard (Part XIII) che, se per certi aspetti è forse un “già sentito” per gli amanti del pianista, con la sua ricerca armonica e melodica ha un pathos davvero notevolissimo. Chiudono il disco Part XIV di immediata e pura spontaneità e Part XV, splendido finale di gran classe e misuratissimo abbandono alle emozioni.
Non c’è nulla da dire: la performance di Rio de Janeiro è indubbiamente suonata ai massimi livelli, fresca e particolarmente riuscita, tanto che – cosa inusuale – è stato lo stesso Jarrett a spingere Eicher alla pubblicazione in tempi molto più veloci del consueto per l’ECM. Dominano la melodia, la concretezza, l’esuberanza di un artista che evidentemente è in un momento positivo. Qualità eccelsa, quindi, con lo spirito rivoluzionario, tema distintivo delle opere del pianista di Allentown, che si trova solo in pallide tracce… ma va bene anche così: non si può certo pretendere che a 66 anni e dopo 40 anni di carriera esso sia ancora tenacemente presente.
Un disco consigliato per chi voglia conoscere il Jarrett di oggi o per chi voglia capirne l’evoluzione della sua splendida arte.
CD1
- Rio part I
- Rio part II
- Rio part III
- Rio part IV
- Rio part V
- Rio part VI
CD2
- Rio part VII
- Rio part VIII
- Rio part IX
- Rio part X
- Rio part XI
- Rio part XII
- Rio part XIII
- Rio part XIV
- Rio part XV

Questa è un’eccellente recensione che fotografa esattamente lo stato dell’arte della musica per piano solo di Jarrett. Ho ascoltato questo disco moltissime volte prima di esprimere un giudizio. Sono sincero, “Rio” mi ha spiazzato perchè da un segno di discontinuità rispetto al passato. Storicamente Jarrett ha vissuto l’esperienza del piano solo come un momento dove scavare nella propria anima regalando sequenze di intensa e lirica bellezza ma anche cupi momenti di angoscia o di rilessione. I suoi dischi ci presentavano un’artista che si metteva a nudo di fronte al proprio pubblico. Il concerto era molto spesso un’ininterrotto flusso di coscienza dove si viveva anche la difficoltà del pianista nel creare la sua musica con lunghe sequenze di “scavo” e “ricerca” prima di tirare fuori magari pochi minuti di abbagliante bellezza. A partire da “Radiance” Jarrett iniziò ad impostare i concerti come una sequenza di brani di durata nettamente più breve rispetto al passato, forse per evitare i momenti di “stasi” che caratterizzavano i precedenti solo concerts. Questi lavori, sempre eccellenti, presentavano comunque quell’ alternanza di “umori” da sempre presenti nel piano solo jarrettiano. Ma “Rio” presenta una ulteriore novità perchè mai come in passato si vive un clima di gioia e relax e dove la ricerca della melodia è vissuta come un imperativo tanto che Jarrett tende a comprimere i pezzi(nessuno supera i dieci minuti) ed arriva in alcuni casi a troncarli bruscamente, quasi a voler evitare di infilarsi in quei “cul de sac creativi” che citavo poch’anzi. Proprio queste caratteristiche danno a questo disco un respiro “pop” (nel senso più nobile del termine).
In definitiva, non trovo questo Jarrett migliore o peggiore rispetto al passato ma semplicemente interessante, degno di essere vissuto in questa sua ulteriore evoluzione, perchè “Rio” è un lavoro molto bello ed e’ degno di stare accanto alla maggiorparte delle sue opere. E questo non è poco per un artista presente sulla scena ad altissimi livelli da oltre quarant’anni.
Scritto da sciabar | febbraio 4th, 2012.